Rivista Anarchica Online


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

Posta per Lei

 

 

1. Nonostante il titolo – dove “Papa” è maiuscolo in copertina e non nel testo; titolo che è basato sul calco della canzone del 1939, musica di Filippini e testo di Titomanlio (“Caro papà, ti scrivo e la mia mano quasi mi trema, lo comprendi tu” /…/ Caro papà, da ogni tua parola sprigiona un “Credo” che non si scorda più, fiamma d’amore di patria che consola come ad amarla mi insegnasti tu”) – il libro di Odifreddi, Caro Papa, ti scrivo (Mondadori, Milano 2011) è un libro serio, ben ponderato, esauriente nelle spiegazioni e, soprattutto, intelligentemente articolato in rapporto alla sviluppo del pensiero di Joseph Ratzinger o Benedetto XVI che dir si voglia.
Odifreddi non si limita di certo all’ambito della matematica nell’usuale e ristretto significato odierno, ma affronta i testi del papa per ogni ambito disciplinare cui, esplicitamente o implicitamente, si riferiscono: fisica, dunque, ma anche storia, linguistica biologia, teoria dell’evoluzione e fin informatica teorica. In ciascuno i questi ambiti se la cava benissimo – con gran chiarezza – e, pertanto, sembrerebbe poter convincere all’ateismo tutti i cristiani e tutti i musulmani di questo mondo, tutti i cattolici, ovviamente, fin i più riottosi – papa compreso che, almeno a giudicare dai testi sagacemente selezionati da Odifreddi, sembrerebbe oggi cotto a puntino per il gran passo. Come sappiamo tutti, però, ciò non accadrà. Il libro non produrrà né conversioni né de conversioni. Non è accaduto nemmeno a metà Ottocento, quando a scrivere al papa fu Auguste Comte, il capo carismatico del movimento positivista. Liberissimi di pensare che ciò non accadrà per un mucchio di motivi – chiamiamoli di ordine pragmatico – sui quali non indugerò. Ritengo più urgente soffermarmi su un motivo che perlopiù sfugge e che, presumibilmente – nonostante le mie argomentazioni , continuerà a sfuggire.

2. Quando Odifreddi dice che la scienza ricerca e ritrova l’essenza delle cose e delle loro reciproche relazioni, che la scienza, insomma, costituisce un “accesso alla realtà” tendendo alla “verità dei fatti”, fa professione di realismo. E il realismo – ben se ne accorse Platone che cercò di svicolarne con la sua invenzione della caverna, dell’uomo incatenato dentro, della sua unica possibilità di vedere e giudicare solo ombre oppure del conoscere come un “ri-conoscere” in virtù di reminiscenza di un mondo pregresso – è auto contraddittorio: come insegna tutta la storia della filosofia (una storia tutta di glosse a Platone, come diceva Whitehead) e come dice Lichtenberg, non si capisce bene perché l’uomo voglia avere due volte quello che ha già – è vano sperare di ottenere la copia esatta interna di un originale esterno e l’uso del verbo conoscere per designare questo passaggio – come l’interno e l’esterno – è irriducibilmente metaforico. Non a caso, pertanto, Odifreddi si trova a ratificare una differenza tra “metodo storiografico” e “metodo scientifico” molto discutibile – perché è vero che la storia, vincolata di principio a posti e momenti, non può essere oggetto di esperimenti come quelli della fisica, ma è anche vero che, comunque, in quanto spiegazione di fatti, sempre di sanature di differenze dal paradigma si tratta – o i residui platonistici che affliggono i suoi colleghi matematici.

3. Un’idea in proposito – sia detto di passaggio – ci se la può fare con l’esempio recente de La natura degli oggetti matematici di Giorgio Israel, che, anche qui, non casualmente, è pubblicato da Marietti, editrice cattolica. Alla domanda sul come mai la matematica funziona, né Israel né Odifreddi se la sentono di rispondere alla maniera di Galilei – perché i numeri costituiscono il linguaggio segreto del mondo: scopri gli uni e avrai la copia esatta dell’altro –, ma, mentre Israel, lasciando uno sportello aperto alla metafisica, rimane nel vago, Odifreddi risponde costruttivisticamente e darwinianamente – i numeri ce li facciamo noi e svolgono una funzione adattiva. O, detto da lui: “la matematica può essere capita dall’uomo perché è un prodotto e un’astrazione del suo operare: in questo senso la si inventa. E l’uomo può capire la matematica perché questo fa parte del suo modo di essere, in questo senso la matematica si scopre”.Tuttavia, in proposito, non si può fare a meno di rilevare la contraddizione: non si può essere costruttivisti qua e realisti là – come, per esempio, laddove si conclude con una citazione di Gesù Cristo (Giovanni, 8, 32) ripresa poi da Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Non abbiate paura! Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi”. La verità, come diceva Von Foerster, è l’invenzione di un bugiardo e, nell’invocarla, Odifreddi si ritrova abbracciato al suo avversario.

4. La scienza è un sistema aperto caratterizzato dall’assegnazione di una ripetibilità di principio delle sue procedure – assegnarle il compito di descrivere una presunta “realtà” in sé e per sé è come azzopparla. La sua storia – se non stessero così le cose – sarebbe una storia di soli errori, visto e considerato che ogni certezza, prima o poi, ha dovuto cedere il passo ad un’altra. Qualsiasi cosa possiamo dire la possiamo dire sulla base delle nostre operazioni mentali e degli strumenti da noi costruiti – non ci vuole un Einstein per capire che la richiesta di un accesso privilegiato alla “realtà oggettiva” è priva di senso. A mio avviso, o si taglia alla radice il problema epistemologico o si contribuisce senza volerlo e senza saperlo al mantenimento in vita – e fin al rigoglìo – di ogni forma di pensiero magico.

Felice Accame