Rivista Anarchica Online





Spezzare il pane nei vicoli oscuri

Intervista a don Andrea Gallo di Renzo Sabatini


“Il mio vangelo è poesia, il mio vangelo è musica, il mio vangelo è una voce che si ispira agli ultimi. Con una spruzzata di anarchia”
ha dichiarato una volta don Andrea Gallo a proposito del “Vangelo secondo De André”.
A colloquio con un “prete da marciapiede” che cerca di portare la buona novella lontano dalle mura del tempio, fra i carrugi,
tra il “letame dove nascono i fiori”.
Don Andrea Gallo


Che significa essere un “prete da marciapiede”, come lei ama definirsi?
Come prete, da oltre 46 anni, proprio in questa comunità di San Benedetto al Porto (1) da cui parlo adesso (qui siamo nell'angiporto di Genova) ho cercato di mettere in pratica il consiglio amoroso di Gesù: andate, cercate. A me piace girare la città, col suo angiporto, con i suoi vicoli, le sue strade; mi piace andare in periferia; mi piace il dialogo, l'ascolto. Qui, nel dicembre del 1970, abbiamo deciso di aprire una porta dove bussano tutti: gli ultimi, i vinti, i fragili, i perdenti. Ecco il mio incontro anche con Fabrizio De André. In realtà “don Gallo prete da marciapiede” me lo hanno attribuito gli altri, perché io sono sempre da tutte le parti, cercando di scoprire, di guardare negli occhi, di vivere accanto a loro e poi, via via, di portare anche una solidarietà liberatrice: l'inserimento nel lavoro, la cura… ecco, questo è il mio marciapiede: andare per le strade e cercare di annunciare un messaggio, una speranza.

Che cosa rappresenta per lei la comunità?
Per me è proprio la mia casa, la mia vita. Don Milani (ma sono lontano dal volermi paragonare a quel grande maestro) diceva, parlando della scuola di Barbiana: “Questi ragazzi così bisognosi di tutto mi hanno insegnato la vita”. Ecco, io posso dire la stessa cosa: dopo 35 anni di questa comunità devo dire che i ragazzi, le ragazze, tutti gli emarginati che ho incontrato, mi hanno insegnato la vita. Mi sono laureato a questa università della strada.

Di Fabrizio De André lei ha detto che lui lo ha coinvolto evangelicamente con la sua poesia e che le ha insegnato a versare il vino e spezzare il pane non solo tra le mura del tempio ma anche tra i vicoli oscuri. Che significa concretamente? Come è avvenuta questa sua “conversione”?
È accaduto che io ho creduto davvero al suo messaggio! Quando dice: “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”, chi è che può smentire questa affermazione? In questa morte che ormai stava diventando Genova, mi ha insegnato l'alfabeto dell'amore, mi ha migliorato. Leggere le sue poesie, i suoi canti, che sono una sorta di antologia dell'amore, mi ha trasmesso una profonda inquietudine dello spirito che coincide proprio con l'aspirazione alla libertà. Non a caso recentemente l'editore Mondadori ha voluto intitolare un libro su di me: “Angelicamente anarchico”. C'è in Fabrizio questa attenzione agli ultimi, questo amorevole intreccio che passa, direi, dal filo d'oro evangelico alla lirica, alle note, e viceversa. Allora mi è sembrato di poter annunciare il Vangelo veramente dando un senso alla vita, liberandomi dalle mie paure; poter vivere una vita come servizio. E non mi importa se chi mi implora tende la mano per gli altri oppure è un assassino. Anzi, volendo approfondire ancora di più, vorrei dire che Fabrizio mi ha richiamato alla trascendenza. Penso al Pescatore, che qui nella comunità i ragazzi cantavano già più di vent'anni fa. Nel Pescatore, nel suo guardare oltre, c'è proprio una chiamata alla trascendenza. Io ho scoperto questo punto di Dio in Fabrizio, cioè nel senso che l'essere umano, al di là dell'appartenenza a una qualche religione, può percepire la presenza di Dio. Ecco allora perché in me c'è l'apertura a tutte le etiche, a tutte le religioni. Ho scoperto così il mio punto di Dio e ho capito che avevo un vantaggio direi proprio della mia natura umana, di possedere un messaggio universale. In Fabrizio è forte, profonda, questa voce che parte dal profondo dell'uomo, che grida giustizia radicalmente e per me gioiosamente, entrando anche in una cultura libertaria. Per me quindi è stato un riferimento di senso per la mia stessa vita: ho scoperto la spiritualità che appartiene all'umano e che non è monopolio delle religioni. Lo dico come prete cattolico che ama la sua chiesa: ma questo mi ha insegnato Fabrizio, che la spiritualità non è monopolio delle religioni. Quindi, al di là di ogni altra considerazione io dico chiaro e tondo che Fabrizio è a pieno titolo un mio evangelista, cioè portavoce della profonda coscienza e della stessa energia vitale umana. Questo per me è il valore di tutta l'opera di Fabrizio, così poetica. Io sono legato anche a Fernanda Pivano, che mi ha fatto scoprire della cose e che lo considera il più grande poeta del novecento. Poi, vedendo i ragazzi della comunità che vengono da dei tunnel, da situazioni difficili, ho capito che quando l'uomo torna a cantare vuol dire che c'è ancora speranza, non solo per l'individuo, ma per la stessa società. Quindi tutta l'opera di Fabrizio è un evento universale, per il mondo, per la storia e io credo che sarà la poesia a salvarci da questa notte buia che stiamo vivendo.

