Rivista Anarchica Online


ambiente

Cinque Terre, 25 ottobre 2011:
un disastro annunciato

di Sergio Lojacono

Storia e attualità di uno degli angoli più belli d’Italia, ferito a morte dalla recente alluvione.
E dalle speculazioni e dalle scelte “umane”.

 

Sono una Guida Parco del Parco Nazionale delle Cinque Terre e da circa 16 anni accompagno persone sui sentieri costieri e nei paesini più famosi del mondo.
Spesso, durante le spiegazioni che, che nella maniera più professionale possibile, fornisco ai miei clienti, mi viene posta la domanda fatidica: ma tutto questo materiale, pietre e terra, usato per modificare profondamente il territorio, non potrebbe franare in mare? La mia risposta è sempre stata che, probabilmente, sarebbe stata solo una questione di tempo e purtroppo ciò si è avverato nell’autunno dell’anno passato. Perché ora? Perché non in passato? Perché non era ancora mai successo?
Le Cinque Terre hanno quasi mille anni e, da quando sono state costruite dove si trovano, non si era mai verificata una catastrofe simile. Questi cinque paesi furono costruiti da persone che, tra l’XI e il XIII secolo d.C., in pieno Medioevo, decisero che le loro condizioni di vita sarebbero decisamente migliorate se si fossero trasferiti dalle loro case sulla montagna in nuove abitazioni costruite vicino al mare. Qui avrebbero trovato un clima migliore, avrebbero potuto spostarsi agevolmente via mare oltre che a piedi o a dorso di mulo via terra e avrebbero potuto integrare la loro attività principale, l’agricoltura, con un minimo di pesca. Fino a quel momento sulle coste del mediterraneo imperversava il pericolo delle incursioni saracene ed era molto più sicuro vivere sulle montagne, lontano dal mare e dai pirati, ma dal 1113 con l’acquisto di Portovenere da parte della Repubblica di Genova, la situazione cominciò a cambiare. Nel 1276 la Superba entrò in possesso di tutti i territori della Liguria di Levante: la presenza di Genova e della sua potenza contribuì non poco a diminure la pressione saracena e questi liguri, diretti discendenti degli antichi abitanti, da sempre, di questi impervi territori, presero in considerazione la possibilità di scendere sulla costa.
Costruirono le loro case, a forma di torre, sfruttando ogni centimetro di territorio, alla foce di torrenti dal corso ripido e breve che scendevano dal crinale che separa questo tratto di litorale dalla valle fluviale più vasta della regione: la Val di Vara (il Vara è l’unico fiume, degno di questo nome, della Liguria: nasce dal Monte Zatta, al confine con la provincia di Genova e scorre per 58 km in provincia della Spezia per gettarsi, in località Bottagna, nella Magra, fiume della Lunigiana). L’unica delle Cinque Terre a non essere stata costruita sul mare, ma su un piccolo promontorio di 90 m di quota, è Corniglia e la ragione fu che sulla valle originata dal torrente Guvano incombe da sempre una paleo-frana che si muove ogni qualvolta che le piogge superano il livello di guardia e questa fu una scelta che ce la dice lunga sul rispetto che i nostri avi avevano nei confronti di un territorio fragile come quello di cui stiamo parlando. Nel contempo questi liguri tenaci e testardi, i cui antenati tennero testa agli antichi romani colpendoli e fuggendo, secondo le loro tecniche di guerriglia basate sulla conoscenza capillare del territorio impervio che da millenni li ospitava, modificavano il paesaggio costruendo migliaia di chilometri di muretti a secco (si parla di circa 11000 km di muro, tra costruito, crollato e ricostruito) che servivano a sostenere i terrazzamenti sui quali veniva coltivata la vite.
La tecnica di costruzione era molto accurata e prevedeva il posizionamento di pietre sovrapposte e incastrate, le più grandi alla base le più piccole verso l’alto, fino a erigere una vera e propria vasca che veniva riempita di pietrisco e di terra. A questo immane lavoro presero parte anche le donne liguri che lavoravano esattamente come i loro uomini, infatti in questi luoghi, le eredità terriere furono da sempre equamente divise tra i due sessi (una forma di parità di diritti che nel nostro Paese arriverà solo nel 1946 con il voto esteso anche al sesso femminile). Queste genti vissero nei loro luoghi, faticando duramente per riuscirci, mettendo spesso insieme il pranzo con la cena, fino al 1874 anno in cui venne inaugurata la linea ferroviaria che metteva in comunicazione Genova con Livorno, e poneva fine all’isolamento naturale in cui vivevano.

