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Rivista Anarchica Online



a cura di Marco Pandin

 

 

Rock e servizi segreti

La storia popolare di questi ultimi cinquant’anni si è sempre più frequentemente ritrovata ad avere una colonna sonora cantata e suonata da “cattivi maestri” invisi al potere. Sono “cattivi maestri” quelli che non cantano le lodi del principe: sono i poeti incapaci di adattare le proprie rime ai labirinti di filo spinato, sono i musicisti che scelgono di non confondere il suono del proprio strumento nel rumore della guerra. Impossibile costringere la musica dentro a un confine di stato, impossibile abbassarne il volume fino a vederne sfumare i contorni nel silenzio: la ritroveremo sempre altrove, magari chilometri e chilometri lontano, una volta magari trasportata in una tracolla o uno zaino dentro una cassetta copiata oppure in tempi più vicini trasformata in una sequenza di zeri e uni binari da ricomporre, ascoltare, condividere e diffondere nuovamente. Come giustamente osservava Franco Fabbri in “L’ascolto tabù”, spesso si sbaglia a misurare la “popolarità” di un musicista o di un cantante contandone il numero dei dischi venduti.
Mimmo Franzinelli, storico del Novecento appassionato di rock (vedi Volontà n. 1-2/93 e le segnalazioni dei suoi libri in argomento su A327) ci racconta in questo suo “Rock e servizi segreti” (ed. Bollati Boringhieri, €16.00) che senza i contributi di gente come Pete Seeger, Joan Baez, Jim Morrison, John Lennon, Frank Zappa, Phil Ochs, Jimi Hendrix ed altri la nostra vita di oggi sarebbe senz’altro diversa, e con ogni probabilità peggiore. Erano e sono tutti musicisti che negli Stati Uniti d’America, la terra della libertà, erano nati oppure avevano scelto di vivere. Eppure erano (e sono) tutti sotto tiro, sorvegliati dalla polizia e spiati dai servizi segreti perché ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale, vittime di macchinazioni e bugie di stato costruite per imporre loro il silenzio, trascinate in tribunale e in carcere per aver scritto, cantato ed ispirato “oscenità”. Faccio presente che cantavano di pace, fratellanza, amore.
Un saggio fondamentalmente politico assai documentato e ricchissimo di riferimenti, il libro si legge scorrevolmente ma lascia addosso amarezza ed un certo malessere: è come venire a sapere per iscritto la conferma delle sensazioni sgradevoli che si avevano da tempo. Qui dentro ho ritrovato tutti i motivi che mi avevano spinto da ragazzino a cercare quelle canzoni: pur senza esserne consapevole, ricordo bene come mi attraeva quella sete di libertà che non si riusciva a spegnere, come mi attraevano quelle parole taglienti scelte una ad una come io non avrei saputo e potuto scegliere. E quei suoni, ecco, quei suoni così nuovi e strani per l’orecchio del ragazzino che ero. “Rock e servizi segreti” riesce però ad aprire un orizzonte nuovo su quelli che sono i “miti” rock della mia generazione.

Joan Baez con Bob Dylan

Diversamente da altri libri simili (come “Dimmi la verità” di Jon Wiener, ed. Selene 2002, che si sofferma diffusamente sul dossier dell’FBI su John Lennon la cui desecretazione parziale è stata ottenuta dopo quattordici anni di battaglie legali) il lavoro di Franzinelli non è una raccolta di documenti biografici che finiscono in un modo o nell’altro col celebrare le celebrità, quanto piuttosto la ricostruzione della dimensione profondamente umana dei musicisti coinvolti in questa rete di spionaggi, rapporti, schedature. Viene offerto di ciascuno un ritratto semplice, un volto riconoscibile per rapporto di familiarità quasi, più che per l’abitudine alle facce riprodotte sulle copertine dei dischi e sui poster.

John Lennon

Assai significativo in questo senso il paragrafo finale del libro, dedicato a Fabrizio de André. Lo si viene a sapere oggetto di regolari attenzioni della questura nostrana a partire dalle indagini a ridosso della strage di piazza Fontana, e descritto in una informativa di polizia del 1979 addirittura quale finanziatore e “simpatizzante delle BR”. Un paragrafo che fa riflettere, posto in coda ad un libro che fa preoccupare.

