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Rivista Anarchica Online


 

“Situazionismo”
in pillole

Diffido degli aforismi. Sembrano illuminare, in una breve frase, spesso paradossale, una verità. Ma si tratta solo del luccichio ingannevole di una prosa brillante. A volte confermano, altre volte (con la stessa, suprema indifferenza) smentiscono dei radicati luoghi comuni. Quasi sempre la stessa frase girata al contrario ha lo stesso risultato: fa sorridere e pare si tratti del sorriso dell'intelligenza, ma che intelligenza è quella puramente confermativa: “Ah, sì, è vero”?
Quelli riportati da Marco Sommariva in Pillole Situazioniste (Malatempora editrice, pagine 128, prezzo 10,00 euro) però non sono aforismi, sono profezie: “Se distruggiamo ogni piacere nel corso della vita, quale specie di futuro ci prepareremo? Se non si sa godere per il ritorno della primavera, come faremo a essere felici in un'utopia che ci risparmi il lavoro?” (George Orwell). La prosa è aspra, molto poco melodiosa. Non ci viene data una risposta, ci viene posta una domanda. Questa è la prosa delle profezie. Non ci viene da ridere quando leggiamo una frase così.
Diffido anche delle citazioni esemplari. Quando da ragazzo preparavo la mia tesi di laurea su un grande padre del pensiero anarchico, Jean Jacques Rousseau, il mio professore mi raccomandò di non eccedere, appunto, in citazioni esemplari. Il senso di una frase, di un ragionamento, di una presa di posizione, va visto nel suo contesto, diceva. Giusto. Ma quando si legge: “Siamo vittime della pestilenza del ventesimo secolo. Questa volta non si tratta della Morte Nera, ma della Vita Grigia.”. (Aldous Huxley). Quando si legge una frase così, il contesto non c'è bisogno di esplicitarlo: è la nostra vita, il contesto. E le risposte stanno nelle scelte di vita dei libertari d'ogni epoca. Le conosciamo e impariamo ogni giorno a riconoscerle.
Omissioni? Be', qualcuno magari potrà osservare che tra gli autori citati da Sommariva, ne mancano alcuni che del resto solo a forza potrebbero essere infilati tra i “situazionisti” (comunque li si voglia definire). Eppure, mi tornavano alla mente, alcuni di questi apparenti esclusi, mentre leggevo gli inclusi. Per esempio Kropotkin quando in Memorie di un rivoluzionario racconta di una riunione clandestina dell'Internazionale in Svizzera. C'erano da discutere questioni vitali per il movimento europeo. Ma arriva all'improvviso un compagno che ha un problema tutto suo: deve finire una traduzione entro il giorno dopo, altrimenti non lo pagano. Tutti gli illustri membri dell'Internazionale presenti, all'istante depongono le discussioni strategiche e si mettono a finire la traduzione del compagno, un capitolo a testa.
Ci ho ripensato leggendo, sempre di Huxley: “Sono molto imbarazzato perché ho lavorato per quarant'anni, studiando di tutto, facendo esperienze, viaggiando per il mondo, e tutto quello che posso dirvi è soltanto di essere un po' più gentili l'uno con l'altro”. Mi sono anche tornati in mente i capitoli non romanzeschi e dunque non letti (in genere) di Guerra e Pace di Tolstoj. Eh sì, lo so che c'è chi storce il naso, anche tra i libertari, sul suo anarchismo pacifista ed evangelico, sul quale si ha ben diritto di nutrire delle perplessità. Però andatevi a rileggere i suoi sarcasmi sulle spiegazioni storiografiche delle cause delle guerre napoleoniche, delle sue vittorie e delle sue sconfitte. Non importa che Tolstoj non ci sia tra gli autori della raccolta.
C'è lo stesso nelle parole degli altri. In modo implicito: “La guerra tra popoli e classi è stata sinora il principale strumento con cui l'uomo ha programmato e prodotto miseria.” (Ivan Illich). Oppure in modo esplicito: “C'è un vecchio problema cui si è interessato anche Tolstoj, se la storia sia fatta da grandi individui o se la storia sia fatta da grandi inconsce spinte di movimenti economici e sociali che sono più grandi degli individui.
Così Napoleone è semplicemente uno trasportato da questa onda invece di essere il leader.” (Hakim Bey). Oppure in un modo spiazzante che ci mette tutti di fronte allo stato delle cose, o meglio alla riduzione a “cosa” dei rapporti umani: “Quelli che parlano di rivoluzione e di lotta di classe senza riferirsi esplicitamente alla vita quotidiana, senza comprendere ciò che c'è di sovversivo nell'amore e di positivo nel rifiuto delle costrizioni, costoro si riempiono la bocca di un cadavere.” (Raoul Vaneigem). Pillole utilissime a rimettersi in forze.

