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Ancora sulla Valsusa

Quel che stupisce nella replica al mio articolo proposta da Scarinzi è l'attitudine di attribuire ad altri le proprie inclinazioni, come una sorta di caleidoscopio di immagini in cui a forza di vederle ripetute si perde il senso dell'orientamento.
Tipica di chi si schiera ideologicamente è infatti la pretesa di ridurre una realtà complessa ad un unico paradigma.
Scarinzi sostiene di aver voluto: “riprendere una questione che” ritiene “meritevole di attenzione e cioè l'apparire sulla scena di una corrente federalista democratica che può, insisto, può utilizzare anche il movimento valsusino come mito fondativo”.
Sono ben lungi dall'aver negato che in Val Susa vi sia il tentativo di accreditamento di questa corrente. Anzi! Ne denunciavo il carattere strumentale da parte dell'aspirante caudillo della Comunità Montana come elemento non secondario del complesso e, per certi versi difficile, panorama che si è delineato nel lungo periodo della tregua olimpica e elettorale. Quando, come acutamente rilevava un No Tav all'assemblea del 29 marzo a Villar Dora, gli uomini in grigio si sostituiscono agli uomini in blu, le possibilità di riassorbimento delle tensioni più autenticamente autogestionarie e di azione diretta sono certo più forti che in passato.
Il governo, nell'ultimo periodo si è mosso con grande cautela, probabilmente lieto di aver messo la sordina ad una rivolta che rischiava di divampare sulle Olimpiadi e, soprattutto, sulla campagna elettorale. Significativo il fatto che alla guida della Commissione tecnica che dovrebbe affiancare il mai aperto tavolo politico sul Tav, sia stato posto un uomo come l'architetto Virano.
Virano, uomo del centro sinistra, ha una carriera tutta all'ombra dei poteri forti. Basti pensare che per l'incarico che attualmente ricopre all'Anas è stato sponsorizzato da Marcellino Gavio, il patron della logistica di Tortona e maggior supporter del progetto Tav tra Genova e, non a caso, Tortona.
In precedenza era stato l'uomo immagine della Sitaf, la società che ha costruito ed oggi gestisce l'autostrada del Frejus che attraversa la Val Susa. L'incarico di Virano è il segnale di un mutamento di strategia da parte della lobby tavista, che oggi punta su uno specialista delle pubbliche relazioni, dopo aver fallito il tentativo di chiudere rapidamente la partita mettendola in mano agli specialisti dell'ordine pubblico. Il disegno di Virano, esplicitamente dichiarato, è di puntare sulla persuasione dei suoi avversari, attraverso strategie di penetrazione capillare in Valle. Virano ha infatti annunciato l'intenzione di installare la sede dell'Osservatorio a Susa e di intraprendere una serie di incontri bilaterali ad ampio raggio.
Sebbene al momento le iniziative di Virano abbiano incontrato netta opposizione da parte del movimento No Tav, non si può escludere che in futuro non possano riuscire a segnare dei punti.
Inoltre, come già sottolineavo due mesi fa, la manovra di rilegittimazione del presidente della Comunità Montana e dell'assemblea dei sindaci necessita di una riduzione della conflittualità diretta con il governo di turno. Il tentativo di Ferrentino & C. di riprendere il controllo, mai perso del tutto, ma seriamente incrinato, del movimento, passa anche attraverso il mito della democrazia partecipata. Significativo che all'improvviso le assemblee convocate e rigidamente gestite dalla Comunità montana, da fine gennaio abbiano cambiato nome, come un serpente che cambia pelle. Prima si chiamavano Comitato istituzionale e oggi si chiamano Comitato di Coordinamento, echeggiando in tal modo il Coordinamento dei Comitati.
Non mi pare di aver in alcun modo sottovalutato le grandi manovre in atto tra Torino e il Rocciamelone. Anzi! Osservare la realtà, segnalando il complesso intreccio di istanze e di luoghi della rappresentanza, era il mio intento principale.
In queste prime settimane dopo la tornata elettorale i nodi all'interno del movimento si sono fatti più intricati, anche se ci sono segnali che la stagnazione politica stia per finire.
Tre le principali novità. La ridiscesa in campo della coordinatrice europea per il corridoio 5, Loyola De Palacio, che sbarca a Torino con un rapporto “tecnico” di 180 pagine nel quale si negano le emergenze ambientali connesse all'opera e si suggerisce che il movimento No Tav sia agito da potenti e occulti finanziatori. De Palacio viene apertamente contestata dal movimento che assedia la prefettura torinese per un'intera mattinata.
Altra importante novità la profonda lacerazione tra il PRC torinese e quello di Valle, reduce da una importante vittoria elettorale (20% a Bussoleno). Occasione di scontro l'accordo sottoscritto a Torino tra Rifondazione e il centro sinistra in vista delle imminenti elezioni al comune di Torino. In base all'accordo la questione Tav viene demandata al cosiddetto “Osservatorio Virano”, cui è affidato il giudizio sull'affidabilità dell'opera. Nonostante per la prima volta il sindaco Chiamparino, DS ultras del Tav, ammetta la possibilità dell'opzione zero, l'accordo elettorale a Torino viene accolto in valle, specie dai No Tav del PRC, come un vero tradimento del movimento. D'altra parte non si è traditi che dai propri. Lo strappo contribuisce a rafforzare la convinzione che solo l'autorganizzazione e l'azione diretta possono essere vincenti.

