Rivista Anarchica Online


marò

Ma i pirati in Kerala non ce li aveva messi nemmeno Salgari...

di Alberto Prunetti

I “nostri” avrebbero risposto a un attacco di pirati. Ma le migliaia di navi dei pescatori del Kerala a volte si avvicinano ai grossi mercantili per evitare che recidano le reti per la pesca.
E a pagare ancora una volta sono stati gli indiani, quelli poveri si intende.

 

Due umili lavoratori, non importa quale sia la loro nazionalità, sono stati probabilmente uccisi da alcuni militari, non importa quale sia la loro nazionalità.
Questo è ciò che conta. Chi li ha ammazzati non doveva stare lì con un mitra in mano, pagati da un sistema che spende soldi in spese militari per poi dire che mancano per ospedali, pensioni, università. Ma non sono questi gli unici paradossi della famosa “questione intricata”, che a me sembra semplice: i militari italiani non dovevano stare lì, sul ponte di una nave commerciale privata, e non possono aprire il fuoco contro innocenti pescatori. Pescatori e non pirati, perché i pirati in Kerala non ci sono.
Tendenzialmente, sia in India che in Italia non scarseggia l’inclinazione a difendere i propri militari: si rivendica l’impunità per uccidere sul proprio territorio e non si concede facilmente ad altri questo lusso. Di qui i problemi degli ormai famosi (in India direi “famigerati”) marò italiani e le difficoltà della diplomazia della Farnesina: a quanto pare, ci istruiscono i nostri media, all’estero si può aprire il fuoco impunemente contro un pescatore a un tot di miglia dalla costa, sostenendo di aver respinto dei pirati all’arrembaggio. Questo delirio si chiamerebbe “diritto internazionale”.
Squillano sui giornali le trombe soffiate da astrusi alfieri dell’impunità militare, un’impunità che dovrebbe farci ricordare le lamentele italiche per gli aviatori americani mai incolpati di alcunché per la strage del Cermis. Alle teorie degli esperti di diritto internazionale giornali come La Nazione affiancano inquietanti dichiarazioni di militari, tratte da Facebook, che chiedevano carta bianca per fare irruzione in India o almeno farla pagare agli indiani che vivono in Italia. Tutto questo, oltre a collocarsi tra il ridicolo e il favoreggiamento del razzismo strisciante nella nostra società, conforta ovviamente le autorità indiane nelle loro scelte di trattenere gli italiani per sottoporli a processo, oltre a allungare i tempi diplomatici nuocendo agli interessi degli stessi soldati detenuti. L’ “ora d’odio” non ha pagato all’epoca delle pressioni diplomatiche italiane contro il Brasile nel caso Battisti: contro l’India, paese con una fortissima tradizione anticoloniale, “giornalate” come quelle di questi giorni sono un vero e proprio suicidio mediatico. Comunque auguri.
Per come la vedo io, affidare all’India le indagini per i morti indiani su navi indiane potrebbe riaffermare un principio che non è giuridico ma è umanitario: che non basta essere pagati per proteggere delle merci per avere il diritto di uccidere delle persone, con la scusa che “forse”, “eventualmente”, “potrebbero essere dei pirati”.

Il gioco delle tre carte con la nave greca

Intanto al posto dell’olandese volante ha fatto la sua comparsa un mercantile greco fantasma: è il tertium datur che potrebbe guadagnarsi la responsabilità dell’assassinio dei pescatori. Le cose non cambierebbero molto: stessa faccia, stessa razza, direbbero i miei cosmopoliti amici in malayalam (non è una parolaccia, è la lingua del Kerala) Per ora questa nave veleggia solo sulla blogsfera italiana e non dà notizie di sé nel mondo anglofono. Però chissà che non guadagni anche questa sponda: i greci come capri espiatori in questo periodo funzionano bene. Magari consegnarsi alle autorità indiane al posto degli italiani potrebbe essere l’ennesimo sacrificio chiesto in cambio dello sblocco del super prestito europeo. Comunque la vogliamo mettere, le cose sono le stesse. Uccisi da europei e da militari, cioè da colonialisti europei. Se non si tiene a mente questo elemento, non si capisce nulla di quel che sta succedendo a Kochi in questi giorni (come fanno i sapientoni di geopolitica internazionale che parlano di elezioni in Kerala e di beghe tra Congress, Bharatiya Janata Party e Sonia Gandhi). Per gli italiani dovrebbe contare qualcosa, oltre la solidarietà verso le vittime, anche il fatto che questi soldati sono inviati a proteggere interessi privati e sono pagati con i soldi pubblici da uno stato che a quanto si dice non ha un euro per sanità, pensioni e welfare sociale. Non è una cosa da poco, visto che all’ordine del giorno al senato c’è stato di recente proprio il rifinanziamento delle missioni militari all’estero, che destra e sinistra concordemente plaudono (provvedimento approvato con 223 sì, 35 no e 2 astenuti).

