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Rivista Anarchica Online


Anarchia, l’utopia possibile
Intervista di Antonio Morabito a Diego Camacho

 

Il sindacato libertario CNT, le barricate del ’36, la riorganizzazione della vita sociale in Catalogna, gli scontri tra anarchici e comunisti. E poi i quattro ministri anarchici, Buenaventura Durruti, la rivoluzione in un solo paese, l’utopia.
Un’intervista a tutto campo con uno che dal campo non è mai voluto uscire.

 

Abel Paz, pseudonimo col quale Diego Camacho firma i suoi libri, combatte 15enne nella rivoluzione spagnola del ‘36, in un teatro di guerra decisivo come quello di Barcellona. «Il colpo di Stato fu il 19 luglio ’36 alle 5 del mattino. Alle 4 del pomeriggio era finito, i militari erano già sconfitti. Così cominciò la rivoluzione. Ci fu la requisizione delle centrali telefoniche, delle radio. Iniziò l’espropriazione collettiva». È così che Diego ricorda il giorno del pronunciamiento dei militari capeggiati dal generalissimo Franco, che diede il via a quella che in molti considerano la prova generale della II guerra mondiale, con le potenze europee legate inizialmente da un patto di non intervento che venne firmato, e non rispettato, anche da Germania, Italia e URSS. Abel Paz combatte durante il sanguinoso maggio ’37, quando a Barcellona la FAI-CNT (Federaciòn Anarquista Iberica – Confederaciòn Nacional del Trabajo, sindacato anarchico) e il POUM (Partido Obrero de Unificaciòn Marxista, antistalinista), sono attaccati da un gruppo di polizia della Guardia de Asalto comandato dai comunisti del PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya, di posizioni staliniste). Il bilancio è di circa 500 morti, soprattutto anarchici. Il segretario catalano dell’UGT (Uniòn General de Trabajadores, sindacato socialista) viene ucciso. L’antistalinista George Orwell riesce a scappare. Esponenti del POUM e numerosi anarchici vengono arrestati e uccisi dagli stalinisti. Tra loro anche gli italiani Berneri e Barbieri.
«Camillo Berneri l’avevamo contattato il giorno prima che l’uccidessero, dicendogli di lasciare la sua abitazione perché era diventato troppo pericoloso stare a casa» mi dice Diego. Caduta Barcellona il 26 gennaio ’39, Abel è costretto all’esilio in Francia, dov’è attivo nella resistenza contro il nazismo. Rientrato in Spagna nel ‘42 per sostenere la guerriglia antifranchista viene arrestato e imprigionato per dieci anni. Liberato nel ’52 torna in Francia, dove lavora come correttore di bozze e scrive numerosi saggi sulla rivoluzione spagnola, tra cui la biografia di Buenaventura Durruti, il leggendario militante anarchico, tradotta in 14 lingue, apparsa in Italia in versione integrale nel ’99 (Ed. Bibl. Franco Serantini, Pisa – La Fiaccola , Ragusa – Zero in condotta, Milano).
Il discorso cade sulle cene fatte in quel periodo con Camus, Brassens, Ferré: «sono solo dei compagni...». Nel 1976, alla morte di Franco, Abel Paz rientra a Barcellona, dove vive con la pensione maturata in esilio, in un appartamento con le pareti piene di libri, di vecchie foto e manifesti delle conferenze che ha tenuto in giro per il mondo. Sopra al letto svetta la locandina, di Tierra y libertad di Ken Loach, «Un film onesto» mi dice mentre spegne una Ducados nel posacenere pieno e ne accende un’altra.

La copertina del numero di “Alias” del 18
novembre 2006, da cui abbiamo ripreso
l’intervista pubblicata in queste pagine


Nel ’36 hai percorso a piedi la Catalogna rurale per conoscere la realtà delle collettivizzazioni. La gente era preparata alla rivoluzione?