D'altra parte, dopo la significativa affermazione elettorale dei partiti, che, negli ultimi mesi, si sono schierati contro il Tav: Rifondazione, Verdi e PdCI, questa scelta, fatta a 10 giorni dalle elezioni politiche, non poteva essere indolore.
Alla manifestazione del 22 aprile tra Serravalle e Arquata Scrivia, indetta dai comitati di Liguria e Piemonte contro il Terzo Valico, che vedranno una importante partecipazione dei Comitati No Tav della Val Susa, gli accenti più duri contro “l'Osservatorio Virano”, definito il cavallo di Troia del Tav in Val Susa, sono quelli di ben noti esponenti del PRC di Valle tra cui il sindaco di Bussoleno; Beppe Joannas.
Negli stessi giorni trapela un'iniziativa della Prefettura che convoca a Torino Ferrentino, annunciandogli l'intenzione di recintare i terreni di Venaus, intenzione che viene ribadita dal capo della procura torinese Maddalena, che, sin da dicembre, ha deciso il sequestro dei terreni sgomberati con la violenza nella notte tra il 5 e il 6 dicembre e poi riconquistati dal movimento l'8 dicembre. Pare che Ferrentino abbia sottoscritto un compromesso, in cui veniva proposta una recinzione “simbolica” dei terreni.
Una delle leggi più ferree della politica del controllo “democratico” della dissidenza è la ciclica alternanza tra la carota ed il bastone, e quando necessario, il sapiente dosaggio e distribuzione dell'uno e dell'altra.
Il 3 maggio arrivano i primi avvisi di garanzia ad 8 No Tav. C'è anche qualche nome eccellente: Alberto Perino, uno dei No Tav più noti, un vicesindaco e Beppe Joannas, già indagato dalla magistratura per l'opposizione al passaggio della Coca Cola dal suo paese durante la corsa della fiaccola olimpica.
La risposta solidale dell'assemblea di valle è immediata e corale: la sera stessa del 3 maggio un comunicato di solidarietà (1) ribadisce che la “battaglia del Seghino”, ossia la giornata di resistenza all'occupazione militare del 30 ottobre, è patrimonio di un intero movimento, che rivendica la restituzione dei terreni sequestrati a Venaus ed esprime la volontà di proseguire una lotta che ha tra i propri immediati obiettivi l'opposizione al raddoppio del tunnel autostradale del Frejus.
Per tornare alle argomentazioni di Cosimo trovo strano che egli mi attribuisca un'attitudine alla “propaganda” che davvero non mi appartiene. L'enfasi tipica di tanti politici mi è del tutto estranea.
Scrive Scarinzi: “Ritengo, insomma, che non sia utile, se non a fini propagandistici ma nella propaganda io non sono bravo, costruire un mito della Valle di Susa attribuendo al movimento caratteri che, con ogni evidenza, non ha e che quanto in realtà sta avvenendo sia sufficientemente importante per non rendere necessarie enfatizzazioni che rischiano di generare, alla prima difficoltà, corrispondenti delusioni.”

