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Oltre “Terra e Libertà”

Guardando la trama di questo bel romanzo di Alessandro Bertante (Al Diavul, Marsilio, 2008), verrebbe da dire che il debito con il grande film di Ken Loach, Terra e Libertà, sia non poco grande. L’idea di fondo, e quindi l’impianto e la struttura del libro, sono infatti sostanzialmente simili e anche la trama ricalca, nelle linee essenziali, buona parte di quella del film. A spiegazione di questo “prestito”, dall’esito comunque felice, va detto che quando si affrontano le vicende della guerra e della rivoluzione spagnola con la consapevolezza della irripetibile grandiosità di quegli avvenimenti, è normale, se non inevitabile, ripercorrere le stesse situazioni accompagnandole con entusiasmi ed emozioni simili.
La rivoluzione spagnola, per chi la narra con gli occhi e il cuore che guardano alla libertà, non è solo l’avvenimento che segnò, più di quanto non si creda, l’intero Novecento, ma è anche un luogo dell’anima, un “altrove” nel quale è possibile trovare tante delle risposte, spesso dolorose, ai drammatici interrogativi che hanno segnato il secolo passato. In quegli anni così intensi non si consumò solamente lo scontro fra chi sognava, e vedeva realizzarsi un mondo nuovo e chi, al contrario, voleva riportare la Spagna nel passato della reazione e delle tenebre. In quegli anni si verificò anche il definitivo tramonto, per le generazioni a venire, di un progetto di trasformazione sociale che potesse essere condiviso unitariamente da tutte le componenti della sinistra rivoluzionaria. La volontà egemonica tipica dell’agire del marxismo autoritario e la realpolitik staliniana infettarono talmente l’azione dei comunisti filosovietici (e dei loro numerosi utili idioti) da distruggere, spesso nel sangue, ogni ipotesi di collaborazione fra le diverse “scuole” del pensiero socialista. La santa alleanza fra fascismo, capitalismo e chiesa fece il resto. Ci torneremo sopra.
Come dicevamo, il debito con Ken Loach non è da poco, e infatti anche nel libro troviamo un nipote che non nulla sa né si immagina del passato rivoluzionario del nonno, e ne apprende con emozione i trascorsi travagliati solo dopo la sua morte. Nel film era un brogliaccio in una vecchia cassa piena di cimeli a parlare alla nipotina, qui è un quadernetto di memorie che il vecchio ha lasciato al giovane pronipote Alessio assieme alla vecchia cascina di Montecastello, il paese fra alessandrino e Monferrato in cui ha trascorso gran parte della sua esistenza. È facile immaginare come Alessio abbia “preso il quaderno con curiosità. Nulla di più. Nessuna emozione particolare. Poi ho cominciato a leggere. In quel momento è cambiata la mia vita”. E il racconto di un’esperienza come quella che vedremo non poteva sortire altro effetto.
Il protagonista è Errico Nebbiascura, che con un nome del genere non può che essere destinato all’anarchia. Il padre è Ruggero, fabbro del paese, soprannominato al diavul tanto per la burbanza del carattere quanto per quel suo mestiere che lo tiene sempre in mezzo al fuoco. È un vecchio internazionalista, un anarchico della vecchia scuola, che pur nella diversità delle opinioni, mantiene buoni rapporti, anche se a volte un po’ troppo “dialettici”, con i socialisti. A suo tempo frequentò Malatesta e fu protagonista di epiche lotte nella Milano dei moti del pane. Errico è un bimbo strano ha un occhio marrone e l’altro viola e sembra già segnato, anche da quella stranezza, a una vita avventurosa, che già comincia quando segue il padre nelle frequentazioni, politiche ed enologiche, alla Società Operaia di Mutuo Soccorso frequentata dai sovversivi del luogo e da Ivan Cruciani, l’ex anarchico compagno di Ruggero, ora socialista e destinato alla carica di sindaco.

