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Rivista Anarchica Online


 

Le lettere del (mancato)
tirannicida

La mattina dell’11 settembre 1926, presso Porta Pia a Roma, una bomba SIPE viene lanciata contro l’automobile che trasporta Mussolini, danneggiando la carrozzeria. L’attentatore, il sedicente Ermete Giovannini, viene ben presto identificato come l’anarchico di Avenza (Carrara) Gino Lucetti.
Lucetti, trascinato davanti al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, viene condannato a trent’anni di reclusione. Il massimo possibile sulla base dell’allora vigente codice penale Zanardelli che, nel 1889, aveva esteso a tutto il regno l’abolizione della pena di morte già prevista dalla settecentesca legislazione del granducato di Toscana. Pesantissime condanne vengono inflitte anche ai presunti complici Stefano Vatteroni (18 anni e 9 mesi) e Leandro Sorio (20 anni), sebbene l’attentatore avesse sempre dichiarato di aver agito da solo.
Sarà proprio il fascismo, due mesi dopo l’attentato, a reintrodurre nella patria di Cesare Beccaria la pena capitale, con la legge 25 novembre 1926 n. 2008 (Provvedimenti per la difesa dello Stato) prevedendola anche per chi avesse commesso “un fatto diretto contro la vita, l’integrità o la libertà personale” dei membri della Casa reale e del Capo del Governo (art. 1), clausola che in seguito avrebbe portato al patibolo Schirru e Sbardellotto per il solo fatto di aver “progettato” un attentato al duce.
Grazie a Marina Marini (Gino Lucetti, Lettere dal carcere dell’attentatore di Mussolini (1930-1943). Prefazione di Claudio Venza. Galzerano editore, Casalvelino Scalo, 2010. Pagg. 385 p., € 25,00) viene ora colmata una grave lacuna, con la pubblicazione di una raccolta di lettere di Lucetti dal carcere. Lettere che coprono il periodo dal maggio 1930 all’agosto 1943 e provengono dall’archivio di Ugo Fedeli all’Internationaal Instituut voor Sociale Geschiedenis (IISG) di Amsterdam; la curatrice le ha integrate con altre conservate presso l’Archivio Famiglia Berneri – Aurelio Chessa di Reggio Emilia.
Queste lettere, che la Marini ha fatto riemergere dalla polvere degli archivi, ci restituiscono in pieno la profonda umanità e la dirittura morale dell’autore. Attentamente filtrate dalll’occhiuta censura fascista, sono indirizzate ai parenti, in primo luogo all’amatissima madre Adele (Delina) del cui analfabetismo Lucetti si duole molto: “È stata e sarà sempre una gran disgrazia per me che tu ignori l’alfabeto perchè se così non fosse, tu mi scriveresti spesso [...], non è vero, mamma ? Però potresti , con un po’ di volontà, giungere in tempo [...] a scrivermi direttamente. Ho spesso letto che uomini d’oltre ottanta, novant’anni andavano alla scuola onde apprendervi l’a, bi, ci” (12/2/31, p. 64).
“Per la mamma lo scrivere è una cosa ecstra, fuori di mano e per ciò tanto più uggioso quanto ad esso è meno abituata” (1.1.40 ?, p. 183)
I familiari, d’altra parte vanno incontro ad ogni sorta di persecuzione per la parentela con l’attentatore. “ormai ho fatto l’abitudine di sapervi l’uno o l’altra in carcere”, scrive nel febbraio 1931 (p. 64).
In prigione la vita è durissima, anche per la mancanza di denaro. La giurisprudenza del Tribunale Speciale aveva equiparato l’invio di sussidi a detenuti politici all’attività sovversiva, di conseguenza era possibile ricevere aiuto economico solo dalla famiglia.
Dalle lettere emerge sia l’estrema povertà del detenuto, sia il desiderio di non pesare troppo sulle magre risorse di casa.
“[...] io, con quello che ricevo, ben poca roba posso acquistare. I miei pasti giornalieri consistono in un quarto di latte alla mattina, una minestra a mezzogiorno, minestra ch’io mangio con appetito quantunque nulla essa abbia di appetitoso e un altro quarto di latte alla sera” (novembre 1931 ?, p. 113).
“desidero di vivere d’ora in poi [...] proprio nel modo degli anacoreti, perciò ti prego di spedirmi meno denaro possibile” (6/5/1930, p. 59)
Ancora più pressante e continua è la richiesta di corrispondenza. L’isolamento rende spasmodica la necessità di sentirsi parte integrante del gruppo familiare. Spesso i parenti vengono rimproverati per non aver scritto, per aver inviato solo una cartolina... La corrispondenza è piena di consigli di ogni tipo: alimentari, igienici, indicazioni su come coltivare la terra, risistemare la casa, risolvere qualche bega tra parenti, educare i nipotini (le cui fotografie, ahimè troppo costose, sono un dono graditissimo)...
Pietro di Piero ci ricorda l’amore giovanile di Lucetti per la cultura “Molti di quelli che lo conobbero lo ricordano in continua meditazione, col libro sotto il braccio, incamminarsi lungo l’argine del fiume. Di estrazione operaia, era in pratica autodidatta [...]” (p. 370). La carcerazione rafforza questo desiderio di formazione interiore: nelle lettere compaiono brevi riferimenti a Renan, Schiller, Leopardi, Foscolo, Rousseau, Gorki, London... autori cari ad ogni spirito libero.
Le magre disponibilità finanziarie vengono ripartite tra il cibo “quattro o cinque sigarette di trinciato forte, qualche giornale e tre o quattro soldi di luce per poter leggere, la sera, quando son solo nella mia cameretta” (p. 11).
Nel dicembre 1940 (la guerra è ormai in corso) chiede se è possibile inviargli, in sostituzione dei consueti vaglia e pacco natalizio, “una valigia anche vecchia, vecchissima, ma tuttora forte, capace di sopportare il peso di un 40, 50 chili di libri, potrebbe tornarmi comoda qualora dovessi lasciare questo scoglio per altre sedi”, ovviamente la valigia non dovrebbe essere spedita vuota ma “piena di noci e fichi secchi [...] per condire con esse il mio pan nero” dato che ormai “in S. Stefano non si può più comprare nulla” (p. 219-220), col proseguire della guerra il problema dell’alimentazione diventa sempre più grave e le richieste alla famiglia si fanno più pressanti.
Fin dall’inizio della prigionia la principale preoccupazione di Lucetti è quella di conservare la propria integrità intellettuale e morale “io non temo nulla, ma un pensiero mi tormenta dolorosamente e da un pezzo: finire un idiota alla mercè di tutti. E ciò non dovrà essere: farò di tutto perchè ciò non sia.” (ottobre 1930 ?, p. 60)
Giuseppe Mariani, suo compagno di carcere, ricorda come dopo l’arresto l’attentatore fosse stato oggetto di “codarde aggressioni [...] ognuno che gli si avvicinava si riteneva in obbligo di schiaffeggiarlo o di inviargli uno sputo” una popolana “tentò di avventarglisi contro con un’arma da taglio” all’arrivo all’isola d’Elba era stato sottoposto ad “un vero e proprio linciaggio a base di insulti, beffe, volgarità d’ogni sorta [...] da quel momento, anche se in lui era sopravvissuto l’anelito per la libertà del popolo, malgrado tutto, l’amarezza non l’abbandonò più [...]”(p. 46-47).
Sia pure con parole prudentissime, necessarie a sviare la censura, raramente manca il riferimento agli ideali. Frequente è l’invito a “pensare con la propria testa”, a non confondersi con la massa delle “pecore matte”. “Abbiamo più che mai fede in ideali tanto portentosi da farli ancora invisi alla forse maggior parte degli uomini a cagione della loro miopia “ (31/1/1932 ?, p 132); “sono vivo e sano e [...] ho una grande, immensa fiducia nell’avvenire” (29.1.35, p. 168); “[...] l’uomo deve trovare la vita anche in una tana, ma in questa deve aguzzare i muscoli e la mente per poter ascendere alla luce del sole, alla vita dell’uomo libero e uguale” (marzo 1940 ?, p. 185). Costante la critica alla religione, alla “borghesuccia festa” di Natale (p. 116), alla “pasqua dei cristiani” (p. 139) e nella primavera 1940 annota ironicamente “spero che non mi intenteranno un processo perchè ho scritto pasqua colla minuscola” (p. 190), istruttivo il suo colloquio col cappellano del carcere (p. 200-202); riesce persino a far filtrare riferimenti apparentemente innocui alla Roma “ai tempi di Bruto” (il tirannicida, p. 146) e all’arrivo del mese di “germinale” che porta la primavera (p. 184).

