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Rivista Anarchica Online


 


Per un'emancipazione
integrale e completa

Le edizioni anarchiche ticinesi La Baronata pubblicano di Henri Roorda Il maestro non ama i bambini (Lugano 2014, pp. 80, FrS. 12,50, 10,00, http://www.anarca-bolo.ch/baronata). Ne riproduciamo l'introduzione di Francesco Codello.

Nato a Bruxelles nel 1870, a causa delle posizioni politiche anticolonialiste del padre olandese, costretto a fuggire dal suo paese nativo in seguito alla pubblicazione di un pamphlet anticolonialista, vive la sua vita prevalentemente nella Svizzera Romanda e a Losanna.
Henri Roorda inizia nel 1892 a insegnare matematica e ad affinare la sua sensibilità pedagogica in senso libertario. Pubblica negli anni che si succedono diversi articoli sulla scuola, l'insegnamento, l'educazione, in numerose testate anarchiche e libertarie. Nel 1917 pubblica a Losanna il testo Le pédagogue n'aime pas les enfants che viene qui editato. Nel 1925 decide di porre fine alla sua vita rivendicando il diritto per ciascuno di decidere quando e come morire.
Se la vita di Roorda si inserisce a pieno titolo nella tradizione del pensiero antiautoritario (emblematica la sua fine volontaria), il suo pensiero, in particolar modo quello educativo, pur appartenendo a un periodo storico preciso e pur collocandosi nell'alveo della memoria anarchica, presenta numerosi spunti di attualità.
Il professore svizzero (di fatto), nelle sue pubblicazioni, nel solco delle riflessioni libertarie tese alla promozione di una emancipazione integrale e completa di ogni essere umano, non manca di offrirci argomenti e valutazioni quanto mai utili per una attuale critica del sistema sociale autoritario, con in più un gusto tutto suo di umorismo dissacrante e intuitivo.
Già nel titolo di questa sua riflessione, “Le pédagogue n'aime pas les enfants” (Il maestro o l'insegnante non ama i bambini), provoca immediatamente una sorta di fastidio concettuale se non se ne colgono le implicazioni e le meditazioni conseguenti. Quale educatore autenticamente degno di fregiarsi di questo titolo, infatti, non inorridirebbe di fronte alla condizione strutturale nella quale le società hanno organizzato le loro scuole e pianificato l'intero sistema educativo? Questa la domanda di fondo da cui muove il ragionamento di Roorda e, conseguentemente, la convinzione che ci rappresenta in questo testo, secondo la quale appunto solo pochi maestri sanno cogliere l'assurdità di un sistema scolastico fortemente impregnato di autoritarismo. Ecco perché chi non rifiuta tutto questo, pur sentendosi un educatore, di fatto perpetuando queste ritualità, non può affermare di amare i bambini.
Attenzione però, il discorso dell'educatore svizzero, non è mai condito da affermazioni perentoriamente dogmatiche (ideologizzate), né il linguaggio scivola in roboanti asserzioni di maniera (apparentemente rivoluzionaria). Il suo pacato incedere è proprio di chi fonda le proprie osservazioni dall'interno di una prospettiva e di una professione, avvertendo il lettore di essere prudente nell'accogliere le critiche ma, al contempo, anche di continuare a mettere alla prova dei fatti, empiricamente e pragmaticamente, tutto quello che gli viene proposto. Si tratta di un atteggiamento proprio di chi sviluppa le proprie convinzioni facendo sempre attenzione a metterle in discussione perché talvolta si può divenire prigionieri anche delle proprie verità, quando queste non sono animate da autentico spirito libertario.
Fatte queste premesse però la sua critica al sistema scolastico è decisa e radicale, se vogliamo in qualche modo anticipatrice delle più moderne teorie descolarizzatrici di illiciana ascendenza, senza però rinunciare a coniugare una prospettiva di radicale cambiamento con la paziente e faticosa azione quotidiana anche all'interno di una società sicuramente non libertaria. La scuola come istituzione totale, che sottomette le menti e addomestica i corpi, è il bersaglio della sua critica, non solo una certa scuola (quella religiosa) ma anche quella che si presenta come diversa, comunque statale.
Si tratta per Roorda di smascherare l'insieme delle pratiche e delle teorie che le rappresentano, di cui il sistema-scuola, le sue ritualità, i suoi presupposti fondativi e le sue articolazioni organizzative, si nutrono e ne costituiscono l'essenza trasversale alle diverse politiche governative. Non è un caso che la sua azione si sia concretizzata anche nel sostegno all'esperienza della scuola Ferrer di Losanna e al sostegno attivo a tutto quel movimento, non solo ferreriano, di sperimentazioni scolastiche che hanno caratterizzato questi anni del secolo ventesimo fino all'avvento dei totalitarismi. Per Roorda la Scuola è innanzitutto una scuola di sottomissione che ha comunque come scopo l'addestramento funzionale degli individui. Qui il suo riflettere si accompagna a quello della più classica tradizione anarchica e libertaria che da William Godwin arriverà fino ad Alexander Neill per poi proseguire nelle contemporanee esperienze di educazione antiautoritaria e incidentale. Le scuole sono una sorta di caserme dello spirito e disciplina dei corpi, che si sostengono attraverso una sistematica azione ripetitiva e suadente di ritualità e prassi quotidiane, che potremmo dire riecheggiano le descrizioni del Foucault di Sorvegliare e punire.
Non si tratta dunque di contestare (solo) la caducità dei contenuti che vengono impartiti, le metodologie che non lasciano spazio all'apprendimento autentico e originale, la perpetuazione di rapporti gerarchici e autoritari, la selezione classista, ecc., tutto sicuramente vero e ben presente nelle sue osservazioni critiche, ma occorre andare oltre.
Bisogna cogliere, ci dice il pedagogista svizzero, la natura appunto totalizzante del sistema, denunciare con forza una pedagogia adulto-centrica, un insieme di pratiche che mettendo al centro l'insegnamento (quindi il presunto possessore della conoscenza), sviliscono l'apprendimento (l'incidentalità e l'autonomia del presunto discente). Se lo scopo è la normalizzazione delle vite a favore di una precoce assimilazione a un sistema autoritario, bisogna ribellarsi, costruire vere alternative antiautoritarie, spazi di autonomia e di libertà, per interrompere il circolo vizioso del sistema e modificare l'immaginario sociale in senso libertario. La Scuola è simile a una prigione, dotata di un proprio tribunale interno che si preoccupa di valutare le “giuste” risposte a domande poste in modo standardizzato e schematizzato, a misurare quella quantità di conoscenze (nozioni o informazioni in realtà) ritenuta, dall'insieme dell'organizzazione, quella sufficiente per essere considerata degna di un apprendimento pre-stabilito.
Roorda, dimostrando in questo un forte senso di anticipazione e un'intuizione veramente eccezionale, afferma con convinzione che la scuola esige troppo dai bambini. L'ingresso dei piccoli nel sistema scolastico è troppo precoce, sempre più ne occupa e organizza lo spazio e il tempo, imponendosi in maniera soffocante e alienante. L'infanzia viene mutilata della sua natura e dimensione, l'adultizzazione è precoce e invasiva.
L'alternativa che egli propone è quella classica della tradizione anarchica (attenzione non confessionale), dove, sostanzialmente, l'autonomia (del pensare e dell'agire) costituisce il vero fondamento di un'educazione autenticamente alternativa. Uno spazio e un tempo nel quale ogni specificità, ogni sensibilità, ogni essere, trovi modo di esprimere la propria personalità in armonia con quelle degli altri, senza sopraffazioni e violenze più o meno evidenti o mascherate. Insomma dove ciascuno diviene liberamente ciò che è e che desidera e non ciò che qualunque altra autorità ha deciso per lui. Ricerca, spazio prioritario agli interessi e alle curiosità, creatività, individualizzazione, incidentalità, diversità naturale coniugata con uguaglianza sociale, ecc: questi gli assi portanti di una nuova educazione veramente antiautoritaria posti da Roorda a fondamento di una nuova scuola.
Non può mancare, nella sua visione, un diverso significato del ruolo dell'educatore, qui inteso come facilitatore, accompagnatore, che fonda sul rispetto effettivo del bambino/a, sull'empatia e su di una sensibilità tutta delicata e autentica, il proprio agire. Roorda delinea una postura diversa dell'insegnante e dell'educatore, una vera rivoluzione del ruolo tradizionale e autoritario, a favore di una condivisione di un percorso di ricerca e di mutuo scambio di esperienze e conoscenze, senza calpestare e neanche quasi sfiorare le proprie originalità, consapevoli che, comunque, ogni educazione è un'esperienza sociale e condivisa.
La lettura attenta e profonda di questo testo offre a ciascuno di noi, educatori di professione o no, spunti e pensieri che fanno riflettere e che possono essere “usati” nella nostra quotidianità, senza che possano farci sfuggire da un impegno che veramente testimoni un amore autentico per i bambini e le bambine.

