Rivista Anarchica Online


società

Schiavitù e tratta di esseri umani
di Edoardo Puglielli

 

Un fenomeno mondiale ben lungi dall’appartenere al passato.

 

Premessa

Il primo Stato a sopprimere – seppur solo formalmente – la tratta degli schiavi è il Regno Unito, con l’approvazione nel 1807 dell’Abolition of the Slave Trade Act, seguito dallo Slavery Abolition Act del 1883. In precedenza, nel 1794, solo la Francia aveva alzato la voce contro il fenomeno, seguita dalla Danimarca (1796), dall’Olanda (1814) e dalla Svezia (1815). Nel 1815 per la prima volta la schiavitù è condannata in Europa con la Dichiarazione per l’abolizione universale della tratta degli schiavi. Qualche anno prima (1808) erano stati gli USA ad abolire il commercio “legale” degli schiavi. L’ultimo stato del continente americano a liberare gli schiavi è il Brasile, nel 1888. Nel 1926 la Società delle Nazioni elabora per la prima volta la definizione giuridica internazionale della schiavitù. Nel 1948 la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea generale dell’ONU, afferma che “nessuno deve essere tenuto in schiavitù o servitù; la schiavitù e il traffico degli schiavi devono essere proibiti in tutte le loro forme”. Gli ultimi stati a dichiarare illegale il commercio degli schiavi sono l’Arabia Saudita, nel 1962, e la Mauritania, nel 1981.

Schiavitù: vecchie e nuove

Schiavitù ha sempre significato perdita del libero arbitrio e della libera scelta, con l’aggiunta di violenze esercitate dal padrone e/o da membri dell’apparato di potere. Con il passare dei secoli lo schiavismo non è mai scomparso, anzi, ha trovato sempre nuove realtà su cui far attecchire le proprie radici, riuscendo a porre le basi per un fenomeno di una vastità e di una gravità senza precedenti.
Nella storia dell’umanità si sono registrati infiniti casi di sfruttamento pieno e totale sull’uomo da parte dell’uomo. Nella Grecia e a Roma, ad esempio, gli schiavi potevano essere educatori, artisti e scrittori. Giuridicamente erano schiavi ma godevano di un certo rispetto della popolazione grazie alle loro capacità e abilità. Fino all’età Moderna lo schiavismo si fondava sulla proprietà dello schiavo da parte del padrone. Questi deteneva dei contratti di proprietà che gli conferivano i diritti di vita, alienazione, trasmissione ereditaria e morte sullo schiavo e sulla sua famiglia. Tuttavia il padrone conosceva dei limiti alla sua brutalità, impostigli non dalle leggi o dalla coscienza ma dal costo dello schiavo. Questo, infatti, veniva comprato nel corso di aste al rialzo e il suo prezzo era generalmente elevato. Lo schiavo passava in proprietà all’erede del padrone che, pur potendolo vendere o regalare, doveva comunque occuparsi di lui anche in vecchiaia e fino alla sua morte. Ciò voleva dire che, a fronte dell’alto investimento necessario per l’acquisto, il padrone doveva detrarre dai profitti derivanti dal lavoro schiavistico le spese necessarie al controllo, al vitto, all’alloggio, alle cure mediche così come al vitto e all’alloggio in vecchiaia. In pratica, superato il picco di produttività garantito da uno schiavo giovane, il lucro tendeva a diminuire mentre i costi di mantenimento incrementavano.
Dopo l’approvazione dello Slavery Abolition Act (1883) le cose cambiarono. Coloro che fino a quel momento avevano prosperato grazie al commercio e allo sfruttamento degli schiavi capirono molto facilmente che solo chi può “liberamente” lavorare per guadagnarsi da vivere rappresenta una vera fonte di produzione di ricchezza. In definitiva, sarebbe stato molto più remunerativo affrancare gli schiavi, riconoscendo loro il diritto ad un lavoro salariato e ad un’esistenza “libera”. Costa molto meno infatti pagare un salario ad un lavoratore libero piuttosto che comprarlo e garantire a lui e alla sua famiglia vitto, alloggio e indumenti, curarlo in caso di malattia, sostentarlo in vecchiaia e gestire la macchina del terrore necessaria ad evitarne la fuga. In Alabama, ad esempio, nel 1850 uno schiavo agricolo costava 1.500 dollari (circa 30.000 dollari in valuta corrente); oggi un lavoratore equivalente lo si può avere per circa 100 dollari. Da allora ad oggi la schiavitù si è trasformata e ha svestito le sue sembianze tradizionali. Sono cambiati i soggetti, mutate le modalità, cresciute a dismisura le cifre che ruotano attorno a questo fenomeno, evolute le forme di violenza, costrizione, trasporto, ricatto, acquisto, sfruttamento e vendita delle vittime.
Allo stato attuale, le modalità relative alla riduzione in schiavitù, alla durata e alla durezza dello sfruttamento degli schiavi cambiano di paese in paese. A livello globale però si assiste ad una standardizzazione del fenomeno, caratterizzato dal “possesso” e dal controllo piuttosto che dalla “proprietà” diretta della vittime, sfruttate finché sono in grado di garantire adeguati profitti per poi essere lasciate al proprio destino, con la prospettiva, nella migliore delle ipotesi, di vivere i restanti anni della loro vita in condizioni di profonda indigenza, malattia e vergogna. Il fenomeno della tratta degli esseri umani è in costante e significativo aumento e la presenza in quasi tutte le aree del mondo di forme di asservimento riconducibili alla schiavitù e alla servitù scaturisce essenzialmente dall’attuale scenario economico.

Quale razzismo?

Un aspetto della schiavitù tradizionale era rappresentato dell’elemento etnico: lo schiavista era generalmente un razzista che non avrebbe mai obbligato in schiavitù una persona della sua etnia. Parliamo del cosiddetto “razzismo universalista”, o “biologico”, o “scientifico”, della razza dominante sulle altre, a cui la selezione naturale “dona” le caratteristiche della superiorità e del potere, costituendo con le “altre razze” rapporti di dominio e di sudditanza Anche lo sterminio era ritenuto funzionale all’accelerazione del processo naturale di selezione, in quanto impediva inutili e dannose mescolanze. Questa logica ha presieduto, il colonialismo, l’imperialismo fino alla costruzione dei lager e allo sterminio delle “razze inferiori”: gli ebrei, gli zingari, gli slavi e tutti gli altri esseri umani considerati inferiori come gli omosessuali, i portatori di handicap, i malati mentali, i “diversi”. Col passare del tempo l’elemento razzistico presente nelle forme di subordinazione/schiavitù è mutato. Al rapporto di dominio si sostituisce e/o si aggiunge quello della separazione e del distanziamento/esclusione (razzismo “culturale”) allo sterminio lo sfruttamento: il rapporto di dominio in pratica, varia in vista di vantaggi economici che possono derivare dai processi di inferiorizzazione che portano alla subordinazione dei “diversi”. Le due logiche sono separate ma l’esperienza storica dimostra come esse possano frequentemente associarsi: una logica di inferiorizzazione ha bisogno di essere sostenuta e rafforzata dalla logica di differenziazione; reciprocamente, una logica di differenziazione, se non si connette a quella di inferiorizzazione, porta al muro contro muro che sfocia in qualcosa che non è propriamente razzismo e cioè nella violenza (M. Wieviorka, Lo spazio del razzismo, Il Saggiatore, Milano, 1996).
Allo stato attuale le componenti etniche, culturali e religiose cedono il posto all’appartenenza di classe e alle domande del mercato, marcando ancor più logiche di separazione, distanziamento ed esclusione. In questo scenario sono le scelte economiche messe in atto dagli stati a sviluppare politiche che comportano una vera e propria esclusione e discriminazione di massa, contribuendo ad incrementare il fenomeno della schiavitù e dello sfruttamento. Scelte a cui tutto viene subordinato: la scienza, la tecnica, le istituzioni, i valori morali, il passato storico, l’espansionismo militare. Scelte che plasmano tutti gli ambiti della vita politica e sociale a tutti i livelli. Le nuove modalità di sfruttamento comportano indiscriminatamente molteplici violazioni dei diritti fondamentali degli esseri umani come il diritto alla vita, quello alla dignità e alla sicurezza nonché il diritto alla salute, all’eguaglianza e i diritti previsti a tutela del lavoratore. Questa situazione si ricollega ad ampi processi di mutamento sociale: le trasformazioni avvenute nel corso degli anni ’90 nell’Est europeo, una iniqua divisione del lavoro e della disponibilità di risorse tra nord e sud del mondo, il riproporsi sullo scenario internazionale di guerre preventive e permanenti che hanno accresciuto le disuguaglianze sociali, “etnicizzato” i conflitti, militarizzato i territori, alimentando negli spostamenti delle popolazioni i traffici illegali ad essi collegati.

