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Rivista Anarchica Online


dossier Russia

«Russia 88» non solo un film
di Mikhail Tsovma

Un film coraggioso sulle gesta degli orfani di Hitler.

 

«Russia 88» è una docufiction del regista Pavel Bardin, che parla di una banda di neonazisti («88» è un numero di codice in uso tra i nazisti che significa «Heil Hitler»). Pur essendo un’opera di fiction, è basata su fatti di vita reali della Russia contemporanea – l’espansione del razzismo e della xenofobia, la diffusione di gang di skinhead nazisti, l’incremento della violenza di piazza e dei legami esistenti tra nazisti, polizia e establishment politico. Al centro della vicenda rappresentata c’è un gruppo di violenti skinhead moscoviti, il cui capo, “Blade” un giorno scopre che sua sorella frequenta un ragazzo del Caucaso…
Il film mette il luce un fenomeno che, per quanto ampiamente ignorato dalla propaganda ufficiale in Russia fino a poco tempo fa, segna ormai profondamente la vita quotidiana. Lo stile del film talora richiama quello dei video autopromozionali di aggressione agli immigrati e di esercitazioni militari che i nazisti mettono su Internet. I testi pronunciati davanti all’obiettivo da ragazzi con il volto coperto da passamontagna sono presi di peso dai blog dell’ultradestra. Mentre la scena di un aggressione contro immigrati in un mercato è una finzione, non lo sono le interviste a moscoviti ai quali si chiedeva che cosa pensassero dello slogan “La Russia ai Russi”. E il lungo elenco di persone uccise alla fine del film non è un’invenzione del regista – quei nomi si trovano tutti in rapporti di polizia di varie parti del paese (con particolari ancor più orrendi di quelli mostrati nel film).

Mosca, 1° maggio 2010. Gli anarchici

Budget limitatissimo

«Russia 88» è stato proiettato per la prima volta al festival di Berlino del 2009 e ha anche ottenuto due premi speciali in uno dei film festival russi. Anche se la pellicola ha avuto l’autorizzazione ufficiale per essere distribuito in Russia, finora nessuna sala cinematografica è riuscita a proiettarlo. Per questo motivo il film continua a condurre un’esistenza semiclandestina. È stato prodotto con un budget limitatissimo, in sostanza con i soldi che le persone che l’hanno girato sono riuscite a farsi prestare da amici. Ma siccome ha toccato punti piuttosto dolenti e lo ha fatto con una brutale sincerità, è già diventato più importante e dice tante cose più di molti film commerciali prodotti con budget molto più ricchi.
Sebbene non manchino certo lungometraggi sulle bande di skinhead violenti («Romper-Stomper», «American History X» ecc.) il film di Bardin è davvero diverso – è un tentativo di mostrare alla Russia e al mondo le orrende realtà che non si possono più ignorare, in forma molto dura e realistica, e non solo come una vicenda di fantasia. Il realismo del film, anche quando mostra i rapporti tra nazisti e potere, è stato forse la causa principale dei problemi che la distribuzione ha incontrato in Russia.
Nel 2009 il procuratore regionale di Samara e i funzionari del locale FSB (ex-KGB) hanno inoltrato una richiesta al tribunale per vietare il film in quanto «estremista» e «ispiratore di odio razziale e nazionale». Le accuse sono poi cadute, a casusa della loro assurdità, ma il film stenta ancora ad avere visibilità pubblica. L’atteggiamento ufficiale e i fatti relativi alle proiezioni del film (vedi l’intervista qui sotto) sono molto esemplificativi della situazione attuale in Russia.
Il 19 gennaio 2010 Pavel Bardin e altri dell’équipe che girava il film sono stati tra gli organizzatori di una manifestazione a Mosca in memoria di antifascisti assassinati, manifestazione che, anche se in pratica vietata dalle autorità cittadine, si è comunque svolta. La mobilitazione rientrava nella campagna del “Comitato 19 Gennaio”, un’ampia coalizione di antifascisti, anarchici, attivisti per i diritti civili, contro la crescente violenza nazista, una campagna che si spera prosegua.
Il sito ufficiale del film in lingua inglese è http://russia88.com.

Mikhail Tsovma

“Leninismo? Capitalismo? Dateci la libertà!”

 


dossier Russia

Intervista a Pavel Bardin, il regista del film

di Dmitry Desyaterik

Perché hai scelto di dare al film la forma di un documentario?
Ho sempre voluto tentare questa soluzione, ancor prima che emergesse l’idea di «Russia 88». Per questo film ha funzionato ottimamente, grazie a YouTube e alla storia recente delle comunicazioni elettroniche. Inoltre, è un metodo che ben si adatta alle produzioni a basso costo.