Gianfranco Manfredi

 

 

Camillo Berneri,
la politica libertaria,
il liberalismo

Fa sempre piacere quando, al di là dei circuiti ristretti della (meritoria) editoria militante, qualcuno, seguendo percorsi di ricerca scientifica, giunge ad occuparsi di pensatori e militanti “di minoranza”; soprattutto, poi, se questa minoranza è quella libertaria e anarchica. È questo il caso del recente Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo di Carlo De Maria (ed. Franco Angeli 2004; pag. 205; euro 20) che, grazie anche ad un grandissimo lavoro negli archivi, ripercorre sia la tormentata biografia di Camillo da Lodi, come a volte Berneri si firmava, che la sua evoluzione intellettuale, rimarcando, nella parte conclusiva, i nodi teorico-politici più problematici e stimolanti del suo pensiero.

Camillo Berneri (Lodi 1897-Barcellona 1937)

Negli ultimi anni, va notato, l'attenzione su Berneri è sicuramente aumentata (da ricordare il capitolo a lui dedicato da Nico Berti ne Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, ed. Lacaita, 1998; l'antologia Anarchia e società aperta. Scritti editi e inediti, ed. M&B, 2001, curata e introdotta da Pietro Adamo; la giornata di studi, in collaborazione tra Centro Studi Libertari e “il manifesto”, a Roma nell'ottobre 1996; la giornata di studi tenutasi a Reggio Emilia nel Maggio 2005), ma questo non toglie che egli sia comunque rimasto un pensatore-militante “di nicchia”, la cui figura è stata riproposta – spesso senza studiarla – dagli anarchici, e tenuta ai margini delle ricerche – senza, in genere, preoccuparsi di conoscerne il pensiero – dai non anarchici. Il libro di De Maria, quindi, giunge a colmare almeno in parte queste mancanze ed anche per questo la sua lettura si rivela notevolmente stimolante. Sicuramente interessante è l'accuratissima ricostruzione biografica, che mette in luce la formazione intellettuale di Berneri – maturata soprattutto all'Università di Firenze, dove ebbe Gaetano Salvemini come maestro e Carlo e Nello Rosselli ed Ernesto Rossi come compagni di studio e sodali –, così come la sua instancabile attività antifascista, svolta soprattutto nell'esilio (dove, vittima di una macchinazione della polizia fascista, finì sia in carcere che espulso da vari paesi), fino alla sua tragica uccisione, avvenuta nel ’37, per mano dei comunisti, durante la Guerra di Spagna, dove egli era corso fra i primi.
Un aspetto che De Maria sottolinea di tutto il percorso biografico berneriano è il rapporto che questi, passato giovanissimo all'anarchismo dal socialismo prampoliniano, mantenne sempre con vari esponenti della sinistra non comunista, in particolare con liberali, come Gobetti, con socialisti-liberali, come Carlo Rosselli, con libertari “senza partito”, come Silvio Trentin, con repubblicani federalisti, come Fernando Schiavetti, con socialisti dissidenti, come Alberto Jacometti. L'attività pubblicistica di Berneri fu instancabile (cosa che, come egli stesso lamentava, unitamente ai problemi economici ed ai guai legali, gli impedì di affrontare molte questioni in modo organico) e rivolta non solo ai giornali anarchici, ma anche, appunto, alle pubblicazioni di ‘Giustizia e libertà’, dei repubblicani federalisti, dei socialisti “anticoncentrazionisti”, e proprio in questa massa enorme di articoli, così come nella grande quantità di lettere e note inedite (oggi in gran parte conservate all'Archivio Famiglia Berneri domiciliato a Reggio Emilia), ebbe modo di porre in modo abbastanza chiaro i termini della sua ricerca intellettuale. Questa, come bene illustra De Maria nei capitoli ad essa dedicati, partiva dalla considerazione che “La crisi dell'anarchismo è evidente”, e quindi si incentrò progressivamente sulla ricerca di un “anarchismo attualista”, il quale, sulla scorta del “problemismo” salveminiano e del “fenomismo” postulato da Berneri stesso, poneva al suo centro la ricerca della “città possibile”, contrapposta alla “città attuale”, dominata dalla dittatura fascista e dai totalitarismi nazista e comunista, ma anche alla “città utopica” postulata dalla maggioranza degli anarchici suoi contemporanei. Rispetto a questa “città utopica” – che egli vedeva, al massimo, come “punto d'orientamento” – Berneri non risparmiò le critiche, appuntandosi non solo sulla sua difficile, se non impossibile, realizzabilità, ma soprattutto sulla concezione di fatto totalizzante che essa tradiva.
Come hanno messo in luce anche i già citati Berti ed Adamo, e come De Maria sottolinea più volte, Berneri fu molto sensibile agli aspetti totalitari presenti, ed inconsapevolmente assunti, anche nel pensiero anarchico e proprio per reagire ad essi egli continuamente tentò di elaborare una teoria politica libertaria che, nella sua attuabilità immediata, salvaguardasse sia le libertà individuali e sociali che la possibilità stessa della ricerca sociale, continuamente trasformando, per usare termini berneriani, il “fatto” della società nella “scelta” della “associazione”. In questo percorso gli scogli che egli non poteva evitare furono quelli della politica e della statualità, rispetto ai quali egli cercò (a fronte del rifiuto radicale, da parte dell'anarchismo, di ogni forma politica e di ogni istituzionalizzazione, un rifiuto che egli giudicava cieco e superficiale) di individuare delle ipotesi libertarie che traducessero sul piano della politica operativa la sua ispirazione; una ispirazione che, per usare ancora le sue parole, ebbe modo di compendiare nella formula: “Cattaneo completato da Salvemini e dal Soviettismo”.
L'impostazione di Berneri, in altre parole e come bene illustra De Maria, si basava sulla convinzione che la “politica libertaria”, cioè la “pratica dell'anarchismo”, fosse non tanto rifiuto dell'esistente e richiamo ad una rivoluzione palingenetica, ma soprattutto ricerca e pratica dell'“altro” nell'esistente stesso, quindi continua costruzione dal basso di nuove forme politiche ed istituzionali. Come sottolinea fin dal titolo il libro di De Maria, uno degli influssi che in questo cammino si rivelarono determinanti per Berneri fu il confronto col liberalismo (non a caso una famosa frase berneriana fu “Nell'Internazionale gli anarchici furono i liberali del socialismo”), in particolare quello “rivoluzionario” di Gobetti e quello “socialista” di Rosselli, rispetto al quale la sua posizione – come, del resto quelle di Gobetti e Rosselli – fu particolare.
Da un lato, infatti, Berneri non ebbe dubbi nell'indicare nelle forme storiche assunte dal liberalismo classico – cioè nello stato-nazione, nella politica fatta coincidere solo col parlamentarismo, nella logica economica basata sull'accentramento capitalista e sullo sfruttamento delle masse operaie, nel colonialismo e nell'imperialismo a livello dei rapporti internazionali – i principali responsabili della catastrofe del ’15-’18 e della nascita dei totalitarismi nell'età post bellica. Dall'altro lato, però, Berneri conservò, ponendoli non raramente al centro delle sue riflessioni, alcuni elementi fondanti dell'eredità della tradizione liberale, quali la difesa radicale della libertà individuale, il liberismo in economia (dalle quali derivavano le sue critiche, feroci, al comunismo, fosse questo quello marxista o quello degli anarchici stessi), la consapevolezza che “ubi societas ibi jus”, cioè che non è realmente possibile costruire una società libera e giusta se non costruendo anche norme, diritti, istituzioni che tale libertà siano deputati a difendere.

