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Rivista Anarchica Online


socialismo libertario

Politica e cultura
nel pensiero di Andrea Caffi

di Gianpiero Landi


Una recente raccolta di scritti di Andrea Caffi, curata da Massimo La Torre, richiama l'attenzione sulla vita e il pensiero di un intellettuale e militante politico che ha dato un contributo originale al socialismo libertario.
Un bilancio degli studi e delle ricerche intorno al rivoluzionario italo-russo.


Parlo di Andrea Caffi come dell'“uomo migliore, e inoltre il più savio e il più giusto” che nel mio tempo io abbia conosciuto.
Nicola Chiaromonte


Andrea Caffi è sicuramente una delle figure più affascinanti del movimento socialista italiano ed europeo del Novecento.
Nato a Pietroburgo nel 1887 da genitori di origine italiana, ancora giovanissimo aderì al socialismo militando nella corrente menscevica e prese parte alla rivoluzione russa del 1905. Per il suo impegno nella cospirazione antizarista fu più volte arrestato e condannato a tre anni di carcere. Liberato nel maggio del 1908, iniziò per lui un esilio durato praticamente tutta la vita. Studente universitario a Berlino, dove fu allievo di Georg Simmel, entrò poi in contatto con le avanguardie artistiche e letterarie nella Parigi di inizio secolo. In quegli anni viaggiò anche in Italia, soggiornando a Firenze dove divenne amico di Giuseppe Prezzolini e frequentò il gruppo della rivista “La Voce”. Fece visita a Pëtr Kropotkin (che considerava, allora, “lo spirito più puro del movimento rivoluzionario russo”), all'epoca esule a Rapallo.
Nel 1914 visse come una tragedia lo scoppio della guerra in Europa ma ciò nonostante si arruolò volontario nelle legioni internazionali “garibaldine” in Francia, prendendo parte ai combattimenti delle Argonne nel corso dei quali rimase ferito. Arruolato in seguito nell'esercito italiano, fu di nuovo ferito nel luglio 1915 sul fronte del Trentino, e trasferito poi a Belluno come interprete presso il comando della 4ª armata. Secondo la testimonianza del filosofo Antonio Banfi, suo grande amico e compagno di studi, Caffi andava all'assalto senza impugnare un'arma. Sicuramente agiva in lui il desiderio di contribuire alla sconfitta del militarismo prussiano, ma la sua voleva essere soprattutto partecipazione alla sofferenza e al destino collettivo della sua generazione, a cui non gli sembrava lecito sottrarsi. All'inizio del 1918 fu trasferito presso l'ufficio speciale creato da Giuseppe Antonio Borgese a Berna per la propaganda fra le nazionalità oppresse dell'impero asburgico. Dopo la fine della guerra si stabilì a Roma e collaborò alla “Giovine Europa”, un movimento nato soprattutto per iniziativa di Umberto Zanotti Bianco, Gaetano Salvemini, G. A. Borgese e fondato sull'idea che dalla devastazione e dalla crisi prodotta dalla guerra sarebbero maturate le condizioni per la creazione di una società internazionale profondamente rinnovata sulla base dell'uguaglianza e dell'autodecisione dei popoli.
In quegli anni Caffi scrisse per “La Voce dei Popoli”, la rivista del movimento, i due importanti articoli La rivoluzione russa e i suoi condottieri e La Russia bolscevica e l'Europa (secondo Piero Gobetti, i testi più importanti e seri apparsi in quegli anni in Italia sull'argomento) e collaborò con Zanotti Bianco alla redazione del libro La pace di Versailles (Firenze, La Voce, 1919). Inviato nell'estate del 1919 dal “Corriere della Sera” a Costantinopoli come corrispondente, verso la fine dello stesso anno Caffi ne approfittò per ritornare in Russia attraversando clandestinamente il confine. In un primo momento sembrò nutrire speranze nella rivoluzione bolscevica, ma gli bastò poco tempo per rendersi conto della natura sempre più illiberale e dispotica del regime sovietico. Lavorò nella Delegazione commerciale italiana a Mosca, ma la Ceka lo arrestò e fu imprigionato alla Lubjanka, dove – come avrebbe raccontato egli stesso più tardi – “gli appelli dei condannati a morte erano fatti ogni notte in maniera alquanto disordinata”.
Lo salvò l'intervento della socialista italo-russa Angelica Balabanoff, all'epoca dirigente della Terza Internazionale. Tornò in Italia nel 1923, poco dopo l'avvento al potere del fascismo. Svolse attività antifascista, legandosi inizialmente ad ambienti liberali romani ma recuperando presto la sua radicalità di socialista rivoluzionario non marxista. Diresse con Gioacchino Nicoletti la rivista “La Vita delle Nazioni”, ispirata da Salvemini e Zanotti Bianco e collaborò con “Volontà” diretto da Vincenzo Torraca (in quest'ultimo periodico pubblicò l'importante articolo Cronaca di dieci giornate, sul delitto Matteotti).

