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Rivista Anarchica Online


storiografia

Una pietra miliare (2)

Nel presentare su “A” 296 (febbraio 2004) il primo volume del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani parlammo di “pietra miliare”. E in copertina – perché ci sembrò naturale dedicare la copertina della rivista ad un avvenimento così rilevante – accanto a una dozzina di foto storiche di anarchiche e anarchici mettemmo la scritta “carta d’identità”, per sottolineare come questa lunga serie di biografie contribuisse a fornire al movimento anarchico una più precisa coscienza di sé.
Poco più di un anno dopo, esce ora il secondo (e conclusivo) volume, che comprende i nominativi dalla lettera I alla Z. Sono così disponibili oltre 2.300 biografie, da quella centrale di Errico Malatesta (opera di Giampietro “Nico” Berti, uno dei 4 direttori del progetto) alle moltissime di personaggi “minori”.
Ne esce confermato e arricchito il quadro policromo che già ci aveva prospettato il primo volume, con la ricchezza innanzitutto umana, ma anche ideale, politica, esistenziale, sindacale di un movimento che ha attraversato ormai quasi due secoli di storia italiana (e non solo) lasciando tracce di sé non nella Storia ufficiale – quella dei potenti e dei famosi – ma in quella con la “s” minuscola, quella destinata alla marginalità e all’oblio, perché sempre e comunque dalla parte degli “sconfitti”.
Per un adeguata presentazione dell’opera rimandiamo al dossier pubblicato appunto su “A” 296 e in particolare alla premessa al Dizionario firmata dai quattro docenti universitari responsabili del progetto: oltre al citato Berti, Maurizio Antonioli, Santi Fedele e Pasquale Iuso.
In questa sede pubblichiamo alcune biografie (tutte tratte dal secondo volume) e un po’ di fotografie. Ringraziamo per la collaborazione Franco Bertolucci e Furio Lippi delle Edizioni BFS – Biblioteca Franco Serantini.


Alcune schede tratte dal «Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani»


Lanciotti, Umberto
Nasce a Forano Sabina (RI) il 1° aprile 1894 da Emidio e Angela Di Mario, cameriere, autista meccanico. Nel 1897 la famiglia si trasferisce a Sassoferrato. L. frequenta le scuole tecniche e segue con simpatia la vicenda di Augusto Masetti. Nel 1913 L. emigra in Francia e, qualche mese più tardi, raggiunge gli Stati Uniti, dove fa il minatore a Scranton (Penn.) e si unisce agli anarchici antiorganizzatori, che pubblicano la «Cronaca sovversiva» di Barre. Chiamato alle armi nel 1914, rimane in America e viene denunciato per renitenza alla leva. Negli usa conosce Raffaele Schiavina, frequenta assiduamente Nicola Recchi e collabora con gli IWW in attività agitatorie di varia natura.
Operaio a Monessen, in uno stabilimento di chiodi e lamiere, e contabile in una banca, condanna, senza appello, il conflitto mondiale – approvando la consegna di Galleani: “Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale” e si dà “molto da fare, insieme a Nicola Recchi”. Accusato di diserzione, presta la sua opera nelle fabbriche di automobili di Detroit e partecipa alle agitazioni promosse per salvare la vita di Carlo Tresca. Nel settembre, 1920 rientra a Genova. Ricongiuntosi ai genitori, che vivono a Loreto, lavora alla costruzione del doppio binario della ferrovia Loreto-Porto Civitanova fino al marzo 1921, quando viene licenziato per aver aderito a uno sciopero, e poi fa per sette mesi, a Zara, il magazziniere di un grossista di vino. Nel novembre 1922 affronta, ad Ancona, una banda di squadristi, uscendo ferito dal conflitto. Temendo di essere arrestato in quanto disertore, a fine anno si imbarca illegalmente su una nave diretta in Olanda. Sceso a Cardiff, passa dei giorni difficili nella città gallese, perché è privo di risorse, ma un marinaio dell’Andrea Doria gli fornisce il recapito londinese di un autorevole esponente anarchico: Emidio Recchioni, che lo aiuta a procurarsi un lavoro. Qualche settimana dopo, L. prende la parola al comizio di un ex deputato comunista e ribadisce che “i principi anarchici non consentono di fare causa comune con i comunisti”. Nella capitale inglese fa il cameriere fino al 1925, quando impartisce una severa lezione al proprietario di un circolo, che intendeva licenziarlo, e si deve nascondere per sfuggire a una probabile estradizione.
In seguito s’imbarca clandestinamente e, in aprile, scende a Buenos Aires, dove conosce molti anarchici italiani e spagnoli. Apprezzato per l’intelligenza, la prontezza di spirito e la “sorprendente flemma” e temuto per l’audacia e lo sprezzo del pericolo, frequenta assiduamente, in questa fase, oltre a ritrovare Recchi, frequenta Aldo Aguzzi e collabora con il gruppo formato da Miguel Arcángel Roscigna, Emilio Uriondo, Pedro Boadas Rivas (un attentatore catalano, “raccomandato” a Roscigna da Durruti) e dai fratelli Antonio e Vicenzo Moretti, mentre ha rapporti sporadici con Severino Di Giovanni e i fratelli Paulino e Alejandro Scarfó. Dal 1928 al 1930, in Argentina si scatena una stagione di attentati anarchici, dei quali è ritenuto colpevole il gruppo di Di Giovanni. Il 23 giugno 1930 L. viene arrestato nella trattoria Vesuvio insieme a Emilio Uriondo e a Juan López Dumpiérrez, e condannato a due anni di carcere, che dovrà scontare a Ushuaia, nella Terra del Fuoco.
