Rivista Anarchica Online


Casella Postale
17120


Senza perdere la fedeltà a se stessa

Ho provato soddisfazione a leggere su “A”, la mia rivista preferita insieme a Via Dogana, l'articolo Un gioco da ragazze? (“A” 376, dicembre 2012/gennaio 2013).
I riferimenti da cui l'autrice prende slancio per il suo discorso toccano testi che hanno il pregio – raro – di fare politica vivente, di riflettere cioè, scrivendo, non per refutare il discorso altrui avendo già in mente la propria soluzione, e ancor meno di praticare una mossa di pensiero sacrificato sul saggio canonico. In quei testi riscontro la forza di una forma simbolica che mi va di esprimere in termini di politica poetica. Ma in essi c'è anche il senso di una poetica politica che mette al mondo qualche cosa di nuovo.
“A” non ha mancato di dar spazio al pensiero e agli scritti politici di donne ma mai, prima di questo articolo, mi è capitato di trovarne uno, donna o maschio ne fosse l'autore, dove si cerca di dire il bene di ciò che si pensa senza bisogno di dir male, il più delle volte senza saperne, in atto e in pratica, qualcosa che vada oltre al semplice averne sentito il frastuono di straforo, per un pensiero che non “ci” conferma. Confesso che le difficoltà della mia scrittura fanno sempre i conti con questo impaccio…
Mi preme allora in questa sentita letterina ringraziare Sandra D'Alessandro esprimendo una domanda. In primis, sulla conclusione – “Staremo a vedere.” – Puoi dire qualcosa ancora, perché non ti nascondo di averla avvertita come un appagato invito a guardare passivamente. E offrendo(ti) una testimonianza a mio parere significativa. Quando con Marina Terragni, alla Libreria delle donne di Milano, si è discusso sul suo libro dal titolo del quale, “Un gioco da ragazze”, è stato ricavato (redazionalmente?) quello del tuo articolo su “A” corroborato da un punto interrogativo, l'obiezione concorde al suo invito per un'entrata numericamente egualitaria – il 50 e 50 – è stato quello di invitarla a proporsi in prima persona, se quello è il suo desiderio. Al che, lei, Marina Terragni, ha risposto di non sentirsela proprio di entrare nei luoghi di quel potere...
Se poi ci volesse entrare e riuscisse a starci senza perdere la fedeltà a se stessa, perché, mi sto chiedendo, non darle il sostegno di una come me che potrebbe godere, dove è impensabile per i miei tempi di anziana anarchica, di una non disprezzabile autorappresentazione d'impenitente femminista?

Monica Giorgi
Bellinzona - Svizzera


Vegani talebani?

Noi non abbiamo due cuori – uno per gli animali, l'altro per gli umani. Nella crudeltà verso gli uni e gli altri, l'unica differenza è la vittima.
Alphonse de Lamartine