Francesco Codello



Movimenti dal basso
e democrazia partecipata

Con il suo ultimo libro Virtù che cambiano il mondo. Partecipazione e conflitto per i Beni Comuni (Feltrinelli, Milano 2013, pp. 160, € 12,00) Guido Viale indica e analizza le qualità che garantiscono a tutti un'apertura verso un mondo diverso, un veicolo finalizzato a raggiungere una giustizia per il sociale e per l'ambiente. Un tale auspicabile obiettivo sarebbe raggiungibile, secondo l'autore, sia tramite la risoluzione delle conflittualità intrinseche nelle lotte contro il sistema di potere, sia attraverso l'adesione e l'interessamento passionale alle rivendicazioni decisionali per cambiare la politica e la sua agenda. Decisivo è il nostro modo di concepire la società e il mondo, con comportamenti e buone pratiche quotidiane, basate sulla partecipazione e la condivisione continua delle decisioni.
Le “virtù” sono bistrattate da un sistema di potere basato sulla meritocrazia e il servilismo, dominante il contesto sociale diviso tra “vincenti” e “perdenti”.  La competizione universale ad oltranza di tutti contro tutti è imposta dall'avanzata di un neoliberismo postfordista e reazionario che aliena gli esseri umani deprivandoli di dignità, travalicando ormai l'antiautoritarismo in fabbrica e il ritorno dell'indignazione nelle piazze.
Le virtù della dignità, dell'empatia, della conoscenza, della sobrietà sono necessarie ad avviare un percorso futuro di trasformazione del mondo in una “conversione ecologica” che parta dalle rivendicazioni dal basso contro lo strapotere della formula TINA (“There is no alternative”), che impone la legge dell'industria tramite la dittatura dell'ignoranza e del liberismo capitalista sintetizzato dai suoi principali esponenti: Thatcher, Reagan, Wojtyla.
Per una democrazia dal basso e per la trasformazione ecosostenibile del pianeta, secondo Viale, è necessario coniugare lotte e saperi, nell'aggregazione di soggetti dissenzienti e di movimenti diversi, in un'educazione permanente fondata sulle buone pratiche dei saperi diffusi e delle scuole di vita, di cui il mondo della disoccupazione, della precarietà e del lavoro è straordinariamente ricco.
L'orizzonte da raggiungere è la conversione ecologica di cui parlava Alex Langer, quale percorso necessario per ricondurre l'attività e la convivenza umane entro i limiti della sostenibilità sociale e ambientale, tramite le virtù dell'immaginazione e della creatività; il fine è quello di produrre meglio e consumare meno, cambiando lo stile di vita, per combattere la crisi non solo congiunturale, ma soprattutto ambientale. La conversione ecologica è una scelta etica, un'abiura all'individualismo che domina l'attuale cultura, nella mendace prospettiva di perseguire la propria affermazione personale nella competizione senza regole e remore verso il nostro prossimo.
Viale è convinto che si possa cambiare: la riconversione produttiva, la riterritorializzazione, la priorità del ruolo dei servizi pubblici locali sono l'antidoto alla privatizzazione che sta consegnando i beni comuni e la ricchezza collettiva al mondo della finanza internazionale. Per riappropriarci di tali beni è necessario fare comunità e coordinarsi in reti sociali convergenti, per superare la logica dell'individualismo competitivo, come avviene con le varie forme di resistenza al “pensiero unico”: un grande esempio è la lotta No-Tav in Val di Susa.
La democrazia partecipata dal basso, lo spazio pubblico e le nuove forme di convergenza, cooperazione, deliberazione consensuale non sono dissociabili dal bene comune della conoscenza, del legame sociale e della creatività. La lotta contro l'appropriazione e la privatizzazione, per la conversione ecologica, è necessariamente fondata sulle cosiddette “virtù che cambiano il mondo”, ossia scelte, orientamenti, saperi, che si sviluppano nella condivisione, nella reciprocità, nell'accoglienza.
Viale, nella sua opera, individua percorsi di formazione capaci dell'organizzazione necessaria per esautorare gli attuali poteri politici, imprenditoriali, amministrativi e culturali, che sono, all'opposto, incapaci di assicurare prospettive di futuro, non solo al nostro Paese, ma all'intero pianeta. Le “virtù”, nutrenti le lotte di base e le pratiche alternative, che garantiscono a tutti un'apertura verso un mondo diverso, costituiscono la possibilità di sottrarsi all'attesa impotente della catastrofe economica e ambientale che incombe: possiamo insieme “sgonfiare” questa “bolla” fondata sul nulla degli ego dominati dall'ambizione e dalla paura.

Laura Tussi



Contro il fanatismo,
spunti di autocritica

È risaputo quanto sia più facile vedere pagliuzze negli occhi altrui piuttosto che le travi nei propri. Per questo – e perché chi scrive conosce in prima persona l'illusione di collocare se stessi sempre sul lato migliore della strada – consiglio la lettura di questo piccolo libro uscito alcuni anni fa (Amos Oz, Contro il fanatismo, Feltrinelli, Milano 2004, pp. 78, € 4,50) e più volte ristampato. Mi pare un buon suggerimento per tutti coloro che abbiano nel cuore il sogno di una società libera composta da diversi conviventi in pace.
Il libretto è suddiviso in tre capitoli, tre lezioni che riflettono in maniera profonda, ma con leggerezza e molta ironia, sulla natura del fanatismo, per arrivare a vedere il compromesso non come arresa ma bensì come qualcosa che nasce dal desiderio profondo di accettarsi l'uno con l'altro. Interessante, ai miei occhi, è il fatto che Oz abbia compiuto il suo tragitto di riflessioni partendo da se stesso – la sua infanzia, la sua storia personale (con la migliore ebraica ironia) – per prendere poi in considerazione il fanatismo come impronta del carattere (dove non è difficile riconoscersi) e arrivare, con la terza lezione, al tema più ampio e cruciale quale è quello della difficile situazione tra Israele e Palestina. È questo movimento – dal personale al collettivo, al sociale/politico, e viceversa – che trovo importante, una modalità, oserei dire, dalla quale non si può prescindere se si vuole innanzitutto fare esperienza autentica dell'esistenza, ma, soprattutto, non parlare a vanvera.
Il fanatismo, credo, prende le mosse in casa” e bisognerebbe non dimenticarselo mai, e fare del proprio piccolo territorio, composto da parenti e amici, la prima palestra di educazione alla civiltà, per poi uscire di casa e vedere cosa si è in grado di gestire fuori Infatti: “Ritengo che l'essenza del fanatismo stia nel desiderio di costringere gli altri a cambiare. Quell'inclinazione comune a rendere migliore il tuo vicino, educare il tuo coniuge, programmare tuo figlio, raddrizzare tuo fratello, piuttosto che lasciarli vivere. Il fanatico è la creatura più disinteressata che ci sia. Il fanatico è un grande altruista. [...] Vuole salvarti l'anima, vuole redimerti, vuole affrancarti dal peccato, dall'errore, dal fumo.”
E ancora: “solo colui che ama può diventare un traditore. Il tradimento non è il contrario dell'amore, è una delle sue tante opzioni. Traditore è colui che cambia agli occhi di coloro che non possono cambiare e non cambierebbero mai e odiano cambiare e non lo concepiscono, a parte il fatto che vogliono continuamente cambiare te: così la penso io. In altre parole agli occhi del fanatico il traditore è chiunque cambi. Triste alternativa quella fra il diventare un fanatico o un traditore. [...] Penso che il seme del fanatismo si annidi immancabilmente nella rettitudine inflessibile, piaga di molti secoli.”
Come vedete, spunti interessanti di riflessione, anche se ovviamente soluzioni facili per il fanatismo non ce ne sono. Amos Oz suggerisce due escamotage, buoni trucchi per confondere se stessi e le proprie certezze. Uno è l'immaginazione, la possibilità che abbiamo sempre di immaginarci nei panni di un altro: “immaginarci nel preciso momento in cui sentiamo di avere ragione al cento per cento. Anche quando si ha ragione al cento per cento, e l'altro ha torto al cento per cento, anche in quel momento è utile immaginare l'altro”. Domandiamoci: se fossi lei, e se fossi lui? La capacità letteraria di immaginare come la stessa situazione può essere vissuta da un altro, sposta senz'altro l'attenzione dalla centralità assolutista del nostro “giusto” modo di vedere.
L'altro escamotage è l'umorismo, che rende tutto più relativo e quando si può ridere, soprattutto di sé stessi, è una gran cosa.
Nella terza lezione, Israele e Palestina: fra diritto e diritto, si entra nel vivo di una situazione difficile e dolorosa, dall'autore conosciuta in prima persona, e della quale parla non cercando di portare la ragione da una delle due parti, ma sottolineando il profondo dolore di entrambe. Sicuramente un modo diverso di guardare a quella realtà rispetto ai soliti schieramenti pro o contro.
Amos Oz usa una bella immagine per parlare di noi esseri umani ed è quella di paragonarci a una penisola. “Siamo tutti penisole,” dice, “per metà attaccati alla terraferma delle nostre tradizioni, della cultura che ci ha formati, della lingua di appartenenza, la famiglia, gli amici [...], per l'altra metà di fronte all'oceano dove abbiamo bisogno di essere lasciati, soli ad ascoltare il vento.”
È un'immagine congeniale a descrivere il genere umano nel suo vivere in mezzo tra bisogno di certezze e anelito verso lo sconosciuto, tranquillità e avventura, nella costante ricerca del vero significato di una parola difficile quale libertà.

