Rivista Anarchica Online


primavera araba

Tra spontaneità e nuovi poteri

Intervista con Adel Jabbar
di Gianni Sartori

Sociologo, saggista, esperto di comunicazione interculturale, Adel Jabbar vive in Italia da diversi anni. In quanto dissidente, ha dovuto lasciare l’Iraq all’epoca di Saddam.
Ecco che cosa pensa delle recenti vicende nel mondo arabo.

 

Dal novembre del 2010 si è scatenata una serie di rivolte a cui si è voluto dare il nome di “primavera araba”. È possibile, ad un anno e mezzo di distanza, tracciarne un bilancio?
Una precisazione. Più che “primavera araba” quella iniziata nel novembre 2010 andrebbero considerate una “semina” per una eventuale primavera. Comunque un avvenimento fondamentale per il futuro della società araba. Questo è avvenuto dopo mezzo secolo di stagnazione (dal punto di vista etico, sociale, culturale, politico ed economico) che ha caratterizzato tutti i paesi arabi, dal Marocco allo Yemen. Per quasi cinquanta anni il mondo arabo è rimasto ai margini della Storia. All’interno di questo periodo di stagnazione, senza dibattito sui temi essenziali, ha prevalso un senso di paura. Anche chi restava alla larga dalla politica viveva nella paura nei confronti di tutto ciò che aveva a che fare con governi, istituzioni, Stato (tanto quanto chi si trovava politicamente coinvolto).
In una collettività che vive in termini di paura le persone sono come paralizzate. Non mi spingo ad affermare che gli eventi iniziati il 17 novembre 2010 hanno messo la parola fine a questa fase paralizzante, ma sicuramente hanno dato una scossa.

Quanto hanno pesato inizialmente in queste sollevazioni le religioni e le ideologie? Le componenti sunnite sembrano acquisire un ruolo preponderante...
In Tunisia e in Egitto la gente si è mossa senza particolari riferimenti religiosi o ideologici. Giustamente si è parlato della “spontaneità” di queste rivolte non ideologiche, smarcate da riferimenti a religioni o “socialismi” vari. Si è trattato di una sollevazione di tipo “fisiologico”, fisico, caratteristica di società con molti giovani (il 60% ha meno di 30 anni), pieni di energia, di potenzialità. Giovani in gran parte istruiti, con aspettative simili ai coetanei della sponda nord del Mediterraneo. Sollevazione fisiologica (in una società stagnante sia a livello economico che politico) che ha messo in evidenza bisogni a cui finora si era risposto in maniera repressiva. Non mancavano i precedenti. Pensiamo agli scioperi del 2003, poco dopo la caduta di Bagdad. La caduta della capitale irachena, con tutto il suo carico di umiliazione, rimane un evento importante nell’immaginario della popolazione araba. Aveva visto e riconosciuto come in uno specchio la propria impotenza, la propria marginalità, sia rispetto all’Occidente che ai vari regimi. Regimi che erano il prolungamento dei poteri forti occidentali, vassalli telecomandati, “usa e getta” in base alle dinamiche della geopolitica. Potremmo definirle rivolte contro la propria impotenza per rivendicare non un’ideologia salvifica, ma un ruolo attivo nella Storia.