Umiliazioni e sofferenze

Quella che per lungo tempo sembra solo una tranquilla storia paesana si interrompe bruscamente, prima con i lutti della guerra che colpiscono duramente Montecastello, poi, dopo il sogno rivoluzionario del biennio rosso, con il tumultuoso irrompere del fascismo. Sono fra le pagine migliori queste dove Bertante descrive il trauma, politico ed umano, causato dal brutale irrompere della violenza fascista. La sicurezza di procedere verso un mondo migliore, in cui la vita quotidiana e le condizioni economiche del popolo non potevano che progredire, e in cui i rapporti sociali erano improntati alla solidarietà e alla collaborazione, si spezza rovinosamente di fronte alla presenza criminale del fascismo, che dopo aver incontrato un primo momento di eroica resistenza popolare, si viene affermando con tutta la ferocia della propria natura.
Naturalmente la famiglia Nebbiascura, già all’avanguardia nella resistenza agli squadristi, subisce pesantissime umiliazioni e sofferenze, che si ripercuotono dolorosamente sul carattere di Ruggero ed Errico. Sembrano annichiliti e spenti, soprattutto dopo l’uccisione di Ivan, avvenuta con barbara crudeltà nella piazza del paese e la loro profonda depressione sembra echeggiare quella che prende l’Italia sovversiva dopo la definitiva vittoria del fascismo. Ma quando sembra che tutto debba risolversi in una desolata quotidianità, Errico ritrova l’antica vitalità e servendosi di una rete di solidarietà operante fra Liguria e Francia, alla cui testa c’è Comunardo, un altro dei valorosi compagni del padre, espatria clandestinamente Dopo un breve soggiorno in Francia, ripara in Catalogna. E qui ha inizio la seconda parte del romanzo, quella epica della rivoluzione spagnola.

Rivoluzione genuinamente libertaria

Giunto a Barcellona entra in contatto con gli ambienti libertari della città catalana, partecipa alle riunioni degli anarcosindacalisti, e grazie al suo prezioso mestiere di fabbro, appreso dal padre, lavora in una fabbrica clandestina di armi, quelle che serviranno a fermare l’alzamiento dei generali felloni il 19 luglio 1939. È quanto mai vivida la descrizione dell’effervescenza pre rivoluzionaria e del successivo fervore rivoluzionario, così come quella della lotta degli anarchici nelle strade e nelle barricate barcellonesi. Sono gli stessi momenti che ritroviamo nel bellissimo Omaggio alla Catalogna di George Orwell e nell’altrettanto affascinante La breve estate dell’anarchia di Hans Magnus Enzensberger, due libri che hanno saputo cogliere, con straordinaria empatia, l’irripetibile significato di quella rivoluzione genuinamente libertaria.
Errico si trova nel gruppo di combattimento di Francisco Ascaso e assiste, incredulo, all’eroismo disperato e quasi suicida degli anarchici della Fai e della Cnt. Con lui, è la bellissima Marisol, conosciuta nelle redazioni della stampa cenetista. E con lui, in incontri emozionanti, sono anche gli anarchici italiani, Berneri, Canzi, Tommasini, Zambonini, Bibbi, Barbieri, Centrone, Gozzoli, Marzocchi..., quelli che accorsero numerosi in Spagna dagli esilii europei, per mostrare che la lotta al fascismo non era finita. Dopo le tragiche giornate del maggio 1937, Errico e Marisol entreranno nella mitica Columna de hierro, formata dagli anarchici irriducibili che per pochi mesi ancora porteranno, nelle campagne del Levante, il sogno di un mondo nuovo. In un susseguirsi di episodi, Errico continuerà a combattere nella Columna fino a quando, dopo aver visto morire la compagna in una imboscata, formerà un proprio gruppo di combattimento, una piccola armata di disperati mossa non solo dalla volontà desiderio di vendicare la morte di Marisol, ma anche da quella di non sottomettersi alla involuzione controrivoluzionaria e alla logica del potere. La fine è la sconfitta, la sconfitta di Errico, la sconfitta della possibilità di una collaborazione solidale fra le forze antifranchiste, la sconfitta della rivoluzione. L’epilogo della vicenda è drammatico come fu drammatico per le centinaia di migliaia di combattenti antifranchisti, rinchiusi per decenni nelle carceri fasciste quando non fucilati senza nemmeno un processo sommario. Errico passerà vent’anni in galera, chiuso nel più totale mutismo – el loco lo chiameranno aguzzini e compagni di sventura – nel più totale rifiuto di comunicare con i suoi carcerieri. Drammatica metafora del rifiuto collettivo di una Spagna irriducibile al compromesso che, nell’esilio e nella ripresa della lotta clandestina, non volle accettare un mondo che non aveva saputo comprendere la grandiosità del suo sogno di libertà.
La denuncia di Bertante delle pesantissime responsabilità controrivoluzionarie dell’Unione Sovietica, è particolarmente attenta e puntuale. La politica egemonica del “comunismo in un paese solo”, la volontà di non creare tensioni né con la Germania nazista né con le democrazie europee, la consapevolezza che il trionfo della rivoluzione anarchica avrebbe condannato le mostruosità totalitarie del cosiddetto “paradiso bolscevico”, tutto concorse a stringere in una tenaglia mortale – da una parte la reazione franchista, dall’altra la controrivoluzione stalinista – il progetto libertario degli anarchici. E i nomi dei volonterosi agenti italiani che, più stalinisti di Stalin, si dettero da fare nel ruolo di becchini, non vengono lasciati alla fantasia. Parallelamente Bertante non tralascia di descrivere la responsabilità, oggettiva ma non per questo meno importante, che ebbe una certa parte del sindacato anarchico, nel controllare e assopire la tensione rivoluzionaria. Il dibattito, all’interno del movimento anarchico spagnolo e internazionale, non è ancora cessato e i contrasti di allora, fra Los amigos de Durruti e la componente maggioritaria della Cnt, sembra che non possano ricomporsi neppure oggi, a settant’anni di distanza. Anche Errico Nebbiascura, che visse con tanta intensità quella meravigliosa stagione, non ha mai messo la parola fine, anzi, nel trasmettere le sue memorie al nipote ha lanciato il testimone a una nuova generazione perché possa ricominciare a sognare un mondo nuovo.