Sempre più frequentemente, da vegan antispecisti libertari, inorriditi dall'olocausto animale, ci sentiamo a dir poco in forte imbarazzo di fronte alle accuse di intolleranza e fanatismo che vengono appioppate a chi si limita a mostrare, spiegare ed argomentare (anche con toni accesi) quello che accade veramente agli animali non umani che vengono usati, imprigionati, sfruttati e uccisi.
Il termine più in voga è “talebano”, con un evidente richiamo al fanatismo religioso di chi è disposto a uccidere, a uccidersi, a perpetrare le più crudeli forme di violenza nei confronti dell'infedele, di chi non crede nel suo stesso dio.
Pare che qualcuno si sia portato via il concetto di attivismo, pare che nella mente di molti, il fatto di lottare contro un'ingiustizia, il fatto di denunciarla, di mostrare i suoi effetti pubblicamente, sia diventata una faccenda non più lecita, paragonabile, più che altro, a forme di integralismo, di guerra, di violenza.
Noi siamo tra quelli che credono sia indispensabile, di fronte ad un'ingiustizia, prendere una chiara posizione e smettere subito di esserne complici. Perché un'ingiustizia non è tale solo per la vittima che la subisce direttamente. Condannare qualcuno alla pena di morte, per esempio, è una profonda ingiustizia che riguarda tutti e tutte perché trasforma la giustizia stessa in vendetta.
Scandalizzarsi, arrabbiarsi, lottare perché questo non avvenga, ritenere inaccettabile che questo fatto si verifichi anche una sola volta, anche per i crimini più efferati, non potrà mai essere un atteggiamento da fanatici. E lo stesso vale per l'olocausto animale.
Tutto sommato gli attivisti vegan antispecisti non sono organizzati in squadracce, non effettuano spedizioni punitive, non impediscono il libero esercizio dei pensieri, delle idee e delle pratiche altrui.
Forse, alcuni di loro non comprendono come un vegan possa convivere in armonia con un carnivoro, proprio come molti, moltissimi, non riescono a comprendere come un'anarchica possa convivere in armonia con un fascista. Eppure, solo nel primo caso si viene considerati pazzi. Ma poi chi sono i pazzi? Quelli che prendono gli psicofarmaci? Quelli che ne subiscono gli effetti collaterali?
È davvero paradossale che di fronte all'antispecismo che, chiaramente ed inequivocabilmente, si pone in modo non violento (nel senso che sceglie di non usare la violenza, l'imposizione e la guerra come prassi, come strategia) contro qualunque forma di dominio (sia umana che animale), si finisca per mettere l'accento su qualche episodio di intolleranza dal quale nessun movimento al mondo è mai stato immune.
È davvero paradossale che di fronte alla strage di cinquecento milioni di animali non umani al giorno, ci si preoccupi, più che altro, del tono della voce di chi denuncia questa ingiustizia, del fatto che la libertà di continuare con questa strage (che prevede deportazioni, mutilazioni, prigionia) sia considerata più importante della libertà di poter vivere senza essere deportati, mutilati, imprigionati e uccisi.

