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Rivista Anarchica Online


Thailandia

I garofani d'aria

reportage di Moreno Paulon


Una storia di profughi, rivoluzioni e monaci buddhisti nella città di Mae Sot, meta di molti rifugiati birmani,
e nell'eterotopia di Mae La, uno dei più grandi campi profughi della Thailandia.


Mae Sot / intervista al monaco Ashin Issariya

La città di Mae Sot è una culla di garofani dell'aria. Malgrado l'appartenenza al territorio nazionale thailandese, gli abitanti della città sono piante senza radici. Non affondano i piedi nella terra patria, vivono di movimenti storici e scambi quotidiani, si radicano nel vento della diaspora, mettono casa nelle persone come fanno gli stranieri, non nel suolo o nei monumenti alla maniera dei nativi.
Ad appena 7 km dal confine birmano, Mae Sot è terra di esuli per scelta o per forza, è un porto in cui le barche ormeggiano legate a corda, lasche, senza ancora. Non del tutto Thailandia e niente affatto Birmania, la sua popolazione ufficialmente si aggira intorno ai 45 mila abitanti, ma stimarla con esattezza è molto più difficile di quanto le statistiche lascino supporre. Le cifre dei censimenti inevitabilmente mentono: moltissimi abitanti, soprattutto di origine birmana, non vi sono registrati, attraversano ogni giorno clandestinamente il confine via terra o sul fiume, si fermano per giorni o per anni, mettono su famiglia, lavorano, a volte passano tutta una vita inosservati sotto il naso delle autorità nazionali, invisibili come le ombre nel buio. Per quelli meno fortunati invece, per chi viene scoperto nelle strade senza documenti validi, c'è la gabbia.

Che cos'è quella?” domando ad un passante thai.
Quella è la gabbia
Per che cosa?
Per i birmani”.

“La gabbia” è una sorta di sbrigativo centro di indentificazione ed espulsione
nel mezzo della città di Mae Sot

La gabbia è una cella nel bel mezzo della città, ben visibile dalla strada, proprio accanto alla stazione di polizia e a due passi da un piccolo terminale secondario di autolinee. È uno sbrigativo centro di identificazione ed espulsione, dove ogni giorno birmani irregolari colti sul territorio finiscono collettivamente sotto chiave per alcune notti, in attesa dell'espulsione o di altre risoluzioni.
Mae Sot, miscellanea città di confine, è soggetta a flussi complessi e molteplici: conoscere in maniera approfondita anche uno solo dei suoi volti richiederebbe anni di permanenza e ricerche serrate. Sotto la superficie tranquilla della vita quotidiana si agitano acque in continuo movimento. Alcuni karen vanno e vengono per Mae Sot muovendosi di nascosto dai vicini campi profughi, moltissimi birmani entrano in Thailandia come vittime di traffico di esseri umani, altri sono stati privati dei documenti dal loro governo per aver preso parte alle varie lotte contro il regime militare. In città alloggiano circa trenta bordelli, una miriade di artigiani, gruppi karen e hmong, pagode buddhiste e chiese cristiane, fotografi a caccia di un Pulitzer nella miseria, cittadini thai, operatori internazionali delle centinaia di Ong presenti sul territorio, cinesi commercianti di pietre preziose, ufficiali, piccoli mercanti. Nelle strade, accanto alla lingua thai, si sentono spesso parlare quella karen e quella birmana, mentre fuori dal centro viaggiano indisturbati pick-up stracarichi con oltre venti persone a bordo. Piccoli e grandi trafficanti fregano il confine ogni giorno per contrabbandare dosi di yaba, la droga dei poveri, una tremenda metanfetamina prodotta in Birmania e rivenduta sul mercato di Bangkok e di Chiang Mai, da dove entra in circolo e divora rapidamente il cuore della Thailandia.
Il festoso mercato di Mae Sot è fitto di scritte tondeggianti in caratteri birmani, alfabeto thai e ideogrammi cinesi. Gli uomini e le donne indossano spesso il passou e la longyi come si usa in Myanmar e i volti dei bambini birmani e delle loro madri sono spesso truccati di tanaka, un legno color ocra che strofinato sulla pietra e impastato con acqua diventa una crema usata come belletto.
Come in Birmania, molte persone indossano il pigiama anche di giorno per uscire in città, con fantasie di cuori e fiori, cuccioli di gatto, cartoni animati. A cadenza regolare la cantilena nasale del muezzin risuona dai minareti della moschea e richiama al tempo della preghiera i musulmani, che accorrono dalle vie del centro come marinai stregati da un canto di sirena divulgato sull'oceano, mentre i monaci buddhisti raccolgono l'elemosina di porta in porta, pregando sull'uscio con voce baritonale e capo chino, sollevando a due mani il debey, il vaso delle offerte, pendente dalle accese tonache color zafferano.
All'ultimo piano di una biblioteca nei pressi del mercato centrale, ho trascorso qualche ora con il monaco buddhista Ashin Issariya, attivista politico della prima ora, esule birmano e fra i più rilevanti promotori della grande rivolta del settembre 2007, poi battezzata Rivoluzione Zafferano. Perseguitato dalla caccia alle streghe del regime, costretto per anni nel silenzio e nella penombra della clandestinità, Issariya, come altri protagonisti della rivolta contro la junta militare, ad anni di distanza si sente libero di raccontare gli eventi del settembre 2007, di un movimento che nel giro di due mesi ha coinvolto 227 proteste in 66 città, interessando tutti i 14 Stati e divisioni dell'odierna Birmania, o Myanmar.