Ma la chiesa ufficiale, quella del catechismo e dei precetti, come ci si ritrova in questo “cristianesimo” dell'anarchico De André?
Voi lo sapete, quando è uscita Si chiamava Gesù la televisione italiana l'ha censurata mentre la radio Vaticana la trasmetteva. Come può la chiesa non essere attratta dalla bellezza, dalla profondità, dalla struggente ricerca di riscatto della condizione umana? Questo è l'annuncio di Fabrizio ed è anche il fulcro del cristianesimo. Con Fabrizio si è consapevoli di partecipare a un importante rito, certamente laico, senza caste sacerdotali; tuttavia questa comprensione umana è anche preghiera, è guerra alle ipocrisie, è amore per i derelitti, gli emarginati, i perdenti che il mondo lascia sul terreno di questa sua inarrestabile corsa verso il trionfo materiale. A volte parlo con dei vescovi che ascoltano volentieri quelle canzoni. Perché quello che io chiamo: “il Vangelo di De André” è un percorso di comunione, che entra proprio nella metanoia cristiana, cioè nel cambiamento di rotta su temi determinanti come quelli della pace e della guerra.
Potremmo dire che Fabrizio, evangelicamente, si mette in una posizione di umiltà, perché non ha la presunzione di trasmettere una sua cultura, di indicare una strada. Casomai l'unica presunzione che aveva era quella di riconoscere a se stesso e agli altri la libertà di scelta. Ecco allora lo spirito libertario, un'anarchia che mi piace tanto perché non è l'adesione a un catechismo, a un decalogo e tanto meno a un dogma. Emerge invece (e io conosco tanti anarchici) come uno stato d'animo, una categoria dello spirito che, secondo me, rasentava anche il francescanesimo. Quella inquietudine dello spirito coincideva con l'aspirazione profonda alla libertà. Pensiamo a quel verso: “signora libertà, signorina anarchia”. Fabrizio è l'unico che riesce ad accomunare in una medesima storia vincitori e vinti, per una liberazione comune. È vero che questa avviene solo per un momento, magari solo lo spazio di una canzone. Ma lì avviene, perché rimescola le categorie del bene e del male, fino a far emergere gli imprevisti: le prostitute insegnano e i professori vanno a lezione! E allora ecco che mi ricorda la frase di Gesù: “le prostitute e i pubblicani vi precederanno nel Regno”.
Ecco allora la mia vita di comunità e il nostro incontro: perché i suoi personaggi sono i miei e lui dice che questi ragazzi, con cui vivo, appaiono ricchi di una fragilità che ce li rende cari, come nel Vangelo. Personaggi capaci di coinvolgerci, che ci inducono a cercarli, come cerco di fare io tra i vicoli della città vecchia, tra i vicoli delle periferie. Quanti Miché, Marinella, Bocca di Rosa, Princesa, incontro! Fabrizio poi si rivolge soprattutto a quelli che sono tormentati.
È vero, molti mi fanno delle obiezioni e mi dicono: “non ti sembra che il rapporto di De André con la religione fosse veramente strano?”. E io rispondo: non era forse strano, all'epoca, il rapporto di Gesù con i Farisei, che chiamava “sepolcri imbiancati”? Chiaramente il Dio di cui parla viene continuamente invitato a presentarsi come uomo, forse l'unico modo in cui De André trova possibile e desiderabile l'incontro. L'intero album de La Buona Novella è una testimonianza di questo, ma già con Si chiamava Gesù raccontava di un uomo fra gli uomini. Anche la contestazione dei comandamenti nel Testamento di Tito è del tutto coerente: Fabrizio contesta i comandamenti uno a uno ma propone, per ciascuno di essi, un suo personale, terreno e schiettamente imperfetto modo di appropriarsene. Prende dentro lo sguardo dell'uomo quanta più vita possibile, bonificando l'umana pietà dal rancore. Per arrivare, alla fine, a quella Smisurata preghiera: “ricorda signore questi servi disobbedienti alla legge del branco, non trascurare il loro volto...”, ecco perché dopo tanti anni dalla morte di Fabrizio è tutto un susseguirsi di iniziative che parlano di lui e non c'è stato un vero addio alla chiesa di Carignano. E quindi avrai capito che per me è il mio poeta, il mio evangelista, il mio anarchico, il mio artista. Ricordo quando abbiamo fondato la comunità, nel 1970: qui tutti i ragazzi cantavano La guerra di Piero e le altre canzoni dell'epoca.