Marina Marini

La testimonianza di Mariani ci consente di integrare queste scarne informazioni. Nel 1942 troviamo i due anarchici in animate conversazioni con quattro partigiani albanesi, tre jugoslavi e un polacco detenuti a S. Stefano; ben presto le autorità li dividono “discutevamo troppo di cose che gli agenti non potevano riferire perchè non capivano” (p. 49-50).
Dopo la caduta di Mussolini, il 25 luglio 1943, gli antifascisti vengono progressivamente rilasciati, solo anarchici e slavi rimangono al confino e nelle carceri (dal confino di Renicci d’Anghiari si libereranno da soli l’8 settembre, per inserirsi nella Resistenza in formazione)
Nell’ultima lettera che ci è rimasta (24 agosto 1943) Lucetti rileva con impazienza che “è da 15 giorni che è uscito il decreto di amnistia e nulla è ancora pervenuto alla mia direzione. Questi messeri... (?)... non hanno troppa fretta a liberare certi condannati, ed intanto il tempo passa ed ho paura di non arrivare in tempo” (p. 353).
Saranno gli Alleati a liberarlo e la sua prima domanda sarà “e i miei compagni di carcere ?”. Ricorda l’interprete: “egli parla a nome del gruppo liberato. Conosce tutti e conosce i desideri degli ex condannati politici. È il portavoce ufficiale senza darsi l’aria di questa sua veste” (p. 53).
Una scheggia di granata interromperà bruscamente la libertà appena riconquistata. Queste lettere, scritte con la costante necessità di riaffermare la propria identità umana e politica dissimulandola, sono l’unico testo scritto che ci rimane di Gino Lucetti. Giustamente Marina Marini lo definisce “un libro sulla libertà di pensiero, scritto in prigionia”.

