Rivista Anarchica Online


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

Stella solitaria
in un buio firmamento

 

1. La logica che, presumibilmente, guida – e che, indubbiamente, ha guidato, a suo tempo – la conservazione di qualcosa che avrebbe pur potuto raggiungere la più vicina pattumiera ci sfugge. In un fondo di cassetto, in una logora cartelletta, fra le pagine di un libro o in un sacchetto impolverato così, come per il venir meno di un incanto – o per un gesto sbadato o per una decisione improvvisa – si ritrovano le cose più strane – e ormai rare, proprio perché sfuggite chi lo sa più perché al loro più prevedibile destino. È così che, giorni or sono, da un pacco di scartoffie, mi salta fuori il programma di studio per l’ammissione alla scuola media – di un mio compagno di scuola, non mio, il perché non lo so più – relativo all’anno scolastico 1954/55. Ne approfitto: per considerazioni che, appuntandosi su quel caso specifico, si estendano oltre – coinvolgendoci nonostante la somma cospicua degli anni trascorsi.
Il programma che mi è capitato in mano, dunque, prevede un esame suddiviso nelle quattro materie canoniche: italiano, storia, geografia e aritmetica e geometria indissolubilmente associate.
L’esame di italiano prevedeva l’analisi grammaticale e l’analisi logica, poesie e prose a memoria e poesie e prose “lette e spiegate”; quello di storia prendeva le mosse dall’Italia dopo il congresso di Vienna ed arrivava alla “quarta guerra”, senza trascurare le figure di “sommi artisti, letterati, scienziati e benefattori dell’umanità”; quello di geografia prevedeva la conoscenza di “elementari cognizioni di geografia fisica” relative all’Europa ed agli altri continenti, ma, nel caso dell’Italia, si prevedeva anche la conoscenza delle caratteristiche politiche ed economiche; quello di aritmetica e geometria, infine, prevedeva le quattro operazioni con numeri interi e con numeri decimali, il sistema metrico decimale, il perimetro e l’area delle principali figure piane nonché le frazioni.

2. Dubito molto di essere sufficientemente preparato per affrontare serenamente questo esame. Oggi, voglio dire, proprio oggi, dopo tanti anni mi sentirei in difficoltà se dovessi rispondere ai quesiti che un programma del genere avrebbe implicato. Sulle categorie grammaticali e logiche ho più di un dubbio – cosa sia un nome e cosa sia un soggetto rimane un problema di non facile soluzione cui, per lo più, gli esperti evitano di rispondere –, forse ho capito che gran porcata è stata il congresso di Vienna, ma sui meccanismi che reggono i congressi fra i massimi rappresentanti degli Stati ne so pochino, sulla legittimità di definire le guerre dei Savoia per la cosiddetta unità d’Italia come guerre di “indipendenza” ho sempre nutrito forti dubbi, cosa sia la “quarta guerra” mi sfugge, e – devo dire la verità – è da un bel po’ di tempo che ritengo impossibile guardare checché di fisico – fosse anche battezzato come geografico – riuscendo a tenerlo distinto dal politico – così come, peraltro, è da parecchio che non riesco a concedere all’economico uno statuto di piena indipendenza dal politico. Me la potrei forse cavare con le quattro operazioni, ma se all’esame mi chiedessero cosa è un numero – senza neppure arrivare alla distinzione fra interi, decimali e frazionari – mi troverei sgomento di fronte ad un abisso.