Massimo Ortalli


Tutti si davano del “tu”
Gli anarchici avevano ancora il virtuale controllo della Catalogna e la rivoluzione era ancora in pieno vigore. A chiunque si fosse trovato là fin dal principio, probabilmente doveva sembrare, già in dicembre o in gennaio, che il periodo rivoluzionario volgesse alla fine; ma per chi fosse venuto direttamente dall’Inghilterra, l’aspetto di Barcellona era qualcosa che sconvolgeva e sopraffaceva. Era la prima volta che mi trovavo in una città dove la classe operaia era al potere. Praticamente ogni edificio di qualsiasi dimensione era stato occupato dai lavoratori e drappeggiato con bandiere rosse o con le bandiere rosse e nere degli anarchici; su ogni muro erano stati scribacchiati la falce e il martello con le iniziali dei partiti rivoluzionari; quasi ogni chiesa saccheggiata e le immagini sacre riarse.
Qua e là le chiese venivano sistematicamente demolite da squadre di operai. Botteghe e caffè esibivano scritte che ne annunciavano la collettivizzazione; perfino i lustrascarpe erano stati collettivizzati e le loro cassette dipinte in rosso e nero. Camerieri e inservienti di negozio vi guardavano in faccia e vi trattavano alla pari. Forme servili o anche soltanto cerimoniose del parlare erano temporaneamente scomparse. Nessuno diceva « Señor » o « Don » e nemmeno « Usted »; ognuno chiamava gli altri « compagno » usando il « tu » e diceva « Salud! » invece di « Buenos días ».
Qualsiasi mancia era proibita dalla legge; la mia prima esperienza, o quasi, fu la lezione ricevuta dal direttore di un albergo perché avevo cercato di dare la mancia al ragazzo dell’ascensore. Non c’erano automobili private, erano state tutte requisite dall’autorità militare, e tutti i tram e i tassí, come gran parte degli altri mezzi di trasporto, erano verniciati di rosso e nero. I cartelloni rivoluzionari, ovunque, fiammeggiavano sui muri in nitidi rossi e blu che facevano sembrare gli altri manifesti, pochi e superstiti, semplici chiazze di fango. Per la Ramblas, l’ampia arteria centrale di Barcellona dove fiumane di folla andavano e venivano senza posa, gli altoparlanti tuonavano rimbombanti canzoni rivoluzionarie per tutto il giorno e gran parte della notte.
Ed era l’aspetto della folla la cosa più straordinaria. Esteriormente, si trattava di una città ove i ceti ricchi avevano praticamente cessato di esistere. A eccezione d’una sparuta minoranza di donne e di stranieri, non c’era assolutamente « gente ben vestita ». Tutti, in pratica, indossavano i rozzi panni della classe operaia, o tute blu o qualche variante della uniforme dei miliziani. Tutto ciò era bizzarro e commovente.
C’erano molte cose che non comprendevo, in un certo senso tutto ciò non mi piaceva, ma riconobbi nella situazione immediatamente uno stato di cose per il quale valeva la pena di battersi. Inoltre credevo veramente che le cose fossero come apparivano, che quello fosse realmente uno Stato di lavoratori e l’intera borghesia fosse o fuggita, o stata uccisa, o spontaneamente si fosse schierata coi lavoratori; non m’accorsi che numerosi borghesi benestanti s’erano semplicemente nascosti, camuffandosi per il momento da proletari.