Ashin Issariya

Perché sei a Mae Sot, Issariya?
«Mi cercavano. Dopo i fatti del 2007 il regime perseguitava tutti, e in particolare chi come me scriveva articoli e poesie contro di loro, chi organizzava il movimento di dissidenza dall'interno. Eravamo i peggiori nemici, quelli che influenzavano le coscienze. Nel 2008 sono arrivati fino alla mia famiglia, ero in pericolo. Prima hanno catturato otto membri di Generation Wave e li hanno torturati per sapere dove fossero i miei familiari, poi sono arrivati fino al mio villaggio. “Dov'è il vostro monaco?” chiedevano. La mia famiglia non ha rivelato niente, ma mi ha chiesto di mettermi in salvo, di andarmene dal Paese. Così ho deciso di venire qui, appena oltre il confine. Dal mio villaggio sono partito per Rangoon, passato per Pegu, poi attraerso il Kayin State fino a Myawaddy e infine sono arrivato a Mae Sot nell'ottobre 2008. Molti dei miei amici e compagni monaci, compresi U Gambira e U Kemind, erano già finiti in galera, erano caduti nelle mani dei militari, io rischiavo di fare la stessa fine.»

Come sei riuscito a sfuggire agli arresti e alle persecuzioni fino al 2008?
«La sera del 28 settembre, durante le violenze e i massacri, mio fratello è venuto segretamente in visita al mio monastero. “Per ora non puoi fare più di così” mi disse, “molti monaci sono già finiti in prigione, altri sono stati picchiati a morte nelle strade. Lo hai visto. Devi nasconderti, devi muoverti, se ti prendono non potrai lottare dalla prigione”. Così ho iniziato a muovermi di nascosto di villaggio in villaggio senza fermarmi mai. Portavo con me il mio computer, facevo editing, montavo i filmati delle manifestazioni e li mostravo agli abitanti. Il regime aveva fatto il lavaggio del cervello alla popolazione. Dicevano che quelli nei filmati non erano veri monaci, che i veri monaci erano nei monasteri, non a manifestare. Così cercavo di mostrare loro la verità. Molti monaci e molti miei amici e studenti erano in prigione. Io mi nascondevo sotto falso nome, il regime cercava King Zero, non Ashin Issariya. King Zero era il nome con cui mi firmavo negli articoli contro il regime.»

Quando è nato il tuo attivismo politico?
«Devo la mia coscienza politica al mio maestro, Thu Mana. Ben prima dell'università, i miei genitori volevano che ricevessi un'istruzione e mio padre mi mandò al monastero quando la mia scuola statale venne chiusa, così fui affidato alla guida di Thu Mana. Lui, invece di dirmi cosa pensare, mi ha insegnato come pensare. Nel 1972 i militari avevano distrutto la sua biblioteca, ma era riuscito a salvare alcuni libri, a tenerli nascosti, e me li fece leggere. Più tardi mi fece ascoltare anche i discorsi di Aung San Suu Kyi. Mi istruì politicamente, non era una fortuna che avevano tutti i monaci. Io ho cercato di seguire il suo esempio. Aprivo biblioteche, ovunque, in qualsiasi città e villaggio, ne ho aperte 13 finora. Le aprivo così che tutti potessero iniziare un percorso simile al mio, istruirsi politicamente, socialmente. Ne ho aperta una anche nella mia stanza a Rangoon, ho cercato di fare quello che il mio maestro ha fatto con me. Durante l'università io e gli altri monaci cercavamo di proporre iniziative creative per informare gli studenti e la popolazione, scrivevamo articoli e poesie per stimolare le persone a riflettere, perché sotto il regime l'istruzione della popolazione era bassissima, li crescevano nell'ignoranza, facevano solo propaganda e nessuno capiva veramente o si preoccupava della situazione politica, che era gravissima. Nel 2000 mi hanno fatto chiudere una biblioteca che avevo aperto nell'università, perché l'università era statale e statale significava del regime.»

