Rivista Anarchica Online


spazio-dibattito

Ma quale presunta debolezza?
di Maria Matteo

 

Sullo scorso numero il nostro collaboratore Francesco Codello ha esposto le sue opinioni su idee e movimento anarchico. Ecco la replica della nostra collaboratrice Maria Matteo.


Un movimento in macerie, o peggio, autoreferenziale, chiuso, partitico, autoritario. Queste alcune delle definizioni che Francesco Codello, nel suo “Una presunta debolezza”, riserva al movimento anarchico.
Una condanna senza appello. Curiosamente, mi permetterei di dire, enunciata su un giornale come A, la cui storia ed il cui presente sono stati e restano all’interno del famigerato movimento anarchico. Ma, suppongo, nell’impianto di Codello, un giornale non sia luogo d’azione, foss’anche comunicativa, ma una sorta di museo sulle cui pareti vengono esposte le opere, queste sì vive e vitali, del pensiero anarchico.
Già. E siamo al nocciolo da cui si dipana il suo argomentare: se da un lato c’è un movimento la cui unica funzione parrebbe quella di ostacolare la comprensione e diffusione delle idee anarchiche, dall’altra queste idee autonomamente godono di ottima salute.
Ecco le sue parole: “La storia delle idee anarchiche non coincide con la storia dell’anarchismo. Fortunatamente il pensiero non si specchia nel movimento. Questo fatto, questo pregio vorrei dire, fa sì che l’anarchia non dipenda esclusivamente dal movimento anarchico.” Un duro epitaffio per una pietra tombale piazzata con feroce sicumera.
Codello riduce, di colpo, l’anarchismo ad un’idea normativa, un noumeno kantiano, un principio astratto. Anzi, fortunatamente astratto. Astratto da quel movimento la cui logica “può costituire, in certe sue forme di chiusura e di autoreferenzialità, addirittura un limite alla comprensione delle idee anarchiche.”
Ci sono le idee (buone) e il movimento anarchico (cattivo).
Le prime sono tanto buone da avere una storia che si dipana nonostante il movimento, il secondo è tanto cattivo da non essere nemmeno in grado di bloccare l’autonomo sviluppo di idee che altrimenti nessuno comprenderebbe né, tanto meno, capirebbe.
La natura squisitamente idealistica di un tale impianto teorico è palese.

Movimento chiuso e autoreferenziale?