E per il futuro?
Per il futuro è tutto da vedere. In Egitto e Tunisia siamo in un’area nel complesso omogenea, legata da una storia e sentimenti comuni. Soprattutto in Tunisia dove esiste un forte senso di appartenenza linguistica e culturale, l’omogeneità di fondo ha permesso una mobilitazione diffusa, trasversale. Sia territoriale che di genere, di ceto, di religione e di appartenenza politica.
Vedendo questi giovani manifestare, fare quello che fino a quel momento si riteneva impossibile, i loro coetanei degli altri paesi arabi sono stati “contagiati”, si sono riconosciuti e sono scesi in piazza. Soprattutto perché stava accadendo in paesi dove i governanti si sentivano in una botte di ferro, sia per l’esteso controllo poliziesco che per gli appoggi esterni. Ma forse quello che è venuto dopo ha perso la naturalezza originaria. In altre realtà, quando si è messo in moto un movimento simile, gli esponenti politici, locali e internazionali, hanno preso provvedimenti e sono intervenuti utilizzando sia il confessionalismo che l’intelligence. In Barhein, Marocco, Yemen e Siria (dove, a causa delle divisioni tribali e religiose, manca una coesione paragonabile a quella di Egitto e Tunisia) i movimenti hanno perso spontaneità, lo smarcamento dai riferimenti religiosi e politici è stato ridimensionato e la geopolitica ha ripreso il sopravvento.
I principali attori dell’area, Iran, Turchia e Arabia saudita, cercano di indirizzare gli eventi in base ai loro interessi e ormai la rivendicazione originaria (vedersi riconosciuto un ruolo attivo nella società) viene strumentalizzata. Ogni Stato ha la sua agenda anche a scapito delle rivendicazioni popolari. In Barhein la richiesta di una maggiore democrazia è diventata una questione confessionale, mentre nello Yemen stanno cercando di tamponare, di prendere tempo. Pensiamo a quanto sia importante la stabilità yemenita per l’Arabia saudita...

Anche per ragioni di prestigio

Cosa può dirci rispetto a quello che è accaduto in Libia?
Quello della Libia è stato un cambiamento molto orchestrato, una sintesi tra ribellione tribale e colpo di stato. Oggi possiamo vederne le conseguenze. Oltre alla proclamazione unilaterale di uno “Stato federale” da parte dei leader di alcune tribù di Bengazi, va ricordato che nel sud del paese continua la guerra tra fazioni tribali. Si tratta di realtà molto ampie e territorialmente estese, con legami parentali in Ciad e Sudan. Anche Misurata è controllata da una milizia e una città vicina, Tauerga, in passato legata a Gheddafi, è stata completamente sgomberata. Tripoli è a sua volta divisa tra fazioni tribali, di cui una controlla l’aeroporto, un’altra un ministero...e così via. In Libia c’è stata convergenza di interessi tra alcuni golpisti, alcuni centri finanziari (v. il Qatar) e alcuni leader tribali.
Possiamo definirlo un golpe in quanto molti esponenti del passato regime hanno abbandonato Gheddafi per integrarsi nel CNT. Quando se ne andava un ministro o un ufficiale dell’esercito, anche la sua tribù lo seguiva. Sicuramente il colonnello era un despota, ma è anche vero che la natura, gli obiettivi della ribellione andrebbero analizzati con uno sguardo diverso rispetto a quanto è avvenuto in Tunisia e Egitto. In Libia l’appartenenza alla tribù è prevalente, praticamente non esistono partiti e movimenti nazionali. Ovviamente Gheddafi dava fastidio, in particolare all’Arabia saudita, per il ruolo che intendeva esercitare in Africa. Bisognerebbe poi chiedersi quale sia l’autorità morale dell’Arabia saudita nel rivendicare la democrazia. Comunque, mentre in Siria tra gli oppositori di Assad ci sono vari orientamenti, su Gheddafi tutti erano sostanzialmente d’accordo: i nazionalisti, la sinistra, i liberali...

