Rivista Anarchica Online


Afghanistan

Quel tunnel lungo e buio
di Antonio Cardella

I governi occidentali non sanno proprio come cavarsi fuori dal ginepraio afghano. E chi sperava che Barack Obama potesse tirar fuori il coniglio dal cappello…

 

La morte dismette le divise dai corpi che ghermisce, livella, come diceva Totò in una celebre poesia, i vissuti degli uomini, annulla i ruoli, così che sui marciapiedi di Kabul, coperti da mani pietose, non si distinguono i sei morti della Folgore dalle venti vittime di civili afgani uccisi dalla stessa esplosione.
Ancora una volta la retorica non riesce a mascherare la cruda realtà di una guerra sbagliata e inutile, così come le lacrime di coccodrillo dei nostri governanti non riescono a lenire il dolore dei parenti che hanno perduto in quelle plaghe lontane i propri congiunti.
La retorica!
Chi ha guardato bene il viso del ministro La Russa mentre annunciava al parlamento l’evento luttuoso, non può non aver pensato alle prefiche che, nei funerali del sud, in un tempo non troppo lontano, dietro compensi più o meno generosi, levavano al cielo alti lamenti e si strappavano le vesti per un defunto che neppure conoscevano.
Così, se la logica della livella avesse un senso in un mondo che sempre più smarrisce il proprio, se eroi si proclamano i nostri soldati deceduti, eroi al pari si dovrebbero ritenere le vittime civili che nello stesso attentato sono perite.
E allora verrebbe da chiedersi quante medaglie occorrerebbero per decorare il petto delle centinaia di migliaia di vittime civili perite nella sconsiderata avventura afgana.

Colossali interessi economici

Abbiamo iniziato questo nostro contributo richiamando un evento ormai lontano e dimenticato (il tempo è frenetico e la memoria sempre più corta) perché è emblematico dell’istanza colonialista che alberga ancora nella nostra visione del mondo, un mondo che vogliamo ancora e pervicacemente diviso tra i colonizzatori, missionari dell’unica civiltà possibile (e, quindi, da imporre anche con le armi) e i colonizzati, sorta di reperti antropologici di popolazioni primitive, le cui esistenze sono a perdere senza troppi rimpianti.
Solo che questa visione ottunde la nostra capacità di analizzare realtà che non sono assimilabili alle nostre e cacciano il mondo occidentale in avventure pericolose e in tunnel privi di sbocchi.
E un tunnel lungo e senza uscita è per l’Occidente l’Afghanistan.
Per parlare senza pregiudizi o condizionamenti ideologici dell’Afghanistan occorre dare uno sguardo attento alla sua posizione geografica, un territorio geopoliticamente decisivo per gli interessi, spesso contrapposti, delle grandi potenze, quelle tradizionali e le emergenti.
I confini del Paese sono noti, ma è bene riproporli. A nord il Turkmenistan e il Tagikistan, alle spalle dei quali si estende il continente Russo; ad ovest l’Iran, potenza ormai egemone nello scacchiere Medio-Orientale: a sud il Belucistan; ad est il Pakistan, ai cui confini orientali incombono i due colossi emergenti, India e Cina, con il Kashmir che funge da cuscinetto. Le traiettorie che descrivono le logiche di dominio contrapposte sono immediatamente evidenti.
Gli americani presidiano con le loro basi di Mazar-i-Sharif a nord (in funzione antirussa); ad ovest, di Ghurian, di Lashkar Gah e. più a sud fi Farah (a presidio della frontiera con l’Iran); ad est di Paktika e di Paktya (a controllo dell’evanescente e turbolenta frontiera pakistana).
Tramontata, al momento, l’ipotesi di un intervento militare contro l’Iran, impensabile un conflitto con la Russia, la funzione strategica di queste basi si è drasticamente ridotta: tatticamente servono a supporto delle forze Nato, dell’Isaf e dello stesso contingente americano. È possibile, naturalmente, che da alcune di queste basi partano voli di ricognizione “coperti” sui territori cinesi, indiani, iraniani e sulla stessa Russia. Ma questo impiego limitato oggi, può rivelarsi strategicamente determinante domani.
La Russia è già uscita con le ossa rotte dall’avventura afgana terminata nel 1988. Preoccupata dall’islamizzazione delle propaggini del suo ex-impero, vede svanire le possibilità di influenzare direttamente un paese che ha a nord- est un esteso confine con la Cina.
Per il Pakistan, il regime di Kabul è indispensabile per sostenere l’eterno suo conflitto con l’India per il possesso del Kashmir e, sul fronte occidentale, un sostegno per contrastare l’apostasia sciita in Iran.
Quasi non bastassero i conflitti specificamente politici, vi sono in gioco colossali interessi economici. L’intera area asiatica centro-meridionale, infatti, rappresenta l’unico tragitto terrestre possibile per alcuni gasdotti nevralgici per lo sviluppo delle economie continentali: il gasdotto che dall’Iran, attraverso il Pakistan baluci, arriverà al confine con l’India; l’altro che dal Turkmenistan, attraverso l’Afghanistan, raggiungerà il Pakistan; e l’ultimo che dal Quatar, attraverso il Pakistan, attiverà in India. Si tratta di migliaia di chilometri di condotti che costituiranno fonte di ricchezza per i paesi che attraverseranno.
Poi vi è il colossale affare della droga. L’Afghanistan è un immenso campo di coltivazione del papavero da oppio. Il prodotto costituisce la maggiore fonte di ricchezza per i clan locali, che hanno costruito un’efficiente rete di trasporto che consente alla droga di raggiungere l’Iran, gli importantissimi attracchi del Mare Arabico, l’India e il Medio Oriente.