[ ... ]

Mae Sot, Thailandia occidentale, in prossimità
del confine con il Myanmar (Birmania)

Che cosa ti ricordi dei giorni di settembre?
«È stato un massacro. Il 5 settembre oltre 500 monaci scesero in strada a Pakokku, Magwe Division, ed altri 200 erano già intervenuti ad Arakan, Rakhine State. Furono picchiati e arrestati dalle forze dell'ordine. Poco tempo dopo con U Gambira e U Kemind ci siamo incontrati per stendere un documento, era il 9 settembre. Uke l'ha trasmesso attraverso la Bbc e tutti i monaci del Paese l'hanno sentito. La All Burma Monks Alliance chiese delle scuse ufficiali, scuse pubbliche da parte del regime e delle forze dell'ordine per le violenze perpetrate contro i monaci che avevano manifestato pacificamente. Chiedevamo anche la liberazione dei prigionieri politici, di ridurre immediatamente le tasse, la fine della dittatura e l'inizio di un dialogo fra le parti sociali. Durante la raccolta dell'elemosina distribuivamo di nascosto volantini ai cittadini. Abbiamo dato un ultimatum ai militari: avrebbero dovuto scusarsi entro il 17 settembre. Ma le scuse non arrivarono.
Il giorno dopo abbiamo sfilato di fronte ai militari con i debey “ma”, le urne dell'elemosina capovolte, a indicare che non c'era nessuna associazione fra noi e loro, che noi dipendevamo solo dall'elemosina del popolo e intendevamo estrometterli dall'ordine sociale. L'abbiamo fatto in tutti i monasteri, poi in corteo, in moltissime città, in tutte le città.
La mattina del 26 settembre è iniziata un'altra manifestazione non violenta, con le stesse richieste. Il giorno prima mi ero collegato a internet e un monaco anziano mi aveva avvisato che la situazione sarebbe diventata ancora più violenta, che il regime non aveva intenzione di tollerare il nostro dissenso. C'erano blocchi enormi di polizia a serrare le strade e alcune zone della città, non ci lasciavano manifestare liberamente. Noi avevamo diffuso video e fotografie delle violenze, la gente era arrabbiata, chiedeva “Perché avete picchiato i nostri monaci?” 5.000 monaci andarono verso la Sule Pagoda. I soldati ci picchiavano a morte, non riuscivamo a parlargli da uomini, obbedivano agli ordini come robot. Allora ci siamo divisi nei monasteri. I soldati ci fermavano, chiudevano le strade, non avevamo dove andare. Non potendo più muoverci, abbiamo deciso di sederci tutti a terra e pregare. Allora ci hanno gridato che non ci accordavano il permesso di pregare per strada, che ce lo proibivano. Gridavano “Vi diamo 10 minuti per smettere”, poi hanno sparato colpi in aria. Molti monaci erano terrorizzati dagli spari, quindi abbiamo detto “Torneremo ai monasteri, apriteci la via”, e ci siamo divisi.
Nella notte sono entrati nei monasteri. Ci hanno picchiati, ci hanno uccisi, portati in galera. Il 26, 27, 28 e 29 settembre sono venuti ogni notte, poi sporadicamente nei primi di ottobre. Molti sono scappati nei villaggi cercando riparo e non hanno più potuto partecipare alla lotta. Se studenti e popolazione riempivano le strade, i militari gli sparavano, c'era il coprifuoco. Poi una notte è arrivato mio fratello, in segreto, come ti ho detto, chiedendomi di scappare, dicendomi che U Gambira e U Kemind erano in galera, sotto tortura. Allora ho iniziato a muovermi per i villaggi. È cominciata la caccia al monaco.»

Che ne è stato del movimento?
«Tornato a Rangoon ho potuto usare internet e organizzare ancora il movimento. Volevamo soprattutto la liberazione dei prigionieri politici, inclusa Aung San Suu Kyi, non ci volevamo fermare. Ma poi i militari sono arrivati alla mia famiglia, erano troppo vicini, e sono venuto a Mae Sot. Da qui cerco ancora di diffondere istruzione, materiale politico, libri, cultura. U Gambira si è sposato, si è tolto l'abito. Ma le torture dei militari l'hanno cambiato, non è più lo stesso, la sua mente non è più la stessa, non è più lui. U Kemind è ancora monaco e milita, si trova a Mandalay. L'hanno imprigionato due volte: nel 1990 e poi nel 2007, è un osso duro. Il mese scorso ci siamo incontrati a Yangon.»