Il libro può essere richiesto telefonando al numero 0974.62028 o per email: giuseppe.galzerano@tiscalinet.it.

Mauro De Agostini

 

Con Emergency
in Africa


È uscito per i tipi di Eleuthera Made in Africa (tra modernizzazione e modernità), un nuovo libro (pagg. 128, € 13,00) di Raul Pantaleo, architetto e collaboratore di Emergency. Ne riportiamo qui sotto la prefazione di Erri De Luca.

Ci sono medici che si avviano a svolgere la loro professione all’ombra di mogani, manghi, baobab, in villaggi piantati nel niente. Più raro il caso di un architetto che porta la sua competenza tra le capanne di fango. Raul Pantaleo è un uomo che fa questo, cioè restituisce. Con Emergency è andato in Africa a fare ospedali, ambulatori. Fare, un verbo che comporta metterci le mani. A Khartoum, a Bangui, in Darfur, in Sierra Leone, Raul sta con le maestranze sul campo e spartisce il carico con loro. Ha scoperto che la responsabilità di un progetto in Africa si porta meglio addosso, per portarlo a buon fine. Si sporca mani, piedi, dal collo gli scorre il sudore che unisce gli uomini, come le lacrime. Il sudore pareggia. In Sudan con Emergency Raul ha cambiato i connotati dell’intervento umanitario in Africa. Non solo soccorsi di medicina elementare, ma esportazione del meglio e della più avanzata specializzazione chirurgica. Un ospedale perfetto che ripara i cuori è spuntato sulla sponda occidentale del Nilo Azzurro, a Khartoum.
Da noi si riparano cuori anziani, lì i cardiopatici hanno età d’infanzia, cuori sformati da infezioni e malanni congeniti. Ho visto Raul all’opera sul campo. Nel posto dove i venti del deserto alzano maree di sabbia, che entra fin dentro il portafoglio chiuso in tasca, ha inventato uno sbarramento di acque che impediscono al più minuscolo granello di varcare la soglia dei reparti. Ha steso il più grandioso sistema di pannelli solari del continente, ha ricavato aria fresca dal sole più violento del pianeta che scarica a terra i suoi cinquanta e passa gradi all’ombra. Ha incontrato pigmei, popolo antico e puro del quale dire: «Sono loro i veri moderni: nessuna produzione di rifiuti, utilizzo di sole risorse locali, lavorare per vivere e non il contrario». Ha incontrato ministri e ha minacciato di chiudere baracca quando si azzardavano a chiedere tangenti. «Sono un uomo difficile, per questo sono qua», ha risposto a chi gli rimproverava l’intransigenza di non scendere a patti con autorità svelte di mano. E ha piantato giardini, aiuole, steso viali alberati e costruito fontane perché la bellezza di un ospedale non è decorazione, ma impegno a sorridere, spinta che incoraggia a guarire. La bellezza è sostanza del mondo. Nelle sue pagine c’è il resoconto schietto del cammino africano di un uomo utile che vuole nella sua vita scambiare con altri il vantaggio e il dono di essere nato in un punto fortunato del pianeta.
L’avventura di un uomo utile, questo è il mio sottotitolo, che lui per pudore non accetterebbe. L’Africa che attraversa e che presenta, è un continente nuovo che viaggia alla velocità del tuono, tra crescite e miserie, travolgendo se stessa. Grandiosi investimenti di India e Cina l’attraggono verso un modello di sviluppo asiatico.
L’Africa si distacca dal nostro vecchio continente, smette di essere il suo giardino zoologico e d’infanzia. L’Europa, invischiata nella sua storia predatoria e schiavista, oscilla tra elemosina e affarucci. Mentre le grandi economie asiatiche in Africa si assicurano il futuro.
L’Africa è quello che succederà domani al mondo: sarà attrezzato per le moltitudini, pensato per loro, mentre noialtri che abbiamo puntato tutto sulla difesa e sulla cultura dei pochi, saremo semplicemente scaduti.

Erri De Luca