L'amicizia con Albert Camus

Nel maggio 1925 fu tra i firmatari del Manifesto degli intellettuali antifascisti promosso da Benedetto Croce. Nel 1926 collaborò con la rivista “Il Quarto Stato” di Pietro Nenni e Carlo Rosselli, occupandosi di politica estera. Intensificò in quegli anni il suo interesse per la storia ellenistica, bizantina e russa antica. Contribuì alla stesura del volume di Paolo Orsi su Le chiese basiliane della Calabria (1927) con una corposa appendice dedicata a Santi e guerrieri di Bisanzio nell'Italia meridionale. Collaborò inoltre all'Enciclopedia Italiana diretta da Giovanni Gentile redigendo una decina di voci di storia bizantina e russa. Nell'autunno del 1927, per sfuggire al rischio di arresto da parte della polizia fascista, Caffi si rifugiò in Francia.
Ospitato a Versailles, nella villa del principe Gelasio Caetani, divenne precettore dei nipoti del principe e segretario di redazione della rivista “Commerce”. Prese parte alle periodiche conversazioni del cenacolo di artisti e scrittori che si riunivano nella villa, tra cui Paul Valéry, Fernand Léger, Valéry Larbaud, Jean Paulhan. Verso la fine del 1930, chiusa l'esperienza della rivista, si trasferì presso amici nel sud della Francia, poi a Parigi. Si legò al movimento antifascista dei fuorusciti, in particolare a “Giustizia e Libertà”, frequentando anche amici anarchici italiani e gli ambienti dell'emigrazione russa. In polemica con Rosselli, interruppe la collaborazione con “Giustizia e Libertà” nei primi mesi del 1936, insieme al gruppo dei cosiddetti “novatori”, di cui facevano parte Mario Levi, Renzo Giua, Nicola Chiaromonte. Con quest'ultimo, in particolare, si legò di strettissima amicizia.
Dopo l'invasione tedesca della Francia si trasferì a Tolosa. Si avvicinò ai socialisti italiani fuorusciti autonomisti, collaborando con Angelo Tasca, Olindo Gorni, Ignazio Silone, Giuseppe Faravelli. Ebbe rapporti con ambienti della Resistenza e nel 1944 fu arrestato dalla Gestapo e torturato.
Nel dopoguerra divenne amico di Albert Camus e grazie a lui trovò lavoro presso l'editore Gallimard. Pubblicò articoli in “Politics”, rivista della sinistra radicale anticonformista statunitense diretta a New York da Dwight Macdonald, in cui scrivevano anche Chiaromonte, Hannah Arendt, Mary McCarthy, Paul Goodman. Morì a Parigi nel 1955.