Troglodita Tribe
Roccapetrona (Mc)
trogloditatribe@libero.it


I vegetariani fanno meglio all'amore

È apparso uno studio scientifico, serio, argomentato: ricercatori autorevoli hanno provato che noi non carnivori sotto le coperte siamo meglio. C'è anche una lunga dichiarazione di Paul McCartney, che di noi vegetariani è la bandiera canora, contro il consumo di carne che uccide il pianeta. Lo sappiamo e Paul fa bene a ricordarlo: gli ettari di terra che occorrono a saziare una mucca per ingrassarla, ettari per lo più sottratti alla foresta vergine nei paesi tropicali, coltivati a soia (praticamente tutta ogm), destinati a colture cerealicole, basterebbero a sfamare molti miliardi in più di persone. Ma, lo sappiamo, si coltiva non per nutrire il pianeta ma per rimpinguare le casse dei soliti scommettitori sui futures e derivati – ovvero, essendo gli occidentali più ricchi e acquirenti di carne, si preferisce alimentare il mercato della carne solamente perché il profitto finale risulta più alto. I consumatori dei paesi del nord del mondo spendono molto; i poveri, ai quali andrebbero soprattutto cereali e mais, non hanno la stessa immensa capacità d'acquisto, dunque, crepino di fame e si arrangino. Che la biodiversità mondiale venga massacrata, che le foreste scompaiano, vedi Brasile e Indonesia, per far posto alla soia o all'olio di palma, non interessa a chi manovra la finanza mondiale, il cibo non è un diritto ma una delle componenti, assieme al business dei fertilizzanti.
Essere vegetariani spariglia le carte. Mette in discussione un modello che danneggia miliardi di persone, i cui terreni vengono espropriati con la forza dalle dittature foraggiate dai latifondisti, i terratenientes sparsi per il globo, succubi delle tre o quattro multinazionali che affidano alle polizie il compito di massacrare, in Guatemala come in Brasile e in India, ogni contadino, ogni comunità di pezzenti che osi mettersi di traverso all'esproprio delle terre, spesso le migliori, destinate ad impianti di monoculture ceralicole o di soia.
Per un “democratico”, un libertario, un ecologista, sapere che diventare vegetariano, sul piano globale, spezza, allenta, allevia la pressione sui suoi simili schiacciati dalle multinazionali dovrebbe essere sufficiente ad abbandonare il consumo di carne o almeno a diminuirne sensibilmente l'uso.
Essere vegetariani non è dunque una mera questione di dieta: ha un significato etico, economico e macroeconomico, porta con sé aspetti spirituali, filantropici, antispecisti, animalisti. Significa essere solidali ogni giorno con una comunità, un villaggio del sud del mondo che lotta contro la multinazionale di turno, spalleggiata da esercito e polizia, contro l'espropriazione di un terreno, di un pezzo di terra che potrebbe sfamare i campesinos del luogo.
Non è possibile cianciare di nuova economia equa e solidale, di agricoltura a filiera corta, di km zero, di riduzione dei consumi, di decrescita felice se non si scioglie il nodo della fine dell'alimentazione carnea.
