Rivista Anarchica Online



a cura di Marco Pandin

 

Underflow

Potrebbe essere, immagino, che qualche volta (o magari una volta soltanto) a qualcuno di voi, spinto dalla curiosità, sia venuto in mente di assistere a un concerto di musica improvvisata. A me piace farlo. Verso la metà anni degli Settanta, nelle mie prime uscite da teenager, mi spingeva a questo genere di esperienze una curiosità complicata e problematica, forse una deviazione della fame mentale e della ricerca di sensazioni gratificanti che spingeva altri miei coetanei allo stadio per le partite di calcio, o in chiesa per la messa, o ai raduni dei boy scout.
Siccome gli scout mi avevano deluso e il campo di calcio e l’oratorio escluso, a me restavano cose meno condivisibili, magari ritenute di pregio minore. A me piacevano le cose strane, le musiche strane. Quelle che gli altri non piacevano. A me piacevano invece, piacevano eccome. Mi incuriosivano. Mi facevano sorridere, gioire, stare bene. Potevo permettermi l’acquisto di pochissimi dischi e cassette, ma a casa mia arrivava comunque il “pop”: dalla radio. Si chiamava così. Si era in un periodo storico in cui i musicisti più complicati e strani suonavano “musica pop”: in coda alla “Guida alla musica pop” di Rolf-Ulrich Kaiser (uscita in traduzione italiana alla fine del 1971 e comprata appena possibile accumulando gli spiccioli) c’era posto per tutto quello che stava tra l’a degli Amon Düül e la x degli Xhol. Niente alla z perché Frank Zappa stava sotto la m con le Mothers of Invention, sparsi nel mucchio Peter Brötzmann (nel libro c’erano addirittura il suo indirizzo di casa e il numero di telefono), gli Embryo, i Tangerine Dream e numerosi altri nomi europei, ed in coda uno scritto a cura di Michele L. Straniero sulla canzone italiana di protesta. “Pop” era dunque un arcobaleno indistinto, non ancora digitalizzato, non ancora settorializzato, certo s’era appena agli inizi del suo sfruttamento commerciale industriale. Ci si ragionava però già sopra: Kaiser s’era già accorto dell’aria che tirava (titolo del 14° e ultimo capitolo del libro: “Soldi: la fine della nuova musica pop”), così come già nel sottotitolo di “Pop story” di Riccardo Bertoncelli (Arcana, febbraio 1973) si parla esplicitamente di consumismo, pazzia e contraddizioni.
Non che a me piacesse proprio tutto tutto, diciamocelo. Mi attraeva la musica strana, l’ho già scritto all’inizio, ma il fatto è che dalla musica mi piaceva farmi sorprendere. Per fortuna iniziava l’epoca delle radio libere. Per fortuna mi ci sono ritrovato in mezzo, ero uno dei collaboratori più giovani di radio Mestre 103, una delle primissime emittenti libere. Per fortuna ero curioso: cercavo di partecipare a quante più potevo delle occasioni che mi capitavano a tiro, con la scusa dei servizi e delle interviste per la radio talvolta riuscivo a intrufolarmi già dal pomeriggio, più spesso mi aggregavo ai gruppi di ragazzi più vecchi di me che protestavano per il prezzo eccessivo dei biglietti d’ingresso e sfondavano. A me piaceva andare ad ascoltare. Mi piaceva anche fare casino, va detto.

Szilárd Mezei (foto di Robert Révész)