Andrea Caffi in un'immagine del 1947

Un socialista libertario decisamente singolare

Come si è visto, Caffi è stato partecipe di tutti gli eventi più significativi della storia europea della prima metà del Novecento. La sua è stata una vita, sotto diversi profili, straordinaria e irripetibile. Segnata, oltretutto, da una rara coerenza e dalla volontà deliberata di non apparire in primo piano, di tenersi sempre ai margini. Il suo fu uno stile di vita costantemente precario e irregolare, ed egli rimase fedele fino alla fine alla scelta di povertà volontaria abbracciata in gioventù.
Caffi fu un intellettuale assolutamente singolare, dotato di una incredibile erudizione, più colto di molti accademici prestigiosi e affermati della sua epoca, in grado di padroneggiare diverse delle principali lingue europee e di dialogare alla pari nei più diversi ambienti e contesti nazionali, amico sodale e collaboratore di alcune tra le menti più brillanti del suo secolo – alcune delle quali gli sono debitrici probabilmente di alcune delle idee forti del loro sistema di pensiero – eppure visse sempre da “bohemien”, squattrinato e lontano da ogni potere. Già questi elementi giustificherebbe un interesse e una curiosità nei suoi confronti ben maggiore di quelli che gli sono stati dedicati, almeno fino a tempi recenti. Ma c'è anche dell'altro. Il motivo maggiore di interesse è rappresentato – a nostro avviso – piuttosto dalle sue idee, di cui restano tracce negli scritti che di lui ci sono rimasti.
Parliamo di “tracce” perché Caffi rifuggì sempre dalla redazione di opere ponderose, organiche e sistematiche, e inoltre privilegiava il dialogo personale e diretto, la parola parlata rispetto a quella scritta. E, quando non era possibile il colloquio diretto con l'interlocutore guardandolo negli occhi, ricorreva come surrogato alle lettere. Questa è una delle ragioni per cui, nel suo caso, lo studio delle lettere risulta particolarmente importante per ricostruire il percorso intellettuale. Come ha scritto autorevolmente Gino Bianco, uno dei primi e più fedeli suoi studiosi e biografi, “in un tempo in cui l'ideologia, la retorica e la violenza avevano dominato il pensiero e l'azione politica, gli scritti e la vita di Caffi forniscono, con rara forza e coerenza, l'esempio di un radicale rifiuto delle degenerazioni cui è andato incontro il movimento socialista nella duplice versione del leninismo e del riformismo socialdemocratico”. Pur in modo disorganico e frammentario, Caffi ha saputo elaborare un socialismo radicale di marcata impronta libertaria che si presenta a noi ancora oggi estremamente attuale. Di particolare importanza, ai fini di una rifondazione libertaria del socialismo, risultano le sue riflessioni sulla violenza e sul federalismo, con la critica radicale dello Stato-nazione.

Il recente libro di Massimo La Torre

Ma Caffi si è occupato anche di temi che vanno ben oltre la politica intesa in senso stretto. Per le sue riflessioni illuminanti su temi come il mito e la mitologia, la moderna cultura di massa, i rischi della tecnica e della burocratizzazione, la critica della violenza, la francese “Quinzaine Litteraire” lo ha definito “il Walter Benjamin italiano”. È proprio a questi temi, che potremmo chiamare prepolitici anche se la definizione non risulta affatto soddisfacente, è dedicata – principalmente anche se non esclusivamente – la recente raccolta di scritti di Caffi curata da Massimo La Torre, Politica e cultura (Soveria Mannelli, Rubettino, 2014, p. 200), che fornisce l'occasione per questa breve rassegna.
Va detto anzitutto che si tratta di un libro importante, perché permette al lettore di entrare in contatto con testi di Caffi di difficile reperibilità che affrontano con acuta intelligenza e cognizione di causa tematiche di notevole interesse culturale. Il primo dei testi, intitolato Fra i contemporanei di Onjeghin, fu pubblicato nel fascicolo del dicembre 1923 della rivista “Russia”, fondata dallo slavista Ettore Lo Gatto. Incentrato su una analisi delle caratteristiche della generazione di giovani rivoluzionari russi venuti alla ribalta dopo la fine delle guerre napoleoniche, passando dai decabristi a Herzen e arrivando ai populisti, Caffi vi indagava i legami e le analogie con il contemporaneo liberalismo europeo, ma anche le specificità del pensiero sociale russo, caratterizzato dal tentativo di operare “una contaminazione del tema dei Diritti dell'Uomo con l'ardente desiderio di conoscere e amare il popolo russo”.
La parte centrale del volume è occupata da cinque saggi scritti da Caffi tra il 1938 e il 1946, ma pubblicati in Italia solo dopo la sua morte, tra il marzo 1958 e il luglio 1961, in altrettanti numeri della rivista “Tempo presente” diretta dai suoi amici Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone. Si tratta dei saggi: Magia, mistica e mito (1938), Cristianesimo e ellenismo (1939), L'avvenire del romanzo (1943), “Homo faber” e “homo sapiens” (1945), Mito e mitologia (1946). Data la ricchezza e la pluralità dei temi affrontati, delle argomentazioni e dei riferimenti storici e letterari, è praticamente impossibile riassumere in questa sede il contenuto di questi saggi, che da soli basterebbero comunque per assicurare a Caffi un posto di un certo rilievo nella storia della cultura europea. Seguono alcuni testi più “politici”: due articoli pubblicati sul quotidiano “L'Umanità”, diretto all'epoca da Giuseppe Faravelli, nei mesi finali del 1948 (Presupposti della democrazia e Il processo di involuzione dei Soviet), una Lettera a Carlo Rosselli (datata 27 luglio; l'anno non è indicato ma si tratta probabilmente del 1935) e una Lettera a Nicola Chiaromonte (senza data, ma probabilmente del 1951). Il volume è completato da due testi del curatore: una Presentazione originale e una Appendice in cui è riportato, con pochi aggiornamenti bibliografici nelle note, l'importante saggio Il profeta muto. Politica e cultura nel pensiero di Andrea Caffi, che costituisce in effetti il testo della relazione presentata da La Torre alla Giornata di studi su Andrea Caffi tenutasi a Bologna, nella Sala dei Notai, il 7 novembre 1993.