George Orwell
da “Omaggio alla Catalogna

 

 

Le giornate di maggio
Negli ultimi giorni d’aprile del 1937 si vengono a sapere le intenzioni del governo di disarmare gli operai di Barcellona e di ripristinare il monopolio poliziesco del potere. Comincia con ciò l’ultimo atto del dramma della CNT-FAI, la “ settimana di sangue di maggio ” di Barcellona. Avvengono i primi scontri. Operai e polizia cercano di disarmarsi a vicenda. Il 3 maggio comincia la vera e propria battaglia per le strade. Comunisti armati assalgono la centrale telefonica, che si trova nelle mani della CNT. In seguito a ciò, senza aspettare ordini da nessuno, gli operai dell’intera Barcellona entrano in sciopero generale. Si innalzano barricate, i punti più importanti della città sono occupati dagli operai. La direzione della CNT non muove un dito. Il governo centrale spedisce cinquemila uomini della polizia speciale, che il 7 maggio marciano su Barcellona. L’ultimo movimento autenticamente rivoluzionario, fino ad oggi, della classe operaia spagnola viene schiacciato; si hanno cinquecento morti. La CNT dichiara: “ Non possiamo far altro che attendere gli eventi ed adattarci ad essi nella maniera migliore ” (García Oliver).
Con ciò venne spezzata la spina dorsale dell’anarchismo spagnolo; la CNT condusse da quel momento in poi un’esistenza fantomatica ed osservò impotente la liquidazione dei resti della rivoluzione spagnola. Già in maggio la FAI fu dichiarata organizzazione illegale. Il ministro comunista Uribe chiese la messa fuori legge del POUM, provocando così una crisi di governo a Madrid; Largo Caballero fu rovesciato, perché ai comunisti sembrava troppo a sinistra; al suo posto subentrò Negrín, avversario deciso di qualsiasi collettivizzazione e difensore sperimentato della proprietà privata.
Nel giugno del 1937 i capi del POUM furono arrestati; la caccia alle streghe contro i “trotzkisti” (gente di cui lo stesso Trotzckij d’altronde benpoco voleva sapere) culminò nell’assassinio del loro capo, Andrés Nin, da parte di agenti della NKWD. Una circolare del governo vietò, in agosto, qualsiasi critica all’Unione Sovietica; il nuovo Servicio de Investigación Militar, SIM, nel quale il Partito comunista deteneva tutti i posti chiave, costituì proprie prigioni e campi di concentramento, che presto si riempirono di anarchici e “deviazionisti di sinistra.” Nello stesso mese di agosto il governo centrale ordinò lo scioglimento del Consiglio di difesa dell’Aragona; era l’ultimo organo di potere rivoluzionario rimasto in terra spagnola. Joaquín Ascaso, che lo presiedeva, fu arrestato; l’undicesima divisione, comunista, marciò contro i comitati di villaggio aragonesi e sciolse i collettivi di produzione agricola. Nel settembre 1937 venne assalita e devastata da parte delle truppe governative la sede del Comitato di difesa della CNT-FAI.