3. Stella di Silvie Verheyde è un film che sul rapporto fra allievo e istituzione scolastica dice molto, molto di mai detto, perché per dirlo era d’obbligo liberarsi della zavorra retorica con cui – perlopiù e troppo spesso – si parla della scuola e di tutto ciò che attiene alla sua aura. Siamo nel 1977, Stella, interpretata dalla bravissima Léora Barbara, ha undici anni, è figlia di due genitori che mandano avanti un bar con camere in affitto nella periferia di Parigi. Vive in un ambiente in cui la vita e la strada, insomma, contano più degli studi. Tuttavia, i suoi genitori, pur cercando di occuparsene il meno possibile, decidono di mandarla alla scuola media, ignorando che lì la loro bambina si sarebbe giocato molto di più dell’ammissione all’anno successivo, di un titolo di studio e dei bei voti sulla pagella. Stella, infatti, si ritrova subito in un immenso vuoto, una sconsolata solitudine infida – nell’impossibilità di comunicare con docenti straparlanti, asserragliati in un lessico disciplinare che, conferendogli un surplus di autorità, funge loro da scudo protettivo, nel subire l’acredine di compagni e compagne appartenenti a classi sociali più elevate, nei suoi tentennamenti di fronte alle inevitabili scelte fra le piccole furbizie della mera sopravvivenza e l’emarginazione. Intimorita a scuola quanto spavalda a casa, impermeabile ai rimproveri istituzionali quanto sensibile al mutare delle temperature domestiche, Stella è uno scoiattolino sperso, incapace di stare al gioco dell’ipocrisia funzionale al successo scolastico, muta e attonita nell’arruffata quotidianità intessuta di pratiche di cui nessuno le spiega un senso per lei – un senso tutto suo, quel minimo perché vi possa partecipare –, riottosa nel mandare a memoria, prima, e nel mercanteggiare, poi, parole che le servano da salvacondotto nel galateo bellicoso di ciò che si sa e di come ci si comporta.

4. I sommi artisti, i letterati, gli scienziati e i benefattori dell’umanità di cui avrei dovuto declinare le lodi erano Cristoforo Colombo, Leonardo da Vinci, Galileo Galilei, Edoardo Jenner, Alessandro Manzoni, Giuseppe Verdi e Guglielmo Marconi. Su Jenner ne so poco, ma su ciascuno degli altri oggi avrei qualcosina da ridire. Apparentemente, l’unico con la coscienza a posto può dirsi Galilei sulle cui pretese di scientificità razionalista avrei peraltro qualcosa da eccepire. Di cadaveri negli armadi degli altri se ne possono trovare a iosa. Basta aprirli.
Ma avrei qualcosina da dire anche sul concetto di sommo artista, di letterato, di scienziato e di benefattore dell’umanità, perché innanzitutto costoro hanno fatto i loro interessi – e li han fatti così bene da finire elencati uno di fila all’altro nel programma di bambini che, anni dopo e nella totale inconsapevolezza, avrebbero dovuto declinarne le lodi. Che, poi, in quanto figure storiche carismatiche abbiano svolto una funzione nella formazione ideologica delle giovani generazioni è evidente.

5. A memoria, il mio amico ha mandato giù “La quiete dopo la tempesta” di Giacomo Leopardi, “La morte del cardellino” di Guido Gozzano, “La gioia perfetta” di Diego Valeri, “La chioccia” di Giovanni Cena, “Il castello di Fratta” di Ippolito Nievo e L’ultimo stormo” di Gabriele D’Annunzio. Si è preparato a leggere ed a commentare adeguatamente “Valentino” di Giovanni Pascoli, “La speranza” di Guido Gozzano, “La buona novella” ancora del Pascoli, “Il falco e il gallo” di Giacomo Zanella, “Lo scoiattolino” di Fabio Tombari – che non era un’anticipazione della bimba in pericolo che si sarebbe chiamata Stella – e “Il postino” di Orio Vergani – una buona selezione, insomma, di quella retorica nazionale che trasudava sensibilmente dal fascismo alla repubblica come dalla pelle alla camicia in una torrida giornata di luglio.
Non ho mai ben compreso l’utilità dell’imparare a memoria, oppure l’ho compresa perfettamente – come nel caso dei versetti del Corano fra i religiosi islamici o delle giaculatorie fra i cattolici – ed ho anche compreso la necessità stringente – una necessità etica e politica – di rifiutarne la funzione servile ed asservente alle gerarchie del potere ai fini dell’alienazione dei subordinati e dell’immutabilità dell’ordine sociale. Di certo è che se, oggi, ad un esame, un allievo mi si presenta riferendomi parola per parola quanto ho detto a lezione m’insospettisco non poco e la mia considerazione nei suoi confronti tende a scemare – ben diversamente dalle circostanze in cui un allievo, invece, riferisce con parole proprie, mette in dubbio le mie parole, le discute. La memoria letterale inerisce pochino alla costruzione del sapere: conta molto di più il porre rapporti, lo spirito critico, la creatività, l’autonomia di pensiero, la relazionalità nell’apprendere.