Sarà un mio limite ma faccio una gran fatica ad attingere idee che non siano corpo ed anima, progetto e pratica, tensione e solido sperimentarsi nelle vite concrete di uomini e donne, idee che si sottraggono, che vivono di vita propria per potersi manifestare occultamente in movimenti e stili di vita che si sviluppano fuori dalla palude putrida del movimento anarchico.
La storia, anche recente, ci fornisce alcuni esempi del tentativo di impiantare le idee anarchiche al di fuori del movimento. Tentativi falliti miseramente, poiché le idee, scisse da un progetto politico volto a realizzarle, non si radicano o, al più, divengono un fiore all’occhiello per gente che si prefigge ben altri scopi.
Anni or sono, ai tempi della politica ideologica, dei partiti di massa e del pentapartito, un tale Bettino Craxi, poi passato alla cronaca per altre vicende, comprese che la sudditanza culturale del suo partito, il PSI, nei confronti dell’ingombrante PCI, era ormai obsoleta, inadatta alle ambizioni di potere di chi sapeva di essere l’ago della bilancia per la costituzione di qualsivoglia governo.
Il Bettino nazionale non trovò di meglio che affidare ad un intellettuale di tutte le corti come Luciano Pellicani il compito di rinverdire l’immagine del suo partito.
Pellicani tirò fuori dal cappello il vecchio Proudhon, l’altra tradizione, quella perdente, dimenticata, seppellita, vilipesa. Come sia andata a finire è storia nota. E il peggio non sono certo le lussuose sabbie di Hammamet ma i 10 anni che hanno spianato la strada, politicamente e culturalmente, al berlusconismo. Ma questa è una storia dalla quale, il buon Codello che ben la conosce, non pare aver tratto alcun insegnamento.
Le idee anarchiche sono come le piante: hanno bisogno di terra e di acqua e di sole per impiantarsi e crescere, hanno bisogno della terra, dell’acqua e del sole del movimento anarchico, ossia di quegli uomini e di quelle donne che di questa farina voglion fare pagnotte. Chi ritiene che il movimento abbia dei limiti fa bene a segnalarli, ma non può credere che per superare tali limiti si possa buttar via il bambino con l’acqua sporca, perché si finisce con il ritrovarsi in mano una bacinella vuota.
Dopo la fine del marxismo la voglia di attingere all’anarchismo per costruire percorsi di liberazione è cresciuta e certo è all’origine della renaissance che il nostro movimento, in tutte le sue componenti, ha conosciuto negli ultimi 10-15 anni. È anche successo che i post-autonomi, orfani del comunismo, abbiano tentato un’operazione analoga a quella effettuata da Craxi un decennio prima, tentando di accreditarsi come gli eredi più autentici della tradizione anarchica. Il chiaro fallimento anche di questo tentativo, incagliatosi nelle secche di una pratica intrinsecamente autoritaria e riformista, ci dimostra che non si può puntare all’anarchia senza essere anarchici, senza essere movimento anarchico. In generale molti movimenti di carattere emancipativo hanno tensioni e modalità organizzative di segno libertario, che sarebbe stolto ignorare, nondimeno la spinta libertaria tende ad esaurirsi con il passare del tempo. Quando i movimenti passano dalla fase aurorale, caratterizzata da una vasta partecipazione spontanea che li preserva dall’insorgere di leadership autoritarie sia di segno burocratico che carismatico, in nome dell’efficienza e della continuità si affermano modalità organizzative e contenuti politici rispettivamente di segno neodemocratico e riformista. Di solito la tappa successiva è l’esaurirsi dei movimenti cui talora si accompagna la definitiva istituzionalizzazione del ceto politico residuale.
Il solo antidoto a me noto, che consente ai movimenti di oltrepassare lo statu nascenti mantenendo, pur nel fisiologico ripiegarsi successivo al momento iniziale, una forma libertaria è la presenza di individui e gruppi che abbiano la libertà nel loro DNA politico. Parlo degli anarchici, è ovvio. I soli che, per fare un esempio, ritengano che efficienza e continuità si debbano e si possano dare attraverso un’organizzazione di tipo libertario. L’organizzazione come strumento per potenziare e non elidere la libertà è uno delle sperimentazioni più riuscite del movimento anarchico.
Quel movimento che Francesco Codello sommariamente bolla come chiuso ed autoreferenziale.
Egli suggerisce che si debba rinunciare al proselitismo, come condizione alla comprensibilità della propria opzione teorica. Un’affermazione del tutto oscura poiché la logica del prima e del dopo suggerirebbe che uno prima comprenda un’idea e poi, se ritiene di farla propria, possa decidere di aderire, impegnandosi in prima persona, ad un movimento.
Il Nostro è a tal punto convinto dell’immediata efficacia dei propri argomenti da non dover sottostare all’onere della prova.
Come diceva una vecchia pubblicità: basta la parola! Vale la pena di rammentare i termini con cui dimostra che il movimento anarchico rende impossibile la comprensione delle idee per “la superiorità della supponenza, la fede messianica e l’ostentazione esibizionistica della propria presunta verità. La stessa diversità, valore irrinunciabile, diventa violenza quando ha come presupposto la dogmaticità del pensiero e come tale allontana le sensibilità più sincere e profonde.”.
Amen, verrebbe da dire… peccato che questa non sia una messa!
Con tutti i suoi limiti, e sono certamente tanti, quello della dogmatica affermazione di una presunta verità e la professione di una fede messianica mi pare il meno presente tra gli anarchici. Il concetto stesso di “verità” cozza con la prassi di un movimento, dove ben viva è l’attitudine critica verso qualunque descrizione del mondo alluda alla dimensione dell’autenticità. Il relativismo gnoseologico come precondizione all’universalismo etico è elemento cardine, comune a (quasi) tutte le tendenze storiche e attuali. Come si concilierebbe la tensione ad un’organizzazione sociale libera e libertaria con l’irrigidimento connesso con qualunque immagine del mondo si pretenda vera? Verità ed autoritarismo vanno a braccetto: ogni volta che qualcuno si pretende depositario della verità cercherà di imporla in ogni modo, poiché la verità si fa principio etico e politico e sociale ed al vero si affianca il buono, il giusto e, non di rado, il bello.
In quanto al messianesimo immagino sia inutile ricordare che l’anarchismo nelle sue varie componenti è costitutivamente alieno a qualunque filosofia della storia, a qualsivoglia aspettativa di palingenesi universale. Per gli anarchici la rottura rivoluzionaria è condizione all’aprirsi della possibilità di un mondo di liberi ed eguali ma l’evento apre la porta non costruisce l’edificio, e tantomeno dice esattamente di quale edificio si tratti.