Il convegno su Caffi (1993)

Da quel Convegno svoltosi più di venti anni fa – il primo e a quanto ci risulta tuttora l'unico dedicato specificamente nel nostro paese alla figura di Andrea Caffi – conviene in effetti partire per tracciare un provvisorio bilancio della fortuna critica più recente di questo intellettuale e militante politico coltissimo e schivo, che ha lasciato una traccia profonda in molti di coloro che lo conobbero.
Alla Giornata di studi – organizzata dalla Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” di Castel Bolognese e dalla Associazione “Arti e Pensieri” di Bologna – presero parte diversi relatori, alcuni dei quali particolarmente qualificati per confrontarsi con il pensiero di Caffi: Giuseppe Armani, Giampietro Berti, Gino Bianco, Lamberto Borghi, Costanzo Casucci, Pierluigi Cesa, Goffredo Fofi, Piero Graglia, Gianpiero Landi, Massimo La Torre, Stefano Merli. Gli Atti del Convegno furono poi pubblicati nel volume Andrea Caffi: un socialista libertario, a cura di G. Landi, con introduzione di Gino Bianco (Pisa, BFS, 1996). In Appendice al volume si trova una accurata Bibliografia Caffiana, a cura di Alberto Castelli, che per quanto necessiti ormai di alcune integrazioni – se non altro perché mancano ovviamente i testi usciti successivamente – rimane comunque un valido strumento a disposizione di chiunque desideri approfondire le ricerche.
In effetti, si può dire che il Convegno di Bologna abbia rappresentato l'inizio di un risveglio dell'interesse per Caffi. In precedenza, per chi avesse voluto conoscere la sua vita e il suo pensiero erano a disposizione praticamente solo quattro o cinque testi, peraltro ancora oggi fondamentali. Si tratta anzitutto delle raccolte di testi di Caffi Critica della violenza (a cura di Nicola Chiaromonte, Milano, Bompiani, 1966, p. 333) e Scritti politici (a cura di Gino Bianco, Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 411), e delle note biografiche contenute nel libro di Gino Bianco, Un socialista “irregolare”: Andrea Caffi intellettuale e politico d'avanguardia (introduzione di Alberto Moravia, Cosenza, Lerici, 1977, p. 108).
A questi testi si potrebbero aggiungere anche una più agile raccolta di scritti di Caffi, curata sempre da Gino Bianco e pubblicata con il titolo Socialismo libertario (Milano, Azione Comune, 1964, p. 91) e il saggio di Carlo Vallauri, circolato anche in forma di estratto, Il socialismo umanitario di Andrea Caffi (Milano, Giuffrè, 1973). Altro non c'era, se non articoli e interventi più o meno occasionali in riviste e giornali, e qualche riferimento in libri che si occupavano di argomenti più generali. Tra questi ultimi ci limitiamo a citare le opere di Aldo Garosci, La vita di Carlo Rosselli (1945) e Storia dei fuorusciti (1953), di Lamberto Borghi, Educazione e autorità nell'Italia moderna (1951), di Dino Cofrancesco, Il contributo della resistenza italiana al dibattito teorico sull'unificazione europea (1975), di Antonello Venturi, Rivoluzionari russi in Italia (1917-1921) (1979), di Corrado Malandrino, Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone (1990), di Santi Fedele, E verrà un'altra Italia. Politica e cultura nei Quaderni di Giustizia e Libertà (1992).
Quasi contemporaneamente al Convegno di Bologna, o poco dopo, furono pubblicati anche il volume di Stefano Merli, I socialisti, la guerra, la nuova Europa. Dalla Spagna alla Resistenza 1936-1942 (Milano, Fondazione Anna Kuliscioff, 1993, p. 347), e il saggio di Andrea Panaccione, I socialisti italiani e la seconda guerra mondiale (“Giano”, a. V, n. 19, gennaio-aprile 1995), in cui entrambi gli autori fanno ampi riferimenti all'attività di Caffi nel Partito socialista italiano in esilio e alla sua collaborazione con Faravelli, di cui fu un aspetto particolarmente significativo il contributo fornito alla elaborazione delle cosiddette “Tesi di Tolosa” (1941-1942). Negli stessi anni comparve nelle librerie una raccolta di testi di Caffi (alcuni dei quali ora ristampati nel volume curato da La Torre), con il titolo Mito mistica magia l'avvenire del romanzo ed altri saggi (Bologna, Massimiliano Boni, 1994, p. 173). Venne anche ripubblicato in opuscolo il fondamentale saggio di Caffi Critica della violenza, con una introduzione di Gino Bianco (Roma, e/o, 1995, p. 94).