Una sfrenata allegria

Lei era anche amico personale di De André...
...ma sai che avevamo finalmente pregustato il suo ritorno a Genova? Fabrizio aveva già scelto una casa qui nella zona del porto. Perché lui ormai viveva in Sardegna o a Milano, ma aveva nostalgia. È mancato proprio in quei mesi...

Com'era nata questa amicizia? Quando vi incontravate vi capitava di discutere di queste sue canzoni a tema religioso?
No, mai! Da giovanissimo, viveva qui in zona e frequentava il nostro bar, con Paolo Villaggio e altri e il suo modo di comportarsi mi aveva subito attratto. Ma c'era un certo modo di stare assieme con un'allegria sfrenata, quindi con lui non ho mai fatto delle grandi discussioni. Lui tra l'altro aveva anche una certa timidezza e cercava fraternità. Parlava più con gli occhi, con lo sguardo, col sorriso. Era più facile che finisse a spintoni e con una gran bevuta.

Lei poco fa ci ha definito De André come un evangelista. Nessuno le ha mai tirato le orecchie in ambiente diocesano per queste sue uscite, diciamo, poco ortodosse?
Non si sono mai permessi! Secondo me si sono accorti che la morte di Fabrizio ci ha migliorati, come sa fare l'intelligenza e io questo l'ho sempre ripetuto e credo che ormai abbia una sua autorevolezza. A volte io ricevo dei richiami, perché nel mio camminare domandando io frequento certe persone, per esempio certi politici. Ma non ho ricevuto richiami per le cose che ho detto di Fabrizio. Del resto io sono rimasto sempre accanto agli emarginati e a volte devo affrontare l'arroganza del potere ma lui mi ha lasciato una traccia indelebile, perché in questa mia vita quotidiana mi calo nel racconto crudo di Fabrizio e mi dà una grande speranza. Nella comunità abbiamo una bacheca dove chiunque può scrivere e recentemente, una mattina, scendendo nel salone, ho visto scritta sulla bacheca questa frase, a caratteri neri, cubitali: “il male grida forte”. Evidentemente il ragazzo o la ragazza che l'aveva scritta stava molto male. Dopo qualche giorno io ho preso quel pennarello e ho scritto: “la speranza grida più forte”. E penso che questo è quello che ci ha lasciato Fabrizio.