Purtroppo, la sua prematura morte non ci permette di sapere a quali conclusioni Berneri sarebbe giunto, ammesso che la sua instancabile ricerca avesse potuto accontentarsi di un qualche risultato raggiunto, mentre, dall'altra parte, gli esiti della “rivoluzione italiana” – che nelle speranze di Berneri, Rosselli, Jacometti, Schiavetti avrebbe dovuto non solo spazzare via il fascismo, ma anche costruire una nuova Italia ed una nuova Europa federale, basata sulle autonomie comunali – si sono rivelati ben diversi, quando non opposti, a quanto essi postulavano. Una questione, comunque, rimane aperta e va indagata: essi, e Berneri in particolare, hanno indicato alcuni dei nodi filosofico-teorici ed operativi con cui chi voglia una trasformazione libertaria non può non confrontarsi, soprattutto se animato dal loro stesso spirito critico e dalla loro stessa volontà di ricerca e realizzazione.
Proprio su tale questione, ed in particolare sulla questione del “liberalismo”, tuttavia, un appunto a De Maria (ma anche, almeno in parte, a Berti ed Adamo) è forse necessario. “Liberalismo”, infatti, è categoria teorico-politica dai significati assai vasti, che non a caso, e solo per fare qualche esempio, copre tanto il peggior operare del capitalismo monopolista quanto la critica di questo in nome del diritto di chi lavora a godere del frutto della sua fatica, tanto le leggi anti-operaie e la repressione dei movimenti popolari quanto la difesa delle organizzazioni dal basso e le rivendicazioni di una maggior giustizia sociale, e così via, cosicché, oggi, in particolare in clima di “liberalismo berlusconiano”, non è ben chiaro capire a quale liberalismo si faccia riferimento usando tale espressione.
Berneri ( e prima di lui un altro grande “eretico” dell'anarchismo, cioè Francesco Saverio Merlino), inoltre, proprio perché consapevole di questa contraddittorietà della tradizione liberale, che certo non rifiutava in toto, usò sempre il termine “libertario”, in ciò certo marcandolo nella sua differenza da “anarchico”, per qualificare il senso della sua ricerca, e così facendo pose in luce, come del resto fecero anche Gobetti e Rosselli, un altro nodo problematico. Il “liberalismo”, infatti, è storicamente stato una delle “declinazioni” della ricerca della libertà, una ricerca che ad esso preesisteva e che si è nutrita di molteplici influenze. In tale “declinazione” il liberalismo storico ha certo messo in luce e formalizzato alcuni punti ineludibili (quali quelli prima accennati) della “libertà possibile”, tuttavia non è né giusto né legittimo attribuire al liberalismo stesso il monopolio della sensibilità e dell'attenzione al problema della libertà in quanto tale. Per questo se, da un lato, non è possibile tralasciare il portato del liberalismo alla individuazione di possibilità di libertà, dall'altro non è possibile – come dimostrano, fra l'altro, teorizzazioni, quali il proudhonismo, l'anarchismo “americano” dei Benjamin Tucker e delle Voltairine De Cleyre, il cooperativismo di Osvaldo Gnocchi-Viani – definire col termine “liberalismo”, o far risalire ad esso, appunto ogni spinta libertaria.
Detto tutto questo, tuttavia, rimane certo vero che l'“anarchismo attualista”, “irrazionalista” e “nazionale” di Berneri è stato un grande, seppur monco, tentativo di “correzione” e “reinvenzione” libertaria dell'anarchismo, un tentativo che, come appunto anche De Maria dimostra, si poneva “al passo coi tempi” non per un superficiale bisogno di essere “alla moda”, ma per l'acuta comprensione del fatto che la ricerca della libertà e della giustizia, proprio perché tale, non può mai essere ritenuta esclusivo patrimonio di qualche movimento o teoria, oppure conclusa anche nei suoi aspetti fondanti. Di tale ricerca, il Berneri che emerge dalle pagine di De Maria è stato – quasi come un eroe tragico nella sua profonda consapevolezza della drammaticità della situazione e dei problemi – tanto un attore quanto uno “snodo”, ed è per questo che il merito maggiore del libro – oltre, ovviamente, a quelli specificamente storici e scientifici – è quello di mostrare che questa stessa ricerca deve essere ripresa, continuata, approfondita. Anche oggi, e più che mai, infatti, come appunto Berneri scriveva: “(…) il verbo dei Maestri è da conoscersi e da intendersi, ma troppo i nostri maggiori rispettiamo per porre costoro a Cerberi ringhiosi delle proprie teorie, quasi come ad arche sante, quasi come a dogmi”, ed è anche per questo che: “Bisogna ripensare originalmente tutti i problemi del nostro tempo, restare aperti sull'avvenire”.