Il 19 luglio il questore di Ancona chiede il suo inserimento nel «Bollettino delle ricerche» come: “Anarchico pericoloso. Colpito mandato cattura tuttora eseguibile per diserzione”. Il 6 settembre il generale Uriburu instaura una feroce dittatura in Argentina e il 1° febbraio 1931 Severino Di Giovanni e Paulino Scarfó vengono fucilati, dopo un processo sommario. Roscigna e Fernando Malvicini riparano invece in Brasile e in Uruguay, per essere consegnati – qualche anno dopo – alla polizia argentina, che li assassinerà brutalmente, gettandone i corpi nel Río de la Plata. Quanto a L., rimesso in libertà il 13 luglio 1932, viene nuovamente arrestato a Rosario e torturato selvaggiamente, insieme a Recchi. Successivamente espulso dall’Argentina e deportato in Italia, arriva a Napoli il 24 ottobre 1933, “senza becco di quattrino”. Interrogato l’8 novembre 1933 nella Questura di Ancona, fa i nomi di Aldo Aguzzi, di Orazio Vadarazco [Horacio Badaraco], direttore del giornale «Antorcha», e del drammaturgo González Pacheco e racconta di aver frequentato a Buenos Aires Emilio Uriondo, Juan López Dumpiérrez e Enrique [Fernando] Malvicini.
Nega però di aver conosciuto Di Giovanni e di aver fatto parte di organizzazioni terroristiche. Condannato dal Tribunale militare di Roma, il 28 dicembre, a un anno di carcere per diserzione, viene incluso tra i sovversivi attentatori, e il 14 febbraio 1935 – espiata la reclusione – è assegnato al confino per cinque anni. Deportato a Ponza, non si piega ai fascisti e il 20 agosto viene condannato a tre mesi di arresti per contravvenzione agli obblighi del confino. Tradotto a Tremiti il 5 luglio 1937, viene punito quattro volte con il divieto di libera uscita e il dimezzamento del sussidio, perché si è rifiutato di salutare romanamente, e il 27 novembre viene incarcerato a Lucera fino al 25 gennaio 1938. Trasferito a Bernalda il 23 marzo 1939, dimostra “sempre”, ripetono le autorità il 31 marzo, “persistente attaccamento alle sue idee sovversive, e non manca di istigare i suoi simili, incitandoli a rendersi inosservanti all’obbligo del saluto romano”. Nei mesi seguenti L. non modifica il suo comportamento e il 3 novembre il prefetto di Foggia riferisce che “non ha dato prova di ravvedimento ed ha conservato inalterate le proprie idee anarchiche, frequentando la compagnia degli elementi più pericolosi”.
Rilasciato il 5 febbraio 1940, L. non riesce a trovare un’occupazione a Loreto e alla fine dell’anno si sposta a Milano. Nel capoluogo lombardo viene assunto – come operaio – in uno “stabilimento ausiliario”, ma il fatto suscita le proteste della Prefettura meneghina, che il 10 gennaio 1942 ne chiede l’allontanamento dalla fabbrica. Rimasto a Milano fino al 1945, insieme a Recchi, L. riprende il suo posto fra gli anarchici dopo la liberazione, sostenendo generosamente la stampa del movimento e partecipando ai convegni e ai congressi. Per vivere fa l’assistente edile, come riferisce la Questura di Ancona al Ministero degli Interni il 5 ottobre 1956. Nel 1964 si trasferisce a Follonica, dove frequenta i compagni di fede Renato Palmizzi e Andrea Anelli, e nel 1966 aderisce ai GIA: “io ero sempre stato vicino alle posizioni di Galleani e di Sartin [R. Schiavina] e non ero d’accordo con la FAI”. La morte lo coglie a Follonica il 9 giugno 1974. (F. Bucci – G. Ciao Pointer – M. Lenzerini).
Fonti: ACS, CPC, ad nomen; AB, Testimonianze di U. Lanciotti, 4 mag. 1970 e 10 ott. 1973; F. [Bucci], Umberto Lanciotti, «UN», 22 giu. 1974.
Bibliografia: O. Bayer, Severino di Giovanni, l’idealista della violenza, Pistoia 1973; M.B. Montani, L’attività dell’anarchico Aldo Aguzzi durante l’esilio in Argentina (1923–1936), Tesi di laurea, Università di Pisa, aa. 1976-1977; D. Abad de Santillán, Memorias, 1897–1936, Barcelona 1977; Dal Pont 1, ad indicem; ACPC, ad nomen; O. Bayer, Gli anarchici espropriatori e altri saggi sulla storia dell’anarchismo in Argentina, Cecina 1996, pp. 26, 35, 44, 47, 57; C. Bini, Baires scopre l’amore di un anarchico italiano, «La Nazione», 1° ago. 1999.