Gianni Novelli ci ha raccontato che nella comunità di base di San Paolo, durante la messa, si canta Il pescatore. Anni fa in una parrocchia romana cantavano l'Ave Maria tratta da La Buona Novella. Immagino che anche voi nella comunità continuate a utilizzare queste canzoni, magari per la preghiera. Ma a De André faceva piacere che le sue canzoni venissero utilizzate così? O magari lo considerava un equivoco?
Non l'ha mai considerato un equivoco, così come non ha mai avuto incertezze anche quando, a volte, c'era qualche accusa o addirittura strumentalizzazione per quel che riguardava la sua anarchia. Lui sentiva profondamente il messaggio che riusciva a mandare. Capiva che, dove si incontrano i deboli con la voglia di inseguire un'illusione, ampliare i propri orizzonti, sentiva che le sue canzoni potevano svincolarli dalla passività e dalla rassegnazione.
Noi abbiamo avuto ospite anche Princesa, la transessuale protagonista della canzone, che poi era stata in carcere. Abbiamo avuto tanti altri disperati, che avevano ricevuto delle condanne; tutte persone che si ritrovavano per esempio in Geordie, perché capivano che Fabrizio era riuscito a evidenziare la sproporzione fra il loro gesto trasgressivo, la loro debolezza, e la risposta impietosa del potere.
Fabrizio era contento di raccontare questa grande possibilità che suscitava nelle sue “anime salve” un nuovo impegno civile, di emancipazione per alcuni, per altri di solidarietà e di lotta; di speranza soprattutto per i vinti, per gli ultimi, i meno fortunati.

De André si è riferito a Gesù come colui che: “guerra insegnò a disertare” e lo ha definito come: “il più grande filosofo dell'amore che donna riuscì mai a mettere al mondo”. Lei come si trova in queste definizioni?
Mi trovo molto bene. Ho 77 anni e da 47 sono un prete cattolico e ho capito che la mia non è stata una scelta ideologica, come Fabrizio. Chi fa una scelta ideologica può anche sbagliare ma la mia è stata una scelta di discepolato di Gesù e quindi mi sono trovato sempre dalla parte dei poveri, dei perdenti; dalla parte della cultura della pace e della nonviolenza, come principi institutivi e costitutivi. Io ho cantato tante volte il Laudate dominum e lui a un certo punto se n'è uscito fuori con il Laudate hominem. Perché? Perché sente il peso del Golgota e vive Gesù come una magnifica persona. Ma riscopre anche Tito, il ladrone, addirittura più innocente di Gesù. Si vede che a Fabrizio proprio non interessavano i santini, ma gli uomini.

In tema di Buona novella, fra i quadri di Via della croce spicca il gruppo delle donne. Gesù in questo caso viene individuato come colui che restituisce dignità a donne: “umiliate da un credo inumano, che le volle schiave già prima di Abramo”. Come la vede questa immagine proposta da De André di Gesù e le donne?
Ma io continuo a dirlo alla mia chiesa: come è possibile che negli anni 2000 siamo ancora a questo punto? Come la mettiamo con la figura della Maddalena, che è la prima che incontra Gesù risorto ed è la prima che ha l'incarico di annunciarne la resurrezione? E dopo le parole di San Paolo: “non c'è più né uomo, né donna; né schiavo, né libero...”, come fa la chiesa a mantenere questa figura arcaica della donna, cittadina di serie C? Non è possibile! Quindi anche qui quello di Fabrizio è un annuncio profetico con cui la chiesa prima o poi dovrà fare i conti. Questa è una delle sfide del futuro dell'evangelizzazione.