La propaganda che la CNT e la FAI avevano fatto in Spagna dal 1870 era volta alla preparazione mentale della gente, la cultura delle persone è sempre stata un fattore molto importante per l’anarchismo. Furono fondate scuole razionaliste, fatte diverse pubblicazioni, riviste come “Studios” e “Tierra y Libertad”. Le persone andavano alla scuola del sindacato di notte dopo il lavoro e imparavano a leggere e a scrivere. Questo tipo di vita creava le condizioni per formare una mentalità di rivolta cosciente. La rivoluzione non è la rivolta per la rivolta, la gente sapeva perché si stava rivoltando, è molto importante il perché della rivolta. Le persone frequentavano il sindacato, non il partito perché il partito in Spagna non è mai stato forte. Il 19 luglio ’36 è affiorato tutto questo.

E come si realizzò concretamente in quei giorni?

Il 19 luglio chi aveva un fucile lo prese e si unì in uno sciopero generale che arrestò i militari golpisti. Dopo pochi giorni la gente tornò nelle fabbriche perché si rese conto che lo sciopero doveva finire e bisognava tornare a lavorare. Ma i padroni non c’erano più. Venne spontaneo riprendere a lavorare come avevamo sempre fatto, non più per il padrone ma per noi. Si cominciarono a formare dei comitati; fabbriche e produzione furono organizzate in modo differente. Nell’arco di 15 giorni i soldi erano spariti a Barcellona, i principi economici borghesi erano scomparsi, perché l’esigenza primaria era quella di mangiare. La gente non vedeva più il prodotto come un bene economico ma come un bene che soddisfaceva dei bisogni. Si sviluppò una sorta di baratto, che funzionò perfettamente per circa un mese. Dopo cominciò a diventare molto difficile organizzare la società, a Barcellona eravamo un milione di abitanti. Dunque stabilimmo una retribuzione che fosse sufficiente per vivere. Era un pezzo di carta a cui era associato un valore.

Manifesto CNT-FAI, riporta la parola d’ordine
di quegli anni: “Non passeranno” (i fascisti)

Quindi avete fabbricato del denaro...

Non si potevano fare acquisti con questo denaro perché tutto era collettivizzato. Potevi fare degli scambi ma non era un pagamento. La società funzionava bene senza denaro.

Ma se io ti do un pezzo di carta in cambio di un pezzo di pane si può dire che quel pezzo di carta abbia un valore e sia denaro...

Sì, ma è denaro che ha cambiato il suo valore e la sua funzione: se tu accumuli e poi ti compri una casa, il denaro che hai usato è oggettivamente del denaro, ma se lo puoi usare solo per comprarti da mangiare, non è più denaro. Abbiamo fatto in modo che non bisognasse pagare la casa, la luce, il gas. La spiegazione di tutto questo è complicata e semplice al tempo stesso. Una volta che sparisce il denaro come senso di accumulazione tutto cambia. Questo è impossibile da comprendere attualmente, quando le persone vanno avanti con un’economia borghese.

Barcellona, 1936 - Diego Camacho
durante la rivoluzione spagnola

Si parla molto, anche nella storiografia comunista, di controrivoluzione. Di che si trattava?

La rivoluzione e la controrivoluzione sono come l’ombra e il corpo. Non tutti vogliono la rivoluzione, quindi si organizzano per recuperare ciò che hanno perduto. Questa lotta è durata per tutta la guerra, ma i comunisti non sono riusciti a imporre la loro controrivoluzione, perché la forza della nostra rivoluzione è che non è finita in dittatura.

I comunisti dicevano questo di voi anarchici, che appoggiavate la controrivoluzione...

Naturalmente, perché la rivoluzione dovevano farla loro... C’erano tre blocchi: i controrivoluzionari, e cioè il partito comunista, i socialisti, per il governo, e gli anarchici, contro il governo e contro tutti. Queste tre forze hanno lottato per mantenere vivo lo spirito rivoluzionario. Durante i 32 mesi di guerra nessuno dei tre gruppi ha ottenuto la forza per prevalere sugli altri due. La rivoluzione è finita non perché si sia spenta negli animi della gente, ma a causa della vittoria militare del franchismo. Questo è successo perché la rivoluzione spagnola non aveva nessun aiuto, c’era stata la reazione di tutto il capitalismo internazionale. Nel ’36 la Spagna era un paese senza una propria economia: inglesi, americani, canadesi e francesi controllavano le forze economiche più importanti del paese. Con l’espropriazione questi paesi hanno perduto i loro privilegi, tutto è stato collettivizzato. Automaticamente la reazione di tutto il capitalismo contro gli espropriatori, che eravamo noi, ha appoggiato Franco, perché vincere la guerra avrebbe significato distruggere le istanze rivoluzionarie e recuperare i privilegi perduti. È per questo che quando dico che noi abbiamo perso la guerra ma non la rivoluzione le persone non capiscono. Noi abbiamo dimostrato per 32 mesi che la società può essere libera, può andare avanti bene senza bisogno di governi, di soldi, di autorità.