Silvia Papi



Gatti non foste
a viver come bruti

Gatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza! Si può dire sia questo il centro tematico del prezioso lavoro di Lucilio Santoni (Fusa e parole tra umanità e gatti, Infinito edizioni, Modena 2014, pp. 100, € 12,00): la virtù anarchica, ovvero la nuda passione che libera dai soprusi del potere. A dispetto del titolo, non si pensi che il volume sia destinato alla ristretta cerchia degli etologi o dei soli animalisti. Perché è straordinariamente oltre il limite del gattesco.
È un libro sui gatti, certo, ma al contempo è una riflessione poetica, letteraria, politica, culturale, sociale, e quindi più in generale filosofica sulla contemporaneità, sui tic dell'uomo, sulle sue miserie, piccinerie, debolezze. La scelta dei gatti come protagonisti delle tredici narrazioni è stata dettata all'autore – oltre dall'amore per questi animali – anche dalla caratteristica principale del felino, che vive libero dai condizionamenti della modernità e dalle pressioni antropiche. «Io sono anarchico, sì – è l'affermazione di Henri Cartier-Bresson riportata in esergo – Perché sono vivo. La vita è una provocazione... Io sono contro chi detiene il potere, con tutto ciò che il potere comporta. Un gatto sa cos'è l'anarchia. Chiedetelo a un gatto. Lui lo sa. Lui è contro la disciplina e l'autorità. Un cane è addestrato a obbedire. Il gatto no. Il gatto è portatore di caos».
Il volume si compone di racconti, lettere e poesie attraverso cui Santoni, con una maestria davvero singolare, riesce a parlare degli ultimi senza cedere a sentimentalismi pietosi. Questo libro punta a «gettare un sasso non puramente teorico nello stagno dei diritti dei più deboli» (p. 12). E fra i più deboli troviamo i matti,
i bambini, la natura violentata in nome del profitto, i disoccupati che vengono costantemente oltraggiati dalla cultura dominante. Proprio su quest'ultimo tema si sofferma Santoni nel momento in cui immagina un dialogo fra due gatte anziane che parlano del «biondo», un gattino giovane e bello, che tuttavia a loro dire «vive fra le nuvole e non pensa a guadagnarsi la vita in modo dignitoso, come tutti. Non lavora. Non s'impegna. È buono solo a filosofeggiare a vuoto» (p. 49). La riflessione, il pensiero, l'arte, l'otium vengono banditi dall'orizzonte economico contemporaneo, pronto solo a riconoscere l'importanza del lavoro produttivo. E a ciò Santoni si ribella, inventa un codice valoriale alternativo, rivoluzionario, e risponde infine al dominio dell'economia modulando a piacere la metafora biblica della creazione. «Il Gran Gatto Eterno dice: Nascete tutti nell'erba e ognuno di voi ha i propri difetti. Nel mio regno valgono di più quelli che giocano, vivono e si divertono, degli altri che passano la vita a lavorare. Dovete essere il sale e il lievito del mondo. I fiori del prato e la corteccia degli alberi» (p. 49).
Santoni pensa in grande. Esprime una raffinata maestria nel dipingere con un linguaggio asciutto l'utopia, il sogno, la rivoluzione. Sin dalle primissime pagine del suo lavoro, emerge con forza l'intento di prendere le distanze dalla cultura violenta della contemporaneità tecnologico-capitalista. Oggi l'élite al potere organizza, dispone, parla una lingua aspra e orienta la quotidianità in un senso del tutto opposto alle parole del Gran Gatto Eterno. E quel parlare dispotico che emerge dal pensiero masticato dagli obesi del nostro mondo, dal mainstream del tempo contemporaneo, è vuoto di sentimenti e carico d'odio, d'indifferenza, di dolore. E Lucilio Santoni lo mette molto bene in luce nel momento in cui scrive: «tutto l'Occidente parla, e anche l'Oriente. Prima dell'orrore finale tutti parlano. Si parla per prolungare all'infinito l'indifferenza letale. Si parla per dar sfogo alle nevrosi, perché solo quelle aprono minimi spiragli di comunicazione con l'altro. Si parla per giustificare i crimini quotidiani e, soprattutto, per esorcizzare il suicidio collettivo» (p. 61).
I gatti, invece, non parlano, non esercitano la violenza volontaria e deliberata sugli altri, ma scintillano emissioni sonore talvolta lievi, talaltra intense che chiamiamo fusa. E le fusa, spiega Santoni con una tensione poetica che avvolge la prosa, «non dicono nulla, ma permettono a chi le produce di prendersi cura del sole che nasce e che muore, dei gattini che crescono, del silenzio, della fragilità, della dolcezza. Di accettare la pioggia quando cade. Di accompagnare il sonno quando viene. Vibrano nella sofferenza e nella gioia. Forse favoriscono la capacità di ammirare la bellezza e forse di ringraziare per tutto questo» (p. 63).
Per cogliere a fondo il senso di questo libro è necessario staccarsi dal pensiero comune e lasciarsi cullare dalla sonorità poetica che emerge dalla lettura solitaria. Sì, solitaria come solitari sono i gatti. D'altronde non c'è altra via d'uscita alla barbarie che cercare di incarnare in se stessi la rivoluzione che si vuol concretizzare nel mondo. Il singolo salva se stesso: Santoni è qui come il miglior Michelstaedter de La persuasone e la Rettorica: «Non c'è cosa fatta – scrive Michelstaedter – non c'è via preparata, non c'è modo o lavoro finito pel quale tu possa giungere alla vita, non ci sono parole che ti possano dare la vita: perché la vita è proprio nel crear tutto da sé, nel non adattarsi a nessuna via: la lingua non c'è ma devi crearla, devi crear il modo, devi crear ogni cosa: per aver tua la tua vita. – I primi Cristiani facevano il segno del pesce e si credevano salvi; avessero fatto più pesci e sarebbero stati salvi davvero, ché in ciò avrebbero riconosciuto che Cristo ha salvato se stesso poiché dalla sua vita mortale ha saputo creare il dio: l'individuo; ma che nessuno è salvato da lui che non segua la sua vita: ma seguire non è imitare, mettersi col proprio qualunque valore nei modi nelle parole della via della persuasione, colla speranza d'aver in quello la verità. Si duo idem faciunt non est idem» (C. Michelstaedter, La persuasione e la rettorica, Adelphi, Milano 2011, pp. 103-104). E sulla stessa scia si attesta la riflessione di Siddharta: «Questo è il motivo per cui continuo la mia peregrinazione: non per cercare un'altra e migliore dottrina, poiché lo so, che non ve n'è alcuna, ma per abbandonare tutte le dottrine e tutti i maestri e raggiungere da solo la mia meta o morire. [...]. Se io diventassi ora uno dei tuoi discepoli, [...], mi avverrebbe – temo – che solo in apparenza, solo illusoriamente il mio Io giungerebbe alla quiete e si estinguerebbe, ma, in realtà, esso continuerebbe a vivere e a ingigantirsi, poiché lo materierei della dottrina, della mia devozione e del mio amore per te, della comunità con i monaci!» (H. Hesse, Siddharta, in Id., Romanzi, Mondadori, Milano 1994, p. 689).
Il gatto salva se stesso quando coglie istintivamente la sua singolarità e al contempo la poliedricità della vita. E nel far ciò, il gatto Camillo «capì allora che in fondo all'ululato del gattone nero, così come in quello di tutti i gatti del mondo, c'è sì il richiamo d'amore, ma c'è anche il lamento per ciò che è perduto per sempre. C'è la voce dell'accoppiamento e anche quella della separazione. C'è la vita e c'è la morte» (p. 55). Ecco all'improvviso emergere un altro concetto bandito dalla cultura contemporanea: la morte. Morte descritta con sapiente maestria durante l'incontro fra il bipede e il gatto-angelico con le ali. La morte è naturale, il gatto lo sa: sono invece gli uomini spesso a dimenticarlo. Così come dimenticano il limite in cui sono immersi – è appunto questa la ragione del nascondimento della morte, l'unico limite che non si lascia respingere – confondono il fare bene col fare comunque, e all'orizzonte non resta che la desolazione alla quale solo i gatti sanno sottrarsi. «La marea durò per tutta la notte – scrive Santoni – al mattino, le acque si calmarono e si ritirarono, lentamente e in silenzio. Il mare salato aveva lasciato spazio a un mare di desolazione. / Sulla cima dell'edificio più alto erano radunati i gatti della città. Contemplavano, con un nodo alla gola, l'immensa opera di distruzione operata dall'uomo» (p. 69).
Tutta l'opera è sorretta da un tono politico e spirituale che si concentra appieno nella poesia Preghiera del randagio crocifisso fra i grattacieli (pp. 91-94). È quello lo spazio in cui l'autore oltre a ribadire la sua critica alla razionalità urbanistica contemporanea («Non sanno. [...] perché distruggono paesaggi») e alla tragica indifferenza dell'uomo nei confronti della natura («Se si avvicinano a un albero è solo per pisciare. / Sono capaci di tutti / pur di non ascoltarsi, / pur di non rimanere da soli»), chiude le sue riflessioni con un invito che si staglia all'incrocio fra l'approccio politico anarchico e il cristianesimo: «Hanno distrutto ciò che incontravano, / hanno fatto piazza pulita della poesia. / Sono ferocemente crudeli, / sono crudelmente stupidi, / ma sono innocenti. / Bisogna perdonarli» (p. 94). Poi una breve pausa che spalanca l'orizzonte alla tensione evangelica: «Stasera sarai con me in un luogo infinitamente dolce» (p. 94), sibila il gatto randagio crocifisso fra i grattacieli.