Molti hanno criticato la posizione tenuta da De André e Dori Ghezzi dopo il sequestro, il perdono offerto ai pastori che li hanno tenuti prigionieri. Lei cosa ne pensa?
È una conseguenza della sua coerenza. Fabrizio distingue fra l'errore e l'errante. E ha fatto distinzioni, bisogna ricordarlo, fra le colpe dei mandanti del sequestro e quelle dei pastori carcerieri. È una distinzione profondamente umana. Così Fabrizio offre a tutti una possibilità non solo di risarcimento del male fatto ma anche di un progetto nuovo di vita. Non si tratta di buonismo o di “perdonismo”. Comportandosi così Fabrizio e Dori sono andati più vicini al vero significato della giustizia.

Il punto di vista di Dio

Perché un artista anarchico e probabilmente non credente come De André sentiva il bisogno di esprimersi anche nella forma della preghiera, come in alcune sue canzoni molto belle?
Io ho scoperto, da non molto tempo, che le scienze hanno delineato tre tipi di intelligenza: intellettiva, emotiva e spirituale. Fabrizio aveva in grande misura tutte e tre queste intelligenze. Secondo gli studiosi esiste in noi, addirittura in maniera scientificamente verificabile e misurabile, un tipo di intelligenza spirituale, che ci libera dai fondamentalismi e dagli integralismi di tutte le religioni e a mezzo della quale non captiamo solo fatti ed emozioni ma con la quale percepiamo i contesti più grandi della nostra vita; totalità significative attraverso le quali ci sentiamo inseriti in un tutto. Il nostro quoziente di spiritualità ci rende sensibili ai valori, a questioni legate alla trascendenza. Dei neurobiologi hanno definito questo quoziente: “il punto di Dio”. Allora possiamo forse evidenziare il punto di Dio in De André, che è, come dicevo prima, l'essere umano, che, laicamente, al di là dell'appartenenza a una qualche religione, può percepire l'esistenza di Dio. In De André è palese, profondo: è una voce che parte dal profondo. Costituisce un riferimento di senso che allo stesso tempo uccide i tentativi di tutte le religioni di passare all'integralismo e imporre Stati confessionali. È una liberazione della spiritualità. Fabrizio scopre che la spiritualità appartiene all'umano e non è monopolio delle religioni. Quindi al di là di ogni considerazione Fabrizio è a pieno titolo uno spirituale, anche se non un credente, che pone l'uomo al centro della sua spiritualità e che si fa portavoce della profonda coscienza, dell'energia vitale umana. Del resto in questa epoca che viviamo, se non si riuscirà ad anteporre l'uomo al mercato non sarà possibile dirigere le sorti dell'umanità verso la giustizia. Le canzoni di Fabrizio in questo senso sono strumenti artistici alti della cultura popolare universale, sarei quasi tentato di paragonarle alla teologia della liberazione (2).

Nella Ballata del Miché e in Preghiera in gennaio De André espone anche la sua amarezza per quella che, all'epoca, era la posizione della chiesa nei confronti dei suicidi, destinati a essere seppelliti: “Senza il prete e la messa, perché d'un suicida non hanno pietà”. Lei che ne pensa?
In passato mi sono battuto contro questa norma così disumana che, per fortuna ormai è caduta in disuso. Ma sai che Fabrizio era tormentato da queste cose già da giovanissimo. Cose che noi ritroviamo in Si chiamava Gesù e in Preghiera in gennaio lui le aveva scritte in temi elaborati ai tempi della scuola. Temi così profondi che il prete che gli faceva religione e li aveva letti, li aveva poi mandati al vescovo, perché erano riflessioni che turbavano la coscienza. Chissà, sarà magari servito anche quello a far cambiare idea alla chiesa che, almeno su questo punto, ha fatto un salto di qualità (3).