Favignana, 15 dicembre 1926 - Antonio Malara, primo seduto da destra, assieme a un gruppo di confinati

Malara, Antonio
Nasce a Reggio Calabria il 2 luglio 1898 da Francesco e Grazia Calveri, ferroviere. Comunemente conosciuto con il nome di “Nino”, è un attivo propagandista tra i ferrovieri negli anni del primo dopoguerra, e soprattutto nel Biennio rosso ed è uno dei principali organizzatori in Calabria dello sciopero nazionale di categoria svoltosi dal 21 al 29 gennaio del 1920. Per la sua responsabilità negli scioperi degli anni 1921-22 viene licenziato subito dopo la presa del potere del fascismo.
Nel 1924 insieme a Bruno Misefari e altri compagni continua l’attività politica fondando il foglio «L’Amico del popolo». Nel 1925 si trasferisce a Cosenza, dove si impiega come operaio avventizio nelle Ferrovie calabro-lucane. Nel capoluogo del cosentino si mantiene in rapporto anche con diversi militanti comunisti e il 20 settembre venne denunciato dalla Questura e arrestato per “complotto contro i poteri dello stato” insieme al noto Fausto Gullo e ad altri comunisti. Rimesso in libertà per insufficienza di indizi, nel 1925 con foglio di via obbligatorio viene rimpatriato a Reggio Calabria. In seguito ritorna di nuovo a Cosenza e riesce a trovare un’occupazione come tornitore nello stabilimento Industrie Cosentine.
Il ritorno di M. a Cosenza rinvigorisce l’incisività sociale del locale gruppo anarchico, il cui nucleo più forte si colloca in contrada Surdo, nel comune di Rende, periferia nord della città, dove operano altri militanti dell’anarchismo calabrese come Vincenzo e Sandro Turco, che ogni mattina al mercato di Cosenza, con la vendita di verdura e frutta incartata con giornali “sovversivi”, permettono la diffusione di notizie e di informazioni antifasciste.
M. continua intanto ad avere rapporti con gli ambienti sindacali e soprattutto col sindacato ferrovieri, insieme a un’altra figura che costituisce un importante punto di riferimento per la categoria: Andrea Croccia, che, dopo i primi approcci con il socialismo, aderisce alla fine del 1923 al gruppo anarchico di Cosenza.
La presenza di alcuni militanti nei paesi della pre-Sila e in quelli albanesi come San Demetrio Corone e nella zona del castrovillarese garantiscono al gruppo anarchico un radicamento sul territorio che costituisce un punto di riferimento importante anche per alcuni militanti di altre formazioni politiche della sinistra. Nel 1926 M. viene arrestato e condannato a cinque anni di confino.
Rimesso in libertà nel 1932, ritorna a Cosenza e riprende i contatti con i vecchi compagni e in particolare con Croccia, che, pur avendo aderito al PCDI, continua a professare idee libertarie. Negli anni successivi M. si distingue per un’opera di reclutamento di volontari antifascisti che partono dalla Calabria per andare a combattere in Spagna. In occasione della visita di Mussolini a Cosenza il 27 marzo 1939 M. viene nuovamente arrestato per motivi cautelari e successivamente rilasciato. Scoppiata la guerra cura l’organizzazione con Croccia di un gruppo di propaganda antifascista che agisce sui treni della linea Paola-Cosenza e Cosenza-Sibari-Taranto.
Contemporaneamente stringe accordi con esponenti delle altre forze politiche antifasciste e nell’ottobre del 1942 è tra i promotori a Cosenza della nascita di un organismo unitario antifascista, il Fronte unico per la libertà. Gli anarchici svolgono una parte importante nel fronte, a cui aderiscono con il nome di gruppo “Unità proletaria”. Negli anni successivi M. è una delle figure centrali della ripresa del movimento anarchico nel meridione. Dal 15 al 19 settembre 1945 partecipa a Carrara al Congresso di fondazione della fai come rappresentante del gruppo libertario di Cinquefrondi insieme a Giacomo Bottino e Luigi Sofrà. Negli anni successivi è presente ai Congressi e Convegni nazionali della fai di Bologna (16-20 mar. 1947), Rimini (3 ago. 1947), Canosa (22-24 feb. 1948) sempre come rappresentante della Federazione calabrese. In seguito, trasferitosi a Roma, svolge attività nel sindacato nazionale ferrovieri fino alla fine degli anni Cinquanta, per poi tornare a Cosenza.
Nel 1965 – nello scontro tra “organizzatori” e “antiorganizzatori” all’interno della fai, con la conseguente nascita dei gia per opera dell’ala “antiorganizzatrice” – M., che ha sempre manifestato la propria adesione alla concezione malatestiana dell’anarchismo federalista e l’impegno nel mondo del lavoro, decide di mantenere l’adesione alla fai. Nel 1968 M. riprende la sua attività militando nel gruppo “Bakunin” di Cosenza – uno dei gruppi anarchici calabresi più vivaci, composto non solo da studenti ma anche da appartenenti alle fasce più deboli del proletariato cittadino –, che è attivo nel movimento studentesco e nelle lotte sociali. M. insieme agli altri compagni del “Bakunin” resistono all’ondata repressiva seguita alla strage di piazza Fontana e decidono di modificare il nome del circolo in gruppo “Errico Malatesta”; nel 1973 M. e il gruppo “Malatesta” insieme a tante altre realtà anarchiche calabresi proliferate dopo i fatti di Reggio Calabria del 1970, danno vita all’Organizzazione anarchica calabrese, composta prevalentemente da gruppi e individualità del cosentino e del reggino che per tutta la prima metà degli anni Settanta si fa portatrice di una campagna di informazione contro la strategia della tensione e di diffusione delle idee libertarie. M. muore a Roma il 17 marzo 1975. (D. Liguori)
Fonti: ACS, CPC, ad nomen.