Una nuova generazione di ricercatori

Veniamo ora ai lavori successivi, prodotti spesso anche se non sempre da una nuova generazione di giovani studiosi, alcuni dei quali di notevole talento. Tralasciamo qui le ricerche, ormai numerose e spesso qualificate, su personaggi movimenti e temi (da Rosselli a Chiaromonte, da “Giustizia e Libertà” al Partito socialista italiano in esilio tra le due guerre) che alle vicende di Caffi si legano, e che pure andrebbero conosciute se non altro per delineare con maggior precisione il contesto. Ci limiteremo a citare il libro di Gino Bianco, Nicola Chiaromonte e il tempo della malafede (Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 1999, p. 175), se non altro perché costruito in buona misura sulle carte di Caffi e di Mario Levi, ricevute dall'autore negli anni '60 proprio da Chiaromonte che ne era il depositario.
Restando agli studi che riguardano specificamente Caffi, procedendo in ordine cronologico vanno segnalati anzitutto i saggi di Alberto Castelli, apparsi in riviste e in volumi collettivi: Il socialismo liberale di Andrea Caffi (“Storia in Lombardia”, a. XVI, n. 2, giugno 1996); Andrea Caffi e la critica della violenza (“Giano”, n. 23, ottobre 1996); La scelta federalista di Andrea Caffi (“Il Politico”, n. 4, 1997); Andrea Caffi (in Le periferie della memoria. Profili di testimoni di pace, Milano, M&B, 2000); Andrea Caffi e la rivoluzione delle coscienze (in Eretici e dissidenti. Nuovi protagonisti del XIX e XX secolo tra politica e cultura, a cura di G. Angelini e A. Colombo, Milano, Franco Angeli, 2006); Socievolezza e amicizia nel pensiero di Andrea Caffi (in De Amicitia. Scritti dedicati a Arturo Colombo, a cura di G. Angelini e M. Tesoro, Milano, Franco Angeli, 2007); Andrea Caffi. Socialismo e critica della violenza (in L'altro Novecento. Comunismo eretico e pensiero critico, a cura di P. P. Poggio, Milano, Jaca Book, 2010).
Castelli, attualmente docente all'Università di Ferrara, ha curato anche il libro L'Unità d'Italia. Pro e contro il Risorgimento (Roma, e/o, 1997, p. 124; II ed., 2010, p. 141), contenente scritti di A. Caffi, Umberto Calosso, N. Chiaromonte, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, G. O. Griffith, Carlo Rosselli, Gaetano Salvemini, Franco Venturi. Merito del volume è quello di avere riproposto, raccolti insieme, i documenti dell'importante polemica su Mazzini e il Risorgimento che alla metà degli anni Trenta mise in luce la diversità di impostazione politica ormai esistente in “Giustizia e Libertà” tra Caffi e Rosselli, e fu all'origine del successivo distacco dal movimento del gruppo dei cosiddetti “novatori”. A Castelli si deve inoltre Politics e il nuovo socialismo. Per una critica radicale del marxismo ( Genova-Milano, Marietti, 2012, p. 264), un libro in cui sono contenuti scritti di Caffi e – soprattutto – si parla molto di lui.
Poco prima della sua morte, avvenuta nel 2005, Gino Bianco ha pubblicato una nuova edizione del suo saggio biografico di Caffi già apparso nel 1977 per i tipi della editrice Lerici. Il nuovo volume, dal titolo Socialismo e libertà. L'avventura umana di Andrea Caffi (Roma, Jouvence, 2006, p. 275), è arricchito da una corposa appendice di documenti e da immagini. Qualche anno dopo è stata pubblicata una nuova raccolta antologica di testi di Andrea Caffi, Scritti scelti di un socialista libertario, a cura di Sara Spreafico, con prefazione di Nicola Del Corno (Milano, Biblion, 2009, p. 189). Aldilà della meritoria ristampa di una serie di saggi già pubblicati in volumi di cui ci siamo qui occupati in precedenza, alcuni dei quali da tempo fuori commercio, il libro si segnala per l'interessante saggio introduttivo della curatrice.
Infine arriviamo a due testi che sono probabilmente i più importanti tra quelli recenti di cui ci stiamo occupando. Marco Bresciani, con La rivoluzione perduta. Andrea Caffi nell'Europa del Novecento (Bologna, Il Mulino, 2009, p. 310) ci ha dato – dopo gli studi pionieristici di Gino Bianco – quella che può essere considerata la prima vera biografia di Caffi, ricostruendone con acume critico e competenza l'intero percorso di vita e di pensiero. A distanza di pochi anni Bresciani è tornato sull'argomento, curando la pubblicazione di “Cosa sperare?” Il carteggio tra Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte: un dialogo sulla rivoluzione (1932-1955), con prefazione di Michele Battini (Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, p. 588). Con questi contributi, a cui se ne potrebbero aggiungere altri di minore impegno apparsi su riviste, Bresciani ha ampliato e rinnovato in modo significativo le nostre conoscenze su Caffi, facendo compiere loro un non trascurabile salto di qualità.
Il suo lavoro, e quello degli altri ricercatori, è stato sicuramente favorito dal fatto che negli ultimi decenni siano stati riordinati e aperti al pubblico fondi archivistici importanti. Le carte di Caffi sono sparse in diversi archivi ma i nuclei più consistenti e rilevanti si trovano oggi prevalentemente in tre fondi: i Nicola Chiaromonte Papers, conservati nella Beinecke Library della Università di Yale (New Haven); l'Archivio personale Andrea Caffi conservato presso la sede dell'Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia (Roma); il Fondo Andrea Caffi presso la Biblioteca Gino Bianco (Forlì). Per inciso, i siti web della Biblioteca Gino Bianco e della rivista “Una Città” sono particolarmente ricchi di documentazione per quanto riguarda Caffi, Chiaromonte e il loro entourage.
Anche se l'essenziale è ormai noto, siamo tuttavia convinti che resti da scoprire non poco, e che ancora si celino sorprese in archivi pubblici e privati, in particolare francesi e russi. Intellettuale erudito ed enciclopedico, “bohemien” cosmopolita e poliglotta in relazione con i più diversi ambienti sociali e nazionali, schivo maestro della elusione e della vita in ombra, addestrato all'arte della dissimulazione da anni di cospirazione e di agitazione politica clandestina, Andrea Caffi non ha affatto intenzione di smettere di stupirci.

