Rivista Anarchica Online


lotte operaie

Noi sul carroponte
intervista a Massimo Merlo di Cristina Vercellone

La lotta dei lavoratori della Innse di Milano è stata al centro dell’attenzione per la determinazione dei 49 lavoratori che non hanno accettato lo smantellamento dell’impresa. Ora che la lotta è finita con la vittoria dei lavoratori ne parliamo con uno dei cinque rimasti per giorni sul carroponte. Che racconta tutta la storia e tira qualche conclusione. Da libertario qual è.

 

Hanno autogestito la fabbrica per 3 mesi, lavorando senza padrone. Hanno bloccato i camion che volevano portare via i macchinari. Sono saliti sul carroponte nella fabbrica sorvegliata da 400 uomini tra agenti di polizia, carabinieri e guardia di finanza. Hanno smantellato l’idea di proprietà privata, senza che nessuno se ne accorgesse, e dimostrato che la lotta operaia può portare a dei risultati. Gli operai della Innse di Milano Lambrate, che hanno realizzato parti dell’acceleratore lineare del Cern di Ginevra e il ponte sospeso di Copenaghen, ce l’hanno fatta. Anche se questo, dicono loro, è solo l’inizio.
L’ex Innocenti, madrina della Lambretta, dopo oltre 14 mesi di resistenza da parte degli operai, è stata ceduta al gruppo Camozzi di Brescia. Massimo Merlo, esponente della Rsu, salito sul carroponte il 4 agosto scorso, insieme ad altri 4 compagni di lavoro e al rappresentante sindacale della Fiom, per gli ultimi 8 giorni di lotta, non ha nessuna pretesa trionfalista.

A chi vi siete ispirati per questa lotta?

La nostra è una lotta operaia e basta. Non abbiamo preso esempio da nessuno. Dopo trent’anni di lavoro insieme, siamo diventati un gruppo unito, operai che alzano la testa.

Avevate già fatto lotte come questa?

Sì, per esempio nell’agosto del ‘99 quando l’allora amministrazione, la tedesca Sms Demag, aveva annunciato che avrebbe chiuso l’attività. Avevamo bloccato la portineria, non facevamo più uscire i pezzi, ottenendo così, anche allora, la vendita dell’officina.

Qual è la vostra forza?

Nessuno di noi è stato costretto a lottare. Ognuno ha scelto di farlo.

Cos’è che vi ha spinti ad agire?

Erano le 16 del 31 maggio 2008. Un operaio ha ricevuto, prima degli altri compagni, un telegramma inviato dal padrone, il torinese Silvano Genta. Diceva, senza che le Rsu ne fossero a conoscenza, che apriva la procedura di mobilità. È scattato il giro di telefonate tra gli operai. Siamo corsi subito davanti alla fabbrica. Era pieno di agenti della polizia e di carabinieri. Dentro c’erano venti vigilantes pagati da Genta. Allora abbiamo deciso di entrare; abbiamo dichiarato l’assemblea permanente e mandato via i vigilantes. Da allora siamo stati dentro, giorno e notte, sempre in fabbrica.

Eravate in assemblea permanente.

Sì, fino a quando il 3 giugno abbiamo deciso di continuare a lavorare. Avevamo delle commesse in officina per altri 6 mesi. Così siamo andati avanti a gestire la fabbrica, da soli. Genta ha dato la disdetta per gas e luce, ma stavamo lì a vigilare, giorno e notte e quando i tecnici, mandati dalle società di gestione, venivano con l’obiettivo di toglierci il metano e la corrente riuscivamo a mandarli via. È stato interrotto anche l’appalto per la gestione della mensa, allora ci siamo organizzati da soli per pulire e cucinare. Di giorno lavoravamo e di notte presidiavamo. Ognuno segnava sul tabellone il proprio turno per la notte, il sabato e la domenica. Si giustificavano regolarmente i ritardi, si concordavano i permessi e le ferie.

“Eravamo arrabbiati”

Fino a quando siete andati avanti in autogestione?

Fino al 17 settembre quando, alle 5 della mattina, è arrivata la polizia: con una sentenza del giudice la fabbrica è stata messa sotto sequestro e gli operai buttati fuori. Eravamo nel pieno dell’attività produttiva. Noi però non ci siamo arresi e abbiamo continuato a presidiare.