Esempi

Tra il giugno e il luglio del 2007 vengono alla luce nuovi casi in Brasile, Malaysia, Indonesia e Cina. L’unità del governo brasiliano impegnata contro la schiavitù libera più di 1.000 lavoratori in una piantagione di canna da zucchero in Amazzonia. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) la definisce la più vasta operazione del genere mai compiuta in Brasile. I lavoratori sono stati trovati in condizioni degradanti, senza un posto dove dormire, mangiare o mantenere un minimo di condizioni igieniche. In Brasile, dove un anno prima moriva il trentanovenne Juraci Barbosa dopo aver lavorato la canna da zucchero per 70 giorni di fila sotto il sole: in media dieci tonnellate di canna da zucchero tagliate ogni giorno. La produttività dei lavoratori della canna da zucchero nel solo Stato di San Paolo è aumentata del 7,89% negli ultimi tre anni: quindici persone, dopo Barbosa, sono già morte per sfinimento. Qualcuno li ha definiti sbrigativamente “effetti non previsti della rivoluzione pulita” del Brasile, quella del bioetanolo, che rappresenta per molti la speranza per una politica energetica alternativa e meno inquinante. Ma il bioetanolo non si produce dal nulla. Si ottiene mediante un processo di fermentazione delle biomasse, come per esempio da canna da zucchero. Produzione questa che nel solo 2006 in Brasile è stata quasi di seimila litri per ettaro coltivato, una cifra enorme se si pensa che nel 1975 era di duemila litri. I lavoratori delle piantagioni, sfruttati dall’aumento della mole di lavoro di questi ultimi anni, erano già scesi in piazza nel mese di maggio, protestando davanti all’Agrishow, la più importante fiera agricola del paese, per ottenere aumenti salariali (un lavoratore di canna da zucchero oggi guadagna in media 450 reais mensili, circa 170 euro) e una settimana lavorativa di 30 ore ufficiali contro le 44 impostegli. La produzione di bioetanolo del Brasile è arrivata a coprire circa il 20% dei consumi di carburante dei trasporti interni e, lo zucchero, insieme al bioetanolo, è il secondo prodotto agricolo d’esportazione con giri d’affari valutati attorno agli otto miliardi di dollari. L’eccessiva pressione produttiva ha portato ad una nuova forma di schiavitù in un paese che l’ha abolita solo nel 1888.
In Malaysia invece un caso eclatante riporta all’attenzione il problema dello sfruttamento delle lavoratrici immigrate: Ceriyati Dapin, domestica indonesiana di 33 anni, fugge nel giugno 2007 con una fune fatta di coperte dal 15° piano di un palazzo dall’appartamento dove viveva e lavorava a Kuala Lumpur, per fuggire dalle violenze dei suoi datori di lavoro. Stime ufficiali parlano addirittura di circa 1.200 domestiche indonesiane in fuga ogni mese e le cause sono riconducibili a maltrattamenti di vario tipo, orari di lavoro disumani, mancanza di libertà di movimento. Niente di diverso da ciò che viene definito “razzismo frammentato”, cioè quel pensiero che comincia a manifestarsi apertamente nei confronti delle minoranze e dei lavoratori immigrati, “quantificabile” ad esempio nei sondaggi d’opinione. La violenza è più frequente e reiterata, tanto da non poter essere più considerata un fenomeno secondario, azione di squilibrati o prodotto di una situazione particolare. Segregazione e discriminazione sono più marcate, percepibili in diversi ambiti della vita sociale o con una chiara collocazione spaziale.
In Cina infine si parla ancora di “schiavi del mattone”, bambini rapiti e impiegati nelle fabbriche di mattoni delle province rurali. La polizia ammette di saperlo da anni ma non è mai intervenuta. Tutto emerge nel giugno 2007, dal racconto di uno schiavo-operaio di 16 anni, per mesi “detenuto” in una fabbrica dello Shanxi. Anche Chen Chenggong, 16 anni, dice di aver accettato una buona offerta di lavoro fattagli da uno sconosciuto mentre era alla stazione ferroviaria di Zhengzhou. In poche ore si è trovato dentro un minibus con altre dodici persone, portato in una fabbrica di mattoni della contea di Hongtong (Shanxi) per lavorare 20 ore al giorno, senza paga, poco cibo e frequenti percosse. Liberato, racconta di aver visto più di una volta “funzionari con le uniformi della polizia” visitare la fabbrica. Mesi passati dormendo sui mattoni senza coperte, percossi con sbarre e bastoni da guardie quando erano “troppo lenti” nel lavoro e con sei cani per riprendere chi tentava di fuggire. Alla scoperta del caso è seguita la liberazione di 591 operai – tra cui 51 bambini – costretti a lavorare tra 14 e 20 ore senza salario.
Fonti del maggio 2007 denunciano che in Nepal sono dalle 5.000 alle 7.000 le giovani vittime della tratta. Dal Marocco invece sono migliaia le donne che, partite per lavorare nei paesi del Golfo come hostess o parrucchiere, si sono ritrovate sequestrate, picchiate e forzate a prostituirsi; chi ha provato ad evadere è stata imprigionata e persino assassinata.