La città di Mae Sot

Una domanda di rito: cosa pensi di Aung Sang Suu Kyi e del Ndl (Lega nazionale per la democrazia)? Gli stati birmani non hanno mai dimenticato l'indipendenza sottratta, il federalismo perso prima con il colonialismo inglese e poi con la morte di Aung San. Molti di loro non parlano la lingua nazionale e non accettano lo stato unitario. Credi che una possibile elezione di Suu Kyi potrebbe migliorare la situazione birmana?
«Aung San Suu Kyi ha un buon programma, conosce la storia e le necessità del suo popolo, ma c'è qualcosa di più urgente della sua elezione. Prima occorre cambiare il sistema politico, scrivere una nuova Costituzione. Qualsiasi variazione ora richiede una maggioranza parlamentare superiore al 75% dei voti, e i militari hanno sempre tenuto per loro il 25% dei seggi. Senza la loro approvazione niente si muove, quindi siamo ancora in loro balia, malgrado la farsa democratica. Occorre cambiare il sistema prima che Aung San Suu Kyi e il suo partito, Ndl, possano intervenire concretamente. Lo stiamo facendo, ma non c'è molto tempo.»

E se non riusciste a intervenire in tempo? Se i militari non lasciassero il campo?
«Chissà, potrebbe anche scoppiare una rivoluzione.»

Lo speri?
«In un certo senso lo speriamo tutti.»

Ringrazio Issariya per le parole scambiate e sorseggiamo un tè caldo nella tiepida stanza dei libri. A guardarlo così, vis-à-vis, si resta stregati dalla forza latente che riposa nei suoi occhi bui ma visionari, dalle mani ben ferme ai polsi durante i gesti nel discorso, dal vigore aggraziato di quel corpo, un corpo sacro, mai toccato da mano di donna. Si avvicina l'ora del pranzo e sul pavimento è stato allestito un tavolino rotondo alto appena una spanna da terra, come si usa nelle case e nei templi birmani. Il riso al vapore vi fuma controluce. Scattiamo alcune fotografie, poi prima del congedo domando ad Issariya informazioni su un suo amico, un altro monaco che vorrei intervistare, un altro garofano d'aria esiliato dal giardino birmano e finito a Mae Sot dopo la tempesta politica. Issariya siede nuovamente. Con un brivido, sospeso fra entusiasmo e timore, apprendo dalle sue parole la delicata posizione del mio monaco: “È qui, ma non lo troverai a Mae Sot. Vive da anni nel campo di Mae La”.



Mae Sot / intervista al monaco U Tilawca

La nazione birmana è composta da 14 stati e divisioni minori. Nonostante l'istituzione dello Stato unitario, oltre 130 gruppi di minoranze (qualcuno direbbe “etnie”) fin dalla conquista britannica non hanno fatto che lottare contro un governo centralizzato più o meno dittatoriale, più o meno colonialista, più o meno democratico. Dopo la morte dell'eroe dell'indipendenza Aung San (padre di Suu Kyi), il quale aveva assicurato alle minoranze una certa autonomia nel 1947, la chimera del federalismo è scomparsa e di fronte alle reiterate richieste di indipendenza da parte delle minoranze, la strategia dei generali e dello stato è stata grosso modo sempre la stessa: lasciare l'eco come sola risposta alle domande e passare alla repressione, al massacro, alla “pacificazione” via esercito per imporre l'annessione e l'unità. Alcuni gruppi hanno deciso di impugnare le armi, ed è il caso dei Kachin, altri di negoziare, altri ancora risolsero di fuggire via dalla loro terra.
Malgrado le recenti aperture al turismo da parte del governo e il sorriso caricato a molla degli ufficiali, molte aree sono tuttora coinvolte in una guerra sanguinaria e i loro territori restano chiusi ermeticamente agli stranieri. Scoraggiare gli occhi dei curiosi non è lavoro da poco: le reti infrastrutturali del Paese sono pattugliate intensamente, le strade sono disseminate di barriere e checkpoint militari, le visite in alcune destinazioni richiedono permessi governativi e raggiungerne altre da straniero comporta un biglietto di treno con prezzo gonfiato fino a dieci volte. Viaggiando nei pressi delle zone di confine capita di essere fermati e registrati anche sette o otto volte in uno spostamento via terra di un paio d'ore. Molti karen lottano per l'indipendenza fin dagli anni '40 opponendo la karen National Union all'esercito del Myanmar, mentre la zona del Kachin State, a Nord del Paese, è attualmente coinvolta in una violentissima guerra armata sotto il più serafico silenzio mediatico internazionale. La Birmania non “pacificata”, la Birmania delle trincee e delle mine anti-uomo, grondante di sangue e sparsa di brandelli di corpi, resta ampiamente un segreto, mentre le rivolte e le repressioni continuano avvolte nella complice intimità di una coltre di fumo statale.