Bibliografia: Scritti di M.: Antifascismo anarchico 1919-1945, A quelli che rimasero, Roma 1995. Scritti su M.: FAI Congressi; L. Candela, Breve storia del movimento anarchico in Calabria dal 1944 al 1953, Ragusa 1987; F. Cuzzola, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Reggio Calabria 2001.

Michele Angiolillo

Maraviglia, Osvaldo
Nasce a Caldarola (MC) il 7 giugno 1894 da Teofilo e Eusebia Ravaglioli, operaio. Emigra negli USA a 17 anni e raggiunge i due fratelli maggiori a Newark (New Jersey), dove trova lavoro nell’industria dell’abbigliamento maschile; partecipa alle lotte della categoria di quegli anni (in cui nacque la locale associazione sindacale Amalgamated clothing workers union, Locale 24).
Partito dall’Italia con idee socialiste, aderisce ben presto, con entusiasmo e sete di giustizia, all’idea anarchica; diventa poi diffusore di «Cronaca sovversiva» e di «Era nuova». Durante la Prima Guerra mondiale, nonostante le persecuzioni, è un attivo propagandista antimilitarista e rivoluzionario. Nel 1916 la sua corrispondenza con la famiglia d’origine inizia ad essere controllata dalla censura militare, perché vi si riscontrano brani di spiccato tenore sovversivo e antimilitarista.
Dopo la guerra è tra i primi ad adoperarsi per far risorgere la stampa anarchica dopo il lungo periodo di silenzio. È tra i promotori de «L’Adunata dei refrattari», che inizia le sue pubblicazioni nell’aprile del 1922, e da quel momento tutta la sua vita si intreccerà con quella del giornale. M. ne diventa amministratore e per lunghi periodi è anche redattore, correttore, cura corrispondenze, si occupa di qualsiasi questione del giornale.
La sua preparazione scolastica è limitata agli studi elementari, ma è con le sue capacità, la sua intelligenza, la sua energia che ben presto riesce a disbrigare qualsiasi funzione. La sua giornata inizia alle cinque di mattina e termina alle dieci di sera, dividendosi in tre occupazioni: la famiglia, la fabbrica e il giornale. Non mancano dei periodi in cui quest’ultimo occupa completamente il suo tempo. Probabilmente tra i fattori di longevità de «L’Adunata dei refrattari», il suo sopravvivere per lunghi anni a insidie e crisi, bisogna contare anche l’opera svolta da M. Con la cura del giornale, M. inizia a tessere un’immensa rete di relazioni con i compagni americani e di tutto il mondo. I suoi contatti e la sua attività sono noti e apprezzati ovunque; egli manda e riceve notizie sulla vita del movimento, ma accompagna sempre tutto con parole fraterne di sostegno ed aiuto. Si occupa anche di coordinare la solidarietà economica nei confronti delle vittime della repressione: è M. che raccoglie fondi e provvede a inviare somme. Presso il cpc sono dettagliatamente documentate le somme e gli assegni che M., definito “zio d’America”, inviava dagli Stati Uniti (ma talvolta veniva utilizzato anche il nome di sua moglie, Maria Caruso, compagna anche d’ideali).
Destinatari tra gli altri: E. Malatesta prima, poi la sua compagna E. Melli, C. Berneri, G. De Luisi, L. Tollini in Mastrodicasa, A. Franzini, G. Cola (vedova Stagnetti), F. De Rubeis, F. Ippoliti, C. Frigerio, V. Capuana. Nel periodo fascista la solidarietà non si limita ai versamenti ai compagni e alle famiglie bisognose, ma vengono sostenute anche le attività antifasciste e cospirative (somme inviate a M. Schirru, ecc.) e ciò attira particolare attenzione da parte degli apparati di polizia italiani operanti negli Stati Uniti. M. è attivo propagandista e anche attento polemista nei confronti di quegli esponenti antifascisti che talvolta esprimono giudizi semplicistici sul movimento anarchico.
Durante la rivoluzione spagnola, è promotore di iniziative a sostegno dei combattenti. Tra il 1936 e il 1939 si reca in Francia per una visita ai compagni là operanti. Alla caduta del fascismo riprende le relazioni con i compagni italiani, cui fornisce consigli, materiale di propaganda e sostegni finanziari. Non manca, nella sua attività di collettore e distributore di somme, di ricevere insinuazioni e critiche.
Nel 1954, a causa di una grave malattia al cuore, lascia Newark per trasferirsi a San Francisco, abbandona quindi l’amministrazione del giornale, pur rimanendone collaboratore e consigliere. Anche le circostanze della morte testimoniano il suo impegno politico. Il 22 ottobre 1966 si tiene a San Francisco una manifestazione organizzata da un gruppuscolo razzista e nazifascista: alcune migliaia di persone intervengono per contrastare l’iniziativa, scoppiano tafferugli e si registrano scontri con la polizia. Nonostante la malattia, M., che è un assiduo partecipante di iniziative antifasciste e antirazziste, si reca alla manifestazione, ma è colpito da malore e muore. (F. Sora)
Fonti: ACS, CPC, ad nomen; [Necrologio], «ADR», 29 ott. e 12 nov. 1966; Quelli che ci lasciano, «UN», 5 nov. 1966, [Necrologio], «L’Internazionale», 1 dic.1966.