Franco Melandri

 

 

A tutta rima
con Pralina

Beh, le poesie lette da Patrizia Diamante a Novaradio (Firenze, fm 101.5, www.novaradio.info) non sono certo poesie qualsiasi, e le rime magari ci sono... ma anche le anime, i treni, gli automi, il carcere, la fica e i supermarket!
Si tratta di un Cd, progetto “no profit” per la libera diffusione della poesia, nato dalla constatazione che le poesie scelte da Pralina e musicate da Freddie durante la trasmissione Fedeli alla linea (Jazzline) del martedì hanno riscosso grande successo.
Scopriamo così che è vero che gli editori vedono come fumo negli occhi e ragnatele nel portafogli qualsiasi pubblicazione di poesia, ma è anche vero che la poesia piace, dice, ride, cura, ferisce e piscia. Sì, certo: la collezione messa insieme da Pralina è irriverente, eroica, innamorata e zoccola. Sembra che si tratti di un cd terapeutico, della serie “stimoli anti conformità” perché va a cercare non tanto il pelo nell'uomo, o la rima o la modernità del verso ma il vero.
Ovviamente, come tutti sapete, il vero non esiste, e il verso è un inno alla soggettività. Ma può essere così immediato da evocare il reale. Le poesie di questo cd compongono una canzone nuda e cruda per la realtà, un canto sciamanico per il risveglio. A volte esilaranti, a volte scomode. Non per niente si parte da una poesia di Benedetto Valdesalici che, letta da Pralina con voce robotica, ci dice “non abbiamo più nulla da dire/la scelta è tra robot e zombies/ la razza homo sapiens è scomparsa da tempo/ troppo ingombrante a livello emotivo...”.
E poi via, verso altre avventure musicate, come “Grido delle stazioni” della Cvetaeva (“la vita è rotaie, non piangere”, “al che, dopo il silenzio, ci sono le TRAVERSINE”), ad altre brevi e silenziose poesie-aneddoto (“amare vuol dire non zuccherate abbastanza...”), edite ed inedite.

Conoscevamo Pralina come pittrice e vignettista, come scrittrice ed attivista politica (tra le cose più recenti la cura del sito horstfantazzini.net) ma queste sue voci multiformi stupiscono: da romagnola (anche nella poesia di Tonino Guerra “la figa l'è na tela ragna...”), da automa, da Allen Ginsberg (!?!), da ubriaco, ne sentiamo di tutti i colori: in “Pulpoesia” di Nando Barile, sorretta dalle musiche ipnotiche di Freddie Ciclone, è divina.
In “io non sono taliano” di Valdesalici, con al sottofondo televisivo Mara Venier, è mitica (“taliano taliota taliano talietta taliano idiota”).
Insomma, sono trentuno poesie, un bel regalo che fa scoprire insolite confluenze tra la poesia già storica come quella di Péret (“la sedia a dondolo come la logica non esce mai da un certo spazio perché si addormenta”) e la poesia più recente. Per quest'ultima Pralina ha incluso brani assolutamente attuali, tra i quali ricordo “Verde e ancora verde” di Ferruccio Brugnaro, nella quale, col sottofondo di acque lagunari, ci si racconta di una casa a Porto Marghera, sotto le ciminiere, che un uomo e un ragazzo dipingono e ridipingono continuamente di verde. Ma anche la notissima “Il disertore” di Boris Vian, letta da Pralina con voce... maschile.
Così Ginsberg non sembra tanto lontano dai Gas, mentre segue il suo Whitman nel supermarket (“corridoi pieni zeppi di mariti, mogli negli avocados, bambini nei pomodori...chi ha ucciso le cotolette di porco?”). E tra l'osceno Bataille (“per abbandonarmi ai cazzi mi sono vestita da spezzare il cuore”) e l'elegiaco Senghor (“l'uragano svelle in me foglie e parole futili”), Pralina ci sballotta e ci solletica, finendo con il suo “Hip Hop della voragine”. Una voragine disperata ma ovviamente pralinata: “non sento l'appello del lavoro/ che è fatto in coro/ la produzione io l'ho lasciata/ come una cosa allucinata/ il sindacato m'ha abbandonata/ la mamma mia s'è disperata/ io l'ho baciata/ e lei m'ha spintonata...”.
Richiedete questo “must” a: pattydiamante@interfree.it, e buon ascolto.