Gianpiero Landi

Presupposti della democrazia

uno scritto di Andrea Caffi

Il seguente articolo di Andrea Caffi apparve nel quotidiano socialdemocratico “L'Umanità”, all'epoca diretto da Giuseppe Faravelli, nel numero dell'8 dicembre 1948. Ora riprodotto in A. Caffi, Politica e cultura, a cura di M. La Torre, p. 115-118.

Nella «Umanità» del 2 novembre, Giuliano Pischel ha cercato di definire «due poli negativi della democrazia». Egli scrive: «L'uno di questi pericoli frutto di eccessivo individualismo o addirittura di anarchismo [horribile dictu] è rappresentato dal frammentarismo delle forze, dalla polverizzazione delle opinioni e delle posizioni. È il tot capita, tot sententiae; è l'inquieto fermentare e oscillare delle tesi...».
«L'altro pericolo è ancora più insidioso. Si tratta del conformismo. Conformismo è rinunciare a pensare con la propria testa...È uno dei più mortificanti e devastatori relitti del fascismo; male operante ed attuale».
L'osservazione principale che suggerisce questa diagnosi sarebbe che i due mali potrebbero benissimo avere origine nella stessa causa; l'indole gregaria d'una “massa” amorfa, cioè composta a caso da individui i quali, per giunta, non hanno più avuto occasione di rendersi ben conto quanto sia importante “sapere che non si sa” (e che non si sanno molte cose pur avendo una “opinione” in merito ad esse). Ma prima di tentare una delucidazione di tale tesi, mi permetto qualche preliminare appunto. Se è bene “pensare con la propria testa”, perchè deprecare che “ogni testa esprima una propria sentenza”? Uno schietto scambio di idee su qualsiasi questione sarebbe proprio l'ideale, ideale mai raggiunto perchè purtroppo la capacità creativa che si esprime in un “pensiero originale” non è data a tutti, ma anche perchè gli uomini, se non sono proprio “fatti a serie”, impersonano tuttavia certi tipi di mentalità che non sono poi tanto numerosi. Rimangono ben inteso le sfumature e quegli estri d'improvvisazione, di baldanzoso eccesso, di malignità intenzionale, di paradosso ed umorismo che suscitano scentille effimere ed indimenticabili in ogni vera “conversazione” fra uomini che si intendono, cercando di fraintendersi.
Direi anche che in ricordo d'una certa non spregevole intelligenza e (quel che mi consta) umanità spontanea di cui hanno dato prova Robert Owen e Proudhon, Bakunin, Kropotkin e Malatesta, condannare per direttissima ogni “anarchismo” mi sembra alquanto presuntuoso. Oserei addurre – quale motivo personale – che in una esperienza di decenni ho trovato più istruttive e fruttuose molte adunate di sindacalisti francesi, in cui cozzavano le più strambe “opinioni”, che le ben ordinate deliberazioni di tedeschi socialdemocraticamente organizzati.
Evidentemente tuttavia il compagno Pischel non sottointendeva “materie opinabili” in sede di pura teoria, ma decisioni immediate riguardanti il “bene comune” di un popolo, la “salute pubblica” in critici frangenti, nonchè il controllo dell'ordinaria amministrazione d'una vasta collettività. In epoche quando si aveva fede intera nella “democrazia”, tanto Pericle che Washington hanno avuto occasione di rilevare che: 1) ci vuole tempo e parecchia fatica (di persuasione) perchè il “corpo popolare” acconsenta a qualche importante misura di governo («una democrazia è sempre lenta a decidersi» scriveva Washington a Lafayette); 2) spesso le decisioni sancite sanno di compromesso e la buona volontà di accettarle comunque sopperisce a una effettiva soddisfazione delle coscienze.
Nella repubblica di Atene i quarantamila cittadini deliberanti si incontravano più o meno ogni giorno ed è poco probabile che qualcuno dell'assemblea del popolo non conoscesse vita e miracoli di colui che dalla tribuna emetteva una proposta. Così nei tredici stati estremamente autonomi della Confederazione americana ai suoi inizi, vi era una effettiva familiarità fra tutti i cittadini chiamati ad uno scrutinio o ad una manifestazione pubblica. Ma Platone giudica già Atene ingovernabile perchè la cittadinanza è troppo numerosa e non vede possibilità di concordia che in comunità molto più ristrette. Ed è certo che al momento della guerra di secessione (1862) negli Stati Uniti vi erano partiti organizzati e folle consenzienti, ma non potevano più esservi dirette e ragionate espressioni di “volontà popolare”.
