Rivista Anarchica Online


internazionale

Un film già visto
di Antonio Cardella
foto di Paolo Poce

 

La doppia morale occidentale prevede, all’interno la democrazia, la legalità, la ricerca del dialogo ed il ripudio della guerra. All’esterno l’applicazione delle leggi della giungla.

 

A metà gennaio – il giorno preciso non me lo sono appuntato – nel corso di una conferenza stampa tenuta in occasione di uno dei tanti blitz in Medio Oriente, Condoleeza Rice sibilò minacciosa che gli Stati Uniti non erano dotati di una pazienza infinita e si aspettavano che il governo iracheno di Jawad al-Maliki, formatosi dopo varie vicissitudini, si assumesse le proprie responsabilità e si mostrasse in grado di ristabilire l’ordine nella tormentata vita del Paese.
Sul momento parve che l’ammonimento fosse motivato dalla scarsa simpatia che l’amministrazione USA nutriva per una compagine sostanzialmente ostile all’occupazione straniera (la componente filo-americana della Lista Irachena Nazionale aveva ottenuto solo l’8% dei voti e perduto 22 seggi all’Assemblea Nazionale, conservandone solo 25); poi il malessere sotteso alle parole del Segretario di Stato USA, ad un’analisi meno superficiale, anche alla luce delle acque agitate che squassano il Partito Repubblicano del presidente Bush, andava assumendo un significato diverso, ben più profondo di quanto le parole non esprimessero. Credo che sia maturata, anche nella componente repubblicana più guerrafondaia e in buona parte del Pentagono, la convinzione che è ormai difficile ipotizzare una soluzione positiva della guerra e che il disimpegno americano da quello scacchiere insanguinato passi da un percorso caratterizzato da un congelamento delle operazioni militari (con qualche fiammata puramente simbolica), proceda con l’alzare i toni della demonizzazione degli altri Stati ostili della regione, Iran e Siria in testa, e finisca con lo scaricare sul governo iracheno i rovesci di una guerra civile che l’intervento americano aveva provocato o quanto meno esaltato.
In realtà, il partito del presidente Bush è diviso tra due scuole di pensiero distinte: la prima, la più oltranzista, sostiene che si può venir fuori dal pantano iracheno rilanciando l’opzione militare nell’intera area Medio Orientale, estendendo, cioè, con l’apporto determinante di Israele, le operazioni belliche contro Iran e Siria. Questa strategia, secondo i suoi sostenitori, avrebbe il duplice vantaggio di consolidare con le armi la presenza americana in quell’area, determinante anche per le necessità energetiche dell’industria a stelle e strisce; di ricompattare a favore dei repubblicani un fronte interno che, sempre più esplicitamente, prende le distanze dalla politica ottusamente oltranzista del presidente ma che, posta di fronte alla necessità di sostenere i propri militari, ovunque siano schierati e quali che siano i motivi per cui combattono, non si tirerebbe indietro e appoggerebbe qualunque amministrazione da cui dipendesse la sua sorte.