Si può dire che sia stata la sola rivoluzione veramente libertaria?

Sì, perché non voleva finire e non è finita in una dittatura. Tutte le rivoluzioni sono sfociate in una dittatura, la rivoluzione francese ha preparato la strada a Napoleone, la rivoluzione russa è nata già come una dittatura, e così quella cubana, quella cinese… La rivoluzione spagnola non è così, è qualcosa di molto originale.

Avete avuto quattro ministri durante il governo Caballero, a partire dal novembre del ’36. Non è una contraddizione per gli anarchici?

Bisogna tener conto del contesto storico. La rivoluzione aveva già perduto forza. Se non avessimo partecipato al governo, il comunismo avrebbe instaurato la sua dittatura E noi l’abbiamo impedito, è questo quello che conta. Non c’era altra scelta. Alla fine non è cambiato niente perché Franco ha vinto la guerra, ma la nostra vittoria è stata che 70 anni dopo, quando si parla della rivoluzione spagnola, non si parla di rivoluzione comunista, né socialista, ma anarchica.

Perché pensi che inizialmente anche la Russia abbia aderito al «patto di non intervento»?

Stalin sapeva bene che se la rivoluzione spagnola avesse vinto, la sua dittatura sarebbe sparita. Il mondo è stato diviso in due parti, quella a favore e quella contro la rivoluzione spagnola. In un certo senso anche Stalin era contro la rivoluzione spagnola. I veri nemici eravamo noi.

Ma i Russi vi hanno dato le armi…

Non date, vendute a caro prezzo. E le armi che volevano loro...

Barcellona, 1937 - Diego Camacho con
Liberto Sarrau e Federico Arcos,
suoi coetanei e compagni di gruppo

Come è nata l’idea della biografia di Durruti? So che hai impiegato oltre 10 anni per scriverla.

Durante il periodo che ho passato in sanatorio iniziai a scrivere una storia della rivoluzione spagnola ma una professoressa di storia mi disse che nessuno l’avrebbe pubblicata. Mi suggerì di scrivere la biografia di Durruti.

Perché Durruti, pur avendo vissuto la guerra di Spagna per la sola «breve estate dell’anarchia», è una figura così importante e rispettata da tutti, comunisti, socialisti, repubblicani?

Durruti ha avuto la sorte di morire all’inizio della rivoluzione, dopo solo 4 mesi, però i 4 mesi più esplosivi! È diventato un emblema di questa rivoluzione. È vero che tutti prendono Durruti come figura carismatica ma per appropriarsene. La verità è che non ci si può appropriare di lui perché Durruti era contro tutti, era questa la sua caratteristica. La gente si fidava di lui perché non si presentava come un leader, si comportava come uno qualunque. Le circostanze hanno fatto sì che formasse la sua colonna, ma non era lui a comandarla, la colonna si comandava da sola. Morì come aveva cominciato, come un semplice soldato. Non ha avuto una morte gloriosa, epica. La cosa che importa è che fino alla sua morte la gente ha creduto in lui. Che Guevara, ad esempio, quando era direttore della banca di Cuba ha lasciato tutto per andare in Congo. Zapata ha rifiutato di diventare generale e si è ritirato a vita privata. Il destino del rivoluzionario è diventare un dittatore; se non vuole farlo deve suicidarsi all’apice della sua forza. Deve decidere se darsi la morte da solo o diventare un dittatore. Né Durruti, né Zapata, né Guevara volevano essere dittatori, e hanno cercato la morte, una specie di suicidio. Hanno lasciato che la rivoluzione si sviluppasse con le sue proprie forze.

