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Rivista Anarchica Online


 


Fantascienza e pedagogia/
Fobie, magie, resistenze e utopie

Quando c'era il futuro (Franco Angeli, 2013) di Daniele Barbieri e Raffaele Mantegazza esplora i confini e i punti di contatto fra pedagogia e fantascienza. Ma ha senso parlare di science fiction nel 2013? Esistono chiavi di lettura valide anche per l'impegno politico-sociale dell'oggi? Ne ho parlato con Daniele Barbieri.

Perché avete scritto un libro all'incrocio fra pedagogia e fantascienza?
«È la prima volta che io e Raffaele Mantegazza ci incrociamo, anche se abbiamo passioni e interessi comuni. Lui usa la fantascienza nelle sue lezioni all'università e immagino che constati spesso il fenomeno che io osservo lavorando nelle scuole o altrove.
Immaginiamo di affrontare un nodo drammatico: può essere la violenza sessuale, l'apatia politica, le molte facce del razzismo e la stessa definizione di umanità, le catastrofi ecologiche in corso e il tentativo di uscirne, e così via. Se si prende il problema di petto, cercando stimoli nella situazione data (cioè la scuola che, salvo rarissime eccezioni, versa in condizioni di agonia) quasi mai si suscita una passione autentica. Al massimo si registra un apprendimento di tipo passivo. Persino i drammi vicini a noi in un contesto scolastico sembrano ancora più lontani di Leopardi o Boccaccio.
Sarebbe complesso spiegare il perché in due parole ma la narrazione fantascientifica, il laboratorio che gioca a immaginare futuri, la provocazione di ragionare a partire da qualcosa assolutamente estraneo alla nostra attuale esperienza, possono invece spalancare più facilmente porte che di solito sono chiuse.»

Cos'è oggi la fantascienza?
«La migliore fantascienza secondo me è un grimaldello per uscire da un presente pigro e politicamente ingabbiato, soprattutto oggi. Credo che per Raffaele Mantegazza la pedagogia (e dentro di essa la fantascienza) sia uno degli strumenti per contrastare l'oppressione. È chiaro che alcuni autori e alcune autrici hanno una formazione scientifica e questo influenza tutto ciò che scrivono ma è altrettanto palese che la maggioranza dei libri di fantascienza nasce da persone che non hanno la minima infarinatura scientifica. Ma tutti e tutte – chi scrive come chi legge – devono fare i conti con due questioni che non mi stanco di ripetere. La prima è che da un secolo circa la scienza e la sua cuginetta tecnologia hanno invaso le vite delle persone prima di una parte del mondo e poi dappertutto. Impensabile dunque che ciò non influenzi anche il nostro immaginario.
Seconda questione: noi viviamo in una società scientifico-tecnologica senza avere la minima formazione, senza le conoscenze di base per capirne leggi e regole. Quindi in una sorta di tecno-magia che rende impossibile il controllo, persino la comprensione di come i poteri usano la conoscenza scientifica e le sue applicazioni.»

C'è qualcosa di nuovo nella fantascienza contemporanea?
«Si vorrebbe morta la science fiction ma è viva (pur se con gli inevitabili acciacchi di chi vive in una fase storica depressiva). Da poco Urania ha portato in edicola una trilogia di Robert Saywer. La storia inizia quando nella rete internet nasce Webmind, entità intelligente e incorporea. Il canadese Saywer ne esplora soprattutto il versante positivo e ottimista. Non è un ingenuo, ha ben presente rischi e contraddizioni ma questa trilogia comunica che la parte migliore dell'umanità potrebbe trovare un alleato non previsto. Se il “meticciato” fra una rete intelligente altamente evoluta e il genere umano ci porta su una strada di liberazione ne ricaveremo non solo meno guai e più giustizia ma anche felicità, se si può usare questa parola così difficile. Resto assai sorpreso che molte persone considerino pericoloso seguire Sawyer su questa strada. A parte che io non considero il novecento portatore solamente di catastrofi, per me questa visione cupa è un freno all'azione, una “museruola” al pensare. Di fronte a una crisi mondiale inventata, come quella che viviamo, è molto difficile portare le persone a constatare che non esiste soltanto una ricchezza economica enorme da redistribuire secondo giustizia, che non esiste soltanto la possibilità di risolvere la maggior parte delle tragedie mondiali fermando il meccanismo che produce e alimenta le guerre: c'è anche una ricchezza sociale diffusa in tutto il mondo, intelligenze ed esperienze che il capitalismo dilapida, anzi perseguita. Se non prendiamo atto di questa enorme potenzialità non troveremo ragioni di opporci davvero a chi vuole lasciare tutto com'è.»

Andrea Mameli
linguaggiomacchina.it



Desiderare
la libertà

È uscito recentemente per elèuthera Fantasie rivoluzionarie e zone autonome di Saul Newman (Milano 2013, pp.84, 8,00). Ne pubblichiamo la prefazione all'edizione italiana.