Non ho mai sostenuto che in Val Susa si sia sull'orlo della rivoluzione. Mi sono limitata a verificare empiricamente che l'accelerazione del conflitto seguita all'occupazione militare del territorio, ha prodotto in quei mesi una forte delegittimazione dei meccanismi della democrazia rappresentativa.
Questo dato è frutto sia dalle scelte di chiusura alle istanze locali del governo nazionale e regionale, sia dell'attitudine eccessivamente concertativa dei sindaci di fronte ai tentativi del governo Berlusconi di fermare la rivolta. Nei momenti alti della lotta questo ha messo in moto meccanismi di tipo assembleare, capaci di assumersi, in certi momenti, responsabilità decisionali molto forti, nella chiara consapevolezza della propria forza e della propria autonomia.
Nel mio scritto rilevavo infatti che: “La Val Susa, come già Scanzano, rimette in campo la possibilità di un conflitto che, nei suoi momenti più forti, allude al superamento della società gerarchica. Intendiamoci. Qui si delinea un orizzonte possibile tra i tanti che potrebbero darsi nei prossimi mesi. Non bisogna cadere nella tentazione di scambiare i propri sogni per realtà, ma semmai di cogliere alcune tracce utili per il cammino che ci attende dopo la fine della tregua elettorale.”
Nessun mito. Solo il tentativo di cogliere gli elementi più interessanti emersi nel momento più alto, sia in termini di partecipazione che di radicalità, assunto dalla lotta del movimento No Tav.
Quando poi Scarinzi, in opposizione al mio scritto, sostiene che vi sia tra movimento e istituzioni locali “una dialettica aperta e complicata che vede momenti di tensione, di rottura e di ricomposizione” dimostra che o non mi sono espressa bene o Scarinzi ha letto velocemente il mio scritto. Parafrasandolo non posso che dire che nel primo caso non spetta a me giudicare mentre nel secondo sono cose che capitano.
Sulla questione lascio quindi ai lettori giudicare.
In merito infatti asserivo che “Descrivere, come fanno taluni, quella della Val Susa come esperienza di ‘democrazia partecipativa' appare del tutto improprio. Vi è semmai un complesso intreccio tra i vari luoghi della rappresentanza, che non può essere ridotto alle assemblee gerarchizzate indette da quello che qualche mese or sono era il Comitato istituzionale ed oggi si è attualizzato in Comitato di Coordinamento.” E ancora più avanti: “il Comitato istituzionale ha gradualmente cessato di essere il luogo in cui si definiscono gli obiettivi del movimento ma è oggi uno dei quattro luoghi della rappresentanza del movimento No Tav. Gli altri sono il Coordinamento dei Comitati No Tav, l'assemblea generale di valle e i vari presidi permanenti.”
Ben lungi dal semplificare, dal ridurre una realtà complessa ed in costante cambiamento ad un unico paradigma, descrivo le varie istanze tentando di dar conto, sia pur poveramente e schematicamente, delle varie nuance che caratterizzano in questi mesi il movimento No Tav.
Gli avvenimenti sopra descritti, il sapiente dosaggio tra bastone e carota e le reazioni del movimento paiono confermare quanto osservato in precedenza: una significativa capacità reattiva di fronte alle strette repressive, una maggiore difficoltà ad affrontare i giochi della politica. Nel complesso un movimento che sta dimostrando una tenuta nel tempo – la fase “critica” dura da ormai un anno – e riesce a mantenersi vitale ed autonomo. Scusate se è poco.
Il prossimo periodo sarà molto difficile: il nuovo governo potrebbe moltiplicare i tentativi di dividere buoni e cattivi, dialoganti e refrattari. La partita all'ombra del Rocciamelone è ben lungi dall'essere chiusa. A maggior ragione è importante un'analisi empirica precisa, capace di cogliere i segnali di fumo degli “indiani di valle”. Altro che propaganda!

Maria Matteo
(Torino)

Nota

1. Ecco il testo del comunicato:
“Il movimento NO TAV, riunito in assemblea il 3 maggio 2006, nella sede Consiliare del Comune di Bussoleno

Esprime la più totale solidarietà nei confronti di chi è stato raggiunto da avviso di garanzia per i fatti dello scorso autunno;

Ribadisce la propria condivisione e partecipazione ai fatti oggetto di indagine;

Rivendica le lotte che hanno visto il loro momento più forte dalla Battaglia del Seghino alla liberazione di Venaus;

Esige l'immediato dissequestro dei terreni stessi affinché ritornino alla loro naturale destinazione agricola;

Dichiara altresì la propria contrarietà ad ogni ipotesi di realizzazione della seconda canna, sia essa di servizio o di esercizio, del traforo autostradale del Frejus.

IN TAL SENSO
si indice la mobilitazione permanente invitando tutto il popolo NO TAV a essere presente a Torino davanti alla Procura della Repubblica da lunedì 8 maggio e al Tribunale dei minori il 12 maggio, in modo da portare appoggio concreto ai militanti NO TAV indagati.

Movimento NO TAV”

 

 

 

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