Rivista Anarchica Online


“liberalizzazioni”

La patata bollente di Monti

di Antonio Cardella

Il decisionismo del governo attuale può apparire giustificato ad un’opinione pubblica che stenta a vedere la luce alla fine di un tunnel. Ma in realtà...

 

In una recente trasmissione televisiva de La7 (In Onda del 21 gennaio scorso), Giuliano Amato ha finalmente dato una dimostrazione chiara di come gli accademici nostrani – bocconiani o no – intendono la concorrenza. Parlando del decreto del governo Monti sulla liberalizzazione del settore distributivo della benzina e delle altre fonti di energia per autoveicoli – decreto che consente ai proprietari delle stazioni di rifornirsi liberamente sul mercato in cui operano le diverse compagnie petrolifere, riservando al marchio d’appartenenza (Erg, Esso, Agip, ecc.) solo il 50% del rifornimento – Giuliano Amato sosteneva che era irrilevante il fatto che da tale liberalizzazione fossero esclusi quei gestori non proprietari della stazione di servizio, perché alla lunga, proprio per la legge della libera concorrenza, i benefici del decreto si sarebbero estesi anche a loro. È chiaro che, per i soloni del liberismo, la concorrenza è un privilegio riservato ad alcuni, che possono liberamente agire sui fattori del mercato, mentre altri sono chiamati a subirli, nella prospettiva, illusoria, di un beneficio futuro.
Nella stessa trasmissione, il medesimo Amato sosteneva che il passaggio della Dandini da Rai 3 a La7 fosse anche questo un fenomeno di sana concorrenza, quasi che la Dandini fosse stata contesa tra i due canali a fior di quattrini e non fosse approdata a La7 per l’espulsione, dovuta a devozione berlusconiana, da un direttore prono (nel caso specifico, prona) ai voleri del padrone. Sicché La7 non ha acquistato i servizi della Dandini: l’ha solo raccolta dalla strada nella quale era stata lasciata dalla berlusconiana di ferro chiamata a dirigere la Rai in questi tempi burrascosi.
Abbiamo citato questi due episodi che hanno Giuliano Amato per protagonista, non per livore contro il dottor sottile, ma perché il personaggio ben rappresenta quella diffusa categoria di personaggi ai quali non si possono negare qualità di onestà e di stile, e che, in qualche misura, esteticamente almeno, si distinguono ed emergono da un recente passato, popolato da cialtroni indecorosi emersi dall’anonimato ad opera di un Grande Cialtrone, privo di ogni senso morale e alla ricerca costante di servi che possano assecondarne le devianze.
Il discorso naturalmente cambia quando questi personaggi, i Monti, i Passera, etc., sono chiamati a guidare la barca nel mare tempestoso di una crisi che pretende scelte di campo non ambigue, nelle quali non possono non emergere le culture di appartenenza e le conseguenti modalità d’intervento.
Così il governo tecnico del tecnicissimo Monti non può oggi occultare i segni di un’ideologia di indirizzo liberal-capitalistico, sia pure moderato dalle astrazioni teoriche proprie della professione di accademico e di gran commis della Comunità europea.
Ridurre la questione ad un semplice conflitto d’interessi sarebbe errore grave perché, intanto, sarebbe difficile cogliere nella contingenza gli effetti tangibili e immediati del conflitto (è improbabile, infatti, che non si possa essere d’accordo sullo smantellamento di alcune rendite di posizione rivendicate da categorie sin qui indebitamente protette); poi non è facile negare che quella che Monti ha preso in mano è una patata bollente che le coalizioni politiche in Parlamento non hanno avuto la capacità di gestire. Tutto ciò aggravato dall’eredità pesantissima lasciata dai governi Berlusconi, un’eredità pesante non solo in termini di finanza pubblica, ma soprattutto sotto il profilo della credibilità dell’Italia nel consesso internazionale.
C’è, infine, il difficile impatto con un’Europa condizionata da confliggenti interessi nazionali, le cui pressioni sull’anello debole tra le economie più avanzate, l’Italia, appunto, si aggiungono al peso della speculazione finanziaria, rivolta a delegittimare la moneta comune, colpendola dove è più palese la sua debolezza (prima la Grecia con l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna, poi, in ordine crescente in termini di solidità economica, l’Italia, e non è finita qui).