Due anni fa elèuthera diede alle stampe uno dei miei saggi, raccolto insieme a contributi di Simon Critchley, Miguel Abensour, Todd May e altri, in un volume sull'anarchismo e la filosofia radicale. Esprimo la mia gratitudine nei confronti dei curatori che hanno promosso la pubblicazione di un altro dei miei scritti, e sono onorato che il mio lavoro sia stato reso accessibile ancora una volta al pubblico italiano. Elèuthera è un editore che ammiro da tempo per il suo impegno sperimentale e d'avanguardia rivolto alla filosofia europea, alla teoria politica radicale e in particolar modo all'anarchismo. L'anarchismo, sia come tradizione eretica di pensiero, movimenti e lotte, sia come etica e politica di ispirazione anti-autoritaria, è stato per lungo tempo l'asse portante del mio lavoro; il suo impulso critico e il desiderio di estendere le possibilità della libertà umana sono stati le mie linee guida e hanno costituito l'orizzonte del mio pensiero. Anzi, mi è impossibile pensare criticamente alla sfera del politico senza confrontarmi con le domande e le sfide fondamentali poste dall'anarchismo. La pratica politica, e in particolare quella radicale, deve continuamente misurarsi con le forme dell'anti-politica, un ambito decostruttivo con derive anarchiche in cui le identità fisse, le istituzioni, le relazioni sociali sono radicalmente destabilizzate. In effetti, questa visione dell'anarchia ha sempre ossessionato, in un modo o nell'altro, la teoria politica; per alcuni si incarna in una concezione distopica dello stato di natura, per altri (gli stessi anarchici, ad esempio) esprime le possibilità di un'organizzazione sociale cooperativa senza la necessità di uno Stato sovrano. In entrambi i casi, l'orizzonte anarchico pone una sfida cruciale a tutte le forme politiche basate sulla sovranità. Sono in molti oggi a parlare di una “fase anarchica” quando si tratta di descrivere le forme contemporanee di attivismo politico radicale. Dalla nascita del movimento globale anti-capitalista alla fine degli anni novanta, fino ai recenti movimenti di occupazione apparsi tutto il mondo (nei quali includerei l'occupazione di piazza Tahrir al Cairo, poiché tale è stata la sua ispirazione), abbiamo visto nuove forme di azione orizzontale o “a rete” che sembrano, se non ispirate direttamente dai principi anarchici, almeno un loro chiaro riflesso. Inoltre, si è verificato un netto passaggio dai modelli politici avanguardisti di tipo marxista a più diffuse forme di partecipazione e di soggettività post-identitarie, eterogenee, il cui obiettivo non è più quello di appropriarsi delle redini del potere statale, quanto piuttosto di dissolvere questo stesso potere e di creare politiche, pratiche e spazi autonomi che lo oltrepassino. Il mio lavoro sulla teoria politica radicale risponde, e cerca di attribuire un senso, proprio a questi sviluppi. Che ci chiedono in modo forte una riconsiderazione dell'anarchismo, anzi un ritorno all'anarchismo.
Ma quale tipo di ritorno è possibile nella condizione attuale? Questa è una domanda complessa. Da un lato, vi è sempre stato un impulso insurrezionale, una volontà di resistere (che Michel Foucault avrebbe definito una “qualità plebea”, un'energia capace di arginare il potere resistendo alla produzione di corpi docili, e che Michail Bakunin avrebbe invece definito “istinto di rivolta”), ovvero un desiderio libertario che ovviamente trascende l'anarchismo, ma di cui la tradizione anarchica è diventata l'espressione più schietta e coerente. Quella che ha trasformato l'istinto di rivolta in una teoria, in una filosofia, in un'etica, in una scienza sociale e soprattutto in una politica. Qualsiasi tipo di rinnovamento dell'anarchismo deve prendere come punto di partenza fondamentale il suo principio etico: la resistenza al potere. Dall'altro lato, prendere l'anarchismo sul serio significa valutarlo onestamente in quanto tradizione di pensiero e di pratiche forgiata da precise coordinate filosofiche e fondata su alcuni assiomi riguardanti il comportamento umano, la conoscenza, la morale e le relazioni sociali. Se dobbiamo riflettere oggi sull'importanza dell'anarchismo, non possiamo permetterci di essere ciechi verso le sue tensioni, le sue aporie, i suoi limiti, i suoi passaggi contraddittori, i suoi filoni di pensiero eterogenei e talora contrastanti.
Dobbiamo ricostruire una genealogia dell'anarchismo nel senso di Friedrich Nietzsche e di Foucault. Questo comporta qualcosa di più che passare il nostro tempo a spluciare gli archivi; piuttosto, si tratta di riconoscere che la nostra eredità comune è anche “un insieme di faglie, di crepe, di strati eterogenei che la rendono instabile e, dall'interno o dal basso, minacciano il fragile erede”. Pertanto, ho sostenuto che l'anarchismo dovrebbe prendere in considerazione alcuni sviluppi teorici che inizialmente gli pongono alcuni problemi, tanto da sembrare addirittura in contrasto con esso, ma che allo stesso tempo lo costringono a pensare entro certe condizioni, sia teoriche sia politiche (ad esempio i limiti del potere, del discorso, i regimi di verità e di conoscenza, l'inconscio e così via).
Mi riferisco qui alle importanti implicazioni della teoria psicoanalitica e post-strutturalista per la riflessione politica, ed è proprio nel tentativo di fare una sintesi tra questi elementi e l'anarchismo (cercando di condurli a sostenersi l'un l'altro, a pensarsi l'uno attraverso l'altro) che è possibile parlare di un post-anarchismo. Questo è una definizione che ha causato molti fraintendimenti (e forse, con il senno di poi, la scelta del termine non è stata così felice), ma con essa non si è mai voluto suggerire che l'anarchismo si sia estinto oppure sia stato superato. Il prefisso «post» non vuole significare un essere dopo, ma al contrario invita a una rinegoziazione dell'anarchismo, a un tentativo di rivitalizzare ed esplorare la sua rilevanza per le lotte contemporanee, per i movimenti e per la sperimentazione politica. Come il post-modernismo non è il seguito della modernità ma piuttosto una riflessione critica sui suoi limiti, e allo stesso modo (come ha suggerito Foucault) la critica dell'Illuminismo fa proprio lo spirito critico dell'Illuminismo stesso, così il post-anarchismo può essere considerato come una sorta di apparato che propone una riflessione sui limiti dell'anarchismo, ma collocandosi al suo interno. Il post-anarchismo è quindi un tentativo di rinnovare teoria e pratica anarchiche. Si tratta di un modo di intendere la politica radicale in termini di contingenza e divenire, attraverso attività autonome e forme di azione diretta. I temi analizzati nel presente saggio, originariamente scritto per una rivista dedicata alla teoria della pianificazione2, rappresentano il tentativo di pensare ai vari modi in cui il post-anarchismo potrebbe riformulare la nostra concezione dello spazio politico. La questione dello spazio (spazi fisici, spazi sociali, ma anche spazi psicologici e paesaggi) è presa raramente in considerazione nella teoria politica radicale, ma è sempre lì presente e ha un impatto incommensurabile sulla nostra percezione, in ogni lotta politica, di ciò che è possibile. Se, come ha mostrato Foucault, la disposizione degli spazi fisici è sempre una questione politica, parimenti si potrebbe sostenere che la politica è sempre una questione spaziale. La politica radicale presuppone certi immaginari dimensionali, una certa mappatura di territori passati, presenti, futuri. La stessa rivoluzione avviene in un luogo particolare: il pensiero rivoluzionario concepisce un settore strategico, una disposizione di forze e di relazioni di potere, un obiettivo centrale da sequestrare o distruggere. Non si può fare a meno di pensare a simboli e punti di riferimento fisici come la Bastiglia o il Palazzo d'Inverno. In questo saggio, il mio obiettivo è non solo quello di indagare se sia possibile una concezione alternativa dello spazio politico radicale, ma anche quello di esplorare (con il supporto della teoria psicoanalitica lacaniana e del pensiero di Cornelius Castoriadis) alcune delle fantasie fondamentali che sono alla base delle pratiche politiche radicali. È attraverso l'anarchismo – o meglio il post-anarchismo – che possiamo ottenere una diversa comprensione dello spazio politico, una concezione in cui pratiche, stili di vita e forme di resistenza autonome, anziché disperdersi nella grande narrazione della Rivoluzione, concorrono a costituire una pluralità di luoghi. Se guardiamo agli squat, ai centri sociali, alle cooperative di ogni genere, ai media alternativi, alle comuni, sono tutte realtà che possono essere viste come sperimentazioni spaziali autonome, situate sia all'interno sia all'esterno del “sistema”. Questo aspetto è importante anche per il nostro modo di pensare alla progettazione degli spazi urbani e alle modalità con cui vengono prese le decisioni di pianificazione: se come attività intrapresa da un'élite tecnocratica di specialisti, o come forma di attivismo autonomo e democratico intrapreso dalla gente comune in contesti locali. Ora che tanti spazi pubblici e servizi sono stati privatizzati (passando dal controllo dello Stato al controllo aziendale), è il momento di ripensare gli spazi comuni, in opposizione a questo processo, come luoghi radicalmente aperti e non controllati. Riformulata così, la pianificazione può diventare un'attività insurrezionale. Di conseguenza, diventa qui fondamentale l'idea di insurrezione piuttosto che quella di Rivoluzione. Questo passaggio può essere inteso in molti modi, ed è irrinunciabile per il pensiero anarchico e la sua politica. Seguendo Max Stirner (e in qualche misura anche Gustav Landauer), con insurrezione intendo un tipo di trasformazione micropolitica in cui i nostri soggettivi legami psicologici con il potere vengono effettivamente sciolti. Non ci può essere alcuna trasformazione sociale radicale se essa non avviene innanzi tutto al livello del desiderio individuale e collettivo, il che comporta di imparare a desiderare in modo diverso: ossia a desiderare la nostra libertà, piuttosto che la nostra attuale servitù.