Bibliografia: Berneri 1 e 2, ad indicem; Malatesta, ad indicem.

Errico Malatesta

Melacci, Bernardo
Nasce a Foiano della Chiana (AR) il 19 gennaio 1893 da Ferruccio e Stella Tanganelli. In famiglia si coltivano simpatie per gli ideali socialisti. Primo di quattro fratelli, frequenta le scuole elementari e quindi inizia a lavorare con il padre come meccanico in un’officina.
A 17 anni, con altri suoi compaesani, abbandona il paese per recarsi a lavorare come meccanico all’Ansaldo di Genova. Qui, a contatto con il proletariato industriale e con la propaganda sovversiva, affina la sua preparazione rivoluzionaria, partecipando a diverse agitazioni.
Richiamato in marina (“nella compagnia del capitano Giuseppe Giulietti, quello che riportò dall’esilio l’anarchico Malatesta”), passa gli anni della guerra imbarcato su unità dislocate nei porti libici. In questo arco di tempo M. matura le sue idee anarchiche dopo che ha avuto modo di conoscere personalmente lo stesso Malatesta nel corso di un viaggio in nave. Tornato dalla guerra trova, come tutti i reduci, disoccupazione fame e miseria. Il gruppo anarchico foianese, ufficialmente costituito nel dopoguerra, ha una decina di aderenti. Una delle principali attività di propaganda consiste nella diffusione di «Umanità nova». Ma già dal 1914 a Foiano si legge «Il Libertario».
Fra gli altri esponenti di spicco del gruppo: Sante Scapecchi (“Ficocco”), Luigi Giaccherini (“Baiocco”), Carlo Scapecchi, Guido Marcelli (“Buco”), Vittorio Ugolini (“Dazio”), Lanciotto Gailli, Piero Senesi e Giulio Bigozzi. Molti di loro, coetanei, hanno vissuto insieme l’esperienza del servizio militare in marina.
Prima della fondazione del PCDI –ricordano i compagni – a Foiano esistevano il gruppo anarchico, e il psi. All’indomani di una riuscita manifestazione e corteo organizzati insieme ai socialisti in occasione del 1° maggio 1920 – oratori il deputato Ferruccio Bernardini e M. – inaugura il suo “nero vessillo” il Gruppo anarchico “Pietro Gori”. Ma già qualche mese prima il gruppo, in fase di costituzione, aveva promosso con successo uno spettacolo teatrale a sfondo antimilitarista e di beneficenza a favore dei bambini austriaci orfani di guerra. Agli inizi dell’anno successivo si organizza ancora una serata pro-vittime politiche al teatro del paese.
“Il gruppo anarchico non aveva una sede e faceva le riunioni in casa di M.; non vi era un segretario, ma siccome era stato Bernardo a portare l’ideale anarchico noi lo consideravamo il responsabile […]. Ricordo che in quel periodo che va dal 1918 al 1921 vi furono delle grosse battaglie sindacali e politiche in Foiano e nella vallata e la spinta promotrice ed organizzativa veniva sempre dagli anarchici [...] Per i contatti fra gruppi anarchici posso dire che noi eravamo in contatto con tutte le zone limitrofe: Lucignano, Monte Sansavino e con quelli del Valdarno (Sassi Attilio); [Alfredo] Melani, [Ruggero] Turchini, che erano operai del Fabbricone, ad Arezzo; a San Giovanni c’era l’Unione Sindacale che era diretta dagli anarchici. Ricordo che ci arrivava anche il giornale anarchico ed ogni tanto noi gli si mandava qualche cosa (denari)”.
Gli anarchici della Val di Chiana contribuiscono ad arginare le aggressioni fasciste. Il 12 aprile 1921, a bordo di due camion giungono a Foiano squadre fasciste aretine, del Valdarno e di Firenze equipaggiate di elmetti militari e moschetti, trovano il paese deserto e distruggono le sedi del psi, della cdl, della cooperativa di consumo e della Lega colonica, senza che i carabinieri presenti intervengano. La domenica seguente, il 17, una ventina di squadristi tornano a Foiano e quando sono sulla via del ritorno verso Arezzo, a due chilometri dal paese, in contrada Renzino, vengono “assaliti da una turba di contadini, che erano in agguato dietro le siepi armati di fucili, pistole, scuri e forconi”. Caddero uccisi tre fascisti, “sui cui corpi gli aggressori, fra i quali una donna, si accanirono facendone scempio.
Altri furono gravemente feriti [...] Avvertiti telefonicamente dai superstiti accorsero, su automobili e camion, fascisti da Siena, Perugia, Città di Castello e Firenze, questi altresì con elmetti e armati di moschetto e di una mitragliatrice. L’azione vendicativa fu oltremodo violenta, vennero incendiati fienili e case coloniche e furono uccisi quattro comunisti”. Tra le vittime di Foiano c’è anche un giovane calzolaio anarchico di Arezzo, Gino Gherardi. È l’ultimo ucciso della strage. Alla spedizione punitiva segue l’azione delle autorità. M. viene arrestato a Genova nel giugno 1921. Tradotto “in gran segreto” ad Arezzo trova ad attenderlo in questo scalo ferroviario quaranta fascisti. Qualcuno tenta di accoltellarlo ma ferisce per errore un altro detenuto. Istigatore della mancata azione vendicatrice è un superstite della spedizione del 17 aprile desideroso di saldare i conti rimasti in sospeso. È da questo momento che si cercherà di cucire addosso all’anarchico foianese l’immagine mostruosa dell’assassino truculento. Perciò si arriva a produrre, quale prova di colpevolezza, persino una fotografia che lo ritrae mentre brandisce uno spadino nel corso delle prove per una vecchia recita di teatro amatoriale.