I “pericolosi” pescherecci del Kerala

Di pirati e castelli di carta

Si continua a parlare di pirati, almeno in Italia. Ora, le navi dei pescatori in Kerala sono migliaia e intrecciano continuamente nelle acque costiere, dentro e fuori il limite del tirassegno consentito. Talvolta si avvicinano ai grandi mercantili per allontanarli dalle loro reti, che potrebbero recidere (è quello che probabilmente stava facendo la Saint Antony). Le coste del Kerala sono poi controllatissime dalle autorità marittime indiane. Non si sono mai registrati casi di pirateria per quel che ne so io, e per quel che ho letto (non sono un esperto ma ne so più di un giornalista italiano, avendo vissuto e lavorato da quelle parti per svariati mesi). Due casi di pirateria in un solo giorno è uno scoop che solo i nostri media possono vantare. Ma sì, prendiamola così: mettiamola nella più benevola (per la creduloneria italiana) ipotesi che la nave tricolorata abbia mitragliato una nave di pescatori (forse senza colpirli) e che l’ipotetica e fantasmagorica nave greca abbia mitragliato un’altra (o la stessa) nave di pescatori, per giunta colpendola. Siamo ai limiti dell’assurdo, di peggio si potrebbe solo arrivare a pensare che non fossero pescatori ma pirati. Ma bisogna per l’appunto sostenere che fossero pirati: altrimenti come giustificare il fatto che gente armata e pagata da noi fosse lì? Bisognava infatti tutelare le merci dai pirati. Ma proviamo a crederci. Siamo quasi nella migliore tradizione della scienza investigativa italiana, siamo prossimi alla teoria del malore attivo di Pinelli. Siamo al ridicolo o alla cattiva coscienza. Ma non importa. Prendiamola per buona, diamo la colpa ancora una volta ai greci e sventoliamo il tricolore. Ci credete? Vi sentite a posto con la vostra coscienza? E con la vostra intelligenza? Se sì, abbandonate la lettura di questo articolo. Tutto risolto?
No, invece. Perché gli indiani non ci credono e hanno il dovere di non crederci. Fossi in loro non ci crederei neanch’io. E infatti non ci credo ma sarei felice di sapere che in mio nome (malgrado tutto, c’è chi potrebbe pensare all’estero che come italiano io condivida le scelte dei governi del paese in cui sono nato) non siano stati ammazzati due pescatori del Kerala di origini Tamil. Io me lo auguro che i due soldati italiani non abbiano ucciso i due pescatori. Mi risulta difficile crederci, ma quasi lo vorrei. Not in my name. Ma sono scettico, perché di solito in questo mondo chi uccide porta una qualche divisa e chi muore è disarmato. Ma se anche le cose stessero in maniera diversa da come sostengono gli indiani, l’unico modo per sapere come le cose sono andate davvero è lasciare che siano gli indiani a condurre le indagini. Non che anche la loro giustizia non conosca abusi. Ce ne hanno eccome. Non che anche i loro poliziotti non uccidano a casaccio. Non che sia una bella situazione finire nei guai con le autorità locali anche da quelle parti. Vi assicuro che non scherzano e che è facile, come ovunque, come anche da noi, ritrovarsi in una montatura. Ma in questi frangenti loro hanno più possibilità per andare in fondo alle cose. Perché da noi la verità, come in tanti altri casi in passato, come nel caso del Chermis, o come nel caso delle tanti morti all’interno di caserme e prigioni (Cucchi, Bianzino e Mastrogiovanni per citarne solo alcuni), non emergerebbe mai.
Riassumiamo la questione. Dimentichiamoci le lenzuolate dei giornali, le sparate nazionaliste del fascista al microfono di turno, quelle dei suoi omologhi indiani del BJP, le menate contro Sonia Gandhi… sono tutte figure di un balletto delle parti ridicolo che non mi interessa. Lo ripeterò fino alla noia: quel che conta è che due lavoratori disarmati che guadagnavano una miseria facendo un lavoro bellissimo e dignitoso sono stati uccisi in nome di interessi di classe (che non sono i nostri) da gente venuta da lontano, pagata con i soldi tolti alle scuole e agli ospedali. Che sia Italia (probabile) o Grecia (tant’è), lo vedremo. In ogni caso questo è ingiusto, è ignobile.
Ma il peso più grave è ancora sulle spalle degli indiani, e non sui politici o sui parlamentari ma sui poveri pescatori che devono guadagnarsi il pane sfidando il neocolonialismo e la violenza degli stranieri: ancora una volta gli europei si presentano in India con le vesti del generale Dreyer e dei suoi cecchini. La risposta degli indiani non può passare dai soliti slogan del BJP o dello Shiv Sena ma deve recuperare tutta la radicalità dei freedom fighter industani: Down with imperialism. Inquilab Zindabad.

Alberto Prunetti