Saul Newman



Un prete, i gay,
l'Arcigay, l'Aids

“Don Marco mi è stato padre, fratello maggiore... Penso a don Marco quando leggo l'Ecclesiaste. Persino la sua celebrazione dell'eros era quanto di più lontano da un'idea consumistica, strumentale della sessualità ci potesse essere, anche quando si è allontanato dal sacerdozio, persino quando sembrava rinnegare il sacerdozio, non sapeva far altro che celebrare la vita. Lui aveva il carisma di questo speciale sacerdozio. Il suo è stato il dio che danza la vita...”. Così Nichi Vendola ricorda don Marco Bisceglia chiamato il “don Enzo Mazzi del Sud”, in quanto animatore di una di quelle comunità di base che si svilupparono spontaneamente pure all'interno della chiesa italiana fra gli anni sessanta-settanta. Ma il nome di don Marco oggi è legato anche a importanti e difficili battaglie civili: da fondatore dell'Arcigay nazionale fu colui che, più di altri, si profuse per legittimare i diritti degli omosessuali e per strutturare uno spazio di lotta che – come ammette lo stesso Nichi Vendola (che lavorò a Roma gomito a gomito con il sacerdote) – potesse obbligare i partiti al confronto su determinate tematiche.
A don Bisceglia, che non nascose la sua omosessualità e dedicò tutta la vita e il sacerdozio ai poveri fino a essere sospeso a divinis da una chiesa molto pre-concilio, il giornalista Rocco Pezzano ha dedicato Troppo amore ti ucciderà (Edigrafema Edizioni, 2013, pp. 320, € 16,00). Il libro è una appassionante biografia, che ripercorre le tappe dell'impegno politico e civile del prete.
Don Marco nasce nel 1925 a Lavello, in provincia di Potenza, studia dai gesuiti e diventa discepolo in Spagna di padre Díez-Alegría, uno dei più grandi teologi del novecento, sostenitore della teologia della liberazione e voce in netto stridore con quei vertici della chiesa cattolica che, secondo lui, avevano tradito Gesù. Ordinato sacerdote nel 1963, don Marco l'anno successivo viene nominato parroco del Sacro Cuore di Lavello. Qui inizia a portare avanti una pastorale da curato di strada, cercando di rendere vivo nella vita di tutti i giorni il verbo delle Scritture. Promossa da don Bisceglia, nasce a Lavello una Comunità di base che si farà portavoce di un certo dissenso e malcontento che era andato maturando anche tra i cattolici. Sempre in prima fila a combattere per i diritti della sua gente, don Marco si fa portavoce di un Cristo umile, che si incontra da una parte come “brezza leggera” e dall'altra in tutti gli uomini che soffrono.
Per questo suo sentire a portare la croce più sulle spalle che sul petto e stare a fianco delle rivendicazioni e delle proteste della sua gente, verrà rinviato in giudizio nel 1972. Troppo scomodo, don Bisceglia è soggetto a continui richiami dalla Curia, mentre a Lavello c'è chi vede dannoso il legame che ha stretto coi i fedeli che frequentano il Sacro Cuore. Tanto dannoso che pure i giornali nazionali cominceranno a tendere a interessarsi a lui, fino al definitivo allontanamento da parte del vescovo. La sua uscita di scena però non sarà facile: il 25 ottobre del 1978 dovrà arrivare a Lavello un consistente drappello di poliziotti e carabinieri per porre fine alla protesta in chiesa dei fedeli, che non vogliono che il loro parroco venga messo alla porta.
Don Bisceglia andrà via da Lavello con il cuore affranto per il distacco dalla famiglia (in particolare dall'amata sorella Anita), dalla sua umile gente, dai quei giovani che avevano visto in lui un punto di riferimento. Si trasferirà a Roma, dove troverà accoglienza e lavoro e, con l'Arci, inizierà le sue lotte per i diritti dei gay. Trascinatore di folle e intelligenza vivacissima, don Marco nella capitale frequenterà i radicali di Marco Pannella (che lo volle candidato alle legislative nel 1979, ma i 6000 consensi non furono sufficienti per farlo eleggere) e i movimenti vicini alla sinistra radicale, dediti a portare avanti le sue stesse battaglie per i diritti civili. Finché, a metà degli anni ottanta, si perdono le sue tracce.
Don Bisceglia ritornerà alla sua chiesa negli ultimi anni di vita (morirà di Aids nel 2002), tant'è che il Vaticano gli riconsegnerà la facoltà di poter dir messa, ma il sacerdote ritrovato non sarà più quello della parrocchia del Sacro Cuore, scomodo e scandaloso. Sarà, per don Marco un momento di riflessione profondo, in cui fare i conti con le proprie controversie e complessità. Sarà il tempo della preghiera e della meditazione su una vita apparsa, in tutti i suoi risvolti, intensissima e appassionante. Come sono appassionanti le pagine che Rocco Pezzano passa in dono ai lettori sulle “tre vite di don Marco Bisceglia”.

Mimmo Mastrangelo



A fumetti,
contro l'inquinamento

Carlo Gubitosa e Giuliano Cangiano (Kanjano), autori del libro dal titolo ILVA. Comizi d'acciaio (Edizioni BeccoGiallo, 2013, pp. 192, € 12,00) narrano, tramite l'arte del fumetto, un viaggio inedito negli ultimi cinquant'anni di industria siderurgica, in cui si racconta il “male oscuro dell'inquinamento”, attraverso storie di vita e di morte all'ombra dell'acciaio; storie di scontri tra “Davide e Golia”: cittadini e lavoratori si trovano a lottare contro politica, malaffare, industria e grandi sindacati; storie di sfruttamento del clima, dell'ambiente, del territorio, in nome di un'illogica, sfrenata ed egoistica speculazione produttiva.
Il caso Taranto, come molte altre realtà lavorative e operaie, vede i diritti alla salute e alla vita soppiantati e violati dalla ricerca del massimo profitto dei padroni, votati al sistema capitalistico, all'ordine militare sovranazionale e mondiale, per il becero ricatto neoliberista tra lavoro o salute, imposto dagli ingranaggi di potere, dai poteri forti, da una politica locale connivente, corrotta. I cittadini e gli ecopacifisti attivisti di Taranto, tramite l'associazionismo ambientalista, da anni lottano contro il mostro dell'acciaio, contro il siderurgico infernale che emette sostanze tossiche (e non solo nel quartiere Tamburi) e nel frattempo cittadini, lavoratori e operai continuano a morire di inquinamento industriale, perché a Taranto è elevatissimo il tasso epidemiologico di incidenza tumorale. L'associazione pacifista e ambientalista PeaceLink, in primis, a Taranto, ha sollevato un autentico terremoto politico-giudiziario, una contrapposizione netta tra partiti (politica partitica) e magistratura. Il gip di Taranto, Patrizia Todisco, con il provvedimento di sequestro, nella sentenza del luglio 2012, dichiara esplicitamente: “con la salute la vita non si può mercanteggiare”. I poteri forti (partiti, sindacati, chiesa) troppo spesso sono rimasti in silenzio. Con l'omertà si è nascosta la verità, già nota da tempo, fatta di inquinamento, malattia, morte.
Come attivista Anpi (Associazione Nazionale Partigiani d'Italia) mi sento in dovere di constatare che i veri partigiani contemporanei sono tutti gli ecopacifisti attivisti contro le cosiddette Goi, le grandi opere inutili e dannose, presenti, non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo (come il Tav, il Muos ecc.); i magistrati che lottano contro la mafia e i poteri forti e tutti coloro che portano avanti cause giuste e oneste, dove vengono negati e calpestati i diritti umani, la verità e la giustizia, dove la magistratura si fa garante della legalità e della tutela dei principi cardine della Costituzione (come il diritto alla salute), dove le altre istituzioni sono invece spesso omertose e corrotte.
“Ma il mondo ha proprio bisogno di tutto questo acciaio?”. Tale quesito pone, nella conclusione del libro, Alessandro Marescotti, presidente di PeaceLink. “Sembra che senza la produzione di acciaio dell'Ilva debbano crollare l'Italia, l'Europa e il mondo intero. (...)Ma è davvero così?”. In realtà la Commissione Europea parla di una produzione eccessiva. Le grandi opere vengono finanziate dai poteri forti, al fine di alimentare un mercato dell'acciaio ormai al tracollo. Ma è giunta l'ora che il sistema economico del grande capitale si renda conto del proprio collasso e della necessità di investire, al contrario, sui beni comuni, come la pace e l'ambiente, quali risorse principali della nostra comune umanità, da cui derivano altre priorità consequenziali, come la salute, la cultura, l'istruzione: la vita nella sua autentica essenza!
È proprio questo il messaggio del libro di Gubitosa e Kanjano: un grido forte di disperazione di tutti gli oppressi, di tutti gli abitanti dei Sud del mondo schiacciati dalle bieche logiche di mercato, dallo sfruttamento delle risorse energetiche. Un inno alla vita, un urlo di protesta per rivendicare gli inalienabili diritti a un'esistenza serena e felice, contro tutte le manovre impositive dettate dai poteri forti, dallo strapotere economico dei mercati dell'alta finanza, dai padroni dell'acciaio, dai signori della guerra.

Laura Tussi



Biologia, etica hacker
e informazione

Alessandro Delfanti, sociologo dei nuovi media all'Università degli studi di Milano, ricercatore presso la McGill University di Montreal, ha da poco pubblicato per Elèuthera Biohacker. Scienza aperta e società dell'informazione (pp.120, € 10,00).

Il tuo libro è stato pubblicato prima in inglese, questa versione italiana sembra un po' diversa, ci vuoi spiegare quali sono le differenze e come nasce?
«Il libro nasce dalla tesi di dottorato che ho fatto in Scienza e società all'Università Statale di Milano. Essendo stato anche all'estero l'ho scritta in inglese, pubblicare il libro in inglese mi consente di raggiungere lettori non solo italiani. Per quel che riguarda l'edizione italiana, l'idea di fare una versione ridotta, ma anche un po' trasformata, è nata per capire se questo tema poteva raggiungere un pubblico più ampio, composto non solo da chi si occupa di queste cose come ricercatore ma anche da chi è interessato alla cultura libera, all'open source e al rapporto tra scienza e società, senza essere per forza un addetto ai lavori. È un'edizione più accessibile, il pubblico accademico può leggere quella in inglese.»