Principali campi profughi birmani sul territorio thailandese

Ad oggi la violenza e la morte delle guerre civili e le ripetute violazioni dei diritti umani hanno costretto oltre 140.000 birmani in cerca di pace alla fuga oltreconfine. Il governo thailandese li ha accolti, temporaneamente, in una decina di campi profughi lungo la linea di demarcazione nazionale, ma la temporaneità di queste aree d'eccezione, vere e proprie eterotopie istituite a cavallo degli stati nazionali, dura ancora dagli anni '80. Nuove generazioni di non-cittadini ogni anno nascono all'interno dei campi, nuove umanità in bilico, senza nazione o documenti, mentre quella birmana passa alla storia come una delle più durature condizioni di dislocazione del mondo intero. Nel giugno 2013 la Tbc ha censito una popolazione di 128.480 persone all'interno di queste aree speciali, ma appena la metà di questa è stata riconosciuta e registrata dalle Nazioni Unite. Il più grande di questi campi per i profughi birmani è proprio quello di Mae La. Situato nel bel mezzo della giungla, a 8 km dal confine birmano e a circa 60 km dalla città di Mae Sot, il campo contiene attualmente una popolazione di circa 60.000 persone, di cui un buon l'85% è di origine karen. Mae La fu istituito nel 1984, ha l'estensione di una città di provincia ed è suddiviso in tre aree (A, B, C) a loro volta ripartite in cinque sezioni ciascuna (1, 2, 3, 4, 5). Alle 6 del mattino sono salito sul primo songthaew in servizio ed ho lasciato il centro di Mae Sot diretto verso il campo. L'area di Mae La è posta sotto la tutela del Ministero degli Interni e l'accesso è strettamente riservato ai rifugiati e ai pochi operatori abilitati e dotati di carte governative. Tutto il perimetro adiacente alla strada è recintato di filo spinato e pattugliato dall'esercito. Fallito il dialogo con le Ong, sempre timorose di bruciarsi i finanziamenti con mosse sbagliate, il mio monaco avrebbe dovuto convincere (o corrompere) una delle guardie per farmi entrare, e mi aspettava al cancello di ingresso alle 7.30. Avvicinandomi al campo, tuttavia, mi sono reso conto che non esisteva un cancello di ingresso, ma una decina di cancelli, ben snocciolati lungo tutta la lunghezza del confine. La sorveglianza era piuttosto elevata e il perimetro era troppo esteso per pensare di percorrerlo a piedi cercando il mio contatto al cancello giusto. Dopo un maldestro tentativo di ingresso dal cancello principale, e dopo il prevedibile muso duro dei soldati thai a gambe divaricate, sono tornato sui miei passi, ho cercato con calma un punto debole nella camicia di forza del recinto e sono entrato di nascosto, con il cuore leggero e gagliardo di chi tralascia di pensare alle conseguenze delle proprie azioni. Da dentro, con prudenza, ho iniziato la ricerca del mio monaco.
I primi passi fra le capanne sono stati con i piedi di piombo.
Ogni rumore è sinistro, ogni piccola ombra sulle palizzate sembra venire per portare disgrazie. Il campo al primo sguardo è un labirinto di vicoli sterrati che si districano senza logica né disegno, sentieri nodosi figli di un inurbamento spontaneo, casuale, non pianificato. Senza il conforto possibile di una mappa, al principio non c'era strada che potessi essere certo di non aver già percorso un attimo prima, e sul villaggio riposava il silenzio grave e imponente di un tempio. Le capanne avevano pareti e recinti in bambù, un pian terreno e uno sopraelevato, spesso un piccolo giardino in cui razzolavano polli e a volte anche una casetta per i porci. L'umidità mattutina della giungla ovattava il campo in una nebbia fitta e granulosa che abbracciava tutta la valle e la vegetazione trasudante tutto intorno, e solo alcuni buchi passeggeri nel vapore permettevano a tratti di intravedere i crinali delle alture circostanti e i campi coltivati a fondo valle. I pochi strumenti linguistici acquisiti in un mese trascorso in Birmania si sono rivelati inutili: i karen di Mae La non parlano birmano, parlano karen. Fortunatamente ho incontrato Gedeon, un giovane