Tratta e immigrazione

Il lavoratore migrante, privo di protezione e affetto, è esposto a gravi rischi di natura non solo psicologica. La criminalità organizzata aspetta al varco persone che non conoscono la lingua e la cultura del paese in cui arrivano, che non hanno un posto in cui stare o denaro con cui potersi garantire la sopravvivenza. Nella maggior parte dei casi i migranti lasciano le loro case per cercare fortuna altrove senza avere un contatto sicuro o una speranza di lavoro nel luogo di destinazione. Spesso non sono in grado di emigrare autonomamente e devono affidarsi a gruppi organizzati che forniscono loro qualche forma di assistenza in cambio di denaro. Non di rado, dietro il viaggio si nasconde un inganno, una promessa di lavoro fatta da reclutatori di professione, individui e gruppi che hanno trasformato il trasporto di esseri umani in un gigantesco giro d’affari. Altre volte i reclutatori non chiedono in cambio soldi in contanti alle vittime, con la prospettiva di essere pagati dai gruppi criminali nei luoghi di destinazione. In altri casi intascano sia il pagamento per il passaggio da parte del migrante che quanto pattuito da parte dell’acquisto di schiavi all’atto della consegna.
La tratta di esseri umani a scopo di sfruttamento è un mercato gestito da organizzazioni le cui ramificazioni entrano nei diversi paesi anche grazie alla copertura offerta da alcuni settori della politica, della burocrazia, della diplomazia, del personale presente nelle ambasciate e nei consolati e delle forze dell’ordine. Le minacce, la violenza e il ricatto possono iniziare nel paese d’origine, proseguire durante il trasferimento e riproporsi nel paese di destinazione. Alcuni migranti, ad esempio, vengono reclutati direttamente dai gestori del traffico mediante l’inganno e la violenza allo scopo di sfruttarli. Altri invece, disponendo di un capitale proprio, contattano direttamente i trafficanti che gestiscono il trasferimento delle persone allo scopo di giungere nel paese di destinazione ma finiscono ugualmente nella rete dello sfruttamento. Si pensi semplicemente all’ipotesi in cui il migrante non sia in grado di mantenersi una volta giunto nel paese straniero e sia costretto a chiedere aiuto ad organizzazioni criminali presenti nel territorio. Questa situazione evidenzia la possibilità concreta di divenire vittime degli sfruttatori anche in conseguenza non dell’esser stati “trafficati”, ma semplicemente dal non aver considerato i rischi e soprattutto i costi necessari per la realizzazione del progetto migratorio. Un ennesimo caso del genere emerge ad esempio nel maggio 2007 a Bolzano. Si parla di violazioni, estorsioni, truffa e sfruttamento. Centinaia di operai extracomunitari e neocomunitari impiegati nel settore edile e disposti a lavorare – rigorosamente in nero – in condizioni davvero difficili da sopportare. Impiegati dalle sette del mattino alle sei del pomeriggio per venti o trenta euro al giorno, trattati da schiavi e gestiti da caporali di turno che sanno bene di avere di fronte persone ricattabili.
In altri situazioni non è raro che il lavoratore migrante entri in questo circolo dopo aver contratto precedentemente debiti con il reclutatore. Il debito può essere rappresentato dalla somma pattuita per il viaggio, oppure, ancor peggio, a causa di precedenti prestiti.
Ciò che accomuna le molteplici situazioni del mercato degli esseri umani dunque è l’esistenza di un debito che la vittima ha contratto nei confronti del trafficante e/o dell’organizzazione per raggiungere ed entrare nel paese di destinazione. Le vittime, per disobbligarsi dai debiti contratti, dovranno accettare, a rischio di subire altre violenze, di entrare nel circuito del lavoro nero o della prostituzione. Naturalmente lo sfruttato non salderà il debito finché non sarà lo sfruttatore a deciderlo, il che accadrà solo quando il valore aggiunto garantito dallo schiavo non sarà più tale da giustificarne il possesso ed i rischi connessi. L’organizzazione tiene letteralmente in pugno la persona trafficata, impedendole, nei fatti, una volta arrivata, di ottenere dalla propria attività un guadagno che le consenta di estinguere il debito originario. Quel debito insomma non deve essere pagato perché è la catena che lega la persona trafficata all’organizzazione che la sfrutta. Il debito inoltre può passare di mano in mano, da creditore a creditore, lievitando ad ogni passaggio e diventando ben presto impossibile da saldare. Due cellule che utilizzavano i Centri di prima accoglienza (Cpa) di Crotone e Caltanissetta per affari legati allo sfruttamento dell’immigrazione clandestina, riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani, vengono individuate nell’aprile 2007. L’organizzazione, dopo aver gestito lo sbarco di quello che veniva chiamato il “carico umano”, ne agevolava la fuga dai Centri di accoglienza di Isola Capo Rizzuto e Caltanissetta. Gli immigrati venivano così presi in carico da altri trafficanti e segregati in condizioni di vera e propria schiavitù sino al pagamento di un riscatto. I parenti delle vittime, in Italia o nei paesi di origine, erano costretti a pagare la libertà dei congiunti versando 500 euro a persona. Si stima che nel solo ultimo anno l’organizzazione abbia trafficato almeno 2.500 persone. Le due cellule avevano basi operative in Egitto ed in Libia, ramificate in Calabria, Sicilia e Lombardia e, oltre ai viaggi, gestivano anche il giro d’affari dello schiavismo.
Spesso accade anche che famiglie si indebitino con usurai implicati nel commercio degli schiavi, i quali, chiedendo la restituzione del proprio credito, possono in alternativa decidere di considerare annullato il debito in cambio di una contropartita umana: un bambino da avviare al lavoro nelle fabbriche o nelle piantagioni vita natural durante; una bambina da utilizzare come domestica e da avviare allo sfruttamento sessuale per poi rivenderla ad altri padroni. La cessione di un figlio da parte della famiglia può avere lo scopo di rendere un debito a un creditore oppure, semplicemente, di guadagnare denaro entrando così direttamente nel giro perverso dello sfruttamento schiavistico. In altri casi invece sono state offerte alle famiglie somme di denaro come anticipo di guadagni di un ipotetico lavoro che si sarebbe dovuto trovare al bambino o alla bambina; sulla base di tale debito è iniziato lo sfruttamento. Bambini obbligati a fabbricare oggetti o capi di abbigliamento nelle fabbriche o a tagliare, trasformare e inscatolare frutta, caffè, cocco nelle piantagioni; giovani ragazze forzate a prostituirsi dietro la minaccia di ritorsioni fisiche, costrette a vendersi sette giorni alla settimana per pagare un debito che non potranno azzerare mai, stuprate dagli stessi padroni per cancellare in loro qualsiasi spirito di ribellione e idea di fuga; persone private della propria umanità, trattate alla stregua di un oggetto, comprato o venduto come fosse una cosa di proprietà di un altro essere umano. Sono stati addirittura scoperti villaggi in cui l’intera popolazione è vincolata da un debito ereditario. Forse era tutto iniziato al tempo dei loro nonni o dei loro bisnonni – pochi sono in grado di ricordarlo – fatto sta che ad un certo momento del loro passato le famiglie avevano iniziato a lavorare gratuitamente per rifondere un prestito in denaro.
Fino all’Ottocento dunque era la scarsità a rendere gli schiavi preziosi. Oggi il nuovo colonialismo porta con sé l’aumento della povertà, provocando quotidianamente la dilatazione dell’offerta di schiavi sul mercato. Che senso avrebbe acquistare degli schiavi a vita quando con una spesa molto minore e con meno rischio è possibile, attraverso la morsa del debito, costringere milioni di persone a prostituirsi e a lavorare gratuitamente? Questo è il principale elemento che distingue lo “schiavismo tradizionale” da quello contemporaneo. Lo schiavista, oggi, rifugge la proprietà e preferisce il possesso. Ciò vuol dire che minimizza le spese, che può rubare gli anni migliori della vita del suo schiavo massimizzando il profitto, che può poi gettare via la sua vittima e reclutare nuovi essere umani e ripetere tutto da capo. Ecco allora il senso dei cosiddetti “schiavi usa e getta”: persone che hanno un bassissimo costo d’acquisto, che rendono elevati profitti nel corso di rapporti di dipendenza brevi o brevissimi. Questo nuovo schiavismo evita risolutamente la proprietà della persona, si disinteressa delle differenze etniche come dei trattati internazionali e pesca le sue vittime in un enorme serbatoio di potenziali schiavi grande come tutto il mondo.
I nuovi schiavi sanno benissimo che la loro schiavitù è illegale ma la forza, la violenza e la coercizione psicologica spesso finiscono per spingerli ad accettarla. E quando gli schiavi iniziano ad accettare il ruolo e ad identificarsi con il padrone non è più necessario un costante vincolo fisso. Arrivano a percepire la propria situazione non come il frutto di un’azione deliberata volta a colpirli individualmente ma come parte di uno stato di cose “normale”. La psicologia dello schiavo è altresì riflessa in quella dello schiavista: è un insidiosa mutua dipendenza difficile da rompere per l’uno non meno che per l’altro. Nonostante la violenza e le condizioni di vita e di lavoro, le persone in schiavitù hanno una loro integrità mentale e i loro meccanismi per la sopravvivenza. Alcune arrivano anche ad apprezzare certi aspetti della loro vita, magari la sicurezza che viene dal capire esattamente come vanno le cose. Quando si turba questo ordine, improvvisamente tutto diventa confuso. Alcune donne liberate ad esempio, hanno tentato addirittura il suicidio. Sarebbe facile pensare che ciò sia avvenuto per gli abusi attraverso i quali sono passate. Ma per alcune di queste la schiavitù aveva costituito il principale punto fermo della loro vita.