Francesca Palazzi Arduini

 

 

Xenofobia,
islamofobia, omofobia

Il libro di Giuseppe Scaliati, Dove va la Lega Nord. Radici ed evoluzione politica di un movimento populista (Edizioni Zero in condotta, Gennaio 2006, 124 pagine, 7 euro), analizza la parabola politico-ideologica della Lega Nord, che alle origini si caratterizzava essenzialmente come un partito populista e di protesta contro la pressione fiscale, contro lo Stato centralista e assistenzialista nei confronti del meridione dell'Italia a scapito del Nord produttivo. L'obiettivo – che il partito di Umberto Bossi si pone – è quello di dividere l'Italia in tre grandi regioni: Nord, Centro e Sud, in base alle presunte differenze, persino biologiche, delle genti che abitano queste zone della penisola italiana.
Alle consultazioni politiche per il rinnovo del Parlamento italiano, il 5 aprile del 1992, la Lega Nord ottiene, dopo quello delle amministrative del 1990, un altro risultato eccezionale: raggiunge circa il 9% dei consensi, oltre tre milioni di voti a livello nazionale ed in molte realtà locali del Nord il partito di Bossi diviene partito di maggioranza relativa. A questo punto, la forza dirompente elettorale della Lega Nord viene sfruttata, alle elezioni politiche anticipate del 27 marzo 1994, con grande abilità dall'“uomo della provvidenza” della politica italiana, Silvio Berlusconi che offre alla Lega Nord un'opportunità inaspettata: formare un'alleanza nel Centro-Nord per puntare al governo dell'Italia.
Dopo la vittoria alla competizione elettorale, la Lega Nord si ritrova ben presto ai margini del governo ed oltretutto comincia a perdere deputati e militanti attratti dal magnate delle televisioni. La rottura a questo punto pare inevitabile per salvare il movimento: nel dicembre 1994 il senatur fa cadere il governo. Da questo momento in poi, per sei anni, Bossi e Berlusconi saranno nemici giurati. Inoltre, d'ora in avanti la Lega Nord per recuperare consensi prende la strada dell'indipendentismo e della secessione, lanciando il fantomatico progetto della “Repubblica del Nord”.
Sarà un susseguirsi di rituali di massa, iniziative simboliche e propagandistiche dirette a far assimilare ai propri militanti e simpatizzanti l'idea di Padania, una vera e propria invenzione della tradizione. Faranno seguito rituali e riproduzioni delle istituzioni di un vero e proprio Stato: Governo, voto popolare, Parlamento e Costituzione. La svolta indipendentista porta il Carroccio, nel 1996, ad ottenere il suo massimo storico: il 10,4% dei consensi. Ma è una vittoria a metà, poiché per soli sette parlamentari, il partito di Bossi non riesce a porsi come ago della bilancia tra i due Poli.
Dopo la vittoria dimezzata il senatur, ammainata la bandiera della secessione e dell'indipendentismo, vede nell'unica via percorribile quella della devolution, ossia che i poteri dello Stato devono essere “consegnati” dal centro alla periferia per via istituzionale. Per fare ciò però, bisogna ritornare al governo, quindi, riprendono i contatti con Berlusconi, ma inizia nello stesso tempo, un graduale avvicinamento ideologico verso le tematiche proprie della destra radicale europea.
Cominciano così le iniziative comuni con numerose forze dell'estrema destra italiana ed europea per combattere un nemico comune che minaccia l'identità dei popoli: l'immigrato extracomunitario.
Dal congresso del 1998 il partito della Lega Nord assume tutti i connotati di un classico e moderno partito di estrema destra: xenofobo, islamofobico, omofobico, antieuropeista e in molte occasioni espressamente razzista e fascista, nonostante il fatto che il Carroccio si fosse sempre proclamato antifascista, soprattutto perché per la Lega Nord il fascismo rappresenta il centralismo “romanocentrico”. Del resto, anche altri partiti della destra radicale in Europa, in particolare quelli scandinavi, non hanno parentele con il fascismo, essendo nati come movimenti per la protesta antitasse (proprio come la Lega Nord alle origini) negli anni '70-'80 e sono poi giunti a sostenere la xenofobia solo negli anni '90, proprio come quello leghista. Questo perché negli ultimi anni l'estrema destra in generale ha proceduto ad una revisione ideologica strategica, mettendo al centro del proprio progetto la difesa della comunità naturale dalle presenze straniere. Si è fatta avanti così l'idea di una “Europa delle Regioni”, una “Europa dei popoli”, la “piccola patria”, basata rigorosamente sul federalismo etnico.
Il ritorno al Governo grazie alla nuova intesa con Berlusconi non ferma la deriva verso destra della Lega Nord, che nonostante l'uscita di scena per motivi di salute di Bossi, punta tutto sulla devolution, la lotta all'Islam e la difesa della famiglia. In quanto, sostiene l'entourage leghista, che per la difesa della “identità dei popoli” è necessario combattere non solo l'immigrato islamico, ma anche gli omosessuali i quali minano alla base la “famiglia tradizionale” e cristiana.
Dunque, la virata a destra della Lega Nord produce anche una vera e propria “cristianizzazione” del movimento, nonostante esso quando apparve sulla scena politica si caratterizzava soprattutto per i riti ed i riferimenti pagani.
Quindi, alla protesta per le tasse, all'antimeridionalismo, alla lotta alla partitocrazia, si sono sostituiti nell'arco di un decennio xenofobia, islamofobia, omofobia, ma soprattutto – grazie alla rinata intesa con Berlusconi – la Lega Nord ha più volte tenuto scacco al Governo facendo approvare leggi, come la Bossi-Fini e la devolution, fino a qualche tempo prima davvero impensabili ed improponibili.
Il catalogo elettronico di ZiC si trova al www.zeroincondotta.org.