karen che ha studiato inglese nel campo, il quale mi ha raccontato la sua storia e si è offerto di farmi da guida nel campo. I genitori di Gedeon sono stati uccisi sei anni fa dall'esercito birmano. Fucilati a freddo e senza colpa sulla nuda terra. Non erano soldati e non facevano parte dei gruppi armati, erano semplici contadini karen, con il solo torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato all'arrivo dell'esercito pacificatore. L'unico parente in vita di Gedeon, uno zio, si trovava nel campo di Mae La da anni e gli ha proposto di raggiungerlo. Senza più le impronte di una famiglia davanti ai suoi passi, in una casa vuota, su una terra di assassini e campi minati, Gedeon ha camminato per due settimane, dormendo nella giungla, fino a raggiungere il campo, dove vive da sei anni. Gli ho domandato di condurmi al monastero più vicino, specificando che non voglio incontrare militari né operatori di Ong lungo la via. Gedeon non aveva certo più simpatia di me per le forze armate, comprende la situazione e mi mostra la via.
Senza conoscere a fondo il campo, di primo acchito è facile abbandonarsi a impressioni romantiche e fantasie ad occhi aperti. Si apre davanti allo sguardo una società senza stato, senza polizia, senza documenti; una società costruita su relazioni spontanee da conoscere e indagare, una comunità pre-sociale da salvare, accudire, educare, da convertire per alcuni. Si apprende poi che dentro il campo si verifica la stessa criminalità vigente nel mondo esterno, che la corruzione è alle stelle e che un chief commander incassa fra i 10 e i 20 mila euro al mese di mazzette per vedere certe cose e non vederne altre, con pieno controllo su tutta l'area; si scopre che famiglie di ricchi musulmani sono arrivate da fuori esclusivamente per fare affari, con il benestare delle autorità corrotte. Si viene a sapere che ogni notte alle 21 c'è il coprifuoco, che esiste un servizio d'ordine gestito da rifugiati e che i cattolici, culto predatore, fanno spudorata opera di conversione nel campo in cambio di servizi al non-cittadino, ai danni della comunità buddhista meno provvista di capitali occidentali erogati via Ong. La presenza di Ong nel campo, cristiane o meno, è massiccia e provvede alla fornitura di servizi basilari come acqua, elettricità, istruzione di primo e secondo livello. Vedo che tutte le abitazioni sono numerate e Gedeon mi spiega che anche gli abitanti sono suddivisi in due categorie: vecchi e nuovi. Mi dice che ai primi è stata rilasciata una sorta di carta di registrazione, che consente loro di interfacciarsi con Ong e autorità thai, di svolgere alcuni lavori retribuiti e di partecipare ai programmi di integrazione all'estero. I secondi, fra cui lui stesso, non esistono.
Dopo una lunga camminata attraverso l'Area C del campo, giungiamo in cima ad una collina sfavillante di panni arancioni sbattuti dal vento contro il cielo turchino del primo pomeriggio, collina su cui sorge uno dei tre templi buddhisti che si trovano all'interno di Mae La. Faccio subito il nome del mio monaco fra i novizi, solo per scoprire che sfortunatamente non fa parte di questo monastero, mentre nessun monaco maturo sa dirmi dove si trovi. Mostro allora il suo numero di telefono al monaco superiore, il quale, estratto il suo iPhone dalla tonaca zafferano, inoltra la telefonata per me. I novizi fuori dal monastero giocano a chillou, sorta di tennis palleggiato con le gambe, facendo volare una leggera palla di vimini intrecciati delle dimensioni di una noce di cocco oltre una rete tesa fra le due metà di un campo. Circa mezz'ora dopo, vedo arrivare il mio monaco, che si arrampica sulla collina con un'agile motocicletta 125. Ci sediamo a terra, sulle assi scure e lucide di una terrazza ombrosa, sotto il sorriso bonario e dorato di una statua del Buddha. U Tilawca è nato nel 1982 e non è sempre stato un monaco; prima di indossare l'abito faceva parte del Ndl, il partito di Aung San Suu Kyi, e in queste vesti ha partecipato agli eventi della Rivoluzione Zafferano.