Assolutamente assurdo è supporre una “decisione” presa da dieci o da cinque milioni e anche da un mezzo milione di “votanti” che non sia frutto del più gregario “conformismo”, cioè degli effetti meccanici di un demagogico «imbottimento di crani». Così come è impensabile che ventimila operai possano “controllare” il funzionamento di una grande officina.
I limiti della democrazia sono quelli dell'umana comprensione: la “libera scelta” è una atroce beffa quando non si possono conoscere nè i veri motivi nè le necessarie conseguenze di ciò che si sceglie. Nessun uomo di buon senso, “uomo della strada”, “français moyen”, italiano idem, ha deliberatamente “scelto” la guerra nel 1914-'15, nel 1939-'40 e probabilmente non avrebbe mai scelto né le conquiste coloniali né la gara degli armamenti, né una quantità di regolamenti polizieschi, fiscali, ecc. E che nei suoi atti positivi tutta la “democrazia” moderna consiste in una certa fiducia ad occhi chiusi accordata sia ad un uomo, sia ad un “partito”. Rimane, è vero (e non dobbiamo disprezzarlo), un definitivo “limite negativo” che il sentimento, più che una chiara volontà delle masse, ha imposto ai regimi che (appunto perciò) hanno potuto qualificarsi come democrazie; il rispetto di elementari “diritti dell'uomo”, l'uguaglianza (almeno apparente) dinanzi alla legge, la repressione di arbitrii troppo appariscenti. Senonchè il fascismo e il successo di un De Gaulle mostrano la fragilità di queste resistenze del sentimento collettivo nelle maggiori nazioni del nostro continente.
Marx ed i suoi discepoli più fedeli hanno potuto concepire la conciliazione d'una organizzazione unitaria di grandi masse con la “democrazia” perchè fidavano nell'assoluta supremazia della “scienza”. Se una questione può essere risolta con criteri “scientifici”, cioè di certezza assoluta e dimostrabile, diventa insussistente ogni “divergenza di opinioni”. Non è a maggioranza di voti che si deciderà sul sistema di Einstein contro quello di Newton (salvo se si è un credente staliniano che al beneplacito d'un comitato centrale sottopone anche le leggi della “genetica” di Mendel o Morgan). La “dittatura del proletariato” auspica da Marx – come già la democrazia adombrata da Saint–Simon – supponeva da un lato una gestione rigorosamente scientifica dell'economia mondiale e dall'altro una mentalità pure scientifica fino in fondo, infusa in tutte le teste dell'attuale “proletariato”.
Purtroppo tale soluzione sembra non solo inattuabile, ma neppure compatibile con quel che rende la vita umana degna di essere desiderata.
L'uomo dovrebbe trasformarsi in non so che mostro d'altra denominazione se cessasse di portare sempre in sè sia la coscienza della sua connaturata imperfezione, sia il desiderio di cose “impossibili”. Senza avventure imprevedibili né la vita di una persona né quella d'un gruppo sociale sarebbero sopportabili.
Tornando a quel che oggi si chiama “democrazia” ed ai “due poli negativi” denunciati da G. Pischel, appare abbastanza chiaro che il conformismo è il male operante ed attuale, del gregge ridotto alla docilità imbecille; l'inquieto fermentare ed oscillare sono caratteristiche dello stesso gregge in stato di panico o di “svogliatezza”. E ingiusto tirare in ballo l'individualismo. Più un individuo si afferma come tale, più le sue “opinioni” e “posizioni” saranno coerenti (non secondo la logica, ma secondo l'asse psicologico) e intransigenti. Invece la folla muta umore e parere secondo il demagogo – o l'apparecchio pubblicitario – che riesce a sommuoverla.
I socialisti possono benissimo avversare la “democrazia” che immancabilmente si “polarizza” in conformismi o vane turbolenze di masse mantenute nell'ignoranza. Di fatto i più ardenti assertori del socialismo (salvo quelli “scientifici” di cui si è detto) hanno sempre denunciato i macchinosi apparecchi di accentramento politico, nazionale ed economico come causa precipua delle “inumane” condizioni sociali ed hanno auspicato un libero “federalismo” di comunità conformi alla misura della effettiva comprensione e del normale raggio d'azione d'un uomo semplice.