Io individuo un filo rosso che lega i personaggi dei bassifondi della Città vecchia ai Rom di Khorakhané. Un filo che corre quindi lungo più di trent'anni della nostra storia, dal 1963 al 1996. Nel testo del '63 De André invitava a non giudicare “da buon borghese” ma a capire fino in fondo: “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”. Nel '96, parlando dei Rom accusati di rubare, De André dice questa cosa, molto poetica, molto bella: “se questo vuol dire rubare lo può dire soltanto chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”. Che poi è, tanti anni dopo, lo stesso invito a cercare di conoscere e di capire, a non giudicare secondo le categorie del borghese benpensante. Lei che ne pensa?
Assieme a Dori Ghezzi, a Milano, sono stato a presentare Khorakhané in un campo Rom. È stato un abbraccio con i Rom veramente profondo, ne ho un grande ricordo. Con Khorakhané siamo nel solco del camminare verso cieli nuovi e terre nuove, verso la ricomposizione della famiglia umana e universale. C'è un'appartenenza all'essenza della natura umana; c'è un abbraccio che riconosce il rispetto per tutte le etnie e tutte le culture. E c'è un concetto profondamente libertario. È come se Fabrizio ci gridasse: “È inutile che voi vi riempiate la bocca della parola libertà”. Se accanto a libertà non ci mettete anche giustizia e uguaglianza, non serve.

Ma non le pare che ci sia anche un ribaltamento netto della morale comune? Il Rom che ruba, per la società, è comunque un ladro ma De André ci dice che il punto di vista di Dio potrebbe essere del tutto diverso. Chi commette il reato potrebbe essere non chi ruba ma chi costringe i Rom a rubare perché li tiene nell'emarginazione.
Dovremmo qui approfondire concetti molto importanti. Perché le chiese tendono a tradurre i testi religiosi in una realtà pesante, dispotica, autoritaria. Cioè i testi, siano la Torah, la Bibbia o il Corano, li considerano come fonti di autorità. Così abbiamo queste caste sacerdotali, che esistono ancora in tutte le religioni, che prendono questa lettera e la considerano parola di Dio. Invece quella non è parola di Dio e i testi devono essere capiti, interpretati. Bisogna approfondire e andare all'essenza originaria, alla formazione di quei testi.
Ti voglio fare un esempio, che mi sembra pertinente, che riguarda un mio vecchio e caro amico, un grande prete, don Dante Clauser, che ha più di ottant'anni. Lui ha un centro d'ascolto a Trento dove ha ospitato anche delle prostitute. Adesso è molto anziano, ma ogni tanto si fa un giretto per Trento. Recentemente, durante uno di questi giri, ha incontrato una vecchia prostituta, che l'ha salutato con affetto: “Ciao don Dante, sai ho smesso il mestiere, ormai son vecchia. Però ti assicuro, quando incontro qualcuno dei tuoi anziani, la mia prestazione la faccio lo stesso, gratis. Penso, così, di fare il bene”. Don Dante questa cosa l'ha scritta, ha scritto che questo è proprio quello che piace a Dio, questa gratuità spontanea. Ha scritto che anche questo è amore. Figuriamoci! Tutte le gerarchie ecclesiastiche gli hanno dato contro, è uscito anche sul giornale! Ma lui mi ha telefonato ridendo, mi ha detto che era contento di aver provocato questo scandalo nei palazzi vescovili.

Questo bell'aneddoto che, ovviamente, qui agli antipodi non era arrivato, lo offriamo in esclusiva ai nostri ascoltatori!
Quando è uscito: “Il Vangelo secondo De André”, del giornalista trentino Andrea Ghezzi, lei ha detto che, se fosse stato il cardinale prefetto per gli studi ecclesiastici, lo avrebbe inserito come testo di studio nei seminari delle università teologiche. Ha provato a proporlo davvero?
Per la verità non ricordavo di averlo detto, ma lo confermo adesso. I nostri seminari sono asfittici! Ci sono ancora solo i vecchi testi, c'è questa grande ondata di bisogno di ortodossia, si fanno selezioni accurate. Io direi che se nei seminari entrasse la musica, non solo quella di De André ma anche quella di tanti altri musicisti e cantautori, io dico che la formazione dei seminaristi sarebbe molto più umana. Avrebbero modo di scoprire delle cose. Io farei suonare Fiume Sand Creek, le canzoni di quel disco. E lo stesso discorso vale per le caserme. Farei ascoltare le canzoni delle Nuvole contro il potere proprio dentro le caserme. Io a tutti gli ufficiali che incontro gli recito La guerra di Piero: “Dormi sepolto in un campo di grano...”.