M., interrogato, ammette di praticare spesso la caccia per motivi di sussistenza, pur non essendo munito di regolare porto d’armi, poi inizia il suo racconto partendo dalla giornata del 12, ricordando l’umiliazione patita per le violenze dei fascisti ai suoi familiari. Conferma le sue idee anarchiche ma nega di aver preso parte all’imboscata del 17.
Messo in difficoltà dalla mole enorme delle testimonianze, si trova costretto ad alcune ammissioni; però sostiene di non aver distribuito nessun’arma come si dice, di non conoscere i suoi accusatori. Respinge infine con veemenza l’accusa di aver rubato il portafoglio ai fascisti. Racconta della sua fuga, dei primi pernottamenti nelle capanne della Val di Chiana, del rifugio a Genova.
A quella che l’agiografia fascista chiamerà “l’imboscata comunista” hanno partecipato anche gli anarchici foianesi. I capi d’accusa per i 35 imputati si confermano gravissimi. In 33 devono rispondere, in correità fra loro, dei tre omicidi volontari premeditati e di tredici mancati omicidi. Inoltre su M. gravano le imputazioni di furto qualificato ai danni dei fascisti a cui sarebbero stati sottratti rivoltelle e valori. Ancora il M. deve rispondere, in concorso con altri, dell’abbattimento dei tre pali della luce e del tentativo di interrompere le comunicazioni telefoniche.
A questi si aggiungono tutti i reati connessi al porto abusivo e alla detenzione di armi da fuoco. Intanto si imbastisce il processo che si svolge nel 1924, dopo tre anni di carcere preventivo, alla Corte d’assise di Arezzo. Il primo imputato a essere interrogato è M. Ammessa la sua fede politica, oltre che di essere pregiudicato, inizia provocatoriamente riproponendo il medesimo schema di racconto degli interrogatori, ripercorre le angherie subite dalla mamma e dalla sorella nella duplice irruzione in casa perpetrata dai fascisti visibilmente ubriachi e minacciosi, dei furti subiti.
Per quanto riguarda l’imboscata del 17, M. rimane fermo ancora sulla sua versione e rivendica il suo diritto a difendersi scatenando un putiferio. Il Tribunale commina oltre tre secoli di carcere. M. ha la massima pena di anni 30 che sconterà fino al 1935 passando da Arezzo alle carceri di Pesaro; e poi ai penitenziari di Imperia, Portolongone, Parma e Pianosa. Vive il suo stato di detenzione con moltissime limitazioni, i contatti con l’esterno gli sono proibiti, la corrispondenza con i familiari è censurata in maniera sistematica e consentita solo dietro autorizzazioni preventive. Il fratello Eugenio dall’America e le strutture di soccorso del movimento anarchico sopperiscono come possono alle necessità del detenuto, con Temistocle Monticelli da Roma, responsabile del Comitato di difesa libertaria. M. – e sono passate solo due settimane dalla fine del processo – scrive una prima lettera alla mamma e alla sorella mentre è appena giunto al carcere di Pesaro nel giorno di Natale. Lo stato d’animo di una persona appena condannata a trent’anni si può facilmente immaginare, dallo scritto però emergono anche elementi che contrastano in modo aperto con lo stereotipo che gli è stato cucito addosso. Il suo animo è gentile e sensibile, le parole che scrive alla famiglia rivelano tormento e sofferenza interiori.
Perfino i toni lirici usati in certi passaggi sono una conferma della sua grande capacità di comunicare e, nonostante tutto, anche della voglia di vivere. Poi lo scritto volge su quegli ultimi giorni angosciosi trascorsi fra la cella delle prigioni aretine e la gabbia degli imputati in Corte d’Assise.
M. ha la convinzione di aver agito bene sul piano della sua morale anarchica. Ha rifiutato qualsiasi compromesso ed ora si appresta a pagare le conseguenze del suo gesto. Qualche tempo più tardi, meno in vena di divagazioni poetiche, invierà una più circostanziata richiesta (un po’ di cibo e di soldi) a un compagno di Arezzo (forse Alfredo Melani). Dimesso dal carcere in seguito ad amnistia ritorna alla sua casa, ma solo per tre giorni, in quanto i gerarchi locali non possono tollerare la sua presenza nonostante le autorità di polizia non abbiano niente da obiettare.
Così gli vengono inflitti tre anni di confino. Inviato alle Tremiti nell’anno 1937 si dedica alla propaganda delle idee anarchiche fra i numerosi giovani confinati facendosi iniziatore, con Stefano Vatteroni e Alfonso Failla, di una rivolta contro l’imposizione del saluto romano. M., nonostante gli anni di galera, è lo stesso ribelle dei primi anni, il primo a scagliarsi contro le guardie che maltrattano i confinati. Viene arrestato insieme ad altri cento e imputato di essere stato il promotore della protesta. L’ultimo periodo di carcerazione dà il colpo di grazia alla sua salute già minata dai lunghi anni di reclusione. Condannato ad altri cinque anni, nel 1938 viene ricoverato in manicomio. La guerra lo sorprende ancora in carcere. Le privazioni e l’eccezionale regime carcerario lo conducono dopo un periodo passato in ospedale, alla tomba. Il 7 dicembre 1943 muore a Nocera Inferiore. I compagni sapranno molto tardi della sua fine.