Il titolo a cosa fa riferimento? Cosa vuol dire biohacker?
«La definizione biohacker è utilizzata come termine per far capire che l'argomento del libro ruota intorno all'idea, che ho cercato di descrivere, che le culture hacker e quelle legate all'open source e al software libero stanno contaminando la ricerca scientifica. Temi, pratiche e alcune caratteristiche del movimento hacker si stanno diffondendo tra chi fa ricerca scientifica, in particolare biologia. Il libro presenta casi molto diversi, tra cui quello di alcune comunità che usano questo termine per descriversi “Siamo hacker della biologia”.
Questi gruppi sono composti da persone che non lavorano all'interno delle mura della scienza, non lavorano nelle università o in qualche casa farmaceutica ma cercano di fare ricerca biologica in modo autonomo, autodidatta e indipendente dalle istituzioni. È la cosiddetta biologia “fai da te”. Poi ci sono i casi di ricercatori più tradizionali, che lavorano nel settore pubblico, come Ilaria Capua, una ricercatrice italiana, e di coloro che lavorano invece nel settore privato ma che condividono la stessa spinta a condividere le informazioni.»

Nel caso della cosiddetta biologia “fai da te” o D.I.Y. (do it yourself) o da garage, nel libro accenni al fatto che in realtà si tratta di un fenomeno che non sta producendo molte scoperte innovative o molti risultati scientificamente rilevanti. Negli anni '70 e '80, nei garage avvenivano delle cose importanti, mi riferisco a ciò che è stato lo sviluppo dei personal computer e alla nascita del movimento open source. Secondo te stiamo assistendo a qualcosa di simile?
«Una risposta sul futuro non sono sicuro di averla. In questo momento le persone e i gruppi che hanno aperto laboratori indipendenti, in cui si può andare e sperimentare con la biologia, non stanno producendo sapere di livello paragonabile a quello di chi fa ricerca nelle istituzioni scientifiche. Le attrezzature sono costosissime, non è facile aprire un laboratorio che possa competere con quelli delle università. Nel libro cito una frase di Bill Gates che dice “Se avessi diciott'anni oggi, farei hacking della biologia”, prospettando un futuro di ragazzi che nel loro garage cambiano un'industria e cambiano un settore economico, come è successo con i computer negli anni '70.
Io non so cosa succederà, quello che è interessante è che chi fa biologia in questo modo, con delle piccole comunità di hacker della biologia, può non avere delle competenze tecniche molto elevate ma contribuisce a creare una cultura scientifica nuova, diffusa, fatta di partecipazione e di una volontà di comprendere i meccanismi della scienza. Come si fa un esperimento? Come funzionano le istituzioni? Come si mette in piedi un laboratorio? Questioni tecniche e sociali. Da questo punto di vista è interessante e divertente.
Per ora manca la possibilità tecnica di competere con altri laboratori e manca una cultura critica che renda questo settore paragonabile a quello dell'informatica, dove gli hacker presentano anche una volontà di cambiare l'industria del software e del computer. In molti casi, soprattutto negli Stati Uniti, più che opporsi e cercare di cambiare le dinamiche di potere su cui si reggono le industrie informatiche o della ricerca, c'è l'idea che si possa contribuire a una nuova industria.»

La privatizzazione della vita

Una parte del libro è dedicata proprio a questo tema: come l'impresa scientifica sia cambiata negli ultimi vent'anni rispetto a ciò che è stata nel '900. Sono tre le figure che profili: quella del ricercatore universitario, libero e indipendente, quella del ricercatore che lavora per le imprese private, e si destreggia tra i brevetti, e quella più recente del ricercatore che ha fatto propria l'etica hacker. Metti bene in luce l'ambivalenza di queste figure e quanto siano sfumati i loro contorni.
«Questa è uno dei punti principali che cerco di sviluppare nel libro. Da una parte la questione della privatizzazione della vita: imprese private che fanno ricerca per brevettare i risultati, chiuderli, renderli inaccessibili e usarli solo per il profitto dell'impresa invece di condividerli; questa dinamica è in un certo senso cambiata, il brevetto non è più l'unico strumento che le imprese possono adoperare.
La cosa interessante della scienza aperta di oggi è che presenta questa ambivalenza che nell'informatica è un dato di fatto da tanto tempo. L'open source può essere un modello di rottura capace di cambiare i modelli del capitalismo, come nel caso del free software, ma può essere anche una forma di innovazione sfruttata dalle imprese.»

Su questo argomento proprio Elèuthera aveva pubblicato, ormai qualche anno fa, Open non è free del collettivo Ippolita che spiegava queste dinamiche. Etica hacker, vuol dire tante cose e al suo interno si possono rinvenire aspetti diversi come il perseguimento di istanze libertarie e la ricerca del profitto e del successo privato.
«Sì. Questi modelli possono tranquillamente diventare modelli di accumulazione di profitti. E così sta succedendo anche nella ricerca scientifica. Questo non vuol dire che non esistono più i brevetti, a volte è conveniente privatizzare, altre invece condividere ma essere poi in grado di raccogliere più velocemente, e meglio degli altri, i frutti della condivisione: per esempio fornendo servizi invece che vendendo informazioni.
L'altro tema è il ruolo del singolo scienziato all'interno di questa dinamica nuova. La cosa interessante è che gli scienziati che decidono di condividere le informazioni possono avere fini molto diversi; possono avere scopi liberali: permettere l'accesso all'informazione anche ai paesi poveri (un tema classico della scienza aperta), oppure possono agire per scopi di profitto, quindi farlo perché questo permette di raccogliere finanziamenti da diverse istituzioni o permette di raccogliere innovazioni che vengono dalla rete e non solo dall'interno dell'azienda.»

Queste due dimensioni coesistono perfettamente, anzi sono quasi complementari: più diffondi dati che possono essere liberamente elaborati e più è possibile realizzare un profitto economico se hai una struttura che te lo permette. Spesso si pensa all'open access e a tutte le battaglie sull'informazione libera come battaglie di frontiera di pratiche libertarie.
Questo è sicuramente vero ma d'altra parte ci sono grossi gruppi economico-finanziari che non hanno nessuna difficoltà a sfruttare il lavoro volontario di una comunità per poi confezionare il prodotto e venderlo a suo nome ricavandoci un profitto privato.
«Quello che fanno i movimenti per l'accesso aperto o per la libertà d'informazione, secondo me è sacrosanto. Fa parte di un ideale libertario, ma in alcuni casi semplicemente liberale, di una democrazia basata sull'accesso all'informazione. Quindi niente di quello che scrivo toglie che tutto questo sia vero. Anzi lo ribadisco più volte. Io stesso sono un attivista dei movimenti per la scienza aperta e la cultura libera, quindi sono assolutamente a favore di tutto ciò e penso sia importante. Questo non toglie che nei momenti in cui questi fenomeni aumentano di importanza, le imprese sono in grado di trovare il modo di sfruttare anche la condivisione e non solo la privatizzazione.»

Condivisione delle informazioni e sfida alle istituzioni

Nel libro citi tre casi esemplari. Uno è quello di John Craig Venter, uno quello di Ilaria Capua e per finire quello di Salvatore Iaconesi. Tre casi molto differenti che permettono di capire molte cose. La storia di Venter è emblematica del legame tra ricerca libera e profitto economico.
«Sì, prendo in considerazione questi tre casi perché sono esemplari per mostrare, tra le differenze che li caratterizzano, alcuni tratti comuni: la volontà di condividere le informazioni e il rifiuto delle burocrazie delle istituzioni; per scopi e con metodi molto diversi, però. Nel caso di Capua abbiamo una visione liberale della ricerca, per cui l'accesso delle informazioni deve essere garantito a più ricercatori possibili in più paesi possibili, perché permette di sviluppare in modo più efficiente la ricerca con ricadute sociali importanti (un tema classico dell'open access). Nel caso di Venter, il tipo di informazioni raccolte non sono più semplicemente privatizzabili e poi vendibili. È più interessante capire quali servizi fornire su quei dati, quindi condividerli permette di raccogliere capitali di provenienza diversa e di sviluppare un modello differente, assolutamente votato al profitto.»

Crea servizi per leggere i dati.
«Sì. Questo non significa che Venter non abbia modelli di privatizzazione, mantiene un equilibrio tra momenti o tipi di ricerca nei quali l'importante è brevettare e altri casi in cui è meglio condividere e poi cercare di raccogliere le innovazioni che vengono da tutta la comunità di ricercatori.
Il caso di Iaconesi è molto diverso perché non fa ricerca scientifica. Anche in questo caso però c'è la volontà di aprire e condividere le informazioni, nel suo caso la sua cartella medica, facendo qualcosa che le istituzioni della medicina non permettono o non favoriscono. Un caso molto diverso, vi si può leggere il sogno di una ricerca medica open source capace di trovare cure alle malattie anche tramite la condivisione delle informazioni. Quante più persone possono accedere a quelle informazioni, tante più persone possono partecipare interpretandole e magari riuscendo a risolvere un problema medico. Il suo caso, per molti versi diverso dagli altri citati, ha dei punti di convergenza: condivisione delle informazioni e sfida alle istituzioni.
Ritengo che il potere sull'informazione sia una delle questioni più importanti nella nostre società. Chi produce, controlla e raccoglie i profitti che provengono dall'informazione?
È importante, anche per un attivista della cultura libera, avere sempre un punto di vista critico: spingere per l'apertura delle informazioni non è sempre un'attività sufficiente per andare nella direzione auspicata, in realtà mette in campo dinamiche complesse: non apre soltanto nuovi spazi di autonomia ma anche nuove forme di sviluppo economico per le imprese.»