Montagne, corsi d’acqua, ecc.

L’egemonia genovese era già finita nel 1797 con l’arrivo dei francesi e l’innalzamento da parte dei Liguri degli alberi della libertà, e un progetto napoleonico per la costruzione di una base navale all’interno del golfo. Il progetto venne realizzato, dopo l’unità d’Italia, da Camillo Benso conte di Cavour con l’aiuto del’’ingegner Domenico Chiodo, nel 1862 (l’Arsenale Militare della Spezia viene inaugurato, non ancora ultimato, nel 1869) e fin da subito andò a influenzare lo sviluppo di una piccola città come La Spezia e la vita di tutti i suoi residenti. Anche le Cinque Terre risentirono della nuova situazione in quanto, i loro abitanti, sentendo la comprensibile esigenza di guadagnare di più faticando meno, cominciarono a spostarsi verso la città abbandonando il territorio coltivato e mantenuto con amore, fino a quel momento. Da li in poi la coltivazione della vigna diventò un’attività da svolgere nel tempo libero e non più un’occupazione a tempo pieno e, conseguentemente viene abbandonata la manutenzione dei terrazzamenti e dei sistemi di regimazione delle acque piovane che ne impedivano il crollo ad ogni pioggia. Il territorio che aveva costituito fino a quel momento, l’unica risorsa per questi liguri di Levante, viene lentamente ma inesorabilmente abbandonato.
La presenza dell’Arsenale alla Spezia comporta anche un condizionamento nel costume e nel modo di intendere il lavoro degli spezzini, infatti da ora in poi una delle massime aspirazioni dei giovani liguri, e non solo, fu quella di lavorare in questa grande struttura di stampo militare aspirando, quindi, al “posto fisso statale”, una chimera messa in crisi dai gelidi venti di recessione degli ultimi tempi (il numero degli “arsenalotti”passa da 9000 a 600 unità) .
Il secondo conflitto mondiale vede La Spezia al centro della potenza militare italiana proprio per la presenza dell’Arsenale e trasforma la città in un obiettivo militare: La Spezia risulterà essere la seconda città più bombardata d’Italia e questo triste primato le costerà un elevato prezzo in termini di vite umane e di edifici storici (il tessuto medievale della Spezia viene quasi completamente distrutto). Gli anni della ripresa, gli stessi del boom economico, vedono le Cinque Terre, dopo Portofino e Portovenere, salire sulla ribalta del turismo mondiale e riprendere vita con il ritorno di molti dei vecchi abitanti e dei loro figli che si dedicano ad attività ad esso legate. Fioriscono ristoranti e strutture di accoglienza, negozi e pizzerie e nasce l’esigenza di avere spazi adatti al flusso dei visitatori che, purtroppo, si muovono in massima parte in automobile. Occorre inoltre, rimboschire le montagne spogliate durante la guerra della loro naturale copertura vegetale (il legno costituiva un ottimo e il solo combustibile per le fonderie delle industrie armiere che dovevano costruire armi e altri mezzi di distruzione di massa) e lo si fa, commettendo anche qui un grosso errore, ecologicamente parlando, introducendo cioè un albero che non faceva parte della vegetazione arborea tipica delle coste liguri, come il leccio, ma che attecchiva su ogni tipo di terreno e cresceva velocemente: sto parlando del pino marittimo assolutamente inadatto, possedendo un apparato radicale superficiale, ad evitare le frane, e molto instabile.
I corsi d’acqua che attraversano i piccoli centri abitati vengono ricoperti e si trasformano nelle vie principali dei quattro paesi costruiti quasi sull’acqua. Le piogge, fino a qualche decennio fa, stagionali e quindi abbondanti solo in alcuni periodi dell’anno, vanno ad alimentare i torrenti che scendono dalla montagna e scorrono senza difficoltà sotto lo strato di cemento e asfalto con cui l’uomo li aveva nascosti alla vista. Certo, gli undici ponticelli che mettevano in comunicazione le due sponde del torrente Groppo, a Manarola, avrebbero forse costituito un intralcio alla massa di 3 milioni di persone che ogni anno, almeno negli ultimi, in cui il Parco Nazionale (sarebbe meglio chiamarlo Luna Parko) si è prodigato in una promozione esagerata, si sono riversate in questo territorio fragilissimo mentre la larga strada di cemento (peraltro orrenda) costituisce un ottimo corridoio di scorrimento per il fiume di gente che, amandole, viene a visitare queste terre e poco importa se la sezione dell’alveo fluviale subisce una drastica riduzione.