Quindi per la Siria non prevede uno scenario di tipo libico con intervento militare esterno?
Come ho detto, l’opposizione interna siriana è divisa. Ora, dopo 40 anni, si è svegliata anche l’opposizione esterna che sostanzialmente aspira al potere, da conquistare anche con la guerra. Invece chi subisce la repressione dentro i confini del paese ragiona diversamente.
L’uso delle armi fa il gioco di Assad mentre la disobbedienza civile crea parecchi problemi al regime. Diciamo che la violenza fornisce un alibi al regime. In passato l’immagine del mondo arabo veniva schiacciata su Bin Laden e Al Qaeda. Le sollevazioni hanno avuto anche il merito di superare questa falsa rappresentazione. Non si tratta di un fatto completamente nuovo. Agli inizi del ‘900 nei paesi arabi si sono sviluppati movimenti di massa non-violenti con un profondo coinvolgimento della società civile. Lo stesso movimento anticoloniale, con l’eccezione dell’Algeria, si è basato più sulla disobbedienza civile che sulla lotta armata. I movimenti attuali derivano da questa tradizione.
Già agli inizi del ‘900 alcuni pensatori e religiosi siriani (come Al Kawakibi poi costretto all’esilio) avevano individuato i “tre ingredienti” del dispotismo. Una massa ignorante, un ceto religioso corrotto, una élite di opportunisti. Ma anche un regime ha bisogno di una certa dose di consenso e oggi in Siria questo si va riducendo, il cerchio si stringe. I movimenti hanno dimostrato che si può vincere sulla paura e che il cittadino normale può contare. Inoltre lo spazio pubblico è tornato ad essere luogo di scambio, di incontro. Ancora l’anno scorso era monopolio degli apparati dello Stato.

E per quanto riguarda il suo paese, in quale situazione versa l’Iraq? C’è stata anche una “primavera” irachena?
Intanto vorrei ricordare che Bagdad, la mia città natale, vive una situazione disastrosa. Così gran parte dell’Iraq. Un paese ricco, ma con un alto numero di poveri, di affamati, con una media di 50 vittime al giorno per attentati o scontri armati e dove molte donne rischiano la morte per parto. Inoltre, a causa delle armi utilizzate, è diventato uno dei paesi più inquinati del mondo con un altro numero di nascite deformi. Ma l’Iraq è anche uno dei più corrotti, governato da vere e proprie bande. Emblematico il recente caso del vicepresidente accusato di “terrorismo”. Sembra proprio di vedere una banda di criminali che si sfalda, si spacca, dopo una rapina, per il bottino.
Hanno approfittato della fine del regime per impadronirsi del paese. Ognuno cerca ora di avere più vantaggi. Lo Stato non esiste, la società è frantumata e manca un programma politico per ricostruire la nazione. L’esercizio della violenza, della repressione non accenna ad arrestarsi. Tra le vittime anche molti giornalisti.
In sintonia con quelle degli altri paesi arabi, anche qui c’era stata una sollevazione popolare. Era dagli anni sessanta che non assistevo a manifestazioni di queste dimensioni nel mio paese. Sono state represse duramente, distrutte. Molti attivisti sono stati uccisi a casa loro, con il silenziatore, nello stile delle squadre della morte. I desaparecidos si contano a migliaia, ma solo le madri organizzano manifestazioni di protesta. Io penso che non si dovrebbe intervenire così in un paese, demolirlo e poi lasciarlo in queste condizioni.

Ritiene che le ragioni dell’intervento occidentale siano state soprattutto economiche?
Non credo si sia trattato solo di interessi economici. Si interviene militarmente anche per ragioni di prestigio, simboliche. Sicuramente Saddam e Gheddafi erano dei dittatori. Dittatori che nella loro megalomania avevano comunque un disegno politico e pestavano i piedi a qualcuno più grosso di loro. Diciamo che ci sono dittatori che eseguono, subalterni e controllabili, mentre altri non sono controllabili, collaborano solo in base ai loro interessi.

Saddam è stato condannato a morte, tra l’altro, per aver massacrato curdi e sciiti. Sono state queste due comunità a subire maggiormente la dittatura di Saddam?
Personalmente non mi trovo d’accordo con questa “confessionalizzazione del crimine” che mi sembra funzionale alla divisione del paese. Serve a legittimare le rivendicazioni di potere da parte di chi non ha progetti né politici né sociali. Saddam ammazzava tutti, non solo curdi e sciiti. Assumere soltanto il ruolo di vittima non è corretto, significa non voler fare i conti con la propria storia. Vien da chiedersi come avrebbe fatto Saddam a governare con il 70% della popolazione (curdi e sciiti) contro di lui.

Gianni Sartori