Finché il mercato della carne sarà interamente dipendente dai grandi allevamenti, che a loro volta si riforniscono di soia e cereali nel sud del mondo, dove questi vengono prodotti a costo inferiore, non sarà possibile parlare di economia solidale. Lo scandalo repentinamente messo a tacere del Parmigiano Reggiano, che si serve di soia ogm per le sue vacche, alla faccia di ogni sbandierata “italianità” e genuinità del prodotto finale, è solamente una punta dell'iceberg colossale che vede i suoli del pianeta ridotti a pascolo passivo per le vacche. Pascoli che si erodono, perdono fertilità e humus, campi immensi che muoiono, monoculture a perdita d'occhio ove non canta un uccello, non vegeta un albero, non spunta un fiore.
Il deserto sopraggiunge e poi... altrove a disboscare, a strappare con la violenza, se è il caso, terra per nuovi pascoli.
Non è possibile bendarsi gli occhi e continuare a definirsi democratici, non è proprio più possibile. Essere vegetariani significa porre la questione sul proprio tavolo, ogni giorno, smetterla con le scuse, prendere di petto la faccenda e dire “io ne sono fuori”. Meglio ancora se si arriva all'autoproduzione, alla creazione di orti urbani collettivi, alla pratica di ecovillaggi diffusi, alla tessitura di una rete di contadini e cittadini senza padroni, ove la libertà venga intesa come presa di coscienza seria ed equilibrata del nostro peso di occidentali viventi nel ventre della bestia, noi che abbiamo una parvenza di democrazia, di libertà che milioni di campesinos non hanno e che sognano.
Noi possiamo decidere cosa e come mangiare, cosa e come acquistare: qui, in occidente, ancora è possibile pensare e consumare, produrre diversamente. È dunque un dovere porsi queste questioni. Nessuno può chiamarsi fuori.
Se poi vengono pure a raccontarci che essere vegetariani – ma lo sapevo, sono vegetariano da trent'anni... – significa anche fare meglio all'amore... E per forza: nelle carni, specie i salumi, c'è una concentrazione di nitrit, di purina, cadaverina e adrenalina che affaticando i reni, impediscono o rallentano, nel migliore dei casi, le spinte necessarie al sesso. E tra le altre cose le carni richiedono al nostro organismo una quantità di energia incredibile per essere assimilate. Queste sono cose che conoscevo già, si sapevano, i vegetariani le hanno sempre sapute.
Essere vegetariani significa fare meglio all'amore con il pianeta intero, essere vegetariani significa porsi il problema non solamente dei nostri amici e fratelli animali ammazzati a milioni in silenzio senza necessità alcuna, significa porsi la questione di milioni di nostri fratelli contadini espropriati, schiacciati, come è successo soltanto qualche mese fa in Guatemala.
Se essere vegetariani significa far meglio all'amore, facciamolo questo amore ma facciamolo col cuore e con la mente. Essere vegetariani significa volersi bene, se si unisce a questa consapevolezza una pratica di orto biologica, uno stile di vita sobrio, se si pratica una decrescita felice dei bisogni falsamente indotti dalla fabbrica pubblicitaria, davvero si può affermare che stiamo facendo all'amore col pianeta e sappiamo tutti, basta aprire la finestra e respirare i gas di scarico delle nostre città, quanto ce ne sia bisogno.