Marco Liberatore



1970/
Cinque giovani anarchici calabresi. Morti.

Quando nel 2001 usciva il libro di Fabio Cuzzola Cinque anarchici del Sud. Una storia negata, la vicenda legata alla morte di cinque compagni calabresi viveva solo nel dolore dei familiari e nel ricordo dei compagni che avevano vissuto l'irripetibile stagione del '68. Da quel momento in poi si è aperto un cammino che, attraverso le più svariate forme di comunicazione e arte, ha contribuito a fare conoscere anche fuori dal movimento anarchico questa vicenda, che oggi è patrimonio della storiografia ufficiale. Basti pensare che questa storia ha ispirato vari spettacoli teatrali, un documentario, canzoni, una puntata di Blu Notte di Lucarelli.
Un altro importante tassello si aggiunge oggi con la pubblicazione del volume Il sangue politico (Editori Internazionali Riuniti, 2013, pp. 253, € 16,00) di Nicoletta Orlandi Posti, impreziosito dalla prefazione di Erri De Luca.
Ha ragione lo scrittore napoletano quando afferma che questo è “un caso che li riassume tutti”, perché in questa vicenda s'incrociano drammaticamente la strage di piazza Fontana, la strategia della tensione, il golpe Borghese, la rivolta di Reggio Calabria dei “Boia chi molla” e la strage di Gioia Tauro, che con la recente sentenza, passata in giudicato, si configura come la prima strage della storia ad opera della 'ndrangheta. In questo gorgo di odio, lotta e misteri trovarono la morte, in un attentato camuffato da incidente, Angelo Casile, Gianni Aricò, Annalise Borth, Franco Scordo e Luigi Lo Celso, poco più di cento anni in cinque, ma con alle spalle una militanza già ricca di viaggi, manifestazioni, arresti e processi.
Il libro poggia su due pilastri che fanno di questo lavoro un'opera agile e indispensabile per capire e ricostruire un momento nevralgico per la storia contemporanea. Orlandi Posti si è giovata dell'immensa mole di documenti di tutti i processi di piazza Fontana, oggi finalmente disponibile in formato digitale, e sulle narrazioni dei militanti del gruppo 22 marzo, che hanno consentito alla giornalista e scrittrice, orgogliosamente originaria della Garbatella, di dare completezza storiografica a un quadro di eventi complesso.
La storia dei giovani anarchici, al tempo militanti della Fagi (Federazione anarchica giovanile italiana), s'incrocia con la macro storia, nella quale finiscono per imbattersi in “cose che faranno tremare l'Italia”. Trame oscure, più grandi della loro gioventù e che ancora aleggiano nella ricostruzione dell'incidente in quella maledetta notte fra il 26 e 27 settembre del 1970 lungo l'autostrada nei pressi di Ferentino.
Due elementi raccolti successivamente alle indagini rivelano la trama criminale ordita contro quei giovani mentre si dirigevano a Roma per consegnare ai compagni della Fai il frutto delle loro ricerche. In loco interviene la polizia stradale, quella sera comandata da Crescenzio Mezzina, uomo dei servizi, quattro anni dopo condannato per il tentato colpo di stato Fumagalli. La sua mano sottrarrà i preziosi documenti.
Il secondo elemento è legato alla diffusione della notizia. La prima informativa dei servizi segreti sull'incidente, telegrafata alle tre del mattino del 27 settembre, arriva da Palermo, molto strano per un normale incidente stradale, avvenuto a mille chilometri di distanza.
Una riflessione a parte merita la sperimentazione del metodo di scrittura utilizzato; la scrittrice dosa in maniera sapiente un doppio registro linguistico e narrativo, alternando passi romanzati, utili per fare capire a chi non ha vissuto quegli anni il clima e l'ambiente politico-culturale, a capitoli di vera e propria inchiesta “vecchio stile”, con documenti, articoli, stralci di interrogatori, fonti orali.
Il sangue politico è diventato anche un monologo teatrale e un blog, dove l'autrice raccoglie materiali delle varie presentazioni a testimoniare che ancora quella storia ha molto da raccontare ai vivi e a “quelli che passeranno”.

Fabio Cuzzola
cirano2@tiscali.it



Antologie/
Racconti anarchici dal mondo

“Dire che siamo piuttosto soddisfatti di questa raccolta sarebbe minimizzare parecchio. In realtà siamo spudoratamente orgogliosi del risultato, ci gira la testa, siamo in pieno delirio”. L'introduzione in inglese racconta un po' della storia che ha portato a Subversions, e l'altra introduzione, in francese, aggiunge ulteriori informazioni. Il progetto nasce in una scena libertaria, quella di Montréal, eccezionalmente ricca: decine di collettivi, strade piuttosto agitate (“abbiamo avuto l'onore di vedere l'amministrazione locale istituire una speciale task-force di polizia anti-anarchica”), una grande fiera del libro, un Festival internazionale del teatro anarchico...
Qui da noi la storia inizia poco dopo l'uscita del primo volume: alla 5° Vetrina dell'editoria anarchica e libertaria di Firenze, con i primi contatti fra l'Anarchist writers bloc (Awb, Blocco degli scrittori anarchici) e i giovani autori, toscani e non, raccolti attorno alla Vetrina e ad alcune nuove pubblicazioni ivi presenti (rivista Collettivomensa, blog Cusa-Umanesimo anarchico).
Il risultato è una collezione anglo-franco-italofona: Subversions vol II, a cura dell'Anarchist Writers Bloc (Anarchist Writers Bloc, Montréal 2012, pp. 272 in carta riciclata, prezzo non indicato, licenza Creative Commons 3.0, anarchistwritersbloc.org, info@anarchistwritersbloc.org, distribuzione AK Press); ventotto racconti di autori provenienti da diverse zone del Canada, e da Italia, Isole Britanniche, Francia, Usa, Nuova Zelanda, prodotti attraverso un processo di lavorazione partecipata a cura della rete di autori e di lettori dell'Awb. “La prima antologia multilingue di nuova narrativa anarchica”, vanta il sito web del Blocco: il secondo volume di quella che, uscita nel 2011 in versione anglo-francese, si presenta davvero come una realizzazione inedita nella storia dell'anarchismo, e nella storia della letteratura.
Cosa sia un “racconto anarchico” potrebbe essere una questione problematica. I testi raccolti testimoniano di una grande varietà di declinazioni di questo concetto, e al tempo stesso di una visibile coesione del prodotto finale: in molti possibili modi, autori diversi (alcuni attivi da tempo come scrittori, altri ai loro inizi, ma non meno brillanti) raccontano storie diversamente connesse agli ideali anarchici e libertari. Ciascun racconto meriterebbe un commento specifico; mi limito qui a segnalare quello di Peter Gelderloos, “Gathering the Dolphins”*: una storia di capitalismo avanzato e di rapporto con le altre specie, ambientata in Italia, che ha la forza di una leggenda moderna, e che come una leggenda potrebbe circolare a lungo attraverso le lingue e i paesi.
L'annoso dibattito sul rapporto fra arte e politica è ripreso nelle brevi prefazioni di Raoul Vaneigem e della scrittrice statunitense Marge Piercy: un ritorno ricorrente, questo di un tema trito e fondamentale, che è un altro indizio del trovarci nella fase di inizio di qualcosa di nuovo.

Matteo Broduè

* Titolo italiano proposto: “Radunando i delfini”.



I fantasmi di Stajano,
per capire il Novecento

Il non poter sapere dà una triste impotenza.
I documenti sono soltanto scheletri che vanno nutriti di carne.
Come possono delle carte far riascoltare voci, rivedere gesti, captare sguardi, far capire lo spirito del tempo?”