U Tilawca

U Tilawca, come sei arrivato al campo di Mae La?
«Dopo i fatti del settembre 2007 sono scappato dalla Birmania. Sono stato in Malesia fino al 2008. Ho attraversato il fiume di notte, poi ho viaggiato attraverso la Thailandia con bus, barche, macchine, contrabbandieri, mazzette. Un amico musulmano mi ha organizzato il viaggio, e sono partito. C'era troppo sangue per le strade. Quando le acque si sono calmate ho deciso di rientrare in Birmania, ma nel gennaio 2008, quando sono arrivato alla frontiera di Mae Sot, gli ufficiali allo sportello mi hanno portato via la carta di identità. Mi hanno guardato, hanno controllato una qualche lista, si sono presi il mio documento e mi hanno detto di andarmene, che non ero il benvenuto, di tornare da dove venivo e che il mio documento sarebbe stato mandato direttamente al governo. Mi sono trovato improvvisamente in bilico, senza terra sotto i piedi: da un lato del fiume c'era la frontiera thailandese, dall'altro quella birmana, ero fra i due ingressi, entrambi chiusi, e non potevo andare né da una parte né dall'altra, ero bloccato nella terra di nessuno. Non sapevo dove andare, così ho preso la via del fiume, sono passato nella foresta e sono arrivato fino al campo. Vivo qui da cinque anni.»

Cosa pensi dell'intervento dei monaci nella Rivoluzione Zafferano, tu che non eri ancora monaco in quel periodo?
«No infatti, la mia situazione era diversa, non indossavo gli abiti del monaco quando iniziarono le sommosse, facevo parte del Ndl. Le proteste erano già in corso quando i monaci hanno deciso di darci il loro supporto, a fine agosto. Il Ndl Generation Wave, 88 Generation, gli studenti, eravamo tutti in fermento, ma l'intervento dei monaci buddhisti ha dato un supporto e una legittimazione enorme al movimento di protesta. I musulmani hanno fatto lo stesso più avanti, il 24 settembre, quando sono scesi in strada fianco a fianco con i monaci buddhisti, ma ovviamente erano meno. Il messaggio dei monaci era talmente forte che la junta si è spaventata. Prima ha cercato di screditare il fenomeno dicendo che quelli in protesta non erano veri monaci, poi, quando la popolazione di Rangoon ha preso parte e fu chiaro che la propaganda non bastava, sono passati alle mani. Il 26 settembre hanno ammazzato tre monaci, due a forza di botte e uno sparandogli a bruciapelo. Si appellavano ai diktat: l'ordinamento 7/90 proibiva ai monaci di partecipare a iniziative non religiose, di pronunciare sermoni di contenuto politico e di iscriversi ai partiti. Capivano bene l'importanza dell'intervento dei monaci. Dopo le violenze molti ufficiali hanno aumentato le loro offerte ai monasteri, e a Pakokku hanno offerto 30.000 kyat ai monaci come rimborso per le botte, cercando di insabbiare i fatti, di accattivarsi simpatie, di rimediare. L'intervento dei monaci nelle nostre file è stato inestimabile, è diventato il centro della Rivoluzione Zafferano. Non era la prima volta che i monaci intervenivano politicamente. Già nel 1990 quelli di Mandalay avevano boicottato le elemosine dei militari, che è il più grande schiaffo possibile da parte loro, significa che il legame sociale di interdipendenza, con tutto ciò che rappresenta per la comunità religiosa, è infranto.»

Un profugo karen, vittima
di una mina anti-uomo

Chi ha la responsabilità delle violenze di settembre?
«I generali naturalmente, con i loro nomi e cognomi, e tutti i loro soldati senza nome. Il generale Than Shwe, il generale Maung Aye, il generale Thura Shwe Man. Da tempo soffocavano il paese di tasse, usavano le armi contro la popolazione, contro le minoranze che chiedevano l'indipendenza, contro i Kachin, i karen, i Lissu, i Pa-o, i Chin, i Kayan e tutti gli altri gruppi. Eravamo tutti uniti contro di loro: il partito Ndl, gli studenti, la All Burma Monks Alliance, Generation Wave, tutti. I monaci chiedevano una democrazia, scuse ufficiali per le violenze subite, la fine della guerra alle minoranze e la liberazione dei prigionieri politici: Suu Kyi, Min Ko Naing, Ko Ko Gyi, Ko Htay Kywe, Ma Su, Su Nway. Tutte richieste legittime. Il 28 e 29 settembre i militari hanno sparato ancora, hanno raso al suolo i monasteri con i carri armati per ordine dei generali, hanno sparato a un reporter giapponese, si chiamava Kenji Nagai, e hanno distrutto il monastero di Ngway Kyas Yan a Rangoon. Hanno iniziato la caccia al monaco e messo in galera tutti i nemici politici, chi voleva cambiare le cose. In prigione, oltre alle torture, alle umiliazioni, alla malnutrizione, nell'acqua c'erano residui di piombo e la facevano bere ai prigionieri, avvelenandoli. U Gambira è uscito malato, aveva tutta la pelle macchiata, poi ha perso la testa. I generali e i loro soldati hanno la piena responsabilità di tutto questo, tanto delle cause e quanto delle conseguenze.»