I clip con le interviste per le vie di Mosca sono reali?
Sì, sono le uniche riprese documentarie del film: quando il protagonista chiede ai passanti se sono d’accordo con lo slogan “Russia ai Russi”, sono tutte persone autentiche, non c’è nemmeno un attore. [Gran parte delle persone intervistate è, in un modo o nell’altro, favorevole allo slogan – N.d.R.]

E la scena dell’aggressione [ai lavoratori immigrati] al mercato?
No, è recitata da attori. Abbiamo visionato vari spezzoni di documentari [in genere riprese fatte da nazisti – N.d.R.], ma abbiamo deciso di non utilizzarli soprattutto per un motivo. Volevamo fare una cosa a metà strada tra un lungometraggio di fiction e un documentario. La scena è stata girata nel mercato di Cherkizovsky, che poco dopo è stato chiuso [Fino al 2009 Cherkizovsky è stato uno dei mercati più grossi di Mosca, e vi lavoravano tantissimi immigrati. Nel 2006 i nazisti vi fecero un attentato che provocò dieci morti e cinquanta feriti — N.d.R.].

Il tuo protagonista nel film canta alcune canzoni che si potrebbero definire di odio per l’umanità. Da dove vengono?
Sono di una vera band, i Cyborg, di origine ucraina. Mi hanno detto che in Ucraina il problema [di un forte movimento nazista — N.d.R.] non è così grave. Ma in quel paese c’è un notevole filone rock di ultradestra, con case di produzione, band…

Hai ripetuto in varie occasioni che con il film intendevi aprire una discussione. Perché pensi che questo tema non sia dibattuto nella società?
Non è un argomento tabù nel quotidiano, se ne parli in privato con i poliziotti, per esempio. Sono i media che gli mettono il silenziatore. Ma il tabù è continuamente messo in discussione, negli ultimi tre anni qualcosa è cambiato, ormai anche le autorità ammettono che il problema esiste. Il tabù esisteva ed esiste perché si tratta di un argomento che fa paura, perché anche la polizia ammette l’esistenza di una seria struttura clandestina, che non ha un centro ma è formata da gruppi autonomi, gente con un certo potere e con soldi, che spesso fa parte dell’apparato statale e delle strutture giudiziarie.
Qualcuno sostiene che se cominciamo a parlarne, potremmo favorire il proselitismo tra le file naziste. Io non lo credo, le cose non funzionano così. Ci sarà anche ci afferma che quello che facciamo vedere nel film non sia vero. Ma le informazioni a riguardo sono alla portata di tutti: gli scettici possono controllare su Internet – ci sono un sacco di dati.

Come sono andate le proiezioni del film in Russia?
Finora non c’è stata nessuna proiezione ufficiale. Ci sono state alcune visioni “pirata” e alcune non commerciali che abbiamo organizzato.

E riguardo alla distribuzione internazionale? La primissima proiezione del film c’è stata al festival di Berlino nel 2009...
Per quanto ne so, i proprietari dei diritti ne stanno parlando con distributori stranieri. Ma a me interessa di più che sia proiettato in Russia. Abbiamo fatto il film con i nostri soldi, non ci è rientrato un soldo finora, ma più di questo vorremmo che il film circolasse. Per ora circolano copie pirata e in un certo modo ha successo, ma le copie non sono della qualità con cui il film andrebbe proiettato [Copie del film con sottotitoli in inglese sono scaricabili da vari siti torrent].

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Con la scusa dei provocatori

Perché è andata così secondo te?
Nelle due serate programmate a Mosca ci sono stati problemi. Nel corso della proiezione al cinema Rolan sono arrivati due furgoni di poliziotti in tenuta antisommossa con il pretesto che servivano a proteggere gli spettatori presenti da ipotetiche provocazioni, ma quando la proiezione è stata annullata [prima che cominciasse], la polizia se ne è andata immediatamente, prima ancora dell’orario di fine spettacolo. Così se i provocatori si fossero presentati davvero alla fine della proiezione, avrebbero potuto combinare tutti i guai che volevano… Si parla di un’ipotetica lettera dell’ufficio del procuratore… Non so come sia andata veramente, perché si sono limitati a dirmi: “La proiezione è annullata.” “Perché?” “Non abbiamo una copia da proiettare.” “Ne ho io una in macchina, posso portarvela.” Non c’è stata nessuna spiegazione chiara.
Lo stesso è successo allo spettacolo previsto al cinema Fitil nel corso del CinePhantom film festival. È arrivato qualcuno, ha mostrato un documento che nessuno si preoccupato di leggere e di registrare… Da allora i cinema non sono così ansiosi di organizzare proiezioni a pagamento del film e hanno lasciato cadere i precedenti accordi sulla circolazione delle pellicole nelle varie sale. Ma ufficialmente non c’è stata nessuna reazione – né di censura né di consenso. Noi speriamo che il silenzio [a mancanza di un divieto ufficiale] sia un segnale di approvazione, e quanto è accaduto sia dovuto ad alcuni burocrati che hanno paura che ciò che esce dai soliti schemi possa irritare qualcuno “al vertice”.