Altri mondi

A complicare ulteriormente l’instabilità dell’intera area, vi sono i conflitti interni come la deriva separatista del Balucistan nei riguardi del Pakistan, ma anche e soprattutto l’instabilità dei confini, che in Afghanistan separano artificialmente comunità etniche che, infatti, li ignorano. Così vi sono comunità pashtun al di qua e al di là delle frontiere con l’Iran e il Pakistan, comunità baluci al di qua e al di là della frontiera col Balucistan, comunità turkmene al di qua e al di là della frontiera con Turkmenistan, e via dicendo.
Il dato comune a queste comunità, come a quelle tribali immediatamente ad est della capitale Kabul, è l’insofferenza atavica verso qualsiasi potere centrale. Esse non concepiscono l’assetto statale, indipendentemente da chi lo personifichi. L’avversione verso Karzai non deriva, quindi, da un giudizio etico su questo carrozzone indecente montato e sostenuto dall’Occidente a tutela dei suoi interessi, ma dal disegno dello stesso Karzai, fantoccio manovrato soprattutto dalla precedente amministrazione americana, di trasformare l’assetto politico-sociale del paese sul modello delle democrazie occidentali.
Senza volere mitizzare le singole esperienze, le diverse etnie che popolano l’Afghanistan hanno maturato un modello di governabilità delle comunità del tutto autonomo e costituito da regole che variano a seconda delle esigenze derivanti dalle caratteristiche del territorio occupato e dalle risorse possedute. Così, in completa autonomia, amministrano la distribuzione della ricchezza (dovremmo dire della povertà), l’ordine pubblico e la giustizia, tutti settori che non sono gravati dal peso di una eccessiva mediazione burocratica.
Naturalmente sono modelli molto lontani dai nostri e possono in molti casi urtare la nostra suscettibilità, ma, a mio giudizio, se non vogliamo cadere nella trappola di solerti esportatori di democrazia, trappola che ha travolto l’oscena amministrazione Bush (e che continua a mietere vittime nei governi moderati della vecchia Europa, che continuano a contare a migliaia le vittime della loro presunzione), dobbiamo rassegnarci a riconoscere che altri mondi sono possibili e che, sul piano dei difetti, non è affatto detto che possano provocare maggiori danni di quelli che il nostro modo di governarci e di governare ha provocato a noi stessi ed al Pianeta.
Intendiamoci: la nostra riprovazione per ogni forma di nuovo schiavismo e di discriminazione di sesso, di razza, di religione non ha alcun approccio ideologico e gli anarchici contrastano questi fenomeni dovunque si manifestino e si manifesteranno, ma sempre ripudiando l’uso delle armi e della violenza. Del resto noi italiani abbiamo pochi titoli per fare la morale agli altri, considerando, per esempio, che il delitto d’onore è scomparso dal nostro diritto penale solo a metà degli anni Settanta del secolo appena archiviato.