Sembra essere un problema irresolubile per la rivoluzione, è come se non potesse mai fermarsi perché porterebbe al paradosso, alla dittatura. A cosa porta la rivoluzione?

La rivoluzione in un solo paese è condannata. Deve coinvolgere almeno un intero continente, ad esempio dev’essere europea. La rivoluzione è una sferzata che dà la storia per avanzare, un colpo potente dato dalla gente, non dai politici. Gli anarchici non hanno voluto instaurare una dittatura, pur avendo la forza per farlo. Vincere o perdere non è importante quando sai che stai cambiando le cose. È come un vulcano: l’accumulazione di gas provoca l’esplosione, poi il vulcano torna a dormire ma non è morto. Io paragono la rivoluzione all’esplosione di un vulcano. Quello rivoluzionario è un processo lungo, che genera molte vittime, forse necessarie. A cosa porta? Penso a Spartaco, il gladiatore. Mentre era crocifisso gli chiesero se fosse valsa la pena essersi rivoltati; lui rispose «sì, eravamo schiavi e dovevamo farlo. Lottare per la libertà fa parte della natura umana, finire crocifissi è solo una delle possibilità». Io paragono molto Spartaco a Durruti.

Cosa pensi della situazione politica spagnola di oggi da un punto di vista libertario?

La transizione da Franco alla democrazia è stata fatta senza consultare la CNT , che contrariamente agli altri sindacati non ha ancora recuperato ciò che il franchismo le ha rubato. Nessuno ha voluto che la CNT recuperasse le forze. Hanno fatto un’amnistia per tutti i franchisti. Tu stesso ieri sera sei venuto a vedere la proiezione di un film sulla guerra di Spagna (Vivir la Utopia di Paco Rios, N.d.R.) e hai visto quanti giovani ci fossero. In Spagna non esiste oggi un partito politico capace di arrivare a così tanti giovani. Il partito socialista attira i giovani perché organizza delle feste (ride), i comunisti non contano perché non ci sono comunisti in Spagna.

Non ci sono comunisti in Spagna?

No. Il comunismo è finito dopo la transizione, se la sono giocata male… Marx parlando a Hegel della Spagna disse: «È un paese religioso, lascialo a Bakunin». In Spagna ci sono delle cose consustanziali con l’anarchismo. Il federalismo è la soluzione politica di tutto il problema spagnolo. Ancora oggi tutte le questioni vengono da lì: la destra vuole l’unità della Spagna, la sinistra vuole le autonomie. Non ci sono soluzioni…

Tu hai scritto che la società perfetta non esisterà mai. Cosa pensi dell’utopia?

La perfezione è solo degli artisti, la realtà è tutt’altra cosa. L’unica legge reale che c’è al mondo è la dialettica. Non la dialettica marxista, la dialettica in sé! Perché due forze che si urtano generano un’eco, ma non potrai mai sapere se l’eco è causata dall’una o dall’altra forza, perché è data dalla loro interazione.

Cocciano – Frascati (Roma), 15 novembre 2006. Abel Paz
(foto Marco Branchi)

L’anarchia è utopia?

Sì. Perché se ci fosse uno Stato Anarchico, gli anarchici sarebbero contro questo stato, per creare una Società Anarchica. Ma se si arrivasse a una Società Anarchica, gli anarchici sarebbero contro questa società, per andare più avanti, più lontano…

Perché essere utopici nel 2006, col mondo che va dalla parte opposta? Che senso ha essere anarchici ora?

Perché io sono sempre per lottare, la vita è lotta, se non lotti sei morto. Quindi bisogna andare sempre: più lontano, e più lontano negli ideali ci sono altri ideali. Pietro Gori diceva questo, e anche Malatesta. Tutta la storia dell’anarchismo lo dice. Gli anarchici sono i poeti della storia e il sale della vita; se togli la poesia e il sale, hai ucciso la storia.

Antonio Morabito

ripreso da “Alias”, supplemento settimanale del quotidiano comunista “Il Manifesto” del 18 novembre 2006.