Zero in condotta

 

 

I “vandali”
antipub

È di prossima uscita, edito da Elèuthera, il libro scritto dal Gruppo Marcuse, Miseria umana della pubblicità. Pubblichiamo in queste pagine la prefazione.

Un sabato mattina, nel bel mezzo del mese di ottobre, i passeggeri e i pendolari della metropolitana parigina ebbero la sorpresa di scoprire gran parte delle stazioni della capitale “devastate” dagli antipub. Le centinaia di manifesti che tappezzavano le mura delle banchine della metropolitana erano sbarrate da gigantesche croci nere, ricoperte di slogan ostili al bombardamento pubblicitario e al consumismo, o semplicemente erano state strappate.

L'immagine è tratta dal sito actionstopub.tk

I “vandali” rispondono a un appello divulgato da un nucleo di precari dello spettacolo nel corso di assemblee, manifestazioni, azioni, e messo online su Internet. Questa prima azione segna l'inizio di un'ondata di manifestazioni e di azioni concrete contro la pubblicità, a Parigi e in alcune città di provincia (Grenoble e Tolosa soprattutto), generalmente nei trasporti pubblici e per le strade. Tre settimane dopo, precisamente un venerdì alle ore 19, quasi mille persone entrano nella metropolitana di Parigi per prendersela con i cartelloni pubblicitari.
Di fronte al successo di tale contestazione, evidentemente inatteso, la RATP (azienda dei trasporti pubblici a Parigi), la sua concessionaria per la pubblicità Métrobus (che vende lo spazio dei trasporti pubblici agli inserzionisti), insieme alle forze dell'ordine, si videro obbligati a dare il via alla repressione. Diverse azioni giudiziarie furono intraprese contro il sito Stopub, che dava appuntamento in vari punti della capitale e coordinava i percorsi dei diversi gruppi costituitisi. Il server Ouvaton, che ospitava il sito Stopub, fu costretto così a svelare l'identità dei suoi creatori e a chiudere bottega. Inoltre, durante l'azione del 28 novembre, le truppe dei crociati anti-pubblicitari furono preventivamente accerchiate e neutralizzate; centinaia di persone furono condotte nei vari commissariati parigini.

La repressione ebbe un effetto positivo: spinse infatti gli attivisti a riorganizzarsi in piccoli gruppi autonomi e clandestini, che agivano per proprio conto e senza appoggiarsi a Internet, per non informare la polizia delle proprie manovre. Cominciarono a moltiplicarsi e circolare tra i vari piccoli gruppi le chiavi del personale della RATP, permettendo loro di manomettere cartelloni pubblicitari che si trovavano all'interno dei convogli della metropolitana (dove i manifesti sono protetti da quadri metallici) e non più soltanto sulle banchine. Più in generale essi impararono a sabotare ogni tipo di supporto pubblicitario, in particolare i dispositivi luminosi, mobili e retroilluminati, che costellano lo spazio pubblico.
All'inizio del 2004 gli attacchi nei trasporti pubblici proseguono, anche se sono un po' meno di massa ma più imprevedibili. Métrobus decide allora di citare in giudizio 62 “vandali”. Queste persone si ritrovano perseguite in seguito all'arresto avvenuto in metropolitana, insieme a centinaia di altri attivisti, durante i mesi di novembre e dicembre. Il sistema pubblicitario, avendo perduto diversi milioni di euro nel corso di alcuni mesi di agitazioni, si vide allora costretto a dare l'esempio. Altrettanto fondamentale era ristabilire l'ordine pubblico, che regnava pesantemente in tempi normali nei trasporti pubblici.
Il processo dei “62”, avvenuto il 10 marzo, sarebbe stato tanto deludente quanto istruttivo a proposito delle condizioni che costituiscono la forza, o la debolezza, di un movimento politico. Quel giorno, davanti al tribunale di Parigi, soltanto quattro di loro si dichiararono colpevoli, assumendosi i danni di cui erano ritenuti responsabili. I restanti 58 evitarono ogni possibile sanzione, approfittando della debolezza delle prove avanzate da Métrobus, sostenendo che passavano di là per caso, oppure che avevano fatto non più di uno o due graffiti.