Inevitabilmente autoritari?

Ma procediamo. Decisamente rozza la divisione tra chi, nel movimento anarchico, ha preteso di annullarsi nei movimenti (l’anarchismo tedesco) e chi invece ha preteso di sovradeterminarli (anarchismo faista e cenetista spagnolo). Codello dichiara non esistito il movimento tedesco ma evidentemente ignora che la FAUD (sindacato anarcosindacalista) è arrivata a contare 200.000 iscritti: niente male per un movimento (quasi) inesistente! In quanto alla CNT spagnola non lo sfiora nemmeno il dubbio che, ben lungi dal sovrapporsi ai movimenti, ne sia stata essa stessa il cuore pulsante.
Nello schema di Codello da un lato c’è il movimento specifico, in bilico tra l’aborto e il malato terminale, dall’altro ci sono i movimenti, vivi, vitali, vivaci, anarchici naturali, anarchici senza il movimento anarchico o, meglio, anarchici nonostante il movimento anarchico.
Un movimento intrinsecamente autoritario perché pretende di fare progetti, di darsi forme organizzative (libertarie e non gerarchiche, per carità), un movimento che vuole, tracotanza invereconda, esistere come tale, giocare la carta della libertà su un terreno minato ma ineludibile quale è quello della politica.
La scena pubblica nella quale non si può stare perché l’atto stesso di costituire un gruppo anarchico è foriero di sviluppi autoritari, riproponendo l’opposizione tra “teoria e prassi”.
Tuttavia Codello non teorizza una sorta di dissoluzione delle forme attuali del movimento nella molteplicità dei movimenti ma un inveramento e rafforzamento dell’idea e dell’identità anarchica in qualcosa che non è movimento perché è comunità, una comunità che si riconosce nella prassi ma non si fa progetto politico, bollato come intrinsecamente autoritario.
Nell’affermare il fallimento dei tentativi di portare a sintesi unica il pensiero anarchico(chi, quando?) il Nostro afferma che: “non vi può essere sintesi ma solo continuo sviluppo dialogico tra rivoluzione e conservazione, tra relativismo e universalismo, tra progressione e resistenza, tra autorità e libertà.” La storia non ha epiloghi ma vive nella continua tensione tra bene e male. In questa parte dell’articolo Codello perviene trionfalmente allo Zoroastrismo? Non direi. La spiegazione come spesso accade è più banale e si può riassumere in una ricetta di pochi ingredienti sapientemente mescolati.
Vediamo quali. Prima di tutto il famigerato movimento anarchico, che è autoritario solo perché pretende di esistere e di avere un’identità forte, riservata nell’ontologia codelliana, solo alla comunità (dis-organica?) degli anarchici. Ma non solo: questo movimento ha l’idea balzana di voler agire per cambiare radicalmente un assetto sociale ingiusto ed autoritario e, quindi, movendosi nel terreno arido della politica, dell’essere di parte, di nuovo cade nell’autoritarismo, è attraversato da tensioni messianiche e, quindi, desideroso di “costruire il migliore dei mondi possibili”. Questi elementi, in parte presenti in certa vulgata ottocentesca del movimento, divengono presto privi di qualunque appeal. Basta pensare all’ansia progettuale di un Malatesta, alla sua caparbietà nel sostenere che l’evento rivoluzionario, la rottura dell’ordine, è nulla se scisso dalla capacità di prefigurare e costruire una assetto sociale libertario.