Hans Magnus Enzensbeger
da “La breve estate dell’anarchia

 

Uno squillo di tromba
Compiuti otto anni il mio occhio destro era diventato viola acceso. Scoprivo mio padre guardarmi con un misto di curiosità e di orgoglio perché secondo lui, condividendo il parere dei vecchi delle baracche, quello era un buon segno, il segno che suo figlio non era come tutti gli altri bambini. Allora decise che anche io avrei dovuto cominciare a conoscere le cose del mondo.
Per significare questo importante cambiamento, certe sere mi avrebbe portato con sé alla Soms. La scelta di Ruggero, sono sicuro, diede grande soddisfazione ai suoi amici, perché in mia presenza se ne stava più calmo e dava meno in escandescenze. Senza contare che fra tutti erano una bella banda di teste calde e dopo lo scoppio della guerra le discussioni erano diventate intransigenti e pericolose. Ivan doveva sudare sette camicie per calmare gli animi perché molti parlavano apertamente di Rivoluzione.
La prima volta che sentii quella parola mi fece un effetto sconvolgente. Era come uno squillo di tromba. Un rombo di tamburi. Una carica a cavallo. Solo a pronunciarla gli sguardi si facevano più fieri, i petti si gonfiavano e le voci diventavano tonanti. Poi tutti cantavano tenendo il pugno chiuso ben alzato. A me sembrava una cosa ancora più eroica delle avventure sotto al castello. Più vera e immediata, perché stava capitando in quel luogo e in quel momento e non era una semplice fantasia da bambino. Facevo però fatica a capire chi fosse il nemico, visto che alla Soms la patria come per incanto cessava di esistere e il nemico non erano più gli austriaci ma i padroni, razza a me quasi sconosciuta. Ma andava bene lo stesso. Qualcuno dà combattere l’avrei sicuramente trovato, seguendo la strada della Rivoluzione.

Alessandro Bertante
da “Al Diavul

Una danza di sangue
Se ripenso a quegli attimi la prima cosa che mi viene in mente è proprio il rumore delle grida. Pauroso e impressionante. Copriva ogni cosa, anche il suono delle ossa rotte. Gridavano tutti: i compagni, i camerati, le donne e i bambini. Lontano da me, Antonio picchiava come un forsennato, infuriato per varie ragioni ma soprattutto perché quei beccamorti gli stavano rovinando il ferragosto. Faceva un gran caldo, soffoco di tensione, ma lui si muoveva agile e deciso. Era bellissimo. Schivava e rispondeva, saltando da un lato all’altro della piazza, colpendo senza interruzione con entrambe le mani. Faceva la boxe. Un ballerino sembrava, ma picchiava duro. Pensare che non era nemmeno socialista. Antonio non s’interessava di politica. Istintivamente odiava i fascisti, forse perché odiava suo padre. E poi quella era un’invasione, e alle invasioni si risponde combattendo. Cacciare il nemico barbaro con la forza della giustizia. Io invece continuavo a stare nel mezzo dello scontro, insieme a Cruciani e ad altri compagni della Soms. Mica ero invulnerabile. Ne presi parecchie fra pugni, calci e manganellate. Colpi indifferenti, non li sentivo nella furia della battaglia. Un colpo di pugnale indirizzato a un altro mi ferì di striscio al braccio destro che cominciò a sanguinare. Guardando il liquido rosso e denso sporcare la camicia fui come stupefatto dalla mia forza, dal mio incosciente coraggio. Avevo un solo scopo: abbattere il mio nemico, non permettergli di nuocere, di colpire a sua volta. Di colpire un’altra volta. Quando si lotta non ci sono alternative né pietà, l’istinto di sopravvivenza può farti fare qualsiasi cosa. E può succedere qualsiasi cosa. Anche i gesti folli. Proprio nel momento che la rissa raggiungeva il suo apice di violenza, dalla strada alta per Montecastello arrivò mio padre montando il suo cavallo.
Fu incredibile, una visione leggendaria, narrata per decenni con un filo di voce. Ruggero impugnava una grossa bandiera nera. Una bandiera vecchia ma ancora coi colori nitidi e scintillanti. Nera e bordata di rosso. Il disegno di due grosse mani operaie impegnate a spezzare delle catene. E proprio in mezzo stava la scritta “Per una umanità libera”. Non so proprio da dove l’avesse tirata fuori. Prima di allora non l’avevo mai vista. Spronando con foga il vecchio Gaetano, affiancato dal cane Miche-
le, ringhiante di ferocia bestiale, Ruggero puntò le camicie nere al galoppo, calando la robusta asta sui primi malcapitati che gli capitarono a tiro. La Santa trinità libertaria cambiò le sorti della battaglia.
«Al Diavul!» urlò un vecchio socialista da una finestra. «L’è arivà al Diavul, daghela forta demoniu!».