Interventi di facciata e d'immagine

Partendo da queste premesse, quindi, il decisionismo del governo attuale può apparire giustificato ad un’opinione pubblica che stenta a vedere la luce al fondo di un tunnel nel quale l’hanno cacciata la drammaticità della crisi e il malgoverno Berlusconi. Però, alcuni segnali precisi ci inducono a confermare le nostre perplessità sulla natura dei provvedimenti che sono prossimi al varo.
Qualche considerazione che riguarda più il metodo che il merito dei decreti in cantiere (sul merito è impossibile esprimersi, intanto perché nel momento in cui scrivo, gli stessi provvedimenti, sulle liberalizzazioni, per esempio, sono una nebulosa nella quale è impossibile distinguere numero e portata dei singoli componenti; poi perché, allo stato attuale, mancano notizie attendibili su quelli che vengono chiamati i decreti per la crescita). E il metodo riguarda soprattutto i settori prescelti per iniziare l’opera.
Questo governo è il governo che in poco più di una settimana ha sconvolto il sistema pensionistico – naturalmente a danno dei pensionati e senza alcuna consultazione con le parti sociali – mentre ha chiesto una moratoria di tre mesi per intervenire (eventualmente) sulla scandalosa attribuzione gratuita delle frequenze televisive a Rai e Mediaset, votata non a caso dal governo Berlusconi negli ultimi mesi della sua agonia.
Anche l’approccio iniziale sul fronte dei tassisti aveva il sapore di una deregulation di sapore bushano: che senso poteva avere il moltiplicare del 100% le licenze senza tener conto delle effettive esigenze del territorio assai differenziate? Recentemente sono stato a Milano e ho parlato con alcuni di loro, chiedendo se, nella normalità, il servizio fosse assicurato dalle vetture in circolazione; la risposta è stata univoca: c’erano taxi a sufficienza; qualche difficoltà si verificava in periodi eccezionali (Fiere, Esposizioni e via dicendo). Adesso il problema della normalizzazione del servizio è stato demandato ad un’Autorità, che dovrà vedersela con i singoli Comuni. Alla stessa Autorità è stato affidato il compito di occuparsi del sistema trasporti urbani, quando e come potrà.
Sa molto di ricerca d’immagine l’obbligo imposto alle banche di tenere aperti gli sportelli sino alle 22. Sembra, più che un intervento di sostanza, un modo maldestro per tentare di tacitare le molte critiche che l’opinione pubblica, a giusta ragione, muove a questi istituti. Come per la liberalizzazione degli orari dei negozi, il problema non sta nel consentire ai nottambuli, patologici o meno, di effettuare gli acquisti o di operare agli sportelli quando il sole è tramontato, ma di consentire, alla popolazione, di avere più soldi per comprare, e, agli operatori, di godere di servizi bancari più efficienti e meno predatori.
Lo stesso intervento di facciata è quello sulla categoria dei notai. In quasi tutti i Paesi civili, la figura del notaio è sconosciuta, perché molte delle sue funzioni sono attribuite alla pubblica amministrazione. In realtà non si capisce bene perché, fatta eccezione per alcune operazioni piuttosto complesse (passaggi di proprietà, stipulazione di contratti di un certo livello, etc.) il notaio debba anche validare deleghe e certificare firme, compiti che possono essere facilmente assolti da un qualsiasi ufficio dell’anagrafe. Quindi, come per le banche, non è la moltiplicazione degli addetti (500 notai in più in tutt’Italia) o l’estensione degli orari di lavoro, a intaccare le corporazioni, ma il decentramento di alcune funzioni e l’abbattimento di molte rendite di posizione private, che incidono pesantemente sui cittadini.
In sostanza, anche per il governo Monti si può citare il detto gattopardesco che occorre fare molto frastuono per occultare il sostanziale immobilismo.
Del resto, con qualche dose d’ingenuità, è lo stesso Monti ad affermare che il suo governo, mutatis mutandis, si pone in linea di continuità con l’esecutivo berlusconiano appena tramontato.
Il sostanziale silenzio sulla sorte della scuola e dell’Università pubbliche, anzi, con l’esplicito apprezzamento della riforma Gelmini, conferma la tendenza di tutti i riformatori, moderati o meno, che circolano nel nostro Paese e non soltanto, a trasferire nella sfera privata i servizi pubblici principali: che è un modo neppure troppo mascherato di ritornare ad una società fortemente classista, dove pochi privilegiati possono accedere ai servizi d’eccellenza, quasi tutti privati o in via di privatizzazione, mentre la gran parte dei cittadini è costretta ad utilizzare, per necessità, servizi scadenti, con processi crescenti di marginalizzazione.

La resistenza del pensiero anarchico

Un merito, comunque, al governo Monti occorre riconoscere ed è quello di aver certificato l’irreversibile eclissi della sinistra in Italia.
Non possono sorgere dubbi di sorta nel ritenere inessenziale la presenza dei partiti nel panorama politico che decide le sorti del Paese. Ectoplasmi che sorvolano territori sui quali non riescono a planare; che aprono le bocche senza emettere suoni intellegibili Quando, appena concluso il grande raduno di Bologna, nell’autunno del 1977, si ebbe chiaro il senso del declino del Movimento antagonista, si pensò ad un periodo di doloroso temporaneo riflusso nel quale, almeno, si sarebbero potute sedimentare, preservandole dalla corrosione del tempo, le principali istanze che avevano vitalizzato il Movimento del Sessantotto. Sarebbero poi servite, passata la stagione buia della restaurazione, ad avviare altre stagioni di lotta. Nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare il tramonto irreversibile dell’intera sinistra italiana, da quella extraparlamentare alla legalitaria, un tramonto dovuto più che a sconfitte sul campo, all’assoluta incapacità di declinare, nelle forme proprie della modernità e della post-modernità, le istanze di libertà e di eguaglianza che ne avevano, nel corso dei decenni, caratterizzato la presenza.
Insomma, la sinistra, quale abbiamo imparato a conoscerla sin dalla fine del secondo conflitto mondiale, ha ormai esaurito il suo compito, convergendo in maniera sistematica, sul piano del compromesso, con gli interessi e la vocazione dei poteri forti e della borghesia capitalistica.
Resiste il pensiero anarchico perché gli anarchici hanno sempre rifiutato le mediazioni, perché non hanno mai barattato le istanze di libertà e di eguaglianza con le, spesso subdole, suggestioni del potere, a qualunque livello esercitato.
Resiste, il pensiero anarchico, perché gli anarchici hanno per tempo capito che le nuove tecnologie della comunicazione, i nuovi assetti geopolitici verificatisi nell’ultimo decennio sul pianeta, hanno profondamente mutato l’ottica con la quale decifrare i dati della contemporaneità.

Antonio Cardella