Teodoro Margarita
Asso (Co)

 


Dibattito
Libertà senza Rivoluzione/1

Libertà, uguaglianza e solidarietà: una triade inscindibile

Per essere chiari: Libertà senza rivoluzione di Giampietro “Nico” Berti (Lacaita editore, 2012) è un testo cruciale, un testo che, almeno nell'ambito del pensiero libertario e anarchico degli ultimi decenni, ha pochi termini di paragone per la radicalità e vastità dell'elaborazione, anche se questo non toglie che, dal punto di vista letterario, esso si riveli assai leggibile, tale tanto per la passione che traspare da ogni pagina quanto per lo stile impiegato, tant'è che lo si potrebbe quasi definire un trattato scritto come un pamphlet. Ciò che, in ogni caso, rende questa un'opera necessaria è il fatto che attraverso di essa Berti affronta l'elaborazione di una filosofia politica per e dell'anarchismo, così impegnandosi nel terreno in cui gran parte del pensiero anarchico e libertario ha spesso mostrato la corda, seguendo (laddove ha almeno avuto il merito e la sensibilità di capire l'ineludibilità e la centralità del problema) ora questa ora quella impostazione teoretica e riuscendo solo abbastanza raramente, in particolare negli ultimi decenni, a produrre elaborazioni originali e, soprattutto, convincenti. Questo è invece, come detto, il terreno su cui Berti incentra le sue riflessioni e analisi, che in tal modo affrontano, solo per citare i temi portanti, la natura e il fondamento della libertà, il problema della rivoluzione come fatto storico-politico e la follia del porla come snodo cruciale concettuale e pratico, la questione storico-filosofica del marxismo e del comunismo e il significato del suo agire concreto così come della sua fine, la nascita e la natura del capitalismo e il portato storico della vittoria che esso ha realizzato sul comunismo, la crisi epocale dei movimenti operai.
Tutto il discorso gira, ovviamente, attorno al nodo dell'anarchismo, la cui specificità, dice giustamente Berti, non si trova tanto nel postulare una società anarchica, quanto soprattutto nella particolare e originale interpretazione e articolazione che esso ha dato alle idee di libertà, di eguaglianza e di solidarietà, delle quali proprio l'anarchismo ha mostrato l'inscindibilità reciproca. Berti muove anzi dalla costatazione, assunta senza consolatori pannicelli caldi, della crisi strutturale che l'anarchismo stesso vive oggi e la collega in particolar modo al fundus assolutizzante e di fatto religioso che, prendendo la forma del rivoluzionarismo e di un anticapitalismo aprioristico, praticamente e concettualmente avrebbe impedito all'anarchismo di cogliere (anche laddove, come nella Spagna del 1936, gli anarchici si trovarono ad essere la forza determinante) la natura e la non trascendibilità della dimensione politica, in particolare di quella dischiusa dalle liberal-democrazie.
Muovendo da tutto ciò e dal novum che il nostro tempo per moltissimi aspetti rappresenta (anche se sono molti che sembrano non capirlo, non solo in ambito anarchico), Berti avanza – molto sommariamente – l'ipotesi di un di anarchismo di fatto politico che, cancellato ogni rivoluzionarismo, ogni ubbia di “autenticità”, così come ogni anticapitalismo in quanto conditio sine qua non pratica e concettuale, sappia coniugare Immanuel Kant (“La mia libertà finisce dove comincia la libertà altrui”) e Michail Bakunin (“Nessuno è libero se tutti non lo sono, perché la mia libertà si completa nella libertà altrui”), agendo concretamente all'interno del farsi della società senza volere, e senza pensare di, dirigerla verso fini astrattamente prefissati.
Come è facile intuire da quanto sopra tratteggiato (e sulle cui linee di fondo il sottoscritto concorda) Berti dà vita a un percorso assai vasto e complesso che, proprio in quanto tale, a sua volta non può non suscitare tematizzazioni e riflessioni, anche radicalmente critiche.
La prima di esse, per la centralità che ha nel pensiero anarchico e nel discorso di Berti, non può che riguardare la libertà e la sua natura filosofica e antropologica. Egli, infatti, regge tutto il suo ragionamento sulla affermazione forte che gli essere umani sono ontologicamente liberi perché ontologicamente libera sarebbe la loro coscienza – ed è proprio per questo che possono pensare a come esserlo anche politicamente e socialmente –, ma non chiarisce né cosa sia detta coscienza, né il come e il perché essa si presti troppo spesso, come la storia umana dimostra, a negare nei fatti questa ontologica libertà, una negazione visibile soprattutto nei modi e nelle forme assunte da troppe società umane (si pensi alla facilità con cui i totalitarismi moderni hanno trionfato). Correlativa a ciò è la concezione della politica, che per Berti, un po' troppo recisamente, pare sostanzialmente coincidere con la sola dimensione “machiavelliana”, per la quale, come noto, la politica si identifica di fatto col potere e con la lotta per conquistarlo, mentre il potere stesso è inteso come sostanzialmente avulso da ogni altro elemento socio-culturale. Questo rimanda direttamente alla natura della modernità e della particolare razionalità che essa ha inaugurato, temi rispetto ai quali quel che Berti dice è se non altro parziale, visto che egli non pare pienamente cogliere la dimensione costruttivistica che, piaccia o no, proprio la razionalità moderna ha inaugurato. Infine, non sempre chiare sono le affermazioni sulla natura della tradizione anarchica, sulle passioni che definirebbero gli esseri umani come tali, sull'individualismo.
Chi scrive trova sostanzialmente da respingere, invece, quasi tutte le analisi e le prese di posizione bertiane circa il post-strutturalismo, il “post-anarchismo”, il relativismo culturale, l'immaginario sociale, il libertarismo alla Nozick, destra, sinistra e altro ancora, ma questo non cambia il fatto che un anarchismo che oggi voglia essere seriamente e meditatamente libertario, e non solamente e semplicisticamente ribellistico, non possa evitare di porre al centro di qualsiasi elaborazione le riflessioni di Berti. Come afferma una nota sentenza, infatti, da ora in poi si può pensare con o contro Libertà senza Rivoluzione, non senza di esso.