Pensi che siano da criticare solo i burocrati?
Penso che la critica vada anche all’autocensura e alla mancanza di coraggio dei gestori delle sale. Sorprendentemente hanno dimostrato più coraggio i giornalisti; ci sono stati alcuni casi di censura alla televisione [nelle recensioni del film], ma tutti quelli che hanno voluto scrivere o parlare del film lo hanno fatto.

Hai parlato con i nazisti dopo l’uscita del film?
Sì, si sono fatti vedere in qualche serata: gente di vari gruppi, come l’Organizzazione Nazional-Socialista (NSO), l’Unione Slava (SS) [due gruppi messi fuori legge di recente], qualche attivista autonomo. Qualcuno era in grado di reggere un dibattito, altri no, erano più rigidi e dogmatici. Certi non hanno aperto bocca, probabilmente avevano difficoltà a formulare il proprio pensiero. È un fatto che in quella cerchia c’è un sacco di gente ignorante.

Ci sono state aggressioni?
Non contro di noi. Ma a Barnaul [un centro della Siberia orientale] c’è stato uno scontro tra fascisti e antifascisti, fortunatamente senza gravi danni per nessuno.

E riguardo agli antifascisti?
Per loro abbiamo organizzato una proiezione speciale [a Mosca], ma non posso dire che mi abbiano lasciato un’impressione positiva.

Come hanno espresso le proprie critiche?
Non gli andava che avessimo fatto un film sugli skinhead e non sugli antifascisti. Dicevano che il film avrebbe dovuto parlare di antifascismo, che avrebbe dovuto attirare gente nel movimento. Quando al nostro film, hanno detto che era inutile. Ma devo dire che a livello nazionale il movimento antifascista non è forte. Per questo è assente nel nostro film. E forse proprio per questo a loro non è piaciuto.

Il cinema può cambiare in meglio le persone?
Può sembrare ultraottimistico e probabilmente non c’è modo di verificarlo, ma io voglio credere che sia così. È uno dei motivi per fare film, anche se non l’unico. So per certo che l’affermazione secondo la quale i film violenti provocano violenza è… non del tutto sbagliata, ma si tratta di una generalizzazione eccessiva. Non esiste un collegamento diretto. Così, anche se non possiamo rendere migliori le persone, cerchiamo almeno di non fare danni. Da questo punto di vista siamo stati molto attenti, e non c’è nessuna glorificazione della violenza nelle immagini, per esempio.

Tematiche scomode

Com’erano le reazioni dei passanti quando giravate le scene di esterni?
Erano varie. I portinai, per esempio, molti dei quali erano del Kirghizistan e del Tagikistan [e che sono spesso vittime di aggressioni naziste, spesso mortali] hanno reagito davanti a noi come se si trovassero avanti a veri nazisti: sono semplicemente spariti... E c’è stata una scena molto impressionante quando abbiamo filmato sul metrò. Avevamo sbagliato stazione e a quella successiva abbiamo dovuto correre per prendere il treno nella direzione opposta. Non era evidente che stavano girando: la macchia da presa era nascosta. Come in un brutto film, siamo saltati sul treno e quello è rimasto fermo alla stazione e non si è mosso. Sullo stesso vagone c’era una pattuglia della polizia militare – una decina di poliziotti giovani. E c’era un gruppo di noi, con i bomber, gli anfibi, le teste rasate. I poliziotti ci fissavano. La scena sembrava che non finisse mai. Pensavano di finire arrestati, con la macchina da presa confiscata: fine del film… Ma poi si sono girati dall’altra parte. Da notare che è successo lo stesso durante un’annunciata operazione speciale della polizia, «Skinhead».

Prevedi di fare film su argomenti analoghi in futuro?
È importante che il cinema tocchi tematiche scomode. Ci piacerebbe continuare a fare una specie di cinema sociale in futuro. Lo si potrebbe fare non con una macchina manuale, può essere qualcosa d completamente diverso, ma le tematiche sociali non fanno male al cinema, anzi, sono importantissime, anche quando si fa una commedia.