La stanza personale e intima di Corrado Stajano (La stanza dei fantasmi. Una storia del Novecento, Garzanti, Milano 2013, pp. 280, € 18,80) è un deposito di Storia.
Piccole cose, petites madeleines suscitatrici di memoria occupano gli scaffali della libreria. Un punteruolo, un piccolissimo liuto, bossoli vuoti, soldatini di piombo, cornicette con medaglie al valore, fotografie saltate fuori da una scatola metallica dei droghieri. Il tempo, come immobilizzato, viene ri-cercato, lo spazio ri-costruito. Di immediato impatto emotivo la prospettiva di ripresa dal basso, quella che fa parlare gli oggetti come giocattoli dimenticati, cianfrusaglie sparse, testimoni inconsapevoli. L'arte maieutica di Stajano li restituisce alla vita. E convince, coinvolge, quel dare voce agli indizi, dettagli preziosi del “Secolo breve”, e agli altri fantasmi che si fanno testimoni concreti, in un dialogo – anche se a volte muto – con la Storia.
Con la sua scrittura chiara, precisa, fluida, a tratti poetica l'autore ci conduce, quasi prendendoci per mano, in un viaggio nella Storia del Novecento. A partire dalla sua microstoria alla ricerca delle proprie radici, incrociando altre storie. Un tempo ritrovato in luoghi intimi, in spazi pubblici. Incursioni della memoria, mai indolori.
Testimonianze rigorose, ben documentate, affidate ai taccuini. Carlo Emilio Gadda, volontario interventista, comprende solo sul campo e racconta cosa è stata la disfatta di Caporetto. Di un'altra guerra ci vengono restituiti, con sereno e ironico distacco, i bombardamenti su Londra dal gran diario di Churchill. Mentre, nel suo rifugio segreto, in un sottoscala, si decide il destino del mondo. E altri bombardamenti ricostruiti dal narratore a partire da schegge di ferro rimaste sullo zerbino e conservate con cura fino a diventare familiari. Confessa: “ero un instancabile raccoglitore di bossoli vuoti”.
Trovano posto anche gli scritti dell'amico partigiano Nuto Revelli, ritratto immobile in una fotografia, dietro lo spigolo di un muro della grande stanza. “Ero amico di Nuto, passai lunghe giornate a parlare con lui. La guerra era il suo pensiero dominante, l'8 settembre un'ossessione”. Anche i diari depositati in archivi storici della Resistenza vengono interrogati, ma dei molti partigiani caduti si conoscerà solo il nome di battaglia.
Note, appunti di un sinistro viaggio dell'autore in Grecia, proprio nel 1967, durante il colpo di Stato dei colonnelli, e fotografie di carri armati davanti al Parlamento che faranno il giro del mondo, sono richiamati alla memoria dall'inquieto Auriga di Delfi. È infilato nel vetro della libreria della stanza da più di quarant'anni, e lo scrittore si sente ammonito dalla fissità dolorosa del suo sguardo, quasi volesse metterlo sempre in guardia a cogliere per tempo gli insulti alla libertà. Quindi, Stajano interroga gli indizi del passato per parlare di noi, del nostro presente. In questo modo, siamo costretti a calarci nella quotidianità, a esistere in modo vero, in un rapporto dialogante con la Storia.
Il merito sta proprio nel proporci una narrazione della storia da una prospettiva inedita e svecchiata, non antiquaria. Una Storia che ci riguarda. Lo scrittore come un archeologo scava in profondità, si interroga sulle motivazioni che hanno mosso le azioni, ma anche sullo stato d'animo, i pensieri intimi e profondi, il dolore di chi ha preso parte davvero alle vicende narrate, e di chi è rimasto.
In una cornicetta liberty, la fotografia ritrae il padre, capitano, seduto con il moschetto sulle ginocchia. Dietro di lui, in piedi, la gerarchia. Tre tenenti, e gli altri nella vecchia uniforme dell'esercito regio. Forse la Grande Guerra è finita da poco.
“Che cosa hanno visto in quegli anni di guerra, sul Montello, sul Monte Grappa, sul Monte Nero, sull'Isonzo, sul Piave? Hanno ucciso con quei moschetti simili ora a pezzi di legno inanimati? Hanno visto da vicino i loro soldati maciullati, i corpo a corpo cruenti, hanno avuto paura del fragore delle granate o sono riusciti a mascherarla?”. Considerazioni sulla crudeltà della guerra sono affidate anche alle pagine di scritti letterari. Altre fonti visive restituiscono luoghi, piazze e scenari di conflitti planetari.
Come le tele dei “war artist”, Graham Sutherland e Henry Moore. Le immagini surreali dove la vita non conta, insieme a descrizioni minuziose di fotografie di guerra, ci rendono ancora più complici. Tra molte altre, si è colpiti da una fotografia, quella della madre, di forse vent'anni nella fotografia del matrimonio, con i capelli raccolti a crocchia e una rosa appuntata sul petto. Il cuore di quella donna, la madre, come tante altre donne, si sarebbe fatto sentire erigendo una muraglia di fermezza e coraggio per difende i propri figli la notte della perquisizione nella casa da parte della Wehrmacht. Anello forte, autorevole “non le servirono le parole”.
La ricerca si snoda dei luoghi affettivi depositari di storie stratificate. Il nonno contadino, ricco proprietario “con il genio della terra”, la sua Terramata. Uno che “pensa in grande”, ma poco interessato alla politica. Luoghi sui quali si sovrappone la scrittura letteraria di autori che ci conducono in un viaggio lungo la campagna virgiliana e la valle del Po. Ma è la testimonianza diretta dell'autore a guidarci verso la città natale, Cremona, con la sua piazza delle fucilazioni e la Caserma del Diavolo, dove ora c'è la scuola per l'artigianato liutario e del legno che porta il nome di Antonio Stradivari.
Invece, dal groviglio della memoria, un pezzo di legno color carminio, modellino di fabbrica, si dipana e riporta a galla la vicenda tremenda di Walter Alasia, terrorista delle Brigate rosse, assassino e vittima, rievocata dal fratello Oscar. Sono gli anni dopo l'autunno caldo e la strage di piazza Fontana che ha dilaniato Milano e l'Italia. Gli anni del golpe in Cile, del referendum sul divorzio, delle stragi di piazza della Loggia a Brescia, del treno Italicus, del periodico Il pane e le rose. Decine di morti innocenti.
La riproduzione della carta a colori della Sicilia dove compare ancora capovolta “l'appendice dello stivale di cavaliere”, secondo le spiegazioni della maestra di Como, è occasione per un prossimo arcaico viaggio della memoria. Aspre tappe insidiose ripercorrono la terra che è stata nutrita dalla presenza di popoli diversi e che è la terra d'origine del padre, fin da ragazzo sottotenente del 65° Reggimento fanteria, ma poi prigioniero in un lager perché “ha prestato giuramento al re, non al fascismo”. Poi la Sicilia dei Gattopardi superstiti, tra pasticcerie e caffè, locali preferiti decenni dopo da uno dei capimafia. E l'incontro con Lucio Piccolo, incoronato d'alloro da Montale, così appartato e schivo, e diverso dal cugino Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Infine, la Sicilia della Conca d'oro, tanto densa di fascino, e di morti ammazzati.
Così, a mano a mano, attraverso questi viaggi inquieti della memoria, scaturiti dalla penna di un grande scrittore, “i fantasmi che aleggiano in una stanza possono diventare davvero entità di carne, ossa, sangue, fonti battesimali di un tempo perduto e ritrovato”.
L'immagine conclusiva è rappresentata dalla famosa stanza traballante di Van Gogh, fissata nel colore del celebre dipinto, emblema di una vita non pacificata. Allo stesso modo, il groviglio nella stanza dei fantasmi non si è del tutto dipanato. Molti interlocutori della Storia che hanno lottato per un'Italia migliore, “i superstiti della libertà”, offrono il loro passato tribolato alle generazioni che verranno. Tuttavia, per Stajano, oggi è venuta a mancare anche la speranza.
Allora, all'autore non resta che affidare alle parole poetiche di Eugenio Montale, suggellate in Riviere, quell'esile filo di speranza da infondere nelle nuove generazioni. Ma già quest'ultimo bel lavoro, sofferto e generoso, credo possa rappresentare un'apertura, un varco, poiché offre chiavi inedite di una Storia del Novecento, lontana dagli approcci accademici oppure libreschi di tanti manuali in uso nelle scuole. Perché, dentro i fatti, di fronte alla Storia ci siamo noi.
E la prospettiva che Stajano riesce a restituire con la sua scrittura, scavando nell'anima di quanti hanno partecipato della Storia passando negli interstizi di altre storie, andando oltre i fatti, è già uno spiraglio di attesa fiduciosa. Quindi, non romanzo di un'autobiografia, ma racconto di una Storia del Novecento, umana e “partecipabile”. Condizione per elaborare un pensiero riflessivo e critico, promessa di libertà, individuale e collettiva.