Finché rapiniamo il pianeta

E qui i nodi vengono al pettine: nella profusione di motivi espressi da esperti meteorologi e geologi e politici e scrittori vari, mai si è accennato a questo che, secondo me, è il vero motivo degli eventi catastrofici verificatisi il 25 ottobre scorso. La pioggia che si è riversata in quantità eccezionale su una porzione del territorio di cui stiamo parlando, una vera e propria bomba d’acqua, siamo d’accordo su questo, è scivolata dalla montagna fino al mare scorrendo velocissima nei luoghi in cui era sempre passata, solo che stavolta li ha trovati occupati da strade, da cemento, da asfalto e da auto.
Questo non ha fermato la natura che, come sappiamo, non accetta imposizioni dai suoi ospiti, perché questo siamo: ospiti e non padroni, non dominatori come spesso, anzi, sempre, ci comportiamo. La massa liquida che ha trascinato con se tutto ciò che ha trovato sul suo cammino si è ripresa la via lungo la quale, da secoli, raggiunge il mare, trascinando con sé pietre, terra, alberi, automobili stivate nei parcheggi costruiti dove non dovevano essere costruiti, perché alle Cinque Terre si deve arrivare i treno o in battello e non in auto. Tutto questo materiale ha ostruito lo stretto passaggio che, sotto la strada, l’uomo aveva lasciato all’acqua e che, probabilmente, si era ulteriormente ridotto a causa del naturale apporto fluviale di detrito. Purtroppo la natura, quando ci presenta il suo conto, non guarda in faccia a nessuno e, anche questa volta, si è portata via, insieme a strade, condutture fognarie, impianti idraulici ed elettrici, affetti e amicizie e vicende umane che non la riguardano così molti di noi hanno perso amici, padri e mariti, e, in qualche caso, figli.
Questo è quello che succede quando invece di rispettarlo, rapiniamo il nostro pianeta, lo sfruttiamo a nostro vantaggio e non teniamo conto del peso che esercitiamo su di esso pensando di poterlo cambiare e modificare a nostro piacimento e per il nostro interesse. Non siamo altro che formichine, piccoli insetti, ma presuntuosi come solo l’essere umano sa essere, convinti di poter spadroneggiare su un mondo che ci è stato consegnato dai nostri antenati e che dovremmo poter lasciare in condizioni ragionevoli a chi ci succederà.
Purtroppo per noi siamo animali che non imparano dai propri errori e neanche dai propri orrori e così continuiamo a farci la guerra, continuiamo a sporcare la nostra casa e a sprecare le risorse che la natura ci mette a disposizione, spesso, o meglio, sempre, a scapito di altri di noi che hanno avuto l’unica sfortuna di nascere nell’emisfero sbagliato, quello inferiore. Il mondo non finirà alla fine di quest’anno, come sembra abbia previsto il misterioso popolo Maya; la nostra agonia sarà molto più lunga ma la nostra sorte è comunque segnata da noi stessi.
La Terra ha circa 4 miliardi e mezzo di anni e altrettanti dovrebbero restargliene prima che il Sole si trasformi in qualcosa che invece di vita dispensi morte, ma se pensiamo che animali enormi come i dinosauri che hanno dominato il pianeta per circa 150 milioni di anni, si sono estinti per colpa di un sassolino che vagava nell’universo, beh, allora a noi, che siamo qui da nemmeno un milione di anni (considerando animali che poco avevano di umano) basterà molto meno per sparire e fare si che finalmente Gaia tiri un sospiro di sollievo. E beato chi crede che tutto ciò abbia un senso…

Sergio Lojacono