Bambini

Il guadagno del mercante di schiavi è particolarmente remunerativo e i rischi minimi, soprattutto quando la legge non punisce o fa finta di ignorare i traffici di esseri umani nei paesi di partenza e quando le agenzie di controllo nel paese d’arrivo hanno come obbiettivo gli immigranti clandestini e non le organizzazioni criminali. A livello globale il mercato di esseri umani destinati al lavoro schiavo coinvolge centinaia di gruppi e frutta miliardi di dollari, i quali vengono subito “lavati” da istituti bancari e immessi in circolazione sui mercati finanziari mondiali. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, il denaro proveniente dalle attività di organizzazioni criminali (tra le quali spiccano il commercio di droga, la vendita di armi e la tratta degli esseri umani e la loro riduzione in schiavitù) si aggira ogni anno intorno ai 600 miliardi di dollari, tra il 2 e il 5% del prodotto interno lordo di tutto il mondo messo insieme.
Nel mondo sono milioni le persone cadute nelle spirale del lavoro obbligato. I più colpiti sono i bambini perché garantiscono molti vantaggi a chi ne sfrutta il lavoro: sono più permeabili, rispetto agli adulti, alle minacce di ritorsioni fisiche e alla violenza psicologica, si accontentano di una paga bassa, mangiano meno, non sapranno mai rivendicare miglioramenti della loro condizione. Human Right Watch denunciava qualche anno fa che il 10% dei 900.000 bambini nepalesi che lavoravano nell’industria dei tappeti erano stati sequestrati, un altro 50% (450.000 bambini) era stato invece direttamente venduto dai genitori.
Un rapporto dell’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia illustrato a Roma nel luglio 2007, indica per l’Italia la presenza di circa 50.000 bambini, soprattutto rom di età compresa tra i quattro e i dodici anni, costretti all’accattonaggio. Solo un mese prima FAO e ILO denunciavano che ogni anno muoiono 22.000 bambini a causa del lavoro a cui sono sottoposti. E si tratta di stime per difetto perché lo sfruttamento minorile elude le statistiche ufficiali sull’occupazione che non tengono conto delle piccole schiave domestiche che lavorano tutto il giorno per sette giorni alla settimana nelle case giapponesi e nordamericane e di milioni di bambini che, nelle piantagioni malesi di caucciù come nelle imprese manifatturiere clandestine italiane, tedesche, pakistane o nepalesi e nelle fabbriche di articoli sportivi indonesiani e cinesi, spesso non sanno neanche che cosa sia un giorno di riposo. Pochi, forse nessuno di loro, da adulto saprà leggere e scrivere e potrà godere di una salute fisica e mentale stabile.
La povertà resta la causa principale dello sfruttamento minorile. Sottratti all’istruzione, alla salute, al gioco, costretti a lavorare con attrezzi fatti per un fisico adulto, i bambini sono vittime di forme di sfruttamento come l’esposizione a pesticidi tossici, il trasporto di carichi troppo pesanti, lunghe ore di lavoro ed esalazioni nocive. Un fenomeno ancora in aumento nel mondo, soprattutto per le attività post-raccolto, nel trasporto e nell’industria di trasformazione agro-alimentare. Di tutti i settori dell’economia, l’agricoltura è quello che impiega il più alto numero di bambini (circa il 70%); in alcune zone rurali i bambini sotto i dieci anni costituiscono fino al 20% della manodopera minorile. Sempre le due organizzazioni – FAO e ILO – denunciano che nel mondo 132 milioni di bambine e bambini, tra i cinque ed i quattordici anni, lavorano nel settore agricolo e contribuiscono a produrre il cibo e le bevande che consumiamo ogni giorno. Per l’ILO in particolare, il fenomeno è più consistente e arriverebbe a coinvolgere circa 218 milioni di minori.
Sono inoltre milioni i bambini sfruttati sul mercato della prostituzione e della pornografia. Secondo Human Right Watch bambini sempre più piccoli subiscono abusi emotivi, vengono stuprati, picchiati, torturati e perfino uccisi. Questi bambini vengono rapiti in tenera età oppure acquistati dalle famiglie di provenienza o raccolti dalla strada e sono forzati con violenza e minacce ad entrare nel mercato del sesso. L’industria sessuale infantile tocca i massimi picchi nel sud est asiatico, in particolare in Thailandia, nelle Filippine, nello Sri Lanka e a Taiwan, e, in maniera più nascosta, va diffondendosi sempre di più in Occidente. La cosa drammatica è che i governi di questi stati spesso tendono a favorire – o a non sanzionare – lo sfruttamento sessuale di bambini, poiché la vendita del corpo dei minori rappresenta un’insostituibile fonte di ingresso di valuta estera pregiata. Povertà e sfruttamento sessuale camminano di pari passo e non conoscono confini geografici: Albania, Brasile, Cambogia, Indonesia, Israele, Jugoslavia, Malesia, Messico, Romania, Russia, Singapore, Stati Uniti, Ucraina e decine di altri paesi rappresentano ormai fiorenti e affermati mercati del sesso illecito, rubato con violenza ed inganno ai bambini.
Nel novembre del 1998 la sezione taiwanese dell’Ecpat (End Child Prostitution, Pornography and Trafficking) avvertiva che a Taiwan, tra il gennaio e il novembre 1998, erano stati arrestati 468 sfruttatori e trafficanti che gestivano fette del mercato nazionale della prostituzione minorile. Sempre a Taiwan, nello stesso periodo, la polizia aveva scoperto una banda di trafficanti di minori che avevano già venduto oltre 100 bambini cinesi per tramite di una clinica di Taipei. I piccoli venivano collocati in casse dopo essere stati storditi con sonniferi e trasportati di nascosto a Taiwan a bordo di pescherecci. Una volta sull’isola si provvedeva a redigere falsi certificati di nascita: comprati in Cina per 1.000 dollari statunitensi, i piccoli venivano rivenduti a Taiwan per quasi 9.000 dollari. In Italia, cifre di Telefono Azzurro affermavano qualche anno fa che ogni giorno due minori erano stati oggetto di violenze sessuali. Il Censis a sua volta segnalava un caso di abuso sessuale ogni 400 bambini, un caso ogni 4 scuole, uno ogni 500 famiglie. Nel solo 1998, in Italia i procedimenti per violenza sui minori aumentavano del 17%.
Un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) del luglio 2007 denuncia dettagliatamente come i bambini che lavorano come domestici in Cambogia sono ad alto rischio di abusi fisici e sessuali. Il documento presentato mette in luce la totale mancanza di protezione a cui è esposta questa categoria, soprattutto nel caso di lavoratrici bambine. Quasi contemporaneamente l’UNICEF lancia un appello ai governi dell’Africa Occidentale e Centrale affinché tengano fede al loro impegno di mettere fine alla tratta di bambini diffusa in quelle regioni. Secondo l’ILO sono 1 milione e 200.000 i bambini trafficati ogni anno e di questi il 32% proviene dall’Africa Occidentale e Centrale. In Kenya – dove le stime indicano che su 10 viaggiatori uno è un turista sessuale – è diventato obbligatorio richiedere a tutti gli stranieri l’indirizzo di residenza prima di entrare. Nel paese africano il fenomeno del turismo sessuale ha dato vita, nelle zone costiere, alla crescita di ville e case private ospitanti giovani da sfruttare.
Sono la povertà, la fame, la mancanza di scolarizzazione, l’assenza di una famiglia, la violenza, l’arroganza, il turismo sessuale a sfruttare l’esistenza dei bambini. Non sono mai i bambini a cominciare; c’è sempre qualcuno che lo ha “iniziato”, facendogli capire che quello è l’unico modo che ha per guadagnarsi di che sopravvivere. Quel qualcuno, turista o locale, ha approfittato della fame, della povertà, della giovanissima età, della naturale e ovvia ingenuità di un bambino analfabeta e privo di genitori che sappiano, vogliano e possano badare a lui. Quel qualcuno, tradendo una volta l’infanzia di un bambino innocente ne ha violato per sempre l’animo e ne ha minato la possibilità di crescere normalmente e di diventare serenamente adulto. Ma, soprattutto, quell’acquirente di sesso ha innescato un meccanismo perverso che ha gettato per sempre il bambino tra le spire del mostro chiamato sfruttamento sessuale minorile.