Questa strategia giudiziaria era il risultato di un compromesso tra gli imputati: si trattava di limitare i danni finanziari ritenendo colpevole soltanto un piccolo numero di persone, rivendicando malgrado tutto gli atti dei restanti. Una strategia che in parte venne imposta dal tipo di procedura messo in atto ai loro danni: processo per direttissima, danni per un totale di un milione di euro, reclamati sotto forma di una multa collettiva e solidale (dove i più fortunati pagano per gli insolventi). Un tipo di processo civile che, contrariamente ai processi penali, non può essere trasformato in “tribuna politica”. In questo modo il giudice ha lasciato la parola agli avvocati della “difesa militante” solo per tre minuti.
L'obiettivo finanziario fu raggiunto: le multe raggiunsero solamente i diciassettamila euro, somma recuperata tramite collette, procedura seguita anche per pagare le spese degli avvocati, in occasione di serate, campagne di solidarietà e raccolta fondi, il tutto orchestrato da un nucleo compatto costituitosi a poco a poco. Nonostante questo, per quanto riguarda il discorso politico e il senso attribuito alle azioni, il processo fu un vero fiasco: gli avvocati in tribunale, pagati i ventimila euro, non ebbero niente di meglio da dire, quando la parola fu data loro, che la “pubblicità è brutta”.
Per attirare i riflettori sulla loro causa, i 62 invitarono due esperti “dottori in contestazione di strass voltagabbana”, i quali approfittarono dell'occasione per... farsi pubblicità: l'anziano pubblicitario Beigbeder (riciclato in re-scribacchino dell'auto-promozione letteraria), insieme all'asso del “shockvertising” (la pubblicità shock), che ha cinicamente strumentalizzato la miseria del mondo per incrementare i profitti di Benetton, Oliviero Toscani. Qualche mese dopo, Toscani dichiarò che la pubblicità esiste “dalla notte dei tempi”...
Se “i 62” non riuscirono a essere coerenti né sul piano di ciò che rimproveravano alla pubblicità, né su quello delle strategie di difesa messe in atto, evidentemente è perché tale “collettivo” è stato costruito dal potere, selezionando arbitrariamente 62 individui tra le centinaia di persone chiamate in causa. Tutto ciò è stato possibile soltanto perché nulla legava tra loro questi individui, a parte il fatto che essi avevano appreso tutti nello stesso modo, da Internet, il luogo e l'ora delle varie azioni, e vi avevano partecipato. Si comprende allora che le ragioni dell'estensione del movimento sono state le medesime della sua debolezza, così come è evidente che senza il sito Stopub non sarebbe stata possibile la mobilitazione di migliaia di persone. Soprattutto, balza all'occhio che un movimento politico non si costituisce “con un clic”, come vorrebbero credere i cyber-militanti della politica virtuale, del tutto uguali in questo ai promotori di “la vie.com”.

Se per qualche decennio i luddisti, quegli artigiani-tessitori che spaccavano le macchine perché esse squalificavano il loro lavoro e mettevano in pericolo le loro condizioni di vita, hanno costituito un vero pericolo per il potere economico e politico inglese di inizio XIX secolo, lo si deve al fatto che il loro legame andava al di là di quello elettronico: spazi di vita condivisi e pratiche comuni quotidiane creavano solidarietà tra i membri, nonché coerenza nella loro lotta. Al contrario un sito web, che unisce individui atomizzati, darà luogo solamente a una comunità virtuale e ad una contestazione incoerente.
Questo movimento, con tutti i suoi aspetti, sia quelli deludenti, sia quelli entusiasmanti, ci ha convinto della necessità di ricordare le solide ragioni che devono essere alla base di una critica pertinente e coerente del sistema pubblicitario.
Tale “rievocazione dei fatti” riprende un articolo comparso su Los Amigos de Ludd n. 7, giugno 2004: “Sul movimento anti-pubblicità in Francia”, dove vi si troverà un'analisi più dettagliata del movimento.

Gruppo Marcuse