Claudia Piccinelli



La Resistenza in Italia
e il contributo (misconosciuto) degli anarchici

Il nostro collaboratore Giorgio Sacchetti ha da poco pubblicato un suo studio sul campo di concentramento (prima fascista, poi badogliano) di Renicci d'Anghiari (Arezzo) – tra il 1942 e il 1943: Renicci 1943. Internati anarchici: storie di vita dal campo 97 (Aracne editrice, Roma 2013, pp. 236, € 16,00).
Nella sua premessa (che qui ripubblichiamo) il direttore generale dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Claudio Silingardi, affronta anche la questione della sostanziale rimozione del contributo degli anarchici non solo alla Resistenza, ma anche – precedentemente – alla ventennale (e ben più “difficile”) militanza antifascista sotto e contro il regime fascista.

Ho trovato tra i miei libri un opuscoletto di Giorgio Sacchetti, dal titolo Renicci: un campo di concentramento per slavi e anarchici, pubblicato dalla Provincia di Arezzo nel 1987. Mi era servito per una piccola ricerca che stavo facendo su Emilio Canzi, anarchico divenuto – caso davvero eccezionale nella storia della Resistenza italiana – comandante unico della XIII zona partigiana nell'Appennino piacentino. Il fatto è che questo primo lavoro (presumo evoluzione della comunicazione presentata al convegno internazionale tenuto lo stesso anno sempre ad Arezzo) conferma davvero quanto l'autore asserisce nella sua introduzione, cioè l'impegno assunto a mantenere viva la memoria del luogo e di chi suo malgrado l'ha attraversato: io posso testimoniare che grazie alle sue ricerche ho potuto conoscere in modo non superficiale l'esistenza del campo di Renicci e il profilo di alcuni di coloro che vi furono trattenuti nel breve periodo badogliano.
Ora arriva Renicci 1943. Internati anarchici: storie di vita dal campo 97 che, ci dice sempre l'autore, è il punto di arrivo di una trentennale attenzione al ruolo svolto dal campo, nel contesto di una produzione storiograca costantemente di alto livello, attenta alle correnti libertarie e sindacaliste toscane, ad alcuni profili biografici di rilievo nazionale e internazionale, alla nascita dello squadrismo fascista, alle esperienze sindacali sia precedenti al fascismo sia nell'Italia repubblicana. Ho avuto anche il piacere della sua collaborazione in uno dei progetti che mi ha maggiormente impegnato, quello del Dizionario storico dell'antifascismo modenese, per il quale Giorgio Sacchetti ha curato alcune voci tematiche.
In realtà, ciò che preme l'autore è focalizzare la funzione che Renicci ha avuto nell'impedire che alcuni tra i più combattivi ed esperti militanti anarchici potessero svolgere un ruolo attivo subito dopo la caduta del fascismo, e fare emergere il profilo in molti casi esemplare di questi combattenti antifascisti. Le 118 biografie di “antifascisti non conformi” – come li definisce – sono il cuore di questo lavoro, accanto al tributo dovuto a una figura altrettanto non conforme, quella di Beppone Livi, ribelle anarchico e tra i primi esponenti e protagonisti della Resistenza nell'Aretino.
Non è facile, oggi, far comprendere a chi è cresciuto in una società che fa del presente l'unica prospettiva praticabile, il senso di vite complesse come quelle raccontate dall'autore, il loro legame con il passato e la loro fiducia incrollabile in un futuro migliore. Eppure di questo si tratta. Persone che hanno conosciuto la violenza delle autorità e poi del fascismo, che sono state costrette a emigrare, a perdere il lavoro, a subire persecuzioni, carcere e confino, che però hanno continuato a rimanere il più possibile coerenti con le proprie idee e a credere nella possibilità di una società più giusta e migliore. Questo atteggiamento in molti di loro permane nonostante le profonde delusioni e i momenti di sbandamento. D'altra parte, poteva essere diversamente?
Oggi certe vulgate si sono profondamente radicate, al punto di riuscire a rappresentare il fascismo come un regime tutto sommato tollerante, che se non avesse incespicato nelle leggi razziali e non avesse compiuto l'errore di entrare in guerra a fianco della Germania, in fondo non avrebbe agito male, come dimostrerebbe il consenso raccolto nella maggioranza della popolazione italiana. Queste rappresentazioni sono risultate vincenti in questi ultimi decenni di continuo attacco da parte delle forze politiche moderate all'antifascismo e alla Resistenza, in particolare a partire dal crollo dei regimi comunisti dell'Est e dalla crisi del sistema politico uscito dalla guerra.
Lo sono state, però, anche per la difficoltà delle forze politiche antifasciste a fare i conti davvero con la memoria dell'antifascismo (e con la realtà effettiva del regime). Intanto, in molti casi si è determinato un appiattimento della storia dell'antifascismo entro quella della Resistenza, espungendo dal primo gli elementi ritenuti contraddittori rispetto alla rappresentazione della Resistenza come fenomeno unitario e democratico. Non a caso, dell'esperienza storica dell'antifascismo sono stati valorizzati o gli episodi unitari (come ad esempio le Barricate dell'Oltretorrente a Parma) o figure emblematiche (Gramsci per i comunisti, Matteotti per i socialisti, Rosselli per gli azionisti, don Minzoni per i democratico-cristiani), mentre sono stati rimossi gli errori, le scelte settarie, le contraddizioni politiche, l'orientamento rivoluzionario di alcune delle forze protagoniste dell'antifascismo, come il Partito comunista d'Italia e il movimento anarchico.
Ma c'è dell'altro: l'antifascismo, oltre che diviso al suo interno, rimane sempre minoranza, e non gioca alcun ruolo nel far cadere il regime fascista. Mentre la Resistenza – anche se oggi sappiamo aver avuto anch'essa tanti problemi e contraddizioni – può essere rappresentata (e in buona parte lo è stata) come un movimento capace di raccogliere un forte consenso nella popolazione italiana, in grado di mettere in difficoltà la Repubblica Sociale Italiana, protagonista nella liberazione di città e paesi del Centro e del Nord Italia.
Purtroppo il prevalere di queste rappresentazioni ci ha fatto perdere di vista il fenomeno concreto dell'antifascismo, le idee e le proposte elaborate ma anche la vita concreta, quotidiana di chi ha deciso di non adeguarsi. Direi che sia utile partire da un dato apparentemente banale: in una dittatura, in un regime, la normalità non è opporsi, ma appunto adeguarsi. Era difficile essere antifascisti, continuare ad esserlo con il passare degli anni, senza che si vedesse a breve un possibile cambiamento. Anche perché vi era una evidente sproporzione tra l'espressione delle proprie opinioni o l'agire politico e le conseguenze sul piano della repressione, che non riguardavano – bisogna sottolinearlo – solo il diretto interessato, ma la sua famiglia. Anni fa Silvio Berlusconi dichiarò pubblicamente che il confino era una sorta di villeggiatura; avrebbe dovuto chiedere alle mogli e ai figli dei confinati in quali condizioni erano costretti a vivere, venendo meno la presenza (per un periodo da due a cinque anni) del proprio congiunto e dei redditi del suo lavoro.

Carlo Credi
Gli anarchici Emilio Canzi (Piacenza 1897 - 1945) (a sin.)
e Alfonso Failla (Siracusa 1906 - Carrara 1986),
due delle figure di spicco tra i militanti
anarchici impegnati contro il fascismo
dal suo sorgere alla sua sconfitta