Alessandro Pertosa



Persecuzioni contro i rom durante il fascismo
(ma anche oggi...)

La recente pubblicazione del libro Il Porrajmos in Italia. La persecuzione di rom e sinti durante il fascismo (Ed. Emil, Bologna 2013, pp. 110, prezzo non specificato, http://www.ilibridiemil.it/images/Image/Copertine_Emil/2013/2013_26_8Porrajmos.pdf), a cura di Luca Bravi e Matteo Bassoli, uscito contestualmente alla creazione del primo museo virtuale dedicato al Porrajmos in Italia (www.porrajmos.it), offre la possibilità di tornare su uno degli aspetti più scomodi della storia italiana, ossia quello della responsabilità non solo del regime fascista, ma di gran parte della comunità nazionale, nella persecuzione, nell'internamento concentrazionario e nello sterminio di rom e sinti durante gli anni del regime mussoliniano, compresa l'appendice collaborazionista di Salò (così come documentato nel sito: www.campifascisti.it).
Un capitolo che, dopo essere stato per decenni eluso ed escluso dalla memoria collettiva “ufficiale”, ora si cerca di relegare in un passato lontano e irripetibile, quando invece riaffiora con inquietante frequenza della quotidiana cronaca istituzionale, segnata da misure razziste e liberticide come quelle emanate ultimamente in Veneto e a Firenze contro i mendicanti, con insistito riferimento a rom e sinti, su iniziativa di sindaci democratici e “di sinistra” che sembrano voler fare concorrenza ai colleghi “sceriffi” leghisti o di destra.
Paradossalmente, sovente si tratta delle stesse amministrazioni che ogni anno commemorano il Giorno della Memoria e inaugurano lapidi in ricordo delle vittime del nazismo, magari patrocinando convegni sull'argomento, ma che poi in nome della cosiddetta legalità mandano le ruspe a demolire i miseri insediamenti dei “nomadi” oppure incaricano le forze dell'ordine di dare la caccia agli “zingari”.
Eppure, come viene opportunamente precisato nel libro, «Il Porrajmos è stato infatti una storia anche italiana, durante il periodo della dittatura fascista, ma gli eventi che lo hanno caratterizzato sono rimasti misconosciuti. In Italia non sorsero campi di sterminio e non ci fu un Auschwitz-Birkenau a simboleggiare il progetto di distruzione fisica attuato rispetto a popolazioni europee definite come razzialmente inferiori, ma Auschwitz non può svolgere una funzione autoassolutoria per quanto l'Italia fascista mise in atto in ambito di legislazione dichiaratamente razzista o legata al progetto di eliminazione di posizioni o voci o presenze dissonanti rispetto a quanto previsto dal regime. Se Auschwitz ha avuto in Italia una funzione autoassolutoria rispetto alla Shoah attuata nel nostro Paese, nei confronti del Porrajmos la riflessione non è in pratica neppure avviata».
Evidentemente, troppe sono le analogie e le assonanze – anche semantiche – tra le persecuzioni di ieri e di oggi: meglio quindi glissare e liberarsi da eventuali sensi di colpa, nascondendosi dietro presunte emergenze e senza assumersi la responsabilità delle vessazioni legali di cui sono oggetto persone, per lo più di cittadinanza italiana, “colpevoli” di appartenere ad una minoranza linguistica non-riconosciuta, quale quella dei rom e dei sinti, anche se presente in Italia appena dal... Quattrocento!
Questo paradosso era stato ben evidenziato nel 1999 dal compianto Antonio Tabucchi (Gli Zingari e il Rinascimento) e continua a riproporsi proprio a Firenze dove, ultimamente, sono state attuate misure di polizia che somigliano a veri e propri bandi quattrocenteschi ma ricordano pure le leggi emanate tra gli anni Venti e Trenta in Germania «per la protezione della popolazione dalle nocività di zingari, vagabondi e oziosi», oggi contro la presenza in stazione – e in particolare presso le piattaforme dell'Alta Velocità – di quanti chiedono l'elemosina, specie se «di etnia rom», sostenute dal pro-sindaco renziano con gli abusati richiami alla sicurezza e alla legalità.
Le stesse dichiarazioni alla stampa del prefetto di Firenze, Varratta, sembrano ricalcare, anche nel lessico, certe circolari ministeriali fasciste del 1928 contro “zingari” per prevenire «il vagabondaggio e l'oziosità. Che fomentano ed agevolano l'accattonaggio e la perpetrazione di vari reati».
Infatti la persecuzione di rom e sinti da parte del fascismo, inizialmente, non venne formalmente motivata da ragioni razziali, tanto che Renato Semizzi (professore di Medicina sociale a Trieste e firmatario dell'antiscientifico Manifesto della Razza) ipotizzò semmai un inquinamento della razza italica «dal punto di vista psichico-morale» in quanto lo stesso popolo “zingaro” era andato soggetto a indefinite «mutazioni di psicologia razziale». D'altronde, anche allora, il razzismo di Stato poteva contare su «il disprezzo e la diffidenza del popolo» che rappresentavano già «un ottimo elemento di difesa» e «una ben definita barriera di repulsione matrimoniale» nei confronti di rom e sinti.
Tale indirizzo iniziò comunque a scivolare sul piano biologico ben prima delle Leggi razziali del 1938, grazie al contributo che in tal senso fornì Guido Landra, autentico seguace filonazista e, con queste premesse, come viene puntualmente riportato nel libro, le progressive misure persecutorie realizzarono una vera e propria escalation, peraltro nell'indifferenza pressoché totale: «tra 1922 e 1938 i respingimenti e l'allontanamento forzato di rom e sinti stranieri (o presunti tali) dal territorio italiano; dal 1938 al 1940 gli ordini di pulizia etnica ai danni di tutti i sinti e rom presenti nelle regioni di confine ed il loro confino in Sardegna; dal 1940 al 1943 l'ordine di arresto di tutti i rom e sinti (di cittadinanza straniera o italiana) e la creazione di specifici campi di concentramento fascisti a loro riservati sul territorio italiano; dal 1943 al 1945 l'arresto di sinti e rom (di cittadinanza straniera o italiana) da parte della Repubblica Sociale Italiana e la deportazione verso i campi di concentramento nazisti».
Un doveroso pro-memoria, contro le facili autoassoluzioni per il passato, ma soprattutto per il presente.