Avete perso anche un compagno?

Sì, Giuseppe. A luglio, era appena smontato dal turno di notte, gli è venuto un infarto.

Genta in questi mesi cosa faceva?

Quando il 5 dicembre la fabbrica è stata dissequestrata, ha introdotto i suoi vigilantes con le telecamere e poi, a più riprese, ha cercato di entrare in fabbrica per portarsi via le macchine, ma abbiamo sempre fatto resistenza e lui è sempre stato costretto ad andarsene.

Ma la fabbrica era in crisi?

No, l’ho già detto. Andava bene, avevamo commesse per altri 6 mesi. La Innse non è figlia della crisi.

Allora perché Genta voleva smantellare tutto?

Perché ha acquistato la fabbrica in amministrazione straordinaria a 700 mila euro e rivendendo le macchine ci voleva guadagnare.

C’è qualcuno che ha capito che volevate solo rivendicare il vostro diritto costituzionale a lavorare e vi ha sostenuto?

Siamo andati dappertutto, in provincia, in regione, al ministero, ma nessuno delle istituzioni si è mosso. Erano solidali a parole, ma non nei fatti. I primi che si sono fatti avanti, a giugno del 2008, sono stati quelli dell’Associazione per la liberazione degli operai, l’Aslo (ci hanno dato 2 mila euro per la gestione della mensa), poi il centro sociale Baraonda e la Panetteria occupata di via Conte rosso. Anche le officine di Bellinzona sono state solidali. (Loro avevano occupato le officine dal 7 marzo al 7 aprile e il 15 agosto ci hanno invitati al festival di Locarno, alla presentazione di un documentario che raccontava la loro vicenda. In quell’occasione abbiamo potuto raccontare la nostra storia. All’inizio, infatti, eravamo più conosciuti all’estero che in Italia). La Fiom, dopo 2 mesi, ci ha dato 300 euro. Alla provincia, invece, che aveva promesso di aiutarci, abbiamo dovuto consegnare gli scontrini della spesa: prima che ce li rimborsasse sono passati 5 mesi. Dalla Cgil ci aspettavamo che mobilitasse le fabbriche, ma in quel momento non l’ha fatto».

Quali erano i vostri sentimenti?

Eravamo arrabbiati contro il padrone che potendo continuare l’attività voleva smantellarla e contro le istituzioni che non facevano niente per impedirglielo.

Eppure c’era un compratore, fin dall’inizio.

Sì, a cavallo tra giugno e luglio, il proprietario della Ormis di Brescia, il cliente per il quale avevamo lavorato anche nei 3 mesi di autogestione, si era fatto avanti in provincia e sui giornali, dichiarando che voleva comprare la Innse. A settembre si era presentato con noi delle Rsu, al ministero delle attività produttive, rinnovando l’interesse ad acquisire l’azienda. Il ministero ha concesso due settimane di tempo a Genta e alla Ormis per mettersi d’accordo. Ma non l’hanno fatto e nessuno si è mosso.

Genta ha dichiarato in questi giorni che lui ha rispettato gli accordi.

Non è vero. Nel 2006 la Innse faceva parte del gruppo Manzoni, il quale è entrato in crisi e ha addossato su di noi, che andavamo bene, tutti i debiti del gruppo. Ci hanno messo in liquidazione e poi in amministrazione straordinaria. A febbraio siamo stati venduti a Genta. Sapendo che era un commerciante di macchine utensili usate abbiamo fatto aggiungere una clausola nell’accordo sindacale secondo la quale lui non poteva vendere le macchine senza il consenso delle Rsu e se le avesse vendute avrebbe dovuto sostituirle con apparecchiature dello stesso livello produttivo».

Come ha gestito l’azienda in questi anni?

Secondo la legge Prodi, avendo preso la fabbrica in amministrazione straordinaria, non poteva fare licenziamenti collettivi, però rifiutava il lavoro.

E come facevate?

Per fortuna c’era il direttore di produzione che riusciva a procurarlo. Genta ne faceva di tutti i colori: faceva persino entrare ed uscire i pezzi, che venivano lavorati, in conto visione. Abbiamo tutte le bolle e tutte le prove.

L’importanza dell’unità

Vi aspettavate di essere così uniti tra voi?