Franco Melandri
Forlì



Dibattito
Libertà senza Rivoluzione/2

Domenico Letizia/Oltre il capitalismo (non contro)

Anche il pensiero anarchico è oggetto di “revisione”. La riflessione che produce l'ultimo volume di Nico Berti, uno dei più grandi storici e teorici dell'anarchismo, non può che meritare attenzione, soprattutto, per l'analisi di essenziali fenomeni e concetti che, per la prima volta, vengono considerati davvero da una prospettiva libertaria, parlo del comunismo, del capitalismo e del concetto etico-storico di rivoluzione. Nessun serio pensatore può negare che l'anarchismo si trova oggi ad affrontare, dopo la sconfitta del comunismo da parte del capitalismo, la fine della prospettiva rivoluzionaria concepita come rovesciamento radicale dell'esistente canalizzata su una prospettiva anticapitalista.
Ogni volta che si analizza la storia non si può che costatare che la libertà non è la rivoluzione, la presunta verità forte della rivoluzione deriva dalla convinzione, da parte dei rivoluzionari di professione, di aver avanti solo una possibile trasformazione radicale dell'esistente attraverso un atto decisivo forte ed autoritario, ogni atto che pretende di essere risolutore è intrinsecamente totalitario. Berti si sofferma ad analizzare tutti i maggiori fenomeni rivoluzionari avvenuti, concludendo che se non accompagnati da un ethos liberale essi rappresentano la peggior forma di totalitarismo che un regime politico possa produrre. Anche se non viene citato, Berti sembra aver approfondito il pensiero dello storiografo Reinhart Koselleck, che nell'analizzare il fenomeno della rivoluzione e dell'etica che accompagna un rivoluzionario, ci ricorda come tale fenomeno possa essere la giustificazione più penetrante ad ogni crimine umano. Il rivoluzionario di professione è convinto interiormente di lavorare per il giusto, anche se costretto a compiere scelte radicali che comprendono lo sterminio e la morte di decine di individui, tutto è giustificato e superato poiché si lavora per la rivoluzione.
La Rivoluzione, quando avviene, crea un vuoto di potere (non il suo annullamento) che i rivoluzionari colmano con un potere molto più forte del precedente, unico modo per evitare che la storia torni indietro e sfugga loro di mano. Il fenomeno della rivoluzione è stato sempre accompagnato alla realizzazione della società comunista e la convinzione, da parte della sinistra, che il progetto comunista andava sostenuto accelerandone la realizzazione.
Il primo esperimento al mondo dell'abolizione della proprietà privata e del mercato sancisce (Urss), con la sua catastrofe, la vittoria della logica liberale e capitalista. Analizziamo bene il proseguire di tale ragionamento, ciò che Berti cerca di far risaltare non è l'immensa bontà del capitalismo moderno (lungi da noi tale considerazione) ma l'analisi storica politica del fenomeno comunista e del fenomeno capitalista. Per Stirner il comunismo è l'ultima espressione religiosa della storia umana, la terminale forma storica del sacro, l'estrema domanda di ri-significazione del mondo perché vuole fare coincidere la verità dell'uomo con la verità della società (Stirner rifiuta il concetto di società accettando solo quello di individuo) e queste, a loro volta, con la verità del divenire storico. Dove risiede quella forza etica del capitalismo, nella storia, che il comunismo non ha mai avuto? Nella storia e nei processi storici.
Il capitalismo si è sviluppato come processo, è un fenomeno e come tale non può essere abbattuto, ma superato. Nessuno ha mai pensato di voler abbattere il Medioevo, poiché tale “periodo storico” non è un progetto ma un processo storico, naturale conseguenza dei mutamenti sociali ed economici delle società. La forza del capitalismo e inevitabilmente il suo superamento risiede nell'essere un fenomeno, un processo, mentre il comunismo rappresenta un progetto che ha miseramente fallito. Il comunismo dovrebbe accadere, il capitalismo è accaduto. In tale processo come deve porsi l'anarchismo e il metodo anarchico? In tale approccio vi è la forza “innovativa” della proposta di Berti. La sconfitta del comunismo è la vittoria del capitalismo, ma non la vittoria tout court del capitalismo. L'anarchismo fino alla rivoluzione spagnola ha rappresentato una parte viva ed importante, ove più ove meno, della società.
Ora l'anarchismo, inteso come movimento storico, non rappresenta che se stesso. L'anarchismo dovrebbe partire dal presupposto che la liberal-democrazia deve essere analizzata come realtà non prescindibile, poiché la sua eliminabilità non va auspicata dal momento che la sua esistenza è la condizione storica stessa per il suo superamento in direzione anarchica.
Bisogna lavorare e pensare all'anarchismo come un qualcosa che viene dopo la liberal-democrazia, il passo successivo, l'anarchismo ha la possibilità di divenire protagonista se si auto-pensa e auto-pone dopo la liberal-democrazia e non contro la liberal-democrazia. L'anarchismo ha il compito di proporsi oltre il capitalismo e non contro il capitalismo, sostenendo una possibilità della libertà, non un punto di vista riformista, ecco perché bisogna insistere sui nessi che uniscono l'idea anarchica a quella liberale a quella democratica; insistere cioè sul rapporto politico che passa tra chi propugna di limitare il potere (liberalismo) e chi propone di estendere il potere a tutti (democrazia). Sappiamo che la soluzione liberale e quella democratica avallano un sistema di potere. Ma questo non è un buon motivo per non porre il problema teorico politico di tale connessione.
Come ha espresso l'intellettuale libertario francese, Michel Onfray: “lo scambio è alla base di tutte le società esistenti, perché allora non provare con la formula anarchica ed economicamente laica (sostenuta ad esempio da Proudhon) da reinventare per i nostri tempi?” Una rivoluzione senza sangue e senza fili spinati, una rivoluzione senza rivoluzione.