Osservatorio anti-discriminazioni



Per capire
la flessibilità

“La credenza che una maggior flessibilità del lavoro, attuata a mezzo di contratti sempre più brevi e insicuri, faccia aumentare o abbia mai fatto aumentare l'occupazione, equivale quanto a fondamenta empiriche alla credenza che la terra è piatta”. In queste righe è racchiuso l'intento del libro di Luciano Gallino Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario (Edizioni Laterza, Roma, 2014, pp. 136, € 5,90) che si propone di analizzare le conseguenze della flessibilità all'interno del mercato del lavoro, sfatando il mito della sua incondizionata positività.
Non fermandosi alla semplice confutazione della tesi che indica le misure di flexibility come responsabili dell'aumento dell'occupazione, Gallino prende in esame e spiega i concetti di “società flessibile” e “lavoro flessibile” e pone l'accento sullo scollamento tra teoria e pratica, tra l'idealtipo e la prassi; la conquista di indipendenza e autonomia in campo lavorativo, la “mobilità incessante da un processo [produttivo] all'altro” e la possibilità di essere inseriti in un flusso benefico caratterizzato da “formazione permanente” sono aspetti positivi che sembrano in realtà passare in secondo piano, oscurati dalle conseguenze socio-economiche della precarietà.
L'autore sottolinea come la creazione di una collettività di lavoratori “che tende a diventare omogenea verso l'alto in termini di reddito”, cardine delle motivazioni di una richiesta di maggior flessibilità all'interno del mercato del lavoro, sia di fatto una chimera. La realtà è infatti molto diversa e gli esiti che si hanno, lungi dall'aver contribuito al miglioramento della qualità di vita dei lavoratori, hanno di fatto generato un aumento delle diseguaglianze socio-economiche e una polarizzazione dei redditi.
Gallino esplora le conseguenze, per i singoli lavoratori e per la società, di una vita all'insegna della flessibilità: insicurezza, incapacità di progettare un futuro, mancanza di stabilità, ripercussioni psicologiche per l'individuo, ma anche gravi implicazioni sociali sono le principali conseguenze.
A causa della sempre maggiore instabilità in ambito lavorativo, il tempo per la socializzazione, come quello per la ritualità, sono andati perduti; il grado di coesione sociale risulta, per questi motivi, irreparabilmente compromesso. Per l'autore, l'aver inciso negativamente sul grado di integrazione sociale, base della “convivenza pacifica” e della “ragionevole armonia tra differenti settori e livelli della società” potrebbe da solo considerarsi un valido motivo per rivalutare i costi della ricerca di una maggior flessibilità. A tal proposito, Gallino afferma che “dobbiamo saper distinguere i costi umani [...] dai loro eventuali benefici, ed esigere che i primi non vengano – come invece accade – ignorati o sottovalutati in nome dei secondi”.
L'autore prende in esame le istanze di alcuni studiosi e politici che propongono percorsi ispirati a paesi europei, in grado di favorire l'aumento della flessibilità all'interno mercato del lavoro italiano, e sottolinea come al netto dei costi che l'Italia dovrebbe sostenere per inserire al proprio interno tutte le caratteristiche di un paese preso a “modello”, gli aspetti sociali negativi superano quelli positivi.
Diverse sono state in Italia le disposizioni legislative che hanno tentato di influenzare positivamente il mercato del lavoro, ma che non sono riuscite nell'intento. Gallino è convinto che il vero male da estirpare sia il presente modello produttivo, unico colpevole della non rosea condizione del mercato del lavoro. La soluzione da lui auspicata è quella di una completa revisione dell'intero sistema; non è infatti attraverso una maggior flessibilità che si può arrivare a curare i mali causati da un modello economico “scosso ormai da una gravissima crisi globale”. È invece necessaria una presa di coscienza circa la vera causa del problema della precarietà che affligge milioni di lavoratori nel mondo e che sembra destinato a non arrestarsi. È il momento di mettere fine alla prassi di arginare il problema tramite “artefatti legislativi” e di volgere la nostra analisi verso il modello economico produttivo, caratterizzato dalla finanziarizzazione, causa prima dei mali che da molti anni si tenta invano di estirpare.
Per l'autore è bene comprendere che la richiesta di una sempre maggior flessibilità è data dall'importanza acquisita dalla finanza a scapito dell'economia reale: “il lavoro non ha più, o non può più pretendere, di avere un luogo: è perennemente in transito. Come il capitale. La flessibilità del lavoro, in altre parole è una filiazione diretta della finanziarizzazione dell'intera economia”.
Quello scritto da Gallino è un libro pensato per accompagnare il lettore verso la comprensione del tema della flessibilità. Molto utile ai fini dell'intendimento è la parte dedicata a “Il lavoro in cifre”, entro la quale vengono forniti dati Istat circa “la disoccupazione in Europa”, “tassi di occupazione in Italia”, “tasso di disoccupazione giovanile” e molte altre variabili riguardanti il mercato del lavoro italiano ed europeo. Altrettanto utile si rivela la “Cronologia dei diritti perduti” a cura di Roberto Mania che fornisce una breve sintesi dell'evoluzione dei diritti inerenti al lavoro dal 1970, anno dell'approvazione dello Statuto dei diritti dei lavoratori, fino ad arrivare al 2014. Si noti anche la presenza di un capitolo dedicato alla spiegazione di alcune delle parole chiave fondamentali, quali “ammortizzatori sociali”, “articolo 18”, “cassa integrazione”, necessari per comprendere pienamente e fino in fondo l'argomento.

Carlotta Pedrazzini



Massimo Varengo, Andrea Papi
Due conferenze, due opuscoli

Sono disponibili, a cura delle Edizioni Bruno Alpini, due nuovi opuscoli: Massimo Varengo, Utopia e controrivoluzione nel decennio 1968-1977, trascrizione della conversazione tenuta a Imola all' Archivio Storico della FAI sabato 26 ottobre 2013, pp. 31 e Andrea Papi, Il pensiero anarchico contemporaneo, trascrizione della conversazione tenuta a Imola all' Archivio Storico della FAI sabato 9 novembre 2013, pp. 26. Per richieste bruno.alpini@libero.it, offerta libera e responsabile, spese di spedizione euro 2,00. Ne pubblichiamo qui di seguito le due rispettive introduzioni di Massimo Ortalli, nostro collaboratore nonchè militante dei Gruppi Anarchici Imolesi che hanno promosso le due coversazioni.

Ma quali “anni di piombo”?
Non è un decennio soltanto quello che viene così ampiamente riportato alla memoria in queste pagine, perché quando si parla di Sessantotto bisogna necessariamente riandare agli anni precedenti che ne hanno permesso l'esplosione, così come non si può ritenere concluso con il Settantasette un ciclo “davvero rivoluzionario” che invece continuerà, con drammatica intensità, per altri cinque, sei anni ancora. Ecco perché i fatti, le storie, le vicende di cui Varengo racconta con la partecipazione e la sicurezza di chi quegli anni li ha conosciuti e interpretati, riguardano non un decennio, ma piuttosto tutti gli anni Sessanta e Settanta. Un ventennio, dunque, ma quanto differente, quanto ricco e a tratti entusiasmante, a differenza dei ben altri “ventenni” che hanno offeso e ancora offendono questo paese!
La storia non procede a sbalzi, e le apparenti cesure tra un'epoca e l'altra non sono altro che le dirette conseguenze di premesse ineludibili. Le tensioni sociali, i moti esistenziali, le fratture generazionali, non sono fenomeni tra loro indipendenti e a compartimenti stagni, ma diventano un miscuglio vitale. Un miscuglio che esprime questa sua vitalità producendo profonde e irreversibili trasformazioni necessitate dalla radicalità delle contraddizioni da cui ha preso origine. Tutto è concatenato, tutto può trasformarsi e procedere, purché ci sia una nuova generazione di soggetti sociali in grado di comprendere, di fare proprie e modellare queste contraddizioni, creando un inarrestabile processo dialettico di mutamento.
E così è stato in quegli anni. E così in queste pagine ricche di riflessioni, di considerazioni, di spunti per una comprensione più ampia delle dinamiche che li hanno contraddistinti, riaffiorano alla memoria, e a una nuova consapevolezza, gli avvenimenti che hanno segnato un'epoca. Alla memoria per chi quegli anni ha avuto la fortuna di viverli, alla consapevolezza per chi, di quegli anni, ha sempre solo sentito parlare come di un buio periodo di violenza ed estremismo.
La criminalizzazione degli anni Settanta, così stupidamente definiti “anni di piombo”, è una delle offese più grosse che si possano fare alla comune intelligenza e alla verità. Un'offesa che il Potere, allora minacciato e messo alla berlina dalla creatività e dall'impegno di un'intera generazione, oggi lancia come meschina ritorsione per la sostanziale delegittimazione di cui fu “vittima”. Voler ridurre la ricchezza di un'epoca, la gioia esistenziale di milioni di giovani, la loro capacità di comprendere e la loro volontà di modificare la realtà, a un semplice fatto di lotta armata non è altro che la spia della paura che i piani alti della società patirono di fronte all'attacco che fu loro mosso da quelli che piani bassi non volevano più essere. Da quelli che pensavano che i “piani” dovessero essere tutti allo stesso livello.
Non essendo riuscito a fermare sul nascere, con la strage di Piazza Fontana, la combattività di studenti e operai finalmente decisi a riappropriarsi di tutto quello che era stato loro sottratto, il Potere, il Sistema come allora veniva chiamato, utilizzò strumentalmente le inevitabili contraddizioni e debolezze che albergavano all'interno dei movimenti. E le fughe in avanti dei settori meno disposti a una riflessione non condizionata da un'ideologia a compartimenti stagni, divennero il cavallo di troia con il quale fu possibile scardinare e scompaginare un intero movimento. Un movimento all'interno del quale la componente anarchica e libertaria, la più sensibile alle esigenze esistenziali, e la più attenta alle insidie dello Stato, non riuscì, nonostante il suo impegno lucido e coerente, ad arginare le derive autoritarie e sostanzialmente autodistruttive, che, lentamente ma inesorabilmente, avrebbero portato alla fine ingloriosa di questo “ventennio”.
Si diceva che la storia fosse maestra di vita, e io ne sono ancora convinto. Ben vengano, dunque, riflessioni e testimonianze come quelle raccolte in queste belle pagine, perché sono queste gli strumenti più idonei per capire il presente e prefigurare il futuro.