Tante volte ai concerti si andava a sentire quelle cose che già c’erano nei dischi, e così com’erano nei dischi: non potevo onestamente aspettarmi che Francesco Guccini cambiasse una virgola alla locomotiva, né che Claudio Lolli osasse deviare dai binari sopra ai quali Stefan Grossman lo aveva costretto, ma era bello, era proprio bello quando Eugenio Finardi o Alberto Camerini ti sorprendevano con una strofa cambiata, diversa dal testo ufficiale, o con assoli a sorpresa che nelle canzoni dentro ai dischi non c’erano.
Una certa parte, spesso importante, dei concerti di certi gruppi e cantanti pop (Banco, Sensation’s Fix, Osanna, Claudio Rocchi, Franco Battiato per dirne alcuni che ho visto ed ascoltato allora) a differenza dei dischi, che erano organizzati in sequenze di pezzi/canzoni più facilmente riconoscibili, era costituita da spazi dove poter improvvisare liberamente.
Altri gruppi e musicisti come ad esempio gli Area, l’OMCI (aver ascoltato e soprattutto incontrato Mauro Periotto ed Ares Tavolazzi da ragazzo ha modificato senz’altro la mia sensibilità verso il contrabbasso), il Perigeo, Venegoni & Co., gli Agorà e in parte gli Stormy Six caratterizzavano le proprie esibizioni dal vivo in concerto in maniera sempre diversa ed aleatoria, offrendo versioni diversissime delle stesse composizioni solo a distanza breve. Poi, tra il 1975 e il 1977, ho avuto la fortuna di incontrare gli Henry Cow: sento di poter descrivere quei pomeriggi e quelle sere fatte di musica e libertà come semi importanti della mia cultura personale, germogliati con quei lunghi discorsi fatti e tutte quelle lettere e telefonate e visite scambiate da allora.
Ritrovo, con grande gioia, buona parte di quell’aria buona, di quell’accelerazione del cuore, di quelle corse leggere e sorridenti dentro a “Underflow” (Leo Records, 2011 – www.leorecords.com). Ci suonano dentro Tim Trevor-Briscoe, sassofono, Szilard Mezei, viola, e Nicola Guazzaloca, pianoforte. Ma, ad appena mezza riga di distanza, già mi piace poco aver scritto “ci suonano dentro”, perché è un’espressione piccola, stretta, imprecisa, non è abbastanza. In quest’ora di musica si parla di libertà, si discute, ci si ritrova a sognare, a immaginare, ci si tiene stretti per mano, si mangia e si beve insieme.

Tim Trevor-Briscoe e Nicola Guazzaloca
(foto di Claudio Casanova / AAJ Italia)

Uno di quei lavori che ti saltano addosso

Stando al mio vecchio amico e compagno Stefano Giaccone, la musica improvvisata è “…il genere più difficile da suonare. È il genere che ti lascia da solo con il tuo strumento, non ci sono scale che tengano, non ci sono amplificatori che tengano: o tu hai qualcosa da proporre, qualcosa che in quel momento sia in grado di emozionare te che suoni e l'ascoltatore, o sparisci, non viene fuori niente...” (da “Nel cuore della bestia”, 1996). Chiudendo gli occhi mentre si ascolta “Underflow” ci si ritrova sbalzati via dalla stanza, e riaprendoli a fine ascolto c’è un’incertezza forte in testa, ti resta addosso un certo spaesamento. Questa è una di quelle volte in cui dentro un disco di musica improvvisata succede davvero qualcosa. Non sono sicuro sia solo suggestione (ascolto musica da una vita intera, magari un po’ di sensibilità – se non di esperienza – l’ho accumulata).
Leggo spesso opinioni contrastanti sull’opportunità di fermare la musica improvvisata registrandola. Secondo tanti è assurdo imprigionarla così perché, come anch’io dicevo prima, non è solo musica-da-ascoltare ma un’esperienza molto più complessa, un ragionamento profondo e complicato, un accadimento multidimensionale che va vissuto come tale. Io penso sia comunque importante registrare e realizzare e diffondere. Penso sia positivo avere, tramite una registrazione, la possibilità di godere della creatività musicale anche restandosene a casa seduti davanti a due casse acustiche immaginando di essere proprio lì a guardare le dita che si muovono mentre la musica prende forma. Trovo sia importante aprirsi a questa libertà straordinaria, grande come il cielo e così a portata di mano da poterla toccare.
“Underflow” è uno di quei lavori che ti saltano addosso, che ti mordono e ti graffiano e ti entrano in gola, che ti accendono fuochi attorno e dentro, che te li sogni di notte e anche la notte dopo. Uno di quei dischi dove vorresti vedere anche il tuo nome scritto in copertina, dove ti immagini di essere lì a suonare, a guardare Nicola che ti guarda e gli viene da ridere, a tirarti addosso manciate di note col sassofono e la viola come fossero palle di neve, a impazzire di felicità e dissolverti, scomparire, bruciare.

Marco Pandin
stella_nera@tin.it


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