La costola di Bush

Condoleeza Rice, da sempre costola di Bush, deve aver avuto un quadro preciso dei progetti del suo presidente quando ha ammonito il governo di Jawad al-Maliki, ed anche se, per il ruolo che ricopre, mostra prudenza e comprensione per i problemi che gravano sull’area, sa bene di essere chiamata a tessere una tela il cui orlo terminale è l’intervento armato in Iran. Temo che ci ritroveremo a visionare un film già visto: a parole, tutti dicono di lavorare per scongiurare il peggio; nel concreto, poi, aspettano soltanto l’occasione, vera o presunta, per giustificarlo. Ricordiamoci che molti democratici, in testa Hilary Clinton, che ritroviamo nel ruolo di candidata alla Casa Bianca, a suo tempo, non si opposero all’invasione dell’Irak e presero per buone le prove fasulle che la giustificavano. Prove che gli ispettori dell’ONU avevano contestato.
Questa constatazione del (malinteso) patriottismo che anima gran parte dell’opinione pubblica americana, così ben rappresentata da esponenti politici sia democratici che repubblicani, basta a dimostrare che, nel momento in cui sono in gioco il ruolo e gli interessi dei poteri forti che governano l’America, la mobilitazione sul “noi contro tutti e malgrado tutto” è automatica.
Da questo punto di vista, la richiesta di Bush al Congresso di stanziare ulteriori finanziamenti per inviare altre truppe sui fronti in cui l’America è in armi è una mossa abile per obbligare l’opposizione ad una scelta che, comunque, sarà compromissoria: se il Congresso, infatti, a maggioranza democratica, approverà la proposta, si renderà oggettivamente complice della politica guerrafondaia del presidente; se la respingerà, potrà essergli addebitata la responsabilità dei tracolli che le truppe sui vari fronti subirebbero.
Ma, al di là dei fatti specifici che potrebbero segnare la differenza dei comportamenti tra democratici e repubblicani nell’America contemporanea, credo che, al fondo, vi sia, diffusa, la sostanziale convergenza di tutto un popolo su alcuni punti sostanziali. Intanto la convinzione che, a prescindere da alcuni incidenti di percorso, la politica americana sia tradizionalmente sostanziata da un concetto autentico e univoco della democrazia, così come può dispiegarsi nel contesto della modernità: il che giustificherebbe qualunque intervento per difenderla e diffonderla; l’altra convinzione profondamente radicata è che non vi è altro percorso per lo sviluppo e il progresso dei popoli che quello intrapreso dall’Occidente, il che, obiettivamente, equivale a sostenere che il confronto con realtà “altre” assumerebbe sempre le caratteristiche di un confronto/scontro tra civiltà, delle quali una soltanto è l’autentica, depositaria della verità; infine, che, nelle dinamiche interne all’Occidente, le modalità con cui si coniugano i principi della democrazia realizzata siano quelle prescelte ed attuate dagli Stati Uniti federati.

Vicenza 17-2-2007 - Manifestazione contro l’allargamento
della base USA (foto Paolo Poce)

Il doppio binario

Tutto ciò mi riporta ad un saggio impietoso di Robert Cooper, letto qualche anno fa, che sosteneva come la modernità fosse caratterizzata dalla politica del doppio binario: all’interno dell’Occidente era possibile giocare con la democrazia, la prevalenza della legge sul caos, la ricerca del dialogo ed il ripudio della guerra. Al di là dei confini occorreva applicare le leggi della giungla: i nemici erano nemici e nei loro confronti occorreva applicare le leggi, brutali ma ineluttabili, che garantiscono la sopravvivenza in un ambiente ostile come quello della giungla, appunto.
In quest’ottica va visto l’unilateralismo che ha caratterizzato la politica americana del nostro tempo. Il disprezzo che di volta in volta si dimostra verso gli organismi internazionali (sino al punto di tentare lo svuotamento dell’ONU), il rifiuto di riconoscere il tribunale internazionale, il sottrarsi alle deliberazioni dei trattati (pochi) che hanno tentato (e tentano) con scarso successo di arginare il collasso del nostro ecosistema, sono tutti atteggiamenti che ben rappresentano l’egocentrismo – a nostro modo di vedere di corto respiro – della società americana del nostro tempo.
Questa visione apocalittica dei rapporti internazionali cadenza significativamente il confronto tra America ed Europa. Nella realtà, l’Europa è quello che gli Americani non vorrebbero mai essere. L’Europa è attraversata costantemente dal dubbio; nella pratica politica non è mai stata hobbesiana: non ha mai assunto o condiviso la filosofia dell’homo homini lupus; dopo il secondo conflitto mondiale si è sempre schierata sul fronte della negazione della guerra come soluzione delle grandi questioni internazionali; non ha mai praticato il multilateralismo, anzi ha lavorato per la costruzione di una unità politica che superasse gli egoismi nazionalistici. Che ci sia riuscita, è un altro discorso.
Ma questo, delle due culture a confronto – quella americana e quella europea –, è un argomento tutto da trattare, e, per quel che riguarda il mio punto di vista, tenterò di articolarlo in altra occasione.

Antonio Cardella