Ottimismo della volontà e della ragione
Tensione etica, passione esistenziale, pensiero eterodosso, e ferma convinzione nei propri postulati teorici, ecco ciò che emerge da queste pagine che raccolgono le conversazioni pubbliche recentemente tenute da Andrea Papi. Stimoli incalzanti per cercare di comprendere meglio il presente in una prospettiva di trasformazione.
Abituati a considerare le categorie del secolo passato come immutabili e intoccabili, è un suggerimento forte quello che ci danno queste pagine, un suggerimento coerente con lo spirito sperimentatore dell'anarchismo: abbandonarle, una volta per tutte, per iniziare lucidamente,con nuove griglie interpretative, un'analisi più attinente alle nuove realtà della società del duemila. Classe operaia, proletariato, capitalismo industriale, lotta di classe, sfruttamento materiale, sembrano essere, ormai, termini non più idonei per affrontare una realtà, in radicale trasformazione, che sta stravolgendo con l'impeto di un rullo compressore, le certezze sedimentate di un pensiero critico incapace di evoluzione.
L'emergere dei nuovi strumenti con i quali il capitale, ormai soprattutto capitale finanziario, sta esasperando il divario fra chi ha e chi non ha o ha troppo poco, l'affermarsi di una logica speculativa talmente concentrata sulla propria abilità nel creare nuovi profitti da essere insensibile alle conseguenze devastanti del suo operare, tutto questo richiede, da parte nostra, l'abbandono definitivo di una visione “ottocentesca” tanto del conflitto sociale, quanto dei mezzi tradizionalmente impiegati per risolvere in una prospettiva libertaria questo stesso conflitto. L'insurrezione, la violenza di piazza, il confronto a muso duro contro una realtà che da questo tipo di confronto uscirà sempre vincente, sembrerebbero, ormai, strumenti inefficaci se non addirittura controproducenti, strumenti inidonei e “datati” che proprio per questa loro presunta inadeguatezza, rendono ancora più forte e sedimentata quella realtà che si vorrebbe, se non rivoluzionare, almeno trasformare. E allora che fare? Come agire per non abbandonare definitivamente il campo? Come continuare la necessaria e sacrosanta lotta contro un capitalismo che, nelle sue trasformazioni, è diventato ancora più feroce e oppressivo?
Parlavamo in precedenza di tensione etica e di passione esistenziale, ed è proprio grazie a queste “altre” categorie che vengono prospettate nuovi percorsi per il cambiamento. Percorsi che partono da una mutata consapevolezza sul ruolo e la funzione del “pensiero anarchico contemporaneo”, un pensiero meno legato al movimento militante ma al tempo stesso sempre più pervasivo nel corpo sociale. Un pensiero che, sfruttando a fondo tutte le potenzialità che nascono dal bisogno di libertà e dal desiderio di uguaglianza, si propone come lo strumento più efficace per scardinare i pilastri sui quali poggia il sistema dello sfruttamento e della disuguaglianza.
Ed è nella vasta e plurale letteratura teorica che anarchismo e libertarismo hanno prodotto nel tempo, che Papi individua le proposte più convincenti, e soprattutto più attuali per continuare quella lotta che, nella varietà degli strumenti, nella diversità delle condizioni storiche, non ha mai cessato di essere un impegno morale e un bisogno vitale degli anarchici. Riprendendo la felice metafora di Colin Ward, di un anarchismo simile ai semi sotto la neve, pronti a germogliare in seguito al disgelo, Papi sembra indicarci che accanto all'ottimismo della volontà debba esserci anche l'ottimismo della ragione.

Massimo Ortalli



Un re, un anarchico,
le ginestre

Molto si è scritto e parlato della vicenda di Gaetano Bresci, ma la prospettiva del libro di Paolo Pasi (Ho ucciso un principio, vita e morte di Gaetano Bresci, l'anarchico che sparò al re, elèuthera, Milano 2014, pp. 175, € 14,00) è nuova. Conduce nei luoghi dell'anima estituendoci gli ultimi frammenti di vita dell'“anarchico pericoloso”, l'uccisore del “Re Buono”.
Le fini illustrazioni in bianco e nero, dal tratto chiaro e deciso di Fabio Santin supportano una narrazione viva, che ha il pregio di riuscire a insinuarsi nelle pieghe dell'esistenza sofferta, tormentata, controversa, ma soprattutto umana del bravo tessitore di Prato.
Lo scrittore dà voce a dubbi, domande, colora di sfumature e fa vivere il paesaggio interiore del damerino venuto dall'America con una rivoltella nella valigia, calibro 38, a cinque colpi. Popolato da grovigli di pensieri e ricordi, le condizioni dell'animo sembrano riflettersi in modo speculare nel paesaggio fisico che lo circonda.
Così veniamo condotti in una Milano arrancante nell'afa umida dell'estate del 1900 e nel viaggio lento in treno verso Monza. Seduto in compagnia di Luigi Granotti, il Biondino, Bresci ripercorrere la propria vita stampata in un album di fotografie. Attraversiamo la campagna costellata da opifici alla quale si sovrappone l'immagine del Fabbricone nella campagna di Caiano, tra i frutteti, con Gaetano bambino. Un'infanzia negata, la sua, uguale a quella di molti altri bambini, scandita troppo presto dal frastuono di telai, orari insostenibili, rigida disciplina, e la domenica passata a scuola di “Arti e mestieri”. Alla negazione della possibilità di sognare si impone il ricordo della traversata oltreoceano per guadagnarsi il diritto all'esistenza, mentre una donna resta sola, a casa, in attesa di un figlio da lui.
Giungiamo alla pensioncina monzese di via Cairoli, al civico 4. Sdraiato sul letto in una camera umida, nella sua mente si affastellano convulsi il petto del “Re Mitraglia” costellato da onorificenze, le coreografie dei suoi ingressi trionfali. Non riesce più a reggere sulla sua pelle il peso dei seimila soldati morti sotto il sole di Adua. E poi, come è possibile rimuovere l' indelebile umiliazione da lui subita durante il domicilio coatto? Un anno su un'isola lontana, Pantelleria, per aver preso le difese di un garzone di macelleria colpevole di non aver rispettato l'orario di chiusura del negozio. Una resistenza fatta di lavoro ai telai dei prigionieri e di letture. La grazia ottenuta perché si voleva attenuare l'atrocità della sconfitta del 1896.
Come materializzate, vediamo nella sua mente le mani protese delle vittime anonime prese a cannonate perché chiedevano pane, e le medaglie al generale Bava Beccaris per aver saputo fronteggiare la folla. Sentiamo l'aria di Milano impastata ancora di polvere da sparo e di sangue.
Riviviamo l'ultimo giorno di vita da re di Umberto, gli ultimi dispacci da leggere, forse l'eccitazione per un appuntamento con una donna, dopo le incombenze che si concluderanno a tarda sera con la manifestazione sportiva. Partecipiamo alle ultime ore spasmodiche del regicida prima dell'attentato, seduto solo, al tavolo di una latteria a ingoiare gelati.
Ascoltiamo i pensieri che lo avranno assillato mentre s'incamminava in una sorta di sospensione del tempo verso il campo sportivo, vicino a Villa Reale. Riuscirà il popolo a riprendersi la propria libertà? E il diritto all'esistenza?
Pasi ci riporta sulla scena, fa rivivere in diretta l'attentato, la mano che non trema, i colpi. Tre andati a segno, il quarto è come se il regicida lo avesse rivolto contro se stesso. Sono le ore 22.30 del 29 luglio 1900. La carrozza ferza lasciandosi dietro l'odore degli spari. Brandelli della camicia bianca di Bresci strappata vola via, insieme ai polsini, all'orologio d'oro comprato con duro lavoro.
Sulla notte del giorno più lungo dell'estate monzese il temporale scuote l'aria e fa fuggire tutti, e noi sentiamo i tuoni che percuotono i vetri della caserma e i muri della Villa Reale. Per Bresci si invoca la tortura, mentre il suo nome rimbalza fino in America, a Paterson dove ha lavorato, a West Hoboken, dove ha una moglie, Sophie, una figlia, e un'altra in arrivo, ma lui non lo sa. Il vissuto tormentato della coscienza che accompagna le azioni restituisce umanità al dissacratore della “poesia di Casa Savoia” così oltraggiato, vilipeso, linciato, torturato, controllato e poi cancellato dallo Stato. Niente più pena di morte, per il codice penale introdotto da Zanardelli. Assistiamo così a una morte che arriva lentamente, pregustata dall'agonia del tempo che conduce alla follia autodistruttiva.
Troviamo Bresci nella caserma di Monza, con il torace fasciato, un occhio tumefatto, la stanza spoglia, i segni delle percosse. Alla trappola dell'isolamento nel buio della cella, egli può rispondere solo con un esteriore distacco. Impone ai ricordi di Sophie, della piccola Madeleine, del fratello Lorenzo, della sorella Teresa – quelli più dolorosi e sanguinanti – di farsi da parte. Si lascia permeare solo da immagini trasfigurate dal sogno: Parigi, e una donna, Emma, nei suoi occhi il conforto che può dare, per un istante, la sospensione del tempo.
Un mese dopo l'attentato, siamo introdotti nell'aula del processo, al palazzo di giustizia a piazza Beccaria . Dopo il rifiuto alla difesa da parte del socialista Filippo Turati, l'accettazione dell'avvocato napoletano Francesco Saverio Merlino. Infiammato da ideali libertari durante gli anni giovanili, stimato dagli anarchici, spesso ha difeso ribelli dalle tasche vuote senza pretendere denaro. Ma un altro difensore, imposto d'ufficio, cercherà i complici. Non può aver agito da solo: “anziché un prodotto individuale, è un fatto dell'anarchia”.
Bresci si presenta in manette con il volto scarno e stordito dalla stanchezza per essere stato prelevato dalla cella alle quattro del mattino. Ma la sua è un' elegante dignità, la bella cravatta rossa, la camicia con i quattro bottoni e il fazzoletto bianco. Si preannuncia una giornata piovosa, cupa, afosa da togliere il respiro e nell'aula sentiamo l'odore della gente che si accalca per scagliarsi contro “l'incisore di proiettili”. E poi è la volta dei testimoni, le loro facce, le voci. Teresa Brugnoli di Bologna, i compagni di scuola, l'affittacamere di Milano, il datore di lavoro e i compagni operai. “Ho agito da solo” ripeterà al processo. “L'ho fatto per vendicare le vittime pallide e sanguinanti di Milano”. E la sentenza della corte: “[...] ergastolo e i primi sette anni di segregazione cellulare”. È il quarto colpo andato a segno. Bresci rifiuterà qualsiasi ricorso in cassazione. Fine pena: mai!
Nella cella del carcere milanese di San Vittore, l'annientamento morale, il gelo dell'isolamento, sarà sempre dalla sua parte. Solo, in compagnia dei pensieri che ingorgano la mente. Silenzio. Buio. Sentiamo risuonare ora lo sferragliare dei chiavistelli ora la voce sferzante delle guardie.
Poi il trasferimento nel penitenziario borbonico sull'isola di Santo Stefano, vicino a Ventotene, la “tomba dei vivi”, come ebbe a definirla Luigi Settembrini. Gli riservano una cella speciale, separata. Matricola n. 515. Come resisterà ? Il corpo tenuto in vita con esercizi fisici e la mente allenata con la lingua francese, per sentirne la musicalità e riaccendere i ricordi dei compagni francesi, di Parigi. E il gioco in cella. La palla fatta con il tovagliolo rimbalza dal muro tra sogni d'infanzia e d'America, con Sophie, la bambina, le recite teatrali, la musica, i balli.
Sulle circostanze della morte dichiarata il 22 maggio 1901, fatte di troppi omissis ci ritornerà Sandro Pertini trent'anni dopo, da presidente della Repubblica, sentita la confessione di una guardia del carcere: una morte programmata da ordini provenienti dall'alto.
L'anarchico che uccise il principio è sepolto nel piccolo cimitero del carcere. Una croce di legno riporta il suo nome. E le ginestre ogni primavera rinascono, testimoni dello spirito mai sopito degli ideali di libertà.
Davvero un bel libro. Rispettoso, profondo, delicato.

