Rivista Anarchica Online


società

E se cominciassimo dalla merendina?
di Antonio Cardella

 

Per esprimere il nostro dissenso dalle politiche economiche dei vari governi che si sono succeduti, perché non dar vita al boicottaggio dei prodotti voluttuari?

 

Io non so se anche voi lo avvertite, ma a me sembra che siamo ridotti tutti a vivere una vita in coma profondo, una vita in cui si sia persa la dimensione non dico dei valori un tempo condivisi, ma della logica più elementare, di un buon senso che serva ad individuare i crinali lungo i quali corrono, paralleli, i binari di un’etica riconoscibile e collettivamente accettata e del suo contrario. Uno stato comatoso che ci isola dal vissuto quotidiano e ci impedisce di individuare il senso e la portata degli eventi che caratterizzano il nostro tempo.
Un esempio di questo ottundimento delle nostre facoltà intellettive è la credibilità che attribuiamo al presunto conflitto tra laici e cattolici che anima convegni e fiumi di inchiostro sulle prime pagine di tutti i giornali scritti o parlati.
Il buon senso (e qui ci risiamo) vorrebbe che a dirimere la questione siano preliminarmente le cornici giuridiche che caratterizzano la formazione di qualunque aggregazione sociale compatibile con la modernità, cornici che definiscono nella sfera del privato l’ambito religioso, con il pieno diritto dei credenti di manifestare la propria fede e di praticarla nelle forme proprie, all’unica condizione che non si interferisca sulle analoghe libertà altrui.
Evidentemente questo elementare principio di convivenza è del tutto trascurato da una parte dei cattolici nostrani ai quali appare legittimo che le gerarchie di uno Stato estero, qual è il Vaticano, pretendano di inserire nella legislazione italiana limitazioni delle libertà di tutti i cittadini, credenti o no, limitazioni che rispondono a visioni del mondo particolari, fideistiche e irrazionali. Tali visioni del mondo presuppongono, con un’arroganza che è tipica di tutti i fondamentalismi religiosi, la validità universale di Verità rivelate che vanno imposte nella vita pubblica dell’intera comunità.
Nell’articolo che è apparso sullo scorso numero della Rivista (Anche la Chiesa nel suo piccolo, “A” 333), ho cercato di chiarire qual è, secondo il mio parere, la strategia delle gerarchie ecclesiastiche in una congiuntura storica che li vede in grandi difficoltà, sia per questioni interne, sia per un più difficile impatto con nuove emergenze esterne particolarmente complicate. Si crede di potere ovviare alle une e alle altre irrigidendo il dettato dottrinario e precludendo qualsiasi via al dialogo: il silenzio ostile che è piombato sulle pur timide aperture del Concilio Vaticano II basta a testimoniare l’arrogante isolamento al quale si destina il papato attuale.

Cuffaro e l’altare?

Questo relativamente repentino accidentarsi dei percorsi è sotto gli occhi di tutti ed è comprensibile che i cattolici avvertano i disagi della loro chiesa. È incomprensibile che pretendano di scaricare sull’intera comunità le loro frustrazioni, costringendo i cittadini tutti a condividere le loro ansie e ad accettare acriticamente le loro istanze. È spropositato che un papa pretenda di tenere una lectio magistralis all’apertura dell’anno accademico di una università pubblica (con la complicità di un rettore che, nella migliore delle ipotesi, ignora i doveri derivanti dal suo ruolo) e poi si lamenti che a furor di popolo gli sia impedito di tenerla. È certamente lecito che alcune parrocchie di Palermo abbiano inscenato funzioni religiose per esorcizzare la condanna di Totò Cuffaro, governatore della regione Sicilia, poi, ogni tanto succede, riconosciuto colpevole di collusione con alcuni mafiosi, salvo indignarsi se si adombrava, da parte di qualche laico malizioso, una sorta di benevola condiscendenza della chiesa siciliana verso interessi non propriamente trasparenti.. Quando un altare si rende disponibile ad accogliere le istanze di un Cuffaro è difficile pretendere che l’ostensorio non ne soffra.
Ho sempre trovato un poco truculenta la celebre frase che definisce la religione l’oppio dei popoli: se alcuni uomini avvertono la fede religiosa come un bisogno, uno stimolo per affrontare meglio le molte difficoltà della vita, troverei ingiusto impedir loro di praticarla, così come troverei ingiusto interferire sul bisogno di chi cerca rifugio nella filosofia per trovare conforto alle molte domande che rimangono ancora senza risposta.
Certo, se poi il cattolico si appalesa come l’Alberto Sordi nel celebre film Il marchese del Grillo il quale, uscito indenne da una retata della polizia pontificia in una sordida taverna romana, si rivolge ai poveracci incatenati ammonendoli: “Io (cattolico, apostolico romano) sono io e voi (miscredenti) non siete un cazzo”, allora troverei opportuno intervenire per rintuzzare decisamente tanta protervia.
In sintesi: io penso che se il conflitto tra laici e cattolici dovesse riguardare la sfera della fede (o della mancanza di fede), trasferito sul piano della convivenza civile, sarebbe un conflitto fittizio, strumentale, perché la Costituzione, in Italia, assicura ai credenti e ai non credenti pari legittimità, con eguali diritti ed eguali doveri. Temo viceversa che il conflitto vero riguardi l’aspirazione, da parte dei cattolici, ad un’egemonia che consenta una trasformazione in senso confessionale dello Stato laico, uno Stato dove possano passare tutte le istanze oscurantiste di una religione, quella delle gerarchie cattoliche, appunto, che aspira a recuperare uno spazio territoriale dal quale lanciare i suoi anatemi anacronistici, i suoi messaggi antistorici e sostanzialmente repressivi delle libertà altrui.
A questa guerra di conquista bisogna rispondere con decisione, somministrando, ai Ratzinger e ai loro sostenitori, dosi adeguate di tranquillanti, rimettendoli a sedere sui loro troni da operetta e impedendo che procurino seri danni alla civile convivenza.