6. Stella se la caverà. E se la caverà in tempo – appena in tempo –, prima di venir posseduta dalla sua adolescenza e di farsi gli affari suoi – compreso un film, magari, trent’anni dopo. Ma il suo caso non va sottovalutato asetticizzandolo nello stretto ambito del suo personaggio. Se dovessi lamentarmi di qualcosa nei confronti dello sviluppo narrativo del film, farei notare che, ai fini di un’analisi politica più profonda del rapporto tra l’istituzione e la bambina, sarebbe stato auspicabile che i suoi genitori non fossero tanto marginali, ma onesti borghesi solerti e rispettosi del canovaccio che va recitato in tema dei doveri scolastici dei figli – i soliti genitori che si preoccupano dei voti scarsi, dei richiami disciplinari e delle ventilate bocciature. Perché una Stella – lasciatemelo dire con un po’ di retorica – nasce o finisce prima o poi per saltar fuori anche fra i loro figli. Nel 1977 come nel 2009. Perché non sempre e non per tutti la scuola è quel paradiso aggregatorio e quella festosa opportunità sociale che uno stuolo di benpensanti operatori del settore dichiara o lascia intendere. A volte e per qualcuno – fosse anche uno solo, fossero anche capaci tutti gli altri di integrarsi in un modo o nell’altro mai nessuno che si preoccupi del prezzo che hanno dovuto pagare –, a volte e per qualcuno, dicevo, la scuola è un labirintico inferno in cui salvezza e redenzione sembrano più dipendere dal caso che da un insieme di relazioni consapevolmente e collettivamente architettate.

7. Devo confessare che, nonostante non abbia mai fatto studi regolari di alcun tipo, una volta fui iscritto all’università. I miei ci tenevano e ci hanno provato. Tremebondo, un mattino ci entrai per una prima volta. C’era una confusione terribile, giovani vocianti, indaffaratezza, porte che si aprivano e si richiudevano, signori austeri cui la calca si apriva ossequiosa, corridoi lunghi e disposti su vari piani. Un anonimato totale di uomini e cose. Dev’essere all’epoca che mi sono comprato La folla solitaria di David Riesman. Mi sono aggirato per un po’ alla ricerca di un bidello cui chiedere di un’aula dove avrei voluto sentire la mia prima lezione. Non ho trovato il bidello, non ho trovato nessuno dei tanti ragazzi in frenetica circolazione che mi sapesse dire dov’era l’aula che cercavo, non ho trovato l’aula. Sono uscito, ho cercato scampo in una lunga camminata di amaro e definitivo ritorno verso casa, senza riuscire a togliermi di dosso una torpida cappa di risentimento e vacuità. Doveva esser questo, o qualcosa del genere, la giovinezza.

Felice Accame

Note
A voler essere precisi, La folla solitaria era co-firmata da David Riesman, David Blazer e Reuel Denney. È stato scritto fra il 1948 e il 1949, pubblicato nel 1950 e tradotto in italiano da Il Mulino nel 1956. A voler essere ancora più precisi, poi, dovrei diffidare dei ricordi-ipotesi: all’epoca della sua pubblicazione avevo undici anni (come Stella) e, dal momento che ne possiedo la prima edizione e che l’avventura universitaria si svolge nel 1963, è più probabile che, all’epoca, abbia letto il libro che venne invece comprato da mio fratello.
Non vorrei, con la mia lamentela nei confronti di un elemento della struttura narrativa di Stella, aver suggerito un’impressione sbagliata. Stella è un film stupendo e, derivando la sua fonte ispirativa da una dolente rivisitazione autobiografica, non si poteva certo costringere la brava regista a modificare il proprio vissuto ai fini di una più geometrica dimostrazione degli assunti.