Ma quale missione di pace?

Ma queste sono considerazioni a margine.
La realtà è che dal ginepraio afgano Barak Obama e la coalizione che affianca l’America in questa avventura senza sbocco non sanno come uscire.
Dopo un primo approccio battagliero, adesso Obama si trova a dover dipanare una matassa assai più ingarbugliata di quella che doveva dipanare George Bush, che poteva contare sull’appoggio dei militari e del partito repubblicano, ambedue concordi nel sostenere la guerra contro le basi afgane di Al Qaeda, con un’opinione pubblica, se non entusiasta, almeno rassegnata.
Adesso, dopo otto anni di una campagna militare senza risultati, anzi con un fronte interno afgano sempre più schierato a favore della lotta contro le truppe di occupazione, Obama si trova a dover dare risposte chiare ad un’opinione pubblica sempre più oppressa dalla sindrome del Vietnam e ai militari sui quali aleggia il fantasma della sconfitta sul campo. Sul tavolo del presidente è piombato un dossier di sessantasei pagine nel quale, sin dall’agosto scorso, il generale Stanley McCrystal, capo delle forze armate in Afghanistan, avverte il pentagono che se non si aumenterà subito di almeno 30mila (meglio 45mila) uomini il contingente attualmente al fronte, la guerra sarà irrimediabilmente perduta. Il fatto è – dice sempre McCrystal – che il fronte della resistenza, talebana e non, conquista sempre nuove posizioni e viene alimentato da forze sempre nuove provenienti soprattutto dalle scuole islamiche (madrasse) pakistane e da giovani locali afflitti dalla miseria. Bisogna – continua il documento – volgere a favore della coalizione l’appoggio della popolazione che è attualmente solidale con gli insorti, e questo potrà avvenire se si costruiscono scuole, ospedali e infrastrutture indispensabili come le strade e i servizi sociali.
È un ritornello che sentiamo ripetere da anni. I nostri soldati, gli italiani, sono andati in Afghanistan in missione di pace – così si disse – per sostenere la popolazione civile e, addirittura, per aiutare il governo di Kabul a redigere l’impianto del nuovo assetto giudiziario. Non so a che punto sia l’elaborazione dei nuovi codici, so per certo che i nostri militari sono finiti a sparare e morire negli impervi territori di Herat e persino nella presidiatissima Kabul.
Adesso a me sembra francamente surreale che per costruire o ricostruire un territorio devastato dalla guerra si richieda l’apporto di altri militari e, per di più, col compito di convertire la popolazione e indurla a vedere con favore l’opera devastatrice della coalizione straniera. Lo vedete voi un soldato, armato di tutto punto, preceduto e seguito da bombardamenti che coinvolgono ogni volta centinaia di vittime civili, richiedere e ottenere da un indigeno che non sia uscito di fresco dalla neurodeliri, approvazione e appoggio solidale per la sua missione di morte?
Come si può perseguire un obiettivo così impegnativo come la conquista della fiducia e del favore della popolazione quando si continua a sparare e ad uccidere, spesso con indiscriminata ferocia? E i militari, quelli che ci sono già e gli altri che si vogliono inviare, cosa sanno fare d’altro se non sparare ed uccidere?
Ma poi, ammesso e niente affatto concesso che l’auspicata rivoluzione copernicana dell’opinione pubblica afgana si verificasse, cosa è in grado di offrire Obama come contropartita a questa terra martoriata? Forse l’unificazione del paese sotto il regime dell’impresentabile Karzai?
Se questo è il nuovo che emerge dall’intelligenza della nuova amministrazione americana, allora c’è davvero poco di che stare allegri.

Antonio Cardella