Avviandoci alla conclusione vorrei tornare al rapporto di De André con la vostra comunità. Ho letto che c'era un rapporto diretto, che senza farsi pubblicità lui vi aiutava.
È vero, sempre. Ma ti posso assicurare che lui aiutava anche altri. Cose che nessuno sa perché i suoi contributi li elargiva sempre in forma privata. E in questi anni dalla sua morte Dori Ghezzi ha continuato ad aiutarci. Ha continuato a dare significato a questo titolo, questo motto che noi usiamo: “Faber e gli ultimi”. Credo di poter raccontare che proprio poco tempo fa mi ha annunciato una grossa elargizione e io volevo organizzare qualcosa di pubblico per ringraziare a nome della comunità. Ma lei si è assolutamente opposta, mi ha detto: “no, facciamo come voleva Fabrizio”. Così ci sostiene senza farsi nessuna pubblicità. E ricordo anche che quando c'è stata a Genova quella grande serata al Carlo Felice, il 12 marzo del 2000, con tutti i big della canzone che sono venuti a cantare per offrire un tributo a De André, in quella occasione è stata proprio Dori a coinvolgermi affinché portassi al Carlo Felice tutti gli ultimi di Genova. Gli organizzatori volevano riservare ai miei le ultime file ma Dori si è opposta, voleva invece che questa gente si mischiasse agli altri nella sala, ai politici, alla gente bene. Gli organizzatori avevano paura: “ma chissà chi porti, chissà cosa succederà”. Ma quello che è successo è che alla fine tutti questi che ho portato: barboni, vecchie prostitute genovesi e giovani prostitute di colore, disabili, Rom... alla fine erano tutti commossi. Erano commossi anche gli artisti: ho visto piangere Jannacci! Attorno a certe canzoni tutti riscoprono questo bisogno di essere più umani. Però i più commossi, i più rispettosi, i più attenti erano loro: gli ultimi. E così anche in quella occasione abbiamo confermato che dal letame nascono i fiori.

Ma queste persone che lei ha portato al Carlo Felice... in un certo senso loro sono proprio i protagonisti di quelle canzoni. Ma loro ci si riconoscono?
Per loro è una speranza. I ragazzi della mia comunità le cantano in continuazione quelle canzoni. Da noi, soprattutto alla domenica, alla fine del pranzo si sfilano le chitarre e quasi sempre si comincia e si finisce con le canzoni di Fabrizio.

Concludiamo tornando alle canzoni di De André che più direttamente affrontano il tema religioso: queste canzoni corrono il rischio di invecchiare o possono servire anche in futuro per aiutare la gente a riflettere in modo diverso sugli eventi del Vangelo, magari spingere qualcuno a vivere la fede in maniera più coerente?
Quelle poesie non invecchieranno mai perché, come dice Fernanda Pivano, l'opera di De André rappresenta la speranza in un mondo nuovo e ci dice che un nuovo mondo è possibile. Queste canzoni dicono che il povero e il perdente potrebbero prendere consapevolezza e rifiutare questo sistema di oppressione e, soprattutto, cominciare a costruire delle alternative. Tutta quest'opera direi che non potrà venir meno, perché continua ad essere una buona novella.

