Rivista Anarchica Online


clericalismo

Arredi controversi
di Carlo Oliva

A proposito della sentenza della Corte europea dei diritti umani in tema di crocefissi nelle scuole. E del gioco delle tre carte da parte delle gerarchie ecclesiastiche.

 

Forse non ci crederete, ma per una volta capisco l’imbarazzo dei leader della sinistra, nessuno escluso, di fronte alla pronuncia della Corte europea dei diritti umani in tema di esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche del paese. Hanno già tante di quelle grane, poveretti, che l’ultima cosa che oggi possano desiderare è una rissa con la chiesa cattolica su una questione di puro principio, rissa che, per di più, offrirebbe al governo su un piatto d’argento l’occasione di guadagnarsi, con la strenua difesa di quella pratica, ulteriori appoggi in Vaticano. Con un poco di sforzo in più, mi sentirei persino tentato di dare ragione a Bersani quando, in nome del “buon senso”, parla di “un’antica tradizione” che “non può essere offensiva per nessuno”. Qualcuno, in realtà, offeso si sarà ben sentito, tant’è vero che la causa, pur rigettata da molti tribunali italiani, è stata ostinatamente portata avanti fino ad arrivare a Strasburgo, ma anche vero che, in genere, gli utenti delle scuole (e degli ospedali) vivono la presenza di quel simbolo sulle pareti come quella di un puro oggetto di arredamento, cui si è avvezzi da sempre e al quale si annette, di solito, ben poco significato.

Carattere nazionale? Falso

Tuttavia, su questo confortante convincimento non ci si può proprio adagiare. Ci sono delle questioni che, una volta poste, vanno risolte per forza e possono, ahimè, essere risolte solo in un senso. Non si può dubitare, con tutta la buona volontà del mondo, che il Crocifisso sia un simbolo religioso cristiano e non si può negare, di conseguenza, a chi cristiano non è tutto il diritto di rifiutare la sua presenza. Stop. Quelli che, come il cardinale Giovan Battista Re, dichiarano la propria “delusione mista a sgomento” per un pronunciamento “incomprensibile, imprevisto e che non può non lasciare sgomenti”, perché riferito a un simbolo “che non può non essere emblema di umanità condivisa universalmente”, non fanno altro che prodursi in una specie di gioco delle tre carte ideologico, adibendo una spessa cortina di parole per fare sparire dietro la pretesa universalità del simbolo il suo fin troppo evidente significato di parte. E non vale molto di più il sofisma cui si aggrappano da sempre in Italia autorità e tribunali, quello per cui, per dirla con la ministra Gelmini, quella presenza “non significa adesione al cristianesimo”, ma è “un simbolo della nostra tradizione”, o, come ha sostenuto il portavoce della Santa sede, è materia “profondamente legata all’identità storica, culturale, spirituale del popolo italiano”. L’argomento è falso, perché mai quel simbolo ha avuto carattere nazionale o di identità nazionale – la chiesa stessa ne rivendica da sempre il significato universale – e se pur non lo fosse sarebbe comunque irrilevante, perché significherebbe che dalla identità e dalla tradizione italiana vanno considerati esclusi coloro che non si riconoscono nel cristianesimo, o che la loro identità, per così dire, è di secondo rango, che è appunto il nodo di fondo di tutto il problema. Ed è vero che l’Uomo in croce è un simbolo universale di umanità sofferente, ma due millenni di storia ne hanno sequestrato l’immagine a vantaggio di una struttura che sulle sofferenze altrui ha costruito e spesso esaltato il potere proprio. Ineccepibile nei luoghi di devozione privata, il suo uso negli stabilimenti pubblici ha il valore ostensivo di qualsiasi altra bandiera: si innalza per ricordare ad amici e nemici chi è chi comanda.

Sommamente sgradevole, ma...

Tutto questo, me ne rendo conto per primo, di fronte alla felpata cerimoniosità con cui si esprimono gli ecclesiastici sull’argomento, può suonare molto scortese ed è sommamente sgradevole per chi rifugge, in questa materia, dalle polemiche aspre. Ma non è colpa mia se l’unico argomento che si può sensatamente invocare per mantenere lo status quo è quello della convenienza, che, notoriamente, non ha un gran valore né giuridico né teorico. Lo status quo che la convenienza consiglierebbe di conservare, poi, è costruito su un equivoco e gli equivoci di questo tipo reggono solo fino a un certo punto. Checché ne pensino ministri e politici vari di entrambe le obbedienze, non si possono servire due padroni e la laicità, comunque intesa, non si concilia con l’ossequio alle direttive di una organizzazione come la chiesa cattolica, che non ammette la libertà di pensiero e rivendica il diritto di uniformare le leggi secolari alle proprie direttive. Il problema può essere imbarazzante da risolvere, ma se la sono voluta.

Carlo Oliva