Domenico Letizia
Maddaloni (Ci)





Umberto Del Grande, un anarchico “pulito”

Umberto Del Grande è stato un anarchico, un compagno, un fratello. Attivo nel movimento anarchico milanese sul finire degli anni '60, era – tra l'altro con Pino Pinelli – membro della Crocenera Anarchica, impegnato nella solidarietà con i compagni arrestati, nella campagna di controinformazione, nei contatti con gli avvocati, ecc. è stato anche il “proprietario legale” di questa rivista nei suoi primi anni, prima che costituissimo la cooperativa Editrice A.
Il giornalista Gianni Barbacetto, in un suo scritto di 10 anni fa (che ci era sfuggito) e ora riproposto, lo definiva “in collegamento con i fascisti di Ordine Nuovo”. Non è vero. Punto.
Volentieri pubblichiamo questa lettera di Enrico Maltini, anche lui membro di Crocenera Anarchica in quegli anni e co-autore del libro su Pinelli, di imminente uscita per i tipi di Zero in Condotta, di cui proprio in questo numero pubblichiamo alcuni stralci.

la redazione di “A”

Su Indymedia di pochi giorni fa il giornalista Gianni Barbacetto ha ripubblicato il testo di un suo articolo del 2003 sulla sentenza Bertoli, relativa alla strage della questura di Milano del 1973. Nel testo si legge una frase assai sgradevole riferita al nostro compagno Umberto Del Grande, che è morto anni orsono e non può replicare. Lo facciamo noi per lui. Nella frase si legge: “C'era Umberto Del Grande, editore della rivista Anarchia, ma anche in collegamento con i fascisti di Ordine Nuovo di Verona...”
Si può supporre che Barbacetto abbia ricavato questa notizia dal testo dei motivi del ricorso per Cassazione contro una sentenza del 28.09. 2002 nei confronti di vari personaggi di destra, tra cui Boffelli, Spiazzi, Neami ecc., da parte del sostituto Procuratore Generale Laura Bertolè Viale. Nel ricorso si legge la frase seguente: “Del Grande figurava come editore della rivista “Anarchia”, ma era in stretto collegamento con un appartenente a Ordine Nuovo di Verona...”
L'appartenente ad Ordine Nuovo cui si riferisce il sostituto Procuratore è Marcello Soffiati, noto estremista nero di Verona. Da dove trae origine quell'affermazione?
In una lunga informativa della Digos di Venezia in data 4.06.1997 inviata all'ufficio istruzioni del tribunale di Milano (dott. Lombardi) si citano i risultati di una perquisizione effettuata nell'abitazione di Soffiati, tra questi si legge ai punti 46.1 e 46.2:
Soffiati Marcello perquisizioni
46.1 Nel borsello ritrovato (si riferisce ad un “fortuito ritrovamento del borsello del Soffiati”, n.d.r.) vennero anche rinvenuti appunti relativi a notizie su persone ed organizzazioni di opposto colore politico, oggetto peraltro di successivi accertamenti, per i quali si richiama quanto contenuto nella nota di codesta A G, a cui si fa riferimento.
46.2 Si precisa che tra i cennati appunti – due pagine dattiloscritte con annotazioni a penna di aggiornamento – figura anche il nominativo di Umberto Del Grande, titolare della “Redazione ed Amministrazione Editrice” di Milano, con utenza telefonica 2896627, che viene indicato in contatto con i suddetti ed i successivi elencati”
46.3 Si deduce quindi che, anche alla luce di quanto emerso successivamente nei confronti del Soffiati Marcello, i nomi e le ditte elencate nei due fogli dattiloscritti non fossero altro che una sua normale attività da svolgere.