E solo cinque anni dopo a Foiano della Chiana, presente Pier Carlo Masini, potranno ricordare M. “come uno dei migliori militanti perduti”. Carolina Melacci Burri in una sua testimonianza – nel ricordare le vicissitudini patite dal fratello, e la sua figura gentile e delicata di compositore di poesie – ha avanzato seri dubbi sulle circostanze della sua morte: “condannarono Bernardo per le sue idee anarchiche e Bernardo è morto con l’ideale anarchico [...].
Quando venne da Pesaro per il processo subì il primo attentato nel tratto che va dalla stazione al carcere di Arezzo […]. Altro attentato gli fu fatto nel carcere di Arezzo, durante il colloquio che io avevo con Bernardo: nella stanza dei colloqui c’erano i finestrini e gli spararono un colpo di rivoltella verso la finestrina, proprio dove si parlava noi. Un altro attentato glielo fecero a Terontola, poi non so se avranno provato ancora; so solo che Bernardo non si sa come sia morto [...] Quando le sue spoglie furono riportate al paese, una grande manifestazione popolare gli testimoniò tutta la riconoscenza della cittadinanza”. (G. Sacchetti)
Fonti: ACS, CPC, Melacci Eugenio; ivi, Melacci Carolina; ivi, PS, Conf. pol., busta n.13; ivi, MI, PS, 1921, b. 92; ASAR, CA, Sentenze 1916-1936, nn. 15-16; ivi, CA 1923, buste nn. 147 e 148, Processo c/ Melacci Bernardo e altri; E. Raspanti (a c. di), Intervista a Carolina Melacci, Foiano della Chiana 13 luglio 1994, inedita; Archivio Storico fotografico del Comune di Foiano della Chiana, Furio Del Furia, 1921; Archivio Comune Foiano della Chiana, VII, 1932; Archivio ANPI, sezione “L. Nencetti”, Foiano della Chiana; [P.C. Masini], Ricordo di Bernardo Melacci, «UN», 23 ott. 1949.
Bibliografia: «La Falce», Arezzo, 8 mag. 1920; «UN», Milano, 23 giu. 1920; «La Vita del Popolo», Arezzo, 23 apr. 1921; «La Nazione» 19 e 20 apr. 1921; «Il Nuovo giornale», ott. 1924, passim; «Giovinezza», Arezzo, 18 ott. 1924, Profili psicosomatici. Presso il gabbione degli imputati di Renzino; «La Nazione», nov. 1924, passim; «La Nazione», 12 dic. 1924; PNF, Federazione dei Fasci di Combattimento di Arezzo, I martiri del Fascismo aretino, Arezzo 1931; U. Fedeli, Archivio del dolore, «UN», 8 mar. 1959; Id., Nella clandestinità, «AdR», New York, nn. dal 22 lug. al 19 ago. 1961; A. Failla, Ricordi di confino, «Almanacco socialista 1962», Milano 1962; R. Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino 1919/1925, Firenze 1972; F. Nibbi (a c. di), Antifascisti raccontano come nacque il fascismo ad Arezzo, Arezzo 1974; L. Tomassini, Foiano della Chiana. Un paese toscano fra età giolittiana e fascismo, in Foiano 1912/1932. Contadini, vita di paese, lotte sociali e politiche in un centro della Valdichiana dalle foto di Furio Del Furia, Firenze 1979; I. Camerini, G. Gabrielli, Il PCI Cortonese (1921-1946), Cortona 1982; Dal Pont 1, ad indicem; E. Raspanti, E. Gradassi, “Una la pensa il gatto e una il topo”. Galliano Gervasi da Renzino al Parlamento, Cortona 1990; G. Verni (a c. di), Foiano e dintorni tra memoria e storia, Foiano della Chiana 1991, passim; G. Sacchetti, Presenze anarchiche nell’Aretino dal XIX al XX secolo, Pescara 1999; Id., L’imboscata. Foiano della Chiana, 1921: un episodio di guerriglia sociale, Cortona 2000.

Luigi Bertoni

Augusto Castrucci

Minguzzi, Maria Luisa
Nasce il 21 giugno 1852 a Ravenna da Michele e Chiara Raddi, sarta, soprannome “Gigia”. T. Monticelli la descrive come “donna di splendida bellezza, alta, robusta, formosa, dal temperamento franco e aperto, dalla parola pronta e schietta, [che] esercitava un fascino su tutti coloro che l’avvicinavano”. Moglie e compagna inseparabile di Francesco Pezzi, ha un ruolo essenziale nella nascita del movimento femminile in Italia e gran parte in quella che la polizia considera “l’attività dei coniugi Pezzi”; non per nulla i più importanti appuntamenti degli internazionalisti a Firenze si svolgono “nelle stanze della Gigia”.