The great prova

Gli Arbegarbe ed Eugene Chadbourne. Insieme. Com’è strano. I primi sono un gruppo di friulani piuttosto recalcitranti a farsi mettere le mani addosso (vedi A268): hanno autoprodotto e pubblicato da soli quattro cd di ibridi rock/folk elettrici uno meglio dell’altro in quindici anni di attività
e si sono sempre interessati molto ma molto poco alla loro promozione, suonano strani e bizzarri e imprevedibili perché ascoltano praticamente di tutto e si fanno influenzare praticamente da tutto, vanno in giro poco e solo in situazioni che gli interessano, sono esplicitamente innamorati dei margini e delle zone che rispetto a quei margini stanno oltre. Eugene già dovreste conoscerlo se vi piace vagare per territori impervi ad ascoltare l’altra musica: una delle sue prime cose girate qui in Italia è quell’“Environment for sextet” (con anche Andrea Centazzo, Tom Cora e John Zorn) che aveva sbalordito me e schifato la massima parte dei miei compagni quand’eravamo ancora tutti presi col punk dei Clash e dei Sex Pistols.
Lui poi ha suonato ovunque, portando le sue chitarre sbilenche e un repertorio ingombrante dalle sale da concerto ai centri sociali occupati
ai luoghi più improbabili, continuamente in giro per l’America e l’Europa dell’Ovest e dell’Est quando questa stava ancora al di là di un muro. Eugene non è nuovo alle collaborazioni bizzarre, per dire lo troviamo in mezzo ai festival campagnoli tedeschi dedicati a Frank Zappa e a celebrare Fats Waller con la pianista Aki Takase.

Arbegarbe con Eugene Chadbourne

Dicevo com’è strano, all’inizio, e invece no: ripensandoci non è per niente strano che gli Arbegarbe ed Eugene possano avere qualcosa in comune, anzi è proprio quel loro innamoramento per la stranezza e quel loro gusto deliziosamente polemico a farli funzionare così bene insieme. Al loro concerto di Pagnacco (Udine) il 7 febbraio scorso sembrava quasi di stare di fronte ad uno spettacolo ben collaudato, i friulani ad imparare i pezzi dell’americano così bene fino al punto di dovergli insegnare qualche passaggio dimenticato.

Eugene Chadbourne

Il cd “The great prova” (autoprodotto, distr. Venus www.venusdischi.com) raccoglie la testimonianza di quel concerto quasi senza rete (avevano debuttato credo uno o due giorni prima al teatro Miela di Trieste, corre voce che abbiano fatto insieme soltanto una breve prova). La serata è cominciata bene, proseguita benissimo e finita ancora meglio, il posto strapieno di gente con altrettanta gente costretta a rimanere fuori che si è accontentata delle zaffate di musica in uscita dalle porte lasciate aperte. Non proprio un concerto “solito” degli Arbegarbe con special guest, non proprio un concerto di Eugene Chadbourne con una backing band locale. Forse si potrebbe raccontare meglio il concerto come una serata a sorpresa degenerata in un delirio totale anche senza bisogno di additivi chimici o alcolici. Come raccontarvi i sorrisi e l’eccitazione dei musicisti e, anzi, del pubblico? Su quella pedana è successo di tutto, soprattutto è scoppiata una gioia immensa in celebrazione della musica intesa come scambio orizzontale di esperienze e d’amicizia. Suonare è un’altra parola per incontrare, conoscere, crescere. Suonare è un’altra parola per amare.
Contatti: dunque, c’è un po’ di incertezza. Sul cd è indicato www.arbegarbe.com ma al momento in cui scrivo (metà luglio) il sito risulta essere in costruzione. In rete gli Arbegarbe li trovate comunque su myspace all’indirizzo www.myspace.com/arbegarbe.
Il sito di Eugene è www.eugenechadbourne.com.

Marco Pandin
stella_nera@tin.it


“Duemila papaveri rossi”
2 cd con libretto

I due cd contengono 37 canzoni di Fabrizio de André
interpretate da musicisti e gruppi indipendenti.
Una iniziativa a sostegno di "A" delle Edizioni stella*nera.

Una copia 15 euro

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Paola Sabbatani e Roberto Bartoli
“Non posso riposare”
cd+dvd

Un cd e un dvd, dodici canzoni da ascoltare e un documentario realizzato da
Mario Bartoli e Giangiacomo De Stefano (Va.C.A. Vari Cervelli Associati).
Una co-produzione Editrice Bruno Alpini, Aparte e stella*nera.

Una copia cd+dvd 15 euro

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