Donne

Le donne sono, con i bambini, le persone più vulnerabili e soggette alle violenze fisiche e psicologiche di individui più forti di loro o di gruppi criminali locali e transnazionali. Nei casi più estremi, oltre ad essere gravemente esposte al lavoro schiavistico, le donne sono i soggetti maggiormente indifesi rispetto alle piaghe dell’abuso fisico e della schiavitù sessuale. Molte giovani donne, in particolare nei paesi poveri, sono entrate ancora bambine nel mondo della prostituzione a causa del circolo perverso nel quale sono state precipitate da genitori o parenti che ne hanno abusato sessualmente in tenera età. In altri casi sono la povertà e la mancanza di scolarizzazione a spingerle in questa rete. La gran parte delle giovani donne straniere costrette a prostituirsi nei paesi in cui sono emigrate, prima di essere immesse nel “giro”, hanno subito un più o meno lungo periodo di assoggettamento allo sfruttatore, che ha utilizzato metodi violenti per vincerne la repulsione. L’unico modo quindi per restare vive e sfuggire alle bastonate e agli stupri è assecondare il padrone. Le vittime spesso appartengono a gruppi di rifugiati in fuga dalle guerre fratricide del Ruanda, Afghanistan, ex-Jugoslavia, Kosovo, Sierra Leone, Liberia, Sudan, Etiopia, Eritrea, Somalia, Cecenia. Questi gruppi diventano le prede preferite dei trafficanti di uomini e sono proprio le giovani donne i bersagli più a rischio, che vengono comprate, ingannate con la speranza di un futuro migliore o addirittura rapite. Di pari passo è andato sviluppandosi un mercato di “servizi” per facilitare la migrazione irregolare: fornitura di documenti di viaggio contraffatti, trasporto, attraversamento clandestino delle frontiere, sistemazioni temporanee, etc… etc..., insomma, tutto l’indispensabile per ampliare attività e profitti. Chiunque cerchi scampo da una situazione di grave disagio sociale può diventare vittima della tratta.
Cifre del 1997 indicavano l’Asia sud-orientale (Cina, Filippine e Thailandia) come la regione che forniva ogni anno il maggior numero di esseri umani al traffico del sesso, più di 200.000 donne e bambini. Il 60% di questi finiva nel “giro” delle città della stessa Asia sud-orientale. Il rimanente 40% veniva trasportato in Nord-America, Medio Oriente, Europa Occidentale, Giappone e Australia; circa 30.000 finivano annualmente negli Stati Uniti. Nello stesso periodo dai trafficanti dell’ex-Unione Sovietica venivano trasportate circa 100.000 donne l’anno, distribuite in Nord-America, Asia meridionale, Giappone, Europa, Medio Oriente e Africa che, a sua volta, vedeva partire almeno 60.000 donne e bambine destinate al mercato del sesso. Dall’Europa orientale invece, nel 1998 partivano circa 75.000 schiave: 2.000 finite negli Stati Uniti, 56.000 in Europa Occidentale, 5.000 in Medio Oriente e 1.000 in Asia. Sempre stando ai dati del 1998, 150.000 donne e bambini venivano ogni anno rapiti o comprati in Asia Meridionale per esser dirottati sui mercati nordamericani, medio orientali, europei, giapponesi e del sud est asiatico, mentre 100.000 bambini latino americani finivano in nord America, Asia ed Europa Occidentale.
Se è facile che gli uomini possano essere oggetto di traffici illeciti con lo scopo di acquisire mano d’opera a bassissimo prezzo, per le donne il destino è quello di finire a fare le serve in case private oppure in strada. Lo stupro da parte dei trafficanti è divenuto una costante, seguito poi da molti altri che tolgono ogni resistenza ed il rispetto per sé stessa ad ogni ragazza, facendola diventare ottimo strumento di ricchezza per lo sfruttatore. È la storia di Sandra Pite, emersa solo nel giugno 2007. Aveva 21 anni quando una conoscente della madre le ha proposto un lavoro in Italia come parrucchiera: così insieme ad altre 15 ragazze nigeriane è partita per l’Europa. Dopo un viaggio rocambolesco l’impatto con l’Italia è stato durissimo. Sandra è stata costretta a prostituirsi fin dalla prima sera dietro minacce di ritorsioni e violenze. Sulle sue spalle a pochi giorni dall’arrivo in Italia pesava già un debito di 60 milioni di lire da restituire per riconquistare la libertà. «Lavoravo sia la sera che il mattino dormendo appena tre ore per notte – racconta – Tutto quello che guadagnavo lo davo alla mia mamma, a cui dovevo pagare un affitto di un milione al mese oltre al mio debito. Per più di un anno non ho potuto inviare soldi a mia mamma. E se non guadagnavo abbastanza venivo picchiata e minacciata ». Dopo 14 mesi di inferno Sandra ha incontrato un ragazzo italiano che l’ha convinta a denunciare i suoi sfruttatori.
Dagli anni sessanta ad oggi la sola compravendita di donne e bambini destinate all’asservimento sessuale in Asia è stimata ammontare di circa 30 milioni di individui. Ogni anno almeno 100.000 donne immigrate negli USA sono costrette a prostituirsi. Nel solo Giappone se ne contano 50.000: stiamo parlando di due tra i paesi più ricchi del globo, in cui una donna asiatica viene venduta per 20 dollari. In Germania i protettori di prostitute russe hanno un giro di affari enorme: ogni ragazza, in media, guadagna 7.500 dollari al mese. Di questi circa 7.000 vengono incassati dai suoi sfruttatori. Qualche anno fa si stimava che circa 2 milioni di donne in tutto il mondo erano state oggetto di traffici illegali. Di queste, tra le 200.000 e le 500.000 lavoravano illegalmente come prostitute nell’Unione Europea. In Italia in particolare, cifre del 1996 denunciavano una presenza tra le 19.000 e le 25.000 prostitute straniere, 2.000 delle quali oggetto di traffico di esseri umani. All’inizio del 2001 le prostitute straniere in Italia salvano a circa 35.000, 3.500 delle quali considerabili schiave.
I confini di questa moderna schiavitù, che si intreccia sempre più con la criminalità organizzata, sono difficili da tracciare. Si stima che ogni anno 500.000 ragazze straniere vengano portate in Europa con l’inganno. Di queste 50.000 sono dirette in Italia. Dall’agosto 2000 al giugno 2006 sono arrivate al Numero Verde antitratta oltre 494.000 segnalazioni di situazioni di sfruttamento e violenza contro le donne straniere. Ma al di là delle cifre, sono i mutamenti in corso a preoccupare: cresce il numero delle minorenni vendute e aumentano le nazionalità delle donne vittime della tratta. Accanto alle nigeriane e alle ragazze dell’est (albanesi, rumene, moldave, ucraine, russe) si sta diffondendo sempre più la presenza delle ragazze asiatiche (cinesi, giapponesi, tailandesi, vietnamite e cambogiane). E questa nuova ondata sta facendo cambiare anche le modalità con cui gli sfruttatori costringono le donne a prostituirsi. Si allarga il racket della prostituzione al chiuso in appartamento o nei club, la loro attività è sovente celata da lavori apparentemente legali di massaggiatrici, accompagnatrici, ballerine. Ma dove la prostituzione non è visibile, come nei locali o negli appartamenti, risulta maggiormente difficile intercettare una potenziale vittima di tratta e per la stessa risulta spesso impraticabile la possibilità di chiedere aiuto per uscire dalla condizione di sfruttamento e violenza. In tal senso la dimensione dell’invisibilità aumenta la vulnerabilità della persona e la possibilità di chiedere aiuto o entrare in contatto con chi può darle delle informazioni sulle possibilità di fuoriuscita dallo sfruttamento.
La scelta della rottura con questa rete poi non è facile e non sempre è sostenuta da una motivazione solida. Non è facile perché, per quanto violenti, minacciosi e pericolosi, gli sfruttatori sono spesso gli unici riferimenti relazionali per la persona, diventando anche dei riferimenti affettivi. In ogni caso hanno con questi stipulato un contratto già al momento del viaggio e della promessa di lavoro in Italia, spesso con un impegno economico anche da parte della famiglia di origine della donna. Un ulteriore ostacolo sta nel fatto che, anche volendo liberarsi dalla condizione di sfruttamento, la persona può non sapere a chi rivolgersi ed avere paura di recarsi presso le forze dell’ordine poiché la rappresentazione che ha di tali istituzioni è di repressione o di corruzione. A volte è più facile che una persona chieda aiuto ad un cliente, ad operatori delle unità di strada o dei centri di ascolto.