Claudia Piccinelli



Andarmene? No,
in fondo qui sto bene

Le edizioni anarchiche ticinesi La Baronata pubblicano “Le fate del focolare” (Lugano 2014, pp. 48, FrS.. 6,00, 4,00, http://www.anarca-bolo.ch/baronata). Ne riproduciamo l'introduzione (per la precisione: “a mo' di prefazione”) di Michela Zucca.

Finché sei bambina quasi non te ne accorgi: sei concentrata a scoprire il mondo. Sì, è vero che a casa, tua madre fa la serva a tuo padre: ma a te nessuno chiede niente, se non in occasioni eccezionali. Tu devi rifarti il letto e tenere in ordine la tua stanza, tuo fratello no perché si sa che i maschi sono disordinati. Certe volte ti fa lavare i piatti e a lui no, e sai lui aiuta papà a rimettere a posto il garage, vuoi mettere?! e tu pensi ma il garage lo mette a posto una volta l'anno e i piatti si lavano tutti i giorni ma beh dai, in fin dei conti, è poca cosa.
Poi tuo padre comincia ad insegnare a tuo fratello a tirare qualche pugno: non sia mai detto che mio figlio le prende e non sa neanche ridarle indietro. A te no, ma ti immagini, ti regalano un vestito nuovo, guarda quanto sei carina cerca di non sporcarti, fare a botte è roba da maschi, devi essere gentile con la gente, se un altro bambino ti tocca devi dirlo alla maestra. Tu gliel'hai detto, e lei ti ha risposto che devi essere comprensiva, sai è un maschio, non farci caso, crescerà e imparerà come deve comportarsi.
Quando sei a scuola, sembra che ogni cosa vada bene: anzi le femmine sono più brave, studiano di più, hanno maggiore proprietà di linguaggio, non fanno casino... Le insegnanti sono quasi tutte donne, anche se il preside è un uomo. E quando ci sono le riunioni, le assemblee, le elezioni dei rappresentanti di classe, sono i ragazzi che parlano. I ragazzi che si candidano. I ragazzi che vengono eletti. Ma mica lo proibiscono, a te, di parlare. È che sei tu che preferisci così.
Chissà perché tua madre si vanta molto delle conquiste di tuo fratello: di te preferisce dire che sei una brava ragazza, e che per certe cose c'è ancora tempo. Tuo fratello può uscire quando vuole, e tu no: ma basta attrezzarsi con un po' di furbizia, d'altra parte i tempi sono cambiati e un po' di libertà in più adesso si deve ben concederla...
Poi ti diplomi: e al primo colloquio di lavoro ti chiedono se sei fidanzata. Ma non sono cazzi miei?, pensi. Il ragazzo non ce l'hai, non c'è niente di male, glielo dico, poi quando avrò qualcuno non sono obbligata ad andarglielo a dire... Tanto qui ci resto solo pochi mesi, è un contratto a termine... Però trovi solo posti a tempo determinato. Molti dei tuoi compagni di scuola hanno già un lavoro fisso. Anche i deficienti.
In ufficio ti chiedono di fare il caffè e di portarlo al capo. Ai maschi non lo chiedono. Ma sì, in fin dei conti cosa sarà mai un caffè... In ufficio bisogna andarci vestite bene. Quello che guadagni non basta per fare bella figura. Non ti rimane niente per te. Per un uomo è diverso, quando è pulito è presentabile.
A un certo punto trovi quello giusto, che puoi presentare in casa: lavoro in regola, buone prospettive, ottima famiglia. Tua madre è al settimo cielo. I suoi di lui la pensano diversamente da te: ma non farci caso, fa' finta di niente quando tuo suocero dice che li rimanderebbe tutti a casa loro e che adesso non c'è più nessuno che ha voglia di lavorare – da te continuano a farsi il mazzo – in fin dei conti ti sposi il figlio non il suocero, e dopo sarà diverso.
Sul lavoro storcono il naso quando porti i confetti, e ti dicono vero per adesso non se ne parla, di che cosa? Chiedi tu, ma di fare un figlio, figuratevi voglio ben godermi un po' la vita c'è tempo.
Vai a vivere sotto di loro che hanno già preparato l'appartamento, è una gran bella comodità e così non devi pagare l'affitto, e se arriva un bimbo ti possono dare una mano... Così quando arriva, molli l'ufficio nel tripudio generale, lui riceve un avanzamento e deve sempre stare fuori fino a tardi e poi sai le cene coi clienti, tu stiri le sue camicie che devono essere sempre in ordine, cucini mattina mezzogiorno e sera e nel frattempo ne arriva un altro, tu ingrassi e sei sempre stanca, la festa devi spadellare per riunire la famiglia e far andare tutti d'accordo.
Dopo un po' di anni ti accorgi che adesso è lui che non ti cerca più. Prima lo cacciavi via – avevi altro a cui pensare, non avevi la testa per questo – poi meno male che ti lasciava in pace, ma adesso sono mesi che non lo facciamo proprio. Non è che magari c'è qualcosa che non va...?! Ha qualcuna...?! Eh già che ce l'ha. Vent'anni meno di te, lo scopri controllando il suo telefonino, ma non si vergogna questo porco... Disperata, telefoni a tua madre. Voglio il divorzio.
Oh cara quanto mi dispiace ma sai pensaci bene... Sono cose che capitano... Sai che gli uomini non ragionano... Quella là è proprio una poco di buono... Pensaci bene sai qui la porta è sempre aperta anche se per il papà sarebbe un colpo... È anziano ormai e questa sarebbe l'ultima dopo una vita di sacrifici... Alla fine che cosa te ne frega anzi meglio... Lui fa la sua parte, tu la tua, pensa a crescere i tuoi figli... hai la tua casa e le tue cose... Per quanto ti possa dare di alimenti te lo sogni il tenore di vita che hai adesso...
E così rimani a casa. D'altra parte dove potresti andare? Basta sapersi adattare, non è che stai peggio di tante altre, hai il tuo tran tran e lui non ti fa mancare niente e quando deve esserci c'è.
Intanto gli anni passano, i suoi diventano vecchi e li devi guardare tu: non è un lavoro che può fare un uomo, loro non hanno la sensibilità, e poi c'è anche un patrimonio da salvaguardare non per dire ma la roba serve sempre, con due figli e allora certe attenzioni bisogna darle... no, lui deve pensare al lavoro, con questi tempi di crisi non può mancare... Assolutamente no...
Finalmente sono sepolti i suoceri. Posso avere un minimo di respiro. I ragazzi sono all'università e lui è partito per un viaggio: deve ben avere un po' di relax dopo tutto quello stress. No, io no, sto bene qui, ho le mie cose, non ho voglia di partire... E questa cos'è?!