Consumi penalizzati

Tutto questo succede perché, come affermavo all’inizio, il sonno della ragione genera mostri.
Alzare il tono su problematiche così inessenziali, pretestuose, lontane dalla percezione del popolo, che ha ben altre matasse da dipanare, serve a distogliere l’attenzione da incombenze reali e sempre più ineludibili. Serve a mascherare l’incapacità di intervenire, e di intervenire strutturalmente, sullo zoccolo duro della redistribuzione di una ricchezza sempre più avara, una ricchezza che scorre prevalentemente sul versante dei profitti, dell’accumulazione destinata alla speculazione e che lascia al palo, viceversa, la remunerazione del lavoro e gli investimenti produttivi. È una dinamica che penalizza un settore rivelatore del benessere diffuso, che è quello dei consumi. L’azione combinata della riduzione della capacità di spesa della gente con l’impennata dei prezzi crea un circolo perverso che detonifica l’intero contesto, aumenta l’inflazione (che penalizza sempre i più poveri) e allarga la forbice tra le categorie più povere e i sempre più ricchi.
Che la scelta di penalizzare la redistribuzione equa della ricchezza sia ormai una scelta miope e suicida lo dimostrano i sommovimenti che stanno avvenendo nel comparto borsistico, nel quale la componente del piccolo ma solido risparmio delle famiglie è scomparsa del tutto per dare spazio a flussi di capitali speculativi (e perciò volatili), che stanno procurando i disastri che sono sotto gli occhi di tutti.
Siamo già in fase recessiva. In Italia si ridurrà sempre più drasticamente il volume delle esportazioni, che è il settore più rilevante della ricchezza complessiva del sistema. E questo avviene sia per la debolezza del dollaro (l’America continua a scaricare sull’Europa le falle del suo sistema economico), sia per l’emergere di prodotti a buon mercato, provenienti da paesi in rapida crescita, che, di fatto, espellono dal mercato prodotti italiani determinanti per la tenuta dei nostri conti con l’estero.
Di tutto questo (e di molto d’altro, come la crisi del sistema creditizio, fondamentale per la crescita) la politica non si occupa: preferisce andar dietro alle prurigini mistico-sessuofobiche dei Casini, dei Buttiglioni, dei teocom e dei teodem che infestano tutti gli schieramenti.
Ma se lo stato comatoso della politica ufficiale è, in una certa misura, fisiologico di un sistema bloccato, incapace di regolare dinamiche dallo stesso sistema attivate, non è che sull’altra sponda si sia molto svegli. I così detti movimenti alternativi sono spariti e quelli che ancora timidamente e sempre più di rado alzano la testa perdono la loro credibilità per l’evanescenza e la genericità dei loro messaggi. La pace è certamente da perseguire e il capitalismo è certamente da contrastare e da sconfiggere, ma quando si passa dalla parola all’azione, non mi pare che si siano individuati percorsi percorribili.

Boicottiamo i prodotti voluttuari!

Anche noi dell’area libertaria, che siamo certamente i meno compromessi con il sistema di potere vigente purtroppo in ogni angolo del mondo, anche noi stentiamo a svegliarci e ad aprire le finestre per fare entrare la luce.
Certo anche noi siamo in una certa misura annichiliti dalla vastità e dalla profondità dei problemi che incombono sul mondo contemporaneo e dalla difficoltà di trovare il bandolo della matassa per invertire una tendenza che porta la barca dell’intera umanità verso i gorghi di una rapida sempre più prossima alla cascata rovinosa.
Qualcuno suggerisce: smettiamo di parlare di rivoluzione e proviamo a farla. Suggestivo. Ma come e con chi la facciamo?
Certo, possiamo darci appuntamento, quelli che siamo, a Piazza del Popolo per liberarci dallo zar Silvio o dallo zar Walter, ma poi ci troveremmo fatalmente il fiato sul collo di quelle centinaia di migliaia di donne e di uomini che ascoltano, persuasi, il loro messaggio. E allora che facciamo, le liste di proscrizione? Organizziamo le deportazioni di massa verso la Val d’Aosta, dove anch’io vorrei andare se gli acciacchi dell’età non me lo impedissero?
Ho scritto altre volte che la strada da provare per iniziare un percorso che abbia un minimo di senso, è alla portata di tutti (ovviamente di tutti coloro che invocano un’inversione di tendenza) ed è quella di provare ad inceppare i meccanismi della produzione capitalistica laddove è più debole perché dipende dal mercato dei consumatori. Se si provasse a boicottare sistematicamente la produzione di prodotti voluttuari, quei prodotti che non sono strettamente necessari all’uomo nel suo stadio attuale (distinzione rigorosa tra bisogni reali e bisogni indotti), forse cambierebbe – nel medio/lungo periodo – non solo la logica che presiede attualmente allo spreco e al disastro ambientale, ma muterebbe anche la percezione dei consumatori su ciò che è utile all’uomo e ciò che non lo è.
Voi direte che è difficile trovare seguito in questo percorso (che avrebbe conseguenze a caduta tutte da esplorare), ed è vero. Ma se non si riesce a convincere la gente a rinunciare ad una merendina, come si può ipotizzare di portarla in piazza per sovvertire l’ordine costituito?

Antonio Cardella