«Sognavo l’Italia, non la schiavitù»
di Isoke Aikpitanyi (1)

Gladys piange. È arrivata un anno fa dalla Nigeria, ha camminato e camminato per diciannove mesi, l’hanno fatta passare attraverso il Libano e ora si ritrova qui, a sbattere sulle strade intorno a Orte. L’ha fatta arrivare sua cugina. Le aveva promesso un lavoro e una casa in cambio di 60mila euro, e poi le ha dato un paio di mutande e poi l’ha messa qui, sulla strada. Gladys ha il permesso di tornare a casa solo il fine settimana, e solo se porta abbastanza soldi. Gli altri giorni vive in strada. Dorma, si cambia, si lava in treno, andando da un paese all’altro, da un marciapiede all’altro. Lavora 15, 16, 17 ore al giorno. Io, Isoke. Cosa posso fare, io, se non raccontare la sua storia? Che poi è anche la mia, è la storia di tutte le ragazze che partono da Benin City piene di speranza e poi eccole, le vedete sulle vostre strade giorno e notte, su quei tacchi ridicoli, con quella carne di fuori. Sette giorni su sette, per dieci-dodici ore al giorno, per 365 giorni l’anno. Per due-tre anni, fino a che non hanno pagato i 50-60 mila euro di debito. Trattate come schiave. E credetemi: non sto inventando niente. Io, Isoke Rose Ovbhokan Aikpitanyi, di anni 28, non avrei mai potuto inventare una storia così. La mia stessa storia […] «Vuoi partire?» «Non ho soldi». «Un modo c’è, se sei una ragazza sveglia». Il modo c’era. Un’organizzazione trovava casa e lavoro in Europa, bastava impegnarsi a pagare i soldi del servizio. Per me erano 30 milioni, otto anni fa. Avrei fatto la commessa in un supermercato a Londra. A Londra mi hanno tenuto rinchiusa per settimane, insieme a molte altre. Del lavoro non c’era traccia. Però c’erano le telefonate: «La merce è arrivata, manda i soldi»; «se non la prendi tu, la vendiamo a qualcun altro». Parigi, Amsterdam, Berlino… Merce? Quale merce? Noi quasi impazzivamo per la paura. Cosa stanno vendendo? A chi? E soprattutto: perché? Mi hanno detto che il mio lavoro era a Torino e mi hanno messo su un pullman. Sono scesa alla stazione di Porta Nuova. Dopo una settimana mi hanno dato un paio di mutande e un paio di scarpe coi tacchi altissimi. «Sul posto di lavoro si mette questo» hanno detto. Il posto di lavoro era un marciapiede. C’era la neve […] Riuscivo solo a pensare questo: non è possibile. Ma ero senza soldi e senza documenti. Avevo il debito da pagare e si sa cosa succede alle ragazze che non vogliono pagare. Come la mia compagna di stanza, Itohan. Le hanno ammazzato un fratello in Nigeria perché lei non voleva stare sul marciapiede. Ha tenuto duro. Dopo un mese è sparita. Un cane l’ha trovata che era morta già da tempo, un cadavere mangiato dai topi dentro un capannone abbandonato alla periferia di Torino. Ditemi che cosa potevo fare d’altro. Ho chinato la testa, come tutte le altre, e ho cominciato anch’io la mia vita in Italia. Sul quel marciapiede sono rimasta quasi tre anni, prima di riuscire a scappare. Ora vivo ad Aosta, ho un compagno italiano, insieme abbiamo creato un’associazione contro la tratta che si chiama “La ragazza di Benin City”. Sto pensando di sposarmi e anche di avere un figlio. […] Ma le mie compagne sono ancora lì, a battere. Anche adesso che mi state leggendo, a migliaia sono in giro per l’Italia e battono su quel pezzo di marciapiede per cui gli fanno pagare anche 250 o 300 euro al mese. Se non guadagnano abbastanza, sono botte. Se non vogliono lavorare, sono botte. Vanno al lavoro con i denti rotti, con gli occhi pesti. E in strada la gente gira gli occhi o gli tira l’immondizia, grida degli insulti. «Torna a casa, sporca negra». In strada arrivano i clienti e non gliene frega niente. «Quanto vuoi?»
In strada arrivano anche i pazzi e i violenti, e ogni sera a una di noi capita qualcosa, una rapina o uno stupro. Ma a chi importa? Vai all’ospedale quando proprio sei in fin di vita, e non è che ti trattino molto bene. Arriva il piantone, prende svogliatamente una denuncia che sai già finirà in niente. Poi a te danno il foglio di via. Sei la vittima e vieni trattata come un colpevole […].
Da quando sono in Italia, ho fatto il conto con i giornali e con la TV, almeno 200 ragazze nigeriane sono state trovate morte, uccise dai clienti o dal racket. E parlo solo di quelle che hanno trovato; di quelle sparite nel nulla non so dire niente. Non so dire neanche quante sono state rimandate a casa col rimpatrio forzato, in mutande e con le scarpe ridicole, così come le hanno prese sulla strada. So però che molte sono finite in prigione, e che le famiglie si vergognano di loro talmente tanto che neanche vanno a pagare la multa per liberarle. Anzi, le maledicono.
Così, quando escono dalla galera, l’unica cosa che possono fare queste ragazze è andare a sbattere intorno agli alberghi dei ricchi per pagarsi un altro viaggio verso l’Italia. Noi non lo sappiamo, quando partiamo da Benin City piene di speranza. Non sappiamo che il nostro è un viaggio dentro la schiavitù e dentro l’orrore, ma soprattutto un viaggio da cui non c’è possibilità di ritorno.
In Italia la nostra vita è battere. Prigioniere. Casa-marciapiede-casa-marciapiede. Mai un cinema, una discoteca, un supermercato. Noi non dobbiamo mescolarci ai bianchi, gli ordini sono chiari. Con i bianchi l’unico scambio possibile è «quanto vuoi», «venticinque euro». In certe zone d’Italia sono solo dieci, o anche cinque. «Va bene, sali». E tu sali. «Quanto hai guadagnato stasera? Quanti clienti hai fatto?».
Otto clienti va bene, dieci è meglio, da dodici in su fisicamente sei distrutta. Cinque clienti vuol dire che non c’è lavoro. Così quando qualcuno ti offre il doppio per farlo senza preservativo, pur di non prendere le botte dici di sì. Se poi rimani incinta ti fanno abortire in casa, a tuo rischio e pericolo. Ma a volte qualcuna decide di tenere il bambino, e la fanno rimanere sulla strada fino a poche ore prima di partorire. «Non sei mica incinta nelle mani?» dice la maman che controlla. E per le donne incinta i clienti fanno la fila. Anche se hanno la pancia così e le caviglie gonfie: c’è la fila. Poi finalmente partoriscono, ovviamente in casa, di nascosto, e questo figlio diventa la catena peggiore. Non pensano più a scappare o a ribellarsi, pensano solo a lavorare e a dare i soldi e a correre a casa. Se non portano abbastanza soldi, il figlio non glielo fanno neanche vedere. Inutile piangere. Inutile. Io una via d’uscita l’ho cercata, e come me le tante ragazza di Benin City che di questa vita di Italia non ne possono più. […]
Date loro i documenti, e la scuola, e un lavoro. Tiratele via dal marciapiede, oggi, subito, prima che muoiano dentro; prima che dicano, come in tante hanno già detto «il mondo gira così, che cosa vuoi farci». Allora, una volta finito di pagare il debito, compreranno anche loro una ragazza, o due, o tre, e poi faranno i soldi sulla carne fresca in vendita. È così difficile da capire? Sì. Forse è difficile.