Andrea Caffi


Leggere Caffi

Si riportano qui di seguito i principali testi di e su Andrea Caffi pubblicati in volumi nel secondo dopoguerra. Alcuni sono ancora reperibili in commercio, altri si possono trovare in biblioteche pubbliche.

Testi di Andrea Caffi
- Socialismo libertario, a cura di Gino Bianco, Milano, Azione Comune, 1964, p. 91.
- Critica della violenza, con prefazione di Nicola Chiaromonte, Milano, Bompiani, 1966, p. 333.
- Scritti politici, a cura di Gino Bianco, Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 411.
- Critica della violenza, introduzione di Gino Bianco, Roma, e/o, 1995, p. 94.
- Scritti scelti di un socialista libertario, a cura di Sara Spreafico, con prefazione di Nicola Del Corno, Milano, Biblion, 2009, p. 189.
- L'unità d'Italia. Pro e contro il Risorgimento, a cura di Alberto Castelli, Roma, e/o, 2010, p. 141 [scritti di: A. Caffi, U. Calosso, N. Chiaromonte, P. Gobetti, A. Gramsci, C. Rosselli, G. Salvemini, F. Venturi].
- “Politics” e il nuovo socialismo. Per una critica radicale del marxismo, a cura di Alberto Castelli, Genova-Milano, Marietti, 2012, p. 264.
- Cosa sperare? Il carteggio tra Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte: un dialogo sulla rivoluzione (1932-1955), a cura di Marco Bresciani, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, p. 588.
- Politica e cultura, a cura di Massimo La Torre, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2014, p. 200.

Testi su Andrea Caffi
- Gino Bianco, Un socialista “irregolare”: Andrea Caffi intellettuale e politico d'avanguardia, introduzione di Alberto Moravia, Cosenza, Lerici, 1977, p. 108. [Nuova edizione, con il titolo Socialismo e libertà. L'avventura umana di Andrea Caffi, Roma, Jouvence, 2006, p. 273].
- Andrea Caffi: un socialista libertario, Atti del convegno di Bologna (7 novembre 1993), a cura di Gianpiero Landi, introduzione di Gino Bianco, Pisa, BFS, 1996, p. 204. [in Appendice contiene una Bibliografia Caffiana, a cura di Alberto Castelli, a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti].
- Marco Bresciani, La rivoluzione perduta: Andrea Caffi nell'Europa del Novecento, Bologna, Il Mulino, 2009, p. 310.