Alessandro Bertante
da “Al Diavul

Mesi di amore e speranza
Ci sentivamo impotenti mentre le giornate passavano nell’attesa di uno scontro definitivo. Tutte uguali. Tormentate dal caldo e dall’attesa.
L’estate finì con noi che guardavamo il nemico con il binocolo. E loro che guardavano noi. Intanto si cominciava a parlare di militarizzazione.
Una mattina di ottobre arrivò al campo l’ingegnere, Gino Bibbi, l’anarchico toscano bello come un attore del cinematografo. Ci portava in dono due cannoni e un autoblindo. Li aveva comprati in Francia con i soldi del sindacato anarchico. Bibbi era un veterano della lotta antifascista, uomo abituato alle avversità, dalla prigionia all’esilio. Ma nonostante la sua lunga esperienza non riusciva a nascondere il proprio scoraggiamento. Noi sapevamo che di più non si poteva fare. Tutte le armi migliori andavano all’esercito repubblicano impegnato nella difesa di Madrid.
Alle milizie niente. Le milizie stavano ferme. Mesi di noia. Mesi di amore e speranza. Marisol e io credevamo ancora di poter vincere.
A novembre arrivò la notizia della morte di Durruti. Ucciso da una fucilata mentre combatteva i fascisti a Madrid. Fu un duro colpo per tutti i compagni. Era già cominciata l’inesorabile caduta. La lenta disfatta dello spirito prima che delle armi. In cuor mio sapevo che senza Durruti nessuno avrebbe potuto fermarli. Era il crepuscolo della Rivoluzione. Le trame borghesi presto ci avrebbero sopraffatti, a noi stupidi miliziani, a noi poveri ingenui che pensavamo ancora di combattere per la libertà del popolo, per una nuova umanità libera e per tutti i sogni d’uguaglianza. A noi che vivevamo da un’altra parte del mondo.
Vennero i giorni della vergogna.
La Columna de Hierro votò compatta contro l’entrata della Cnt nel governo, oramai controllato dagli stalinisti che si facevano grandi con le armi di Stalin. Ma a Barcellona nessuno ci stava a sentire. Avrebbero dovuto, eravamo l’anima libertaria della Rivoluzione. Fummo gli ultimi a militarizzarci.
Ci furono decine di assemblee. Volarono parole grosse e anche parecchie fucilate. Ci furono esclusioni e lotte fratricide. Ma alla fine accettammo. Arrivarono delle divise e diventammo la ottantatreesima brigata mista dell’esercito repubblicano. Fui nominato tenente. Rifiutai i gradi. Molti compagni schifati dalla nuova gerarchia repubblicana abbandonarono il fronte. I capi anarchici di Barcellona e Madrid stavano vendendo il culo al governo centrale. Era già all’asta da un pezzo, in verità.
Camillo Berneri prese posizione su Lotta di classe, il suo giornale messo in piedi a Barcellona in poche settimane. Più volte scrisse, accusò, gridò l’indignazione dei rivoluzionari per quello che stava succedendo al fronte e nelle retrovie. Berneri scrisse con coraggio, facendo i nomi dei responsabili, attaccando direttamente gli stalinisti spagnoli e perfino degli agenti russi che non si potevano quasi nominare tanto facevano paura. Attaccò anche i capi anarchici che stavano dentro al governo. Non poteva durare.
Si era già aperto il secondo fronte, quello più pericoloso.

Alessandro Bertante
da “Al Diavul