Mantieni i rapporti con il Ndl di Suu Kyi dal campo di Mae La?
«No, ho lasciato il partito quando sono tornato dalla Malesia, nel 2008. Ho cambiato vita. Arrivato a Mae La ho indossato gli abiti del monaco, ora qui insegno la lingua birmana, quella inglese e matematica. Cerco di diffondere istruzione dal basso, la politica di partito non mi interessa più. Le mie idee sono cambiate, credo che Suu Kyi non possa salvare la nazione, la popolazione non ha istruzione, i buddhisti sono in lotta con i musulmani che arrivano dal Bangladesh, i cristiani cercano di convertire i buddhisti, di stravolgere la nostra società. Non sono problemi che può risolvere lei, lei fa la sua vita politica, cerca di mediare, troppo, non prende parte e parla vagamente di pace, non si capisce da che parte stia. Ha un'etica diplomatica che non fa i conti con i conflitti più urgenti nella nostra società; ci servono soluzioni, non discorsi diplomatici. Non basta condannare il fervore religioso con un bel discorso pubblico, è giusto ma non basta. Bisogna preservare la religione buddhista dalle conversioni, e dalle lotte. Noi non siamo una religione di conversione, ci possono estinguere. I cristiani hanno supporti enormi che noi non abbiamo. L'Europa e l'Occidente in generale li hanno, noi siamo allo sbando, frammentati. Mi hanno chiamato anche tra le file dell'esercito karen. Ho rifiutato. Non voglio saperne di eserciti e armi, sono violenti, ignoranti, io cerco di diffondere sapere, la via del Buddha, la non violenza. Dato che non posso tornare in Birmania, cerco di fare quello che posso qui, nel campo, senza partiti né stati.»

Come è organizzato socialmente il campo? E cosa fanno qui le Ong?
«L'area più estesa è la C, dove ci troviamo ora. Qui ci sono gruppi karen, Kachin, Lissu, Pa-o, Chin, Kayan, musulmani. Nell'area B non ci sono musulmani invece, perché è piena di cristiani. Nell'area A ci sono ancora cristiani, buddhisti, soldati karen, Shan. Ma i gruppi sono molto ramificati dentro Mae La, non ci sono veri confini. Qui non si parla birmano, non si parla thai, si parla karen. In cima alla piramide ci sono le autorità thai, poi una commissione rifugiati, poi coordinatori, Ong e Un. Le Ong sono ovunque nel campo, forniscono servizi sanitari, istruzione, costruiscono toilettes, depurano le acque, distribuiscono razioni. Fanno tante cose, ma non ci aiutano con le questioni più importanti, non ci aiutano con i documenti, non vanno alla radice, qui ci servono passaporti per andarcene, per acquisire diritti, non solo assistenzialismo.»

Il campo profughi di Mae La

Saluto il monaco U Thilawca e lo ringrazio per le sue parole. Il sole dalla cima della collina mostra i colori del declino, si prepara a scomparire tutto in una volta come accade a queste latitudini, tirandosi subito dietro la notte come un lenzuolo a strascico, senza concedere l'intervallo della sera. Alle sei sarà già notte fonda, non ho molto tempo per ritrovare il punto da quale sono entrato e riattraversarlo di nascosto. Poco prima delle sei, inoltre, passerà l'ultimo songthaew pubblico, che mi conviene prendere al volo. Seguo Gedeon, che ricalca i nostri passi fino alla sua abitazione per vie secondarie, e prima di salutarmi, avendo ascoltato attententamente la mia conversazione con il suo monaco, mi regala un dossier sulla Rivoluzione Zafferano: Bullets in the Alms Bowl, proveniente da una ex biblioteca del campo profughi.
Con la breve distanza dei primi passi fra me e l'eterotopia di Mae La, inizio a sentirmi più calmo, e ripensando alle interviste a quei garofani dell'aria, alle violenze di stato contro le minoranze birmane, al sacro attivismo dei monaci buddhisti e alla vita quotidiana dei 60.000 non-cittadini del campo profughi, mi appresto a raccontare una storia di campi, rivoluzioni e monaci birmani.

Moreno Paulon