Dmitry Desyaterik


dossier Russia

Il terrorismo neonazista nella Russia d’oggi

Terrorismo nazista. Ecco come dovremmo chiamare esattamente il problema che ha davanti oggi la nostra società, un problema non meno acuto di quello del terrorismo fondamentalista nel Caucaso settentrionale. Per molti il terrorismo di ultradestra è un fenomeno relativamente insolito, nuovo e in gran misura incomprensibile. Per questo i burocrati, i politici, i media, i siloviki (gli organismi giudiziari) e gli esperti preferiscono, nella maggior parte dei casi, ignorare il problema reale, presentandolo invece come una serie di eccessi isolati e senza relazione tra loro.
(...) Nella nostra società sussiste ancora uno stereotipo: i nazisti odierni sarebbero adolescenti arrabbiati con stivaloni, che si riuniscono in bande per prendersela con persone che ai loro occhi si presentano “in modo sbagliato”. Certo, possono uccidere qualcuno nel parapiglia, ma il terrorismo è una faccenda seria. Tra i politici della destra, molti sono inclini ad andare anche più in là: «Quei ragazzi non sono affatto nazisti, sono nazionalisti. Certo, ogni tanto fanno qualche sciocchezza, ma in fondo all’animo sono patrioti. Non li si dovrebbe diffamare.» Da quanto risulta queste idee, che corrispondo molto allo spirito degli anni novanta, sono ancora presenti tra la popolazione. Per la maggioranza dei cittadini medi, i nazisti in Russia sono un fenomeno sgradevole ma stravagante.
Per chi osserva la situazione in modo attento, invece, è evidente che negli ultimi anni i neonazisti hanno fatto un cambiamento qualitativo, passando dalla violenza in piazza alla tattica dei gruppi terroristi sostenuti da un’infrastruttura ben sviluppata di elementi dell’estrema destra. (...)
Nel 2009, settantacinque persone erano state uccise e almeno 284 ferite a causa della violenza razzista e neonazista in Russia. Negli ultimi tre anni le violenze dell’ultradestra hanno provocato 277 morti e 995 feriti. Nel 2009, 319 persone erano state incriminate per reati relativi al razzismo e all’odio razziale. Queste cifre sono il doppio rispetto a quelle del biennio precedente.
E tuttavia i crimini dei neonazisti non cessano. Hanno una loro infrastruttura, fonti di finanziamento, legami con funzionari statali, e amicizie tra gli esponenti dei servizi di sicurezza; continuano a promuovere attivamente la loro causa tra i giovani. I fatti parlano da soli. Tutti i terroristi noti sono stati formati dall’Unione Slava [un’organizzazione messa ufficialmente fuori legge nell’aprile di del 2010], dalla Russky Obraz [una formazione recente, che ancora opera nella legalità e i cui membri si dice siano implicati negli omicidi di Markelov e della Baburova], e da centinaia di altre organizzazioni formali o informali che li hanno sostenuti legalmente e finanziariamente dopo l’arresto. Tutti questi assassini e terroristi sono cresciuti alla musica di band neonaziste, come la Kolovrat, che si è esibita in pubblico, nel pieno centro di Mosca, il 4 novembre 2009. La maggioranza assoluta delle organizzazioni legali di “nazionalisti” sono in pratica complici del neonazismo dichiarato e del flagrante terrorismo.
Il principale problema è la mancanza, nella nostra società, di una valutazione adeguata della minaccia rappresentata dai neonazisti e dall’estrema destra e, quindi, dall’assenza di misure sistematica per contrastare il terrorismo. I metodi repressivi sono inefficaci per affrontare fenomeni complessi di questo genere: l’ambiente nazista, che ha visto un’attiva crescita negli ultimi anni, è in grado di autoriprodursi. Per combattere davvero l’ultradestra è necessario distruggere l’infrastruttura ben sviluppata del movimento, in particolare dove esiste una convergenza tra il terrorismo nazista e pubblici funzionari (burocrati, deputati, funzionari di pubblica sicurezza, poliziotti). L’indifferenza davanti a qualsiasi problema è diventata la regola nella nostra società. Ma questa è proprio una situazione in cui questa indifferenza è davvero pericolosa. La nostra società è malata. È malata di alcolismo, di dipendenza dalle droghe, di criminalità, di corruzione. Il terrorismo nazista si aggiunge a queste patologie. Dobbiamo riconoscerlo e combatterlo, senza fingere che il problema non esista. È una situazione in cui la reazione di ogni singolo cittadino è essenziale.(...)

“Comitato 19 Gennaio”
(il testo integrale in inglese è scaricabile da http://19jan.ru)