«La donna, merce come un’altra»

In un’intervista – qui riportata – sulle forme di schiavitù che oggi coinvolgono 500mila vittima in tutt’Europa, oltre 30mila in Italia, l’antropologo francese Augé afferma che “nella prostituzione si rivela il vero volto dell’utilitarismo capitalista”. Il traffico di schiavi non è nient’altro che “il prodotto delle nostre società. È alimentato da bisogni consustanziali con l’attuale sistema economico in cui tutto, anche gli esseri umani, è ridotto ormai a merce”.
Perché dopo anni di diminuzione, nell’ultimo quindicennio il numero di prostitute è aumentato in maniera esponenziale?
Si tratta di uno dei risvolti di una globalizzazione in cui tutto diventa oggetto di commercio. Anche la vita umana. È un fenomeno che avviene in entrambi i sensi: attraverso l’importazione di schiave da vendere sui bordi delle strade, ma anche grazie al turismo sessuale in paesi dove la povertà è così elevata da costringere molti ad alienare il proprio corpo. Un fenomeno che si è sviluppato proprio in concomitanza con l’allargamento delle economie nazionali e dei mercati.
La prostituzione come negativo del nostro sistema economico e sociale, quindi?
La prostituzione è un fenomeno estremo e proprio per questo permette di riconoscere con più facilità le strutture sociali dominanti. Nel caso dell’Europa di oggi, ci restituisce in maniera particolarmente esplicita e chiara la cultura prettamente utilitarista e commerciale del capitalismo. Una cultura in cui tutto, persino l’esistenza individuale, diventa strumento consumistico di soddisfazione. Una cultura in cui viene teorizzata la libera circolazione delle merci, e che obbliga così le persone che vogliono arrivare in Occidente a trasformarsi in beni di consumo.
Eppure le nostre sono società in cui esiste una relativa libertà sessuale.
È vero, ma l’illusione di un rivolgimento antropologico nutrita negli anni Sessanta era appunto un’illusione. Scomparsa la prospettiva di una completa parità uomo-donna, per esempio, certi modelli ancestrali sono riemersi in tutto il loro radicamento. Ragione per cui molti clienti sostengono di andare a prostitute poiché su di loro possono fare cose che non possono fare più con le loro mogli. Con la differenza che oggi quelle pulsioni ancestrali assumono caratteristiche tipiche del nostro tempo e si esprimono in rapporti modellati sul sistema in cui viviamo. La cultura consumista, ad esempio, incoraggia la prostituzione, riempiendo di numerosissime immagini erotiche con lo scopo di creare nuovi bisogni, nuove esigenze e nuove fette di mercato.
In un recente studio francese emerge un altissimo tasso di violenza dei clienti sulle prostitute.
Si tratta di un fenomeno molto complesso, in cui entrano in gioco i classici meccanismi di dominazione della natura maschile. Nel caso specifico, il fatto che queste donne non siano prostitute ma vere e proprie schiave, persone che non hanno scelto di svolgere questa attività ma a cui viene imposta con la forza, le rende ancora più attraenti per un certo sadismo che si nutre dell’immagine del bianco dominatore che maltratta la donna, essere più debole e per di più appartenente a popolazioni considerate inferiori. Questo è lo schema, alimentato e diffuso dai mezzi di comunicazione e dalla natura commerciale dell’attuale capitalismo. Ragione per cui oggi le prostitute non sono più esseri umani, ma oggetti di cui servirsi e da buttare via una volta che sono state utilizzate.
Come analizza la diffusione del fenomeno al di fuori dei grandi centri abitati, in campagna e nei centri di provincia?
È un’ulteriore prova di quella globalizzazione che consiste nel piegare il territorio alle esigenze di del consumo. Un fenomeno che coincide nella scomparsa sempre più netta della distinzione tra città e campagna. Per rendersene conto basta viaggiare: none esistono ormai più oasi o rotture nello sfruttamento del territorio. Le prostitute-schiave non fanno eccezione, sono disponibili ovunque (2).