Renzo Sabatini

Poscritto:
Nel gennaio 2008 sono andato a Genova a conoscere don Gallo e a visitare la sua comunità, in quell'angiporto di Genova che, come tanti della mia generazione, ho conosciuto, ancora prima di averci messo piede, ascoltando “La città vecchia” e “Via del Campo”. Dall'alto dello scalone che accede alla comunità mi sorrideva Fabrizio De André, incorniciato in un grande e commovente ritratto. Ho trascorso ore serene e coinvolgenti con quei “ragazzi” di cui parla don Gallo nell'intervista. Anche in quell'occasione hanno tirato fuori le chitarre e cantato per me Fiume Sand Creek, Il testamento di Tito e altre che non ricordo. Ne approfitto oggi per ringraziarli dell'accoglienza. Non so che direzione abbiano preso i loro complessi percorsi di vita, ma conservo i volti nel cuore e le voci nel registratore. Ringrazio di nuovo anche don Gallo per gli splendidi racconti che ha voluto donarmi in quell'occasione, seduto nel suo piccolo ufficio, affollato da un andirivieni di gente di ogni tipo, fra le nuvole di De André e quelle del suo immancabile sigaro toscano.

Note

  1. www.sanbenedettoalporto.org.
  2. Teologia elaborata fin dagli anni '60 in America Latina a partire dal tema della liberazione dei poveri.
  3. Tuttavia nel dicembre 2006 la chiesa negò i funerali religiosi alla famiglia di Piergiorgio Welby. Don Gallo assunse in quella occasione posizioni che gli valsero nuove reprimende e articoli ostili sull'Avvenire. In una conversazione del 2008 mi disse di aver chiesto perdono ai familiari di Piergiorgio Welby per il comportamento della chiesa in occasione dei funerali.
(intervista realizzata via telefono nell'aprile 2005. Registrata presso gli studi di Rete Italia – Melbourne. Andata in onda nell'ambito della trasmissione radiofonica settimanale: “In direzione ostinata e contraria”, dedicata ai personaggi delle canzoni di Fabrizio De André).

In direzione ostinata e contraria

Con questa intervista, prosegue la pubblicazione su “A” di una parte significativa delle 27 interviste radiofoniche realizzate da Renzo Sabatini e andate in onda in Australia nel programma “In direzione ostinata e contraria” sulle frequenze di Rete Italia fra il maggio 2007 e l’agosto 2008. In tutto si è trattato di sessanta puntate (ciascuna della durata di circa quaranta minuti, per un totale di quasi 40 ore di trasmissioni), nel corso delle quali sono state trasmesse le 27 interviste e messe in onda tutte le canzoni di Fabrizio De André. Si tratta dunque della più lunga e dettagliata serie radiofonica mai dedicata al cantautore genovese.

Se proponiamo questi testi, è innanzitutto per dare ancora una vlta spazio e voce a quelle tematiche e a quelle persone che di spazio e voce ne hanno poco o niente nella “cultura” ufficiale. E che invece anche grazie all’opera del cantautore genovese sono state sottratte dal dimenticatoio e poste alla base di una riflessione critica sul mondo e sulla società, con quello sguardo profondo e illuminante che Fabrizio ha voluto e saputo avere. Con una profonda sensibilità libertaria e – scusate la rima – sempre in direzione ostinata e contraria.

Precedenti interviste pubblicate: a Piero Milesi (“A” 370, aprile 2012), a Carla Corso (“A” 371, maggio 2012), Porpora Marcasciano (“A” 372, maggio 2012), Franco Grillini (“A” 373, estate 2012), Massimo (“A” 374, ottobre 2012), Santino “Alexian” Spinelli (“A” 375, novembre 2012)); Paolo Solari (“A” 376, dicembre-gennaio 2012-2013); Gianni Mungiello, Armando Xifai, Alfredo Franchini (“A” 377, febbraio 2013); Giulio Marcon e Gianni Novelli (“A” 378, marzo 2013); Sandro Fresi e Paola Giua (“A” 379, aprile 2013); Luca Nulchis (“A” 380, maggio 2013).

la redazione di “A”