Lettera di divorzio
Cara, ti ringrazio per tutti questi anni meravigliosi passati insieme, e per la tua pazienza... Ho aspettato che i miei non ci fossero più per non dargli un dispiacere troppo grande, e che i ragazzi crescessero perché potessero capirmi... Sai la situazione andava avanti da anni, e non trovavo il coraggio di dirtelo... ma adesso lei sta aspettando un bambino... D'altronde tu hai sempre la casa dei tuoi e stai sicura che per i soldi ci aggiusteremo.

Michela Zucca



Società arabe,
la presenza delle donne

La lettura dei sommovimenti arabi da parte di Ivana Trevisani e Leila Ben Salah in Ferite di parole (Poiesis editrice, Alberobello 2013, pp. 187, € 16,00) scompagina molti luoghi comuni e interpretazioni scontate che risultano inadeguati a cogliere la filigrana simbolica di quegli eventi.
Con linearità di ricerca e spostamento di sguardo, le autrici restituiscono una testimonianza lucida e determinata “per entrare nel mondo delle società arabe, dalla parte delle donne”, come scrive Giuseppe Goffredo in margine editoriale al libro.
La scelta di campo di Ivana e Leila è quella di stare agli ambiti dove le donne agiscono e si muovono senza estromettere l'esistente. La loro massiccia presenza, non solo in senso numerico ma ampiamente diversificata per età, estrazione sociale, cultura e religione, nei luoghi della protesta e della lotta contro le dittature – da Piazza Tahrir ad Avenue Bourghuiba, dalle strade del Bahrein agli angoli di Misurata, fino ai villaggi dell'entroterra in cui si è accesa la fiamma della rivolta – connota la prima ma non la sola novità del panorama rivoluzionario arabo. Imprevisti contesti di libertà, orizzonti altri segnati da istanze e intendimenti che il sistema mediatico occidentale non sa, o non ha voluto, leggere sono attestati ipso facto in quanto dicono le molte donne intervistate dalle autrici. Per esempio, dall'entusiasmo gioioso, né ingenuo né privo di concretezza, di Jalila che precisa: “Voglio mantenere la mia libertà d'azione e di critica, per questo non appartengo a nessun partito né associazione, ma continuo incessantemente nella mia battaglia per la libertà; o dalla fedeltà a se stessa e dalla determinazione irriverente a difenderla di Ibthal che, incorniciata dal suo hijab, regala un sorriso e dice: “Sono musulmana, credente e praticante, ma anche profondamente convinta che lo stato e le leggi devono assolutamente restare laici, la scelta religiosa deve essere protetta dalla propria intima fede, non dalle leggi dello stato!”.

Le donne arabe in rivoluzione, mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita, recita il sottotitolo. Articolato sulle tre scansioni dell'unità di tempo secondo un prima, durante, dopo, il libro racconta di una rivoluzione, agita, partecipata, promossa dalle donne in prima persona e non viceversa.
La tanto sbandierata rivoluzione-vessillo della lotta di classe... che libererà le donne tutelandole... le guerre umanitarie, intraprese, si è detto, in nome di una questione femminile circoscritta all'obbligo patriarcale di indossare o non indossare il velo, vengono chiaramente smascherate e, per certo, consapevolmente ridicolizzate dalle semplici parole di un partire da sé di Naziha Rejiba, scrittrice tunisina e giornalista indipendente: “Devo immediatamente dire che non è stata la rivoluzione che mi ha liberata, ero libera ben prima del 14 gennaio”.
Già, perché prima e prima di prima, le donne sono sempre esistite e quel che hanno fatto è altrettanto prezioso di quel che non hanno fatto. L'anno zero della rivoluzione che apre le porte alla libertà femminile oltre ad essere mistificazione storica è tentativo, da parte patriarcale e da parte di un certo femminismo di stato, di espropriare le donne – e per di più le arabe – del loro potere sociale, politico e simbolico.
Ferite di parole riporta al presente un passato di sollevazione e proteste di cui le donne “erano state protagoniste essenziali in più angoli dei Paesi, dagli scioperi di Gafsa, il bacino minerario tunisino, agli scioperi per l'aumento del prezzo del pane e per la libertà di informazione in Egitto”.
Nella sezione durante è attestata la continuità simbolica dell'agire delle donne. In tutta evidenza – letteralmente in corpore – dal “tradizionale” ambito domestico, dalle mura delle case e dei cortili, il materno e la cura sono (state) tradotte – senza tradimento – nel cuore della lotta, nelle piazze e nelle strade per affrontare le dittature con la forza di legare libertà e vita facendo, lì e subito, mondo. La rivoluzione è un processo continuo. Di difesa delle libertà conquistate, ma soprattutto di determinazione ad andare avanti, perché una concezione della libertà non è una concezione libera. Se qualcuno pensa che non possiamo andare più lontano di così [...] che finiremo di rientrare nei ranghi [...] queste menti malate si sbagliano, non cederemo un millimetro della libertà che abbiamo raggiunto, andremo verso la sua crescita e niente ci fermerà.
C'è un senso molto più sottile dell'idea di conquista del Palazzo riguardo a ciò che si intende per rivoluzione: le cose cambiano se si cambia il rapporto con esse.
“L'occidente politico ed economico potrà aiutare il mondo arabo in trasformazione se riuscirà a non imporre i propri progetti politici e finanziari alle popolazioni dell'area e rinuncerà a paventare sistematicamente l'avvento del terribile pericolo islamico”, scrivono le autrici all'inizio del capitolo L'insidia islamista”. Le testimonianze e le riflessioni registrate sul campo, di fatto si sottraggono tenacemente al “giogo dicotomico” della visione occidentale che ancora una volta fissa le donne a scenari di oppressione e che “non contempla neppure la possibilità di scelta spirituale in una società laica nel mondo musulmano”.
La storica Laila el-Houssi pacatamente e lucidamente osserva: Il tentativo di limitazione della libertà femminile non attiene alla contrapposizione laicità islamismo, quanto al patriarcato, alla cultura patriarcale tipica dell'area mediterranea – e aggiunge con l'ironia senza disprezzo di un sorriso – e anche di tutto l'Occidente.
L'ordine materno non si arresta al momentaneo. Il dopo in Ferite di parole riconosce l'acquisito senza abbandonarsi al conclusivo. Nel preambolo finale a Considerazioni non conclusive, appunto, si riportano alcuni versi di Mariam H. – donna comune avvezza alla poesia e-o donna che rende in poesia le interlinee del prosaico?
Così avverte: Ogni giorno è nuovo/e ogni giorno incontro/qualcosa che non conoscevo/e il mondo/mi si apre un po' di più.

Monica Giorgi