Le cifre

Per sua stessa natura il fenomeno è difficile da individuare. Nel dicembre del 2000 l’ONU dichiarava che nel mondo almeno 200 milioni di persone vivevano in condizioni di schiavitù; 100 milioni di queste erano bambini. Per Kevin Bales, sociologo e studioso del fenomeno, il numero degli schiavi è inferiore alla cifra denunciata dall’ONU (più di 200 milioni di individui). Escludendo i casi in cui i soggetti vengono sfruttati 12 ore al giorno (o giorno e notte), ricevono un miserabile salario e tornano a dormire nelle proprie case, Bales indica che sono circa 27 milioni gli individui in tutto il mondo schiavi a tutti gli effetti. Solo in India ne stimava tra i 18 e i 22 milioni; nel Pakistan tra i 2.500 e i 3.500 milioni; negli Stati Uniti tra i 100 e i 150 mila; in Giappone tra i 5 e i 10 mila, in Italia tra i 30 e i 40 mila: il numero più elevato tra i paesi dell’Europa Occidentale. Seguivano: Francia 10.000-20.000; Spagna 10.000-15.000; Germania 5.000-9.000; Belgio 5.000-7.000; Portogallo 5.000-6.000; Regno Unito 4.000-5.000; Paesi Bassi 3.000-5.000; Austria 1.000-2.000; Danimarca 1.000-2.000; Svizzera 1.000-1.500.
Il rapporto del 2007 The Small Hands of Slavery di Save the Children, la più grande organizzazione internazionale indipendente per la promozione e la tutela dei diritti dei bambini, indica che:

  • Tratta: 1.200.000 bambini ed adolescenti ogni anno sono vittime di tratta verso paesi dell’Europa Occidentale, dell’America e dei Carabi e il numero sta aumentando vertiginosamente. Si stima che le bande di trafficanti di bambini generino un profitto di 32 miliardi di dollari all’anno.
  • Prostituzione: sono circa 1.800.000 i bambini di tutto il mondo che subiscono abusi a causa di prostituzione, pornografia infantile e turismo sessuale.
  • Lavoro per ripagare debiti: milioni di bambini sono costretti a lavorare per ripagare un debito spesso contratto dalla famiglia o anche i soli interessi su di esso. Si stima che nella sola India ben 15 milioni di bambini debbano lavorare per pagare un debito contratto da qualcun altro e che molti di essi siano coinvolti in lavori illegali, pericolosi e ad alto rischio.
  • Lavoro in miniera: un milione di bambini rischiano quotidianamente la propria vita nelle miniere e nelle cave di oltre 50 paesi dell’Africa, Asia e Sud America. Nell’Africa sub sahariana sono 200.000 i bambini che mettono a repentaglio la propria vita nelle miniere d’oro e altri minerali.
  • Lavoro nei campi: sono 132 milioni i minori di 15 anni che spendono tutto il tempo lavorando nei campi, spesso esposti ai pericoli che derivano dai pesticidi, dall’utilizzo di macchinari pesanti, maceti e scuri. In Kazakistan, i bambini vengono impiegati nei campi di cotone e tabacco, arrivando a lavorare fino a 12 ore tutti i giorni.
  • Bambini soldato: i bambini che non hanno ancora compiuto 15 anni impiegati nelle forze armate sono oltre 250.000 in tutto il mondo, cifra che comprende anche quelli negli eserciti governativi. Sono almeno 13 i paesi in cui i ragazzi e le ragazze vengono reclutati attivamente come soldati o “mogli di guerra”. Nella Repubblica Democratica del Congo attualmente sono circa 11.000 i bambini rapiti dai guerriglieri.
  • Matrimoni forzati: il matrimonio dei bambini è una delle più spaventose a ancora poco conosciute forme di schiavitù. Perfino bambine di 4 anni sono costrette a vivere con i propri “mariti”, spesso sono tenute prigioniere e rimangono incinte appena raggiunta la maturità sessuale: una bambina che ha meno di 15 anni rischia 5 volte di più rispetto a una donna di 20 di morire durante la gravidanza e il parto. In Afghanistan, ad esempio, più della metà delle ragazze si sposano prima di aver compiuto 16 anni.
  • Schiavitù domestica: milioni di bambini al mondo, alcuni dei quali hanno solo 6 anni, sono obbligati a lavorare fino a 15 ore al giorno come domestici. Molti di loro sono picchiati, lasciati morire di fame e freddo e abusati sessualmente. Ci sono 200.000 domestici bambini in Kenya, 550.000 in Brasile e 264.000 in Pakistan.

Al posto di una conclusione

Alla vigilia del bicentenario dell’abolizione della schiavitù nell’Impero Britannico, milioni di bambini vivono tuttora in condizioni simili alla schiavitù: tratta, prostituzione, lavoro per ripagare debiti, schiavitù domestica, lavoro nelle miniere e nei campi, bambini soldato, matrimoni imposti rappresentano fenomeni all’ordine del giorno. E sono ancora troppi i bambini condannati a vivere in condizioni spaventose, obbligati a lavorare per ore in cambio di poco o niente, ma soprattutto soggetti a danni psico-fisici indelebili, violenza e abusi sessuali.
Nell’ultimo appello Save the Children chiede a tutti i governi di: assicurare lo sradicamento della schiavitù dei bambini attraverso politiche di riduzione della povertà globale; investire maggiori risorse finanziarie per proteggere i bambini che sono stati ridotti in schiavitù; implementare gli standard internazionali sulle forme peggiori di sfruttamento del lavoro minorile. In particolare, all’Italia si richiede: l’implementazione del piano d’azione previsto dalla Convenzione ILO 182 contro le peggiori forme di sfruttamento del lavoro minorile; creare dei programmi di protezione, recupero e riabilitazione, che offrano supporto a breve e lungo termine ai bambini che hanno vissuto situazioni simili alla schiavitù; assicurare ai bambini che hanno subito le peggiori forme di sfruttamento l’accesso ad un’educazione flessibile e gratuita, che possa aiutarli ad affrancarsi da questa situazione.
«Il problema è l’uomo italiano, la domanda di prostituzione è molto alta. Mi rendo conto che questo è un tema difficile, gli uomini italiani non ne vogliono parlare. Tocca alle donne aprire un dibattito pubblico». Parole di Kevin Bales, tra i massimi esperti mondiali della schiavitù contemporanea, pronunciate in un’intervista in occasione del workshop Nuove forme di schiavitù e di tratta di esseri umani svoltosi il 22 maggio 2007 presso l’università di Teramo. Secondo Bales basterebbero 25 anni per sradicare il fenomeno della tratta nel mondo, e, tra i passi da compiere per raggiungere il risultato, s’impone necessariamente un cambio di mentalità.

Edoardo Puglielli

Note

1. Si veda Sognavo l’Italia, non la schiavitù, in «Il Manifesto», quotidiano comunista, a. XXXVII, 3 novembre 2007.
2. Si veda La donna, merce come un’altra, in «Il Manifesto», quotidiano comunista, a. XXXVII, 3 novembre 2007.

Edoardo Puglielli è nato nel 1977. Laureato in Scienze dell’Educazione, in Scienze della Formazione Primaria, Cultore della materia in Pedagogia Interculturale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Aquila. Ha pubblicato: Abruzzo Rosso e Nero, prefazione di Silvio Cicolani, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2003; Luigi Meta, vita e scritti di un libertario abruzzese, prefazione di Gaetano Arfè, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2005; L’Autoeducazione del maestro, pensiero e vita di Umberto Postiglione (1893-1924), prefazione di Francesco Codello, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2006; Battaglie e vittorie dei ferrovieri abruzzesi 1894-1924, prefazione di Murizio Antonioli, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2006; Mario Trozzi e gli anarchici, in AA.VV., Mario Trozzi, alle origini del movimento operaio e sindacale in Abruzzo, a cura di A. Borghesi e F. Loreto, Edizioni Ediesse, Roma, 2007; Anticlericalismo e laicità nel socialismo aquilano 1894-1914, nota introduttiva di Raffaele Colapietra, Edizioni del CSL “Camillo Di Sciullo”, Chieti, 2007; Sudan, una catastrofe disumana, in «A rivista anarchica», a. 34, n. 304, dic.2004-gen.2005; La nuova schiavitù, in «A rivista anarchica», a. 35, n. 312, novembre 2005. Ha collaborato per la realizzazione del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, diretto da M. Antonioli, G. Berti, S. Fedele, P. Iuso, BFS Edizioni, Pisa.