Beh, un po’ sì, perché se si decide di continuare a lavorare senza padrone, vuol dire che gli intenti sono gli stessi. È stato spontaneo per noi continuare a produrre e a presidiare. Sapevamo che senza macchinari non avremmo mai più lavorato. Ci sembrava un delitto e un’ingiustizia chiudere una ditta che lavorava, con macchine in perfette condizioni. Salvando il nostro posto di lavoro potevamo crearne anche altri. La Ormis voleva portare i dipendenti a 150 perché il lavoro c’era. Potevano essere assunti anche dei giovani.

C’era di mezzo anche la proprietaria dell’area l’Aedes, sulla quale sorgono i capannoni.

Sì. Il Piano di riqualificazione urbana prevedeva che fino a quando ci fosse stata la Innse l’area sarebbe rimasta industriale, poi sarebbe arrivato un parco. L’Aedes era in combutta con Genta perché smantellasse l’azienda. Genta non gli ha mai pagato l’affitto. Ad aprile del 2009 Aedes ha cambiato proprietario e i giochi sono mutati. Aedes si è resa disponibile ad affittare e vendere i capannoni e ha fatto causa a Genta per i danni arrecati e l’affitto non pagato. Adesso, con l’accordo di martedì 11 agosto, che ci ha convinti a scendere dal carroponte, Aedes ha deciso di ritirare la causa.

Cosa avete dimostrato in questi mesi?

Che gli operai devono unirsi, non accettare mobilità e cassa integrazione standosene a casa propria, perché a quel punto in fabbrica non rientreranno più.

Ma tu sei impiegato?

Sono stato assunto come operaio, poi sono diventato impiegato, ma con la testa sono rimasto operaio. Tutte le lotte sono sempre state portate avanti dagli operai, mentre gli impiegati sono sempre stati una palla al piede. Sono gli operai che devono cambiare la società.

Che idee politiche hai? Come ti definisci?

Non mi definisco, sono libertario.

In questi mesi vi siete rivolti ai politici?

Non abbiamo mai voluto che entrassero al presidio e per 14 mesi, comunque, non hanno fatto niente. Mentre eravamo sulla gru, però, ci dicevano che il presidio si era trasformato in una passerella per loro.

Alla fine però sono intervenuti.

Sì, ma prima non hanno mai fatto niente.


Ma Formigoni non si è visto

Cos’è che vi ha fatti decidere di salire sul carroponte?

Domenica mattina ero smontato, alle 6.30, dal turno di notte. Sono arrivato a casa, a Lodi, intorno alle 8 è arrivata la telefonata di un compagno che mi avvisava che sul posto erano arrivati poliziotti e carabinieri. Abbiamo capito che stava succedendo qualcosa. Siamo andati tutti davanti alla fabbrica: ci stavano smantellando i macchinari. Le forze dell’ordine però erano ingenti, non potevamo fare niente.

Allora?

Abbiamo chiesto un incontro con il governatore Roberto Formigoni per il giorno dopo. Ci hanno lasciati dalle 9 alle 18, in un angolo del Pirellone, senza bere né mangiare, ad aspettarlo, ma lui non si è fatto trovare. Allora alle 18.30 siamo andati in prefettura. Lì ci hanno detto che non c’era niente da fare: se non si presentava un compratore (noi sapevamo che c’era) Genta aveva il diritto a smantellare i suoi macchinari. Allora siamo tornati al presidio e alle 22.30 abbiamo deciso che il giorno dopo saremmo entrati. Non potevamo più aspettare.

Perché solo in cinque?

Non potevamo sfondare, gli agenti erano più di 400. Siamo andati io ed Enzo delle Rsu, con Fabio e Luigi che fanno parte della Rsu allargata, poi abbiamo chiesto a Roberto, il rappresentante della Fiom di entrare con noi e lui ha detto subito di sì.

Entrare è stato facile?

Oltre agli agenti, c’erano 20 operai dentro che smontavano le macchine. Noi però conosciamo la fabbrica come le nostre tasche e siamo entrati. Hanno detto che abbiamo rotto un vetro per farlo, ma non è vero, non romperemo mai niente della nostra fabbrica, noi.

Sapevate già che sareste saliti sul carroponte?