Dunque una schedatura di nemici politici, attività allora molto frequente.
Inutile dire che lasciamo a Barbacetto la responsabilità di ciò che scrive.

Enrico Maltini
Milano





I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. Giovanni Baccaro (Padova) 20,00; Gianluigi Coreti (Bergamo) 10,00; Mariella Bernardini e Massimo Varengo (Milano) 20,00; Valeria Nonni (Ravenna) 101,00; Fulvio Casarà (Venasca – Cn) 10,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Alfonso Failla e Amelia Pastorello, 500,00; Alessandro Natoli (Cogliate – Mb) 20,00; Davide Turcato (Vancouver – Canada) 100,00; Mirko Piras (Nulvi – Ss) 10,00; Luis Gonzales (Bruxelles – Belgio) 500,00; Paolo Paolucci (Chieti), 20,00; Davide Rossi (Casorate Sempione – Va) 10,00; Lorenzo Brivio (Besana – Mb) 20,00; Ettore Delorenzi (Lugano – Svizzera) 10,00: Gianni Ricchini (Verbania) 20,00; Domenico Angelino (Sant'Antimo – Na) 20,00; Francesco Gava (Monfalcone – Go) 10,00; Francesco Cherubini (Firenze) 20,00; Massimo Scarfagna (Valiano – Si) 20,00; Emiliano Sghedoni (Campagnola Emilia - Re) 20,00; Giorgio Nanni (Lodi) 20,00; Sergio Pozzo (Arignano – To) 20,00; Michele Pansa (Tropea – VV) 20,00; Nunzio Cunico (Cresole-Caldogno – Vi) 5,00; Gesino Torres (Santo Spirito – Ba) 20,00; Carlo Ghirardato (Roma) 6,00; Paolo Caccia (Genova) 50,00; Simone Mor (Brescia) 10,00; Antonio Costa (Bologna) 20.00; Claudio Neri (Roma) 40,00; Arcangelo Piciullo (San Giovanni Dosso – Mn) 5.00; Pierluca Oldani (Casorezzo – Mi) 42,00; Ivano Sallusti (Guidonia Montecelio – Rm) 10,00; Franco Schirone (Milano) 100,00; Federico Battistutta (Gropparello – Pc) 30,00; Domenico Sabino (Nocera Inferiore – Sa) 30,00; Pietro Ferrua (Portland – USA) 40,00. Totale € 1.935,00.

Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, trattasi di euro 100,00). Selva Varengo e Davide Bianco (Lugano – Svizzera); Fiorella Mastrandrea e Amedeo Pedrini (Brindisi); Luca Todini (Brufa-Torgiano – Pg) 150,00; Tommaso Bressan (Forlì) 150,00; Silvano Montanari (San Giovanni in Persiceto – Bo); Francesco Barba (Villanuova sul Clisi - Bs) 150,00; Giancarlo Baldassi (Sedegliano - Ud); Tomaso Panattoni (Milano); Gianfrancesco Di Nardo (Roma); Manuele Rampazzo (Padova); Paolo Zonzini (Borgo Maggiore – Repubblica di San Marino); Giordana Garavini (Castel Bolognese – Ra); Giuseppe Anello (Roma); Tiziano Viganò (Casatenovo – Lc); Giancarlo Gioia (Grottammare – Ap); Fausto Franzoni (Pianoro – Bo); Fulvia De Michiel (Belluno); Silvio Gori (Bergamo) ricordando Egisto e Marina Gori; Pierluca Oldani (Casorezzo – Mi); Centro A Ordine Sparso - CAOS (Genova); Massimo Ortalli (Imola); Arturo Schwarz (Milano) 150,00. Totale € 2.400,00