Tra libertà e autorità

Fatto fuori l’ingombrante fardello del movimento anarchico e la sua pretesa di fare la rivoluzione, Codello può finalmente collocare l’anarchismo nel tiro alla fune, irrisolto ed irrisolvibile (pena lo scadere nell’autoritarismo) tra libertà ed autorità. La prassi anarchica tira da una parte, rendendo così il mondo migliore, consapevole di dover sopportare i necessari contraccolpi. È il dialogo, la logica dell’attraversamento, del mantenimento della tensione irresolubile tra gli opposti. O, in altre parole, la rinuncia, in nome dell’anarchia, all’anarchia, a quella che un altro teorico della separazione ed opposizione tra anarchismo e movimento, ha definito un’idea esagerata di libertà. Troppo esagerata per un palato raffinato come quello di Codello, tanto esagerata che per negarne il fascino, la tensione progettuale e finanche la storia, non trova di meglio che rovesciarla nel suo opposto.
Un’operazione storicamente infondata e teoricamente debole, debolissima, tanto debole che pur insistendo a iosa sulla necessità di un’identità forte, non fa che riproporre la tecnica di ogni pensiero debole: la dissoluzione del soggetto.
Viene spontaneo domandarsi come la comunità che sperimenta l’anarchia si regoli nei confronti del potere politico. E il potere, se nessuno si prende la briga di farlo fuori, godrà certo di buona salute, infastidendo i propri sudditi. Chi sa mai perché quello della politica non possa divenire terreno, anch’esso, di sperimentazione, luogo in cui si cerca la sintesi, ossia la mediazione tra uguali rispetto ad opzioni differenti? Il terreno in cui gli anarchici e tutti coloro che, anche solo per lo spazio di una lotta, si riconoscono come padroni del proprio destino, tentano un vivere associato senza gerarchie, federalista ed egualitario.
Nella concretezza della vita il dialogo tra opposti porta, necessariamente, all’affermazione del più forte non all’empasse libertaria immaginata da chi pensa di non sporcarsi le mani con la lotta, con le differenze che non sempre sono buone, con chi uccide, opprime, discrimina, sfrutta, massacra. Con questo mondo. Un mondo fatto di carne e sangue, mica il paese dei puffi.
Un mondo dove l’essere di parte, partigiani, è una necessità, mica una vergogna.
L’argomentare di Codello si smarrisce proprio lì dove vorrebbe ancorarsi: l’ipotesi di un movimento debole per dar corpo a idee forti, il sogno della pervasività libertaria si dilegua nell’atto stesso di essere "enunciato", un’enunciazione che dice chiaramente che questo pensiero "forte" si "incarna" al di là della storia e della memoria e (soprattutto) del presente attivo degli anarchici, in "altro". Un altro che, per mantenersi puro, si astiene dall’infastidire chi, ogni giorno, pretende di decidere per noi. Il suo nome è Stato e noi, piaccia o meno a Francesco Codello, esistiamo per calpestare i re e i tiranni. L’espressione è desueta? Indubbiamente. Mi piacerebbe, un giorno, che chi abita questo mondo dovesse studiarla a scuola come ricordo di “infame passato”. Perché mai accontentarsi di meno, di “deboli realtà”, quando si può avere di meglio? Formula garantita? Attesa messianica? No. Solo la consapevolezza che questo mondo è a nostra immagine e dipende solo da noi rifletterne un’altra. Se dio non esiste tutto è possibile. Anche l’anarchia.

Maria Matteo