No, l’abbiamo deciso mentre entravamo, era l’unico posto difendibile. Per farci scendere avrebbero dovuto venirci a prendere.
Non avrebbero mai rischiato. Quando siamo arrivati in cima, gli operai che smontavano sono stati allontanati, per ragioni di sicurezza.
Per quanto ci riguarda, saremmo scesi con le nostre gambe solo a fronte della rassicurazione che le macchine non sarebbero più state smontate e si sarebbe aperta una trattativa.
La nostra forza sono stati i compagni fuori dai cancelli e tutti quelli che sono arrivati a solidarizzare. Se non ci fossero stati loro la nostra presenza sulle gru sarebbe servita a poco.

Vi aspettavate una risonanza così?

No, anche se, dopo anni di vicende sindacali in Italia, alla Innse, per la prima volta, non sono state chieste ricollocazioni o integrazioni al reddito. Abbiamo lottato per continuare a lavorare.

Massimo Merlo appena sceso dal carroponte

In maniera libertaria

La battaglia è finita?

Affatto. Siamo riusciti a non farci smontare i macchinari, ma da settembre iniziano le trattative sindacali per stabilire i carichi di lavoro e il rientro dei 49 operai. Quello che penso io però è che, anche se avessimo perso questa battaglia, per me sarebbe stata comunque una vittoria. Abbiamo dimostrato che si può produrre senza un padrone. Qualcuno avrebbe potuto studiare la nostra lotta, vedere i nostri sbagli e migliorarla per raggiungere gli obiettivi desiderati.

Poteva finire prima?

Sì, se al momento in cui si era presentato il primo compratore, nell’ottobre 2008, Genta fosse stato messo in un angolo, ma nessuno, neanche il ministero per lo sviluppo economico, l’ha fatto.

Sono stati duri questi 14 mesi?

Sì, anche tra noi non sono state tutte rose e fiori, però persone di idee politiche diverse si sono messe insieme, senza cambiarle. È come se avessimo vissuto quest’anno in maniera libertaria.

Tra voi c’è anche gente di centro destra?

Sì, c’è.

Perché se l’autogestione ha funzionato così bene, non avete voluto continuare su questa strada?

In Italia non siamo ancora pronti. È troppo complesso, i ruoli devono girare, anche l’operaio deve fare l’amministratore delegato. Devi rispettare le date di scadenza di consegna del lavoro. In una società libertaria, dove non si lavora per il profitto, è possibile, altrimenti no. Da noi ha funzionato perché è durata poco e i clienti non ci hanno assillato.

Sarete un esempio per gli altri?

Non vogliamo essere un esempio. Non è che salendo da qualche parte gli operai risolvano i loro problemi. Gli operai devono svegliarsi, unirsi e trovare la loro specifica forma di lotta. Devono stare davanti alle fabbriche, perché se i macchinari vengono espropriati le fabbriche diventano scatole vuote.

A voi hanno proposto ammortizzatori sociali?

Non abbiamo firmato, con la Fiom, la mobilità. Non abbiamo mai chiesto il ricollocamento, anche se la regione e la provincia ce l’hanno proposto mentre eravamo sulla gru.

A proposito, non abbiamo ancora parlato di questi 8 giorni sulle lamiere striate del carroponte, a 20 metri di altezza.

Di questo si sa già tutto dai giornali. Siamo stati a ridosso del tetto del capannone, con un caldo atroce, le finestre senza spiragli imbottite con la lana di vetro e le zanzare che ci pungevano. Per non parlare dei giornali che usavamo al posto del materasso, di come dovevamo lavarci via il grasso e fare i nostri bisogni. Poi Genta ha fatto togliere la corrente e non potevamo più caricare i telefoni. Stavamo svegli a controllare che non succedesse nulla di strano, ma era la polizia che ci controllava attraverso dei microfoni disseminati nel capannone. Meno male che c’erano i nostri compagni sotto e le compagne, che ci sostenevano.

Qual è la cosa che ti ha divertito di più?

Abbiamo messo in discussione il valore della proprietà privata, senza che nessuno se ne accorgesse. Genta era il proprietario dei macchinari e quindi, secondo questa logica, era giusto che li vendesse e facesse quello che voleva. La logica nostra era diversa: i macchinari erano stati pagati con il nostro lavoro e quindi erano più nostri che suoi.

Cristina Vercellone