La realtà della repressione non stava solo negli arresti, nel confino, nel carcere, nelle diffide e ammonizioni, nei continui controlli di polizia, ma in una vigilanza quotidiana esercitata dall'insieme delle organizzazioni sociali e assistenziali del fascismo, in meccanismi di controllo e di vessazione che portavano alla perdita del posto di lavoro, a costrizioni quotidiane, a rotture di vincoli familiari e sociali che, spesso, lasciavano come unico sbocco quello dell'emigrazione e dello sradicamento. Il tutto in un contesto di costruzione del consenso al regime che utilizzava tutti gli strumenti possibili, dalla scuola allo sport, dai mezzi di comunicazione alla promozione di una religione civile fascista.
Essere antifascisti non era facile, perché occorreva una disponibilità al sacricio, per sé e per la propria famiglia, non indifferente, e perché era necessario resistere a una situazione che vedeva premiati i comportamenti di asservimento e di obbedienza nei confronti di un regime che conquistava sempre più consensi. All'estero, dove molti antifascisti si trasferiscono per poter continuare a vivere e ad agire, è difficile fare comprendere la pericolosità del regime, e solo dopo l'affermazione del nazismo in Germania a partire dal 1933, e ai primi flussi migratori di intellettuali e artisti tedeschi, alcuni paesi democratici iniziano ad interrogarsi davvero sul pericolo costituito dai fascismi europei.
Da questo momento inizia a delinearsi il profilo dell'antifascismo come coalizione di forze e culture diverse, che contrastano non un partito ma una visione del mondo e dei rapporti economici e sociali, che prepara il personale politico che sarà protagonista della ricostruzione dell'Italia dopo la fine della seconda guerra mondiale, trasformando profondamente le culture politiche di alcune forze di opposizione che si sposteranno progressivamente su un terreno democratico.
Nel caso degli anarchici (non solo, ma soprattutto) il momento di svolta è costituito dall'esperienza della guerra di Spagna. Il sogno di realizzare finalmente una società libertaria si infrange non solo contro la potenza militare messa in campo dai generali golpisti appoggiati da Hitler e Mussolini, ma dalle profonde ferite determinate dalle divisioni e dallo scontro entro il campo antifascista, in particolare tra i comunisti e gli altri partiti antifranchisti. Uno scoramento accentuato dalla condizione di precarietà che molti vivono al ritorno in Francia (tanti finiscono internati nei campi di prigionia allestiti nei Pirenei), dalla notizia disorientante della firma del patto di non aggressione tra Unione Sovietica e Germania e, infine, dallo scoppio della seconda guerra mondiale, con l'occupazione nazista della Francia e la nascita del regime di Vichy.
Le biografie presentate in questo volume rendono bene questa fase, tra chi cerca di spostarsi in altri paesi, chi rientra in Italia, chi vive l'esperienza dell'internamento, dei campi di concentramento e/o della cattura e consegna alle autorità di polizia italiane, con conseguente invio al confino. Oltre a coloro, ovviamente, che al confino c'erano già per effetto delle condanne comminate in Italia negli anni precedenti.
Ciò che colpisce di questi uomini è la volontà di continuare la lotta. Viene impedito loro, come accennavo all'inizio, di essere da subito protagonisti della ripresa delle agitazioni sociali (duramente represse dal governo militare di Badoglio, con esercito e polizia che provocano 96 morti e 552 feriti, mentre 2.341 sono i lavoratori arrestati) e nella riorganizzazione delle forze politiche antifasciste. Molti di loro, però, non avranno dubbi nel compiere la scelta della Resistenza dopo l'8 settembre.
Purtroppo, il contributo degli anarchici alla Resistenza italiana non ha conosciuto il giusto riconoscimento da parte della storiografia. Certo, l'assenza di una organizzazione formalmente aderente al Comitato di Liberazione Nazionale, il fatto che questo contributo si sia concretizzato in esperienze non collegate tra loro, spesso tradotto in scelte individuali, non ha favorito un tentativo di sintesi generale. Però, nonostante questo, è troppo evidente una discriminazione che rimanda soprattutto a letture della storia della Resistenza condizionate dall'orientamento politico degli autori, o da una interpretazione superficiale dell'apporto che le idee libertarie hanno dato alla lotta antifascista. Alla fine, ciò che conosciamo della partecipazione anarchica alla Resistenza è frutto di ricerche generose da parte di storici o appassionati vicini al movimento, ma questa conoscenza non è ancora penetrata nelle ricostruzioni di carattere più complessivo.
Da questo punto di vista spero che, anche grazie a lavori come questo, il settantesimo anniversario della Resistenza e della lotta di liberazione sia l'occasione per un salto di qualità, per dare finalmente il giusto rilievo alla partecipazione degli anarchici alla lotta antifascista e alla Resistenza.

Claudio Silingardi
Direttore Generale dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia



Il mio babbo operaio,
morto di amianto

Questo libro è un'antologia e l'ha pubblicata Alegre nel 2012. Si intitola Lavoro vivo (aa.vv., pp. 187, € 14,00) e ci sono tanti contributi. C'è Stefano Tassinari, che è scomparso di recente. Ci sono Carlo Lucarelli e Milena Magnani. C'è Angelo Ferracuti che da anni sta facendo un lavoro imponente per raccontare la storia delle vittime del lavoro. Poi c'è Massimo Vaggi che gli operai li difende come avvocato nelle cause pensionistiche per l'esposizione all'amianto e la sua esperienza l'ha trasformata in un racconto molto bello. E non si può tacere il contributo di Beppe Ciarallo, che racconta in pagine toccanti la storia di suo padre, operaio molisano emigrato tra le nebbie di Milano, quando a Milano la nebbia c'era ancora.
Questo libro è sempre attuale, perché di lavoro si muore ogni giorno. È così attuale che ho appena incontrato una storia che poteva a ragione entrare nell'antologia di Alegre. E pertanto questa recensione la intendo come un'estensione di un testo che continua a scriversi tutti i giorni, sulla pelle dei lavoratori. Degli operai, degli agricoltori, dei muratori, dei corrieri, di tutti quelli a cui un Capitale che si riproduce avvelenando il pianeta impone il dilemma mortale di scegliere tra il pane e il lavoro, tra il lavoro e l'ambiente, tra il lavoro e la salute e infine tra il lavoro e la vita. Di qui il termine “lavoro vivo”, inteso con uno slittamento semantico che sottrae spazio alla rappresentazione economica e descrive il lavoro proprio nei termini di una nuda vita che rasenta l'oscenità della morte quotidiana. Un lavoro che non premia l'operosità umana, la manualità suprema dei nostri vecchi operai e artigiani. Un lavoro che è work, più che labor. Un lavoro nocivo, avvilente, noioso, mortale. Un'oscenità sotto gli occhi di tutti, che tutti fanno finta di non vedere.
Per questo non è assurdo recensire un libro intitolato Lavoro vivo con la lettera di una ragazza (Barbara Bertucci) a cui è appena morto il padre, operaio per tanti anni alla Breda di Pistoia. Più che una recensione, quel che ho fatto è stato provare a aggiungere un capitolo nuovo al libro. E purtroppo non sarà neanche l'ultimo.
“Quando ero piccola, tutti gli anni in questo periodo, il babbo prendeva me e Marco e ci portava alla Breda. In sala mensa c'erano delle grandi scaffalature piene di giocattoli. Ci diceva di sceglierne uno che poi Babbo Natale ci avrebbe portato. Non ho mai creduto a nessun Babbo Natale, o meglio, la scoperta della sua inesistenza mi fu lieve, non dolorosa, perché sapevo che i regali me li portava il mio di babbo. Ne ebbi proprio la conferma perché una vigilia lo vidi portar su dalla cantina i pacchi. Ne gioii perché ebbi la conferma di quello che pensavo”.
Non c'era nessun Babbo Natale, era il mio di babbo, Maurino. Il mio babbo operaio, che lavorava nella grande fabbrica chiamata Breda, quella dove andavamo a scegliere i regali. Ne ero così orgogliosa, mi vantavo anche, quando mi chiedevano 'che lavoro fa il babbo?' io fiera rispondevo 'È operaio alla Breda!'.
Probabilmente allora, anzi, probabilmente già quando nacqui, le fibre d'amianto cadevano piano nei suoi polmoni. Fermandosi lì, da lontano iniziavano a devastargli la vita. Ma io non lo sapevo questo, lo avrei saputo solo molto tempo più tardi. Io ero fiera di lui, di questo babbo che sapeva fare e aggiustare tutto, le cui mani, per cinquant'anni, non hanno mai smesso un attimo di lavorare. Io ho sempre provato un'ammirazione stupefatta per questo suo riuscire a fare qualsiasi cosa, diversamente da me che so fare ben poco e infatti il babbo me lo diceva sempre 'Voialtri 'un sapete fa' nulla!'.
Aveva ragione, non so mica fare nulla io. Però babbo, una cosa la voglio fare. Onorare la tua memoria e quella di tutti gli altri compagni a cui le fibre d'amianto hanno eroso la vita. Non smettere di lottare mai, per questa immensa ingiustizia subita. Ne vedo tanti qui, i tuoi amici, i tuoi compagni, quelli più giovani a cui hai insegnato tanto, quello più vecchi che ti son stati vicini una vita, tutti quelli che hanno beccato e sopportato le 'bande' che tu gli facevi, perché tanto anche loro 'niente via, 'un sanno fa' nulla!'
Babbo ora son tutti qui a piangerti, con uno strazio che capisco. Li vorrei abbracciare tutti, forte forte, perché son loro che più mi stringono il cuore. Gli amici, compagni, colleghi di lavoro e di una vita che son venuti qui oggi a darti l'ultimo saluto e che mi rimandano un'immagine di te diversa, che io conoscevo poco, ma vorrei che ancora mi parlassero di te, mi raccontassero com'eri. Babbo.
Ciao grande Maurino, la tua Barbara.”

Alberto Prunetti