Ed è merito della “sora Gigia” se l’appartamento dei Pezzi non è solo il “Vaticano” dell’élite anarchica, ma la casa, il rifugio, e spesso anche la sede per i lavoratori e le lavoratrici del popolare quartiere fiorentino di San Frediano, che all’epoca ospita la più alta concentrazione degli artigiani fiorentini e la gran parte delle quasi due mila operaie della manifattura dei tabacchi. In questo ambiente già nel 1872 sorge la prima sezione femminile dell’Internazionale con un centinaio di aderenti molte delle quali saranno da lì a due anni tra le promotrici del primo grande sciopero delle sigaraie.
M. appena stabilitasi a Firenze prende contatto con la sezione: il 16 ottobre 1876 «La Plebe” di Milano ospita un manifesto, stilato appunto da M. insieme ad Assunta Pedoni e ad Amalia Migliorini, che è considerato l’inizio del movimento femminile in Italia. In dicembre M. si trasferisce a Napoli con il suo compagno e, malgrado il coinvolgimento di questi nell’affare Schettini, partecipa attivamente all’organizzazione del moto del Matese. Guillame ravvisa in lei la dama che accompagna Cafiero e gli altri quando a San Lupo si spacciano per signori inglesi; notizia comunque tutt’altro che certa. Certo è, invece, il ritorno di M. a Firenze, dopo qualche mese trascorso a Lugano, all’indomani dell’amnistia del 19 gennaio 1878.
In febbraio, appena rientrata, organizza, con Migliorini, Pedoni, la sarta Ildebranda Dell’Innocenti, (moglie di G. Gomez), Santina Papini, (moglie di Arturo Feroci noto fondatore di gruppi e comitati), l’infaticabile Teresa Fabbrini (moglie di Olimpio Ballerini), le sigaraie Annunziata e Serafina Frittelli, Caterina Serafini e Annunziata Gufoni (animatrici, quest’ultime del grande sciopero del 1885) e un’altra quarantina di compagne, il Circolo di propaganda socialista tra operaie.
Il Circolo sostituisce in pratica la sezione femminile dell’ail disciolta dal governo a seguito del Matese e ha sede nella casa di M., che è al momento anche quella dei coniugi Gomez. Il 1° ottobre anche M. viene arrestata nella retata che colpisce tutti i maggiori esponenti dell’Internazionale convenuti a Firenze. In carcere preventivo rimane, come gli altri, per quindici mesi cercando di stare vicina ad A. Kuliscioff, spaesata e colpita dalla pleurite. Quando finalmente gli imputati vengono assolti il 7 gennaio 1880, la situazione dell’Internazionale in Italia è tutt’altro che semplice: alla “svolta” di Costa segue la malattia di Cafiero e l’esilio di Malatesta.
M. e Francesco contribuiscono non poco a che il movimento fiorentino fronteggi meglio di altri quel momento, ma è il ritorno di Malatesta a Firenze che ne risolleva le sorti. Dall’autunno del 1883 M. e Francesco sono tra i più vicini all’amico napoletano sostenendone tutte le iniziative; nell’autunno del 1884 lo seguono a Napoli per soccorrere la popolazione colpita dal colera e a fine anno sono con lui nella fuga oltreoceano, in Argentina. M. rientra con Francesco a Firenze nel 1890. Nella città toscana il movimento anarchico ha ripreso nuovo vigore a partire dal 1887 dopo che l’amnistia ha permesso alla fine del 1884 ai molti espatriati di tornare.
Nel gennaio 1891 M., insieme al giovane meccanico Guerrando Barsanti, rappresenta appunto i numerosi gruppi di espatriati al Congresso di Capolago, dove si costituisce il psar. Appena rientrata, si impegna per organizzare le manifestazioni del 1° maggio che devono dare risonanza e operatività al nuovo “partito”. Quelle manifestazioni vengono però duramente represse ovunque e in particolare a Roma e Firenze; M. e Santina Papini se la cavano con una condanna a quindici giorni di reclusione ma altri hanno pene pesanti. All’indomani di quel 1° maggio 1891 M., assieme a Francesco e ad A. Feroci, svolge una notevole attività a sostegno dei condannati non solo a Firenze ma in tutta Italia, a cominciare da A. Cipriani e G. Palla.
In quel clima di frustrazione e rabbia per le continue repressioni che impediscono una qualsiasi attività organizzativa e di propaganda, le notizie che arrivano dalla Francia sulle violente azioni degli individualisti, il cosiddetto ravacholismo, vengono accolte con diffusa simpatia. Nella primavera del 1892, con una lunga lettera da Londra, Malatesta, avvertendo che “delle altre cose” scriverà a Pezzi, anticipa a M. i motivi della sua netta opposizione al “ravacholismo” e il proposito di combatterlo pubblicamente: “Voi”, scrive alla “carissima Gigia” il 29 aprile, “saprete interpretare per il loro verso queste idee buttate giù così confusamente ed in fretta. Io del resto le svilupperò completamente in un lavoretto che darò alle stampe al più presto”. Intanto, con il consueto garbo, la invita a far filtrare quelle sue idee anche in Italia tra i compagni più assennati.
Due anni dopo M. e Francesco vengono coinvolti proprio in un fallito attentato, quello contro Crispi di P. Lega che, come tanti altri, era stato ospitato a casa loro. Arrestati il 3 luglio 1894 vengono prosciolti dal Tribunale di Roma solo nell’agosto dell’anno dopo e solo per essere inviati al domicilio coatto. M. è tradotta a Orbetello, zona altamente paludosa, dove rimane per un anno.
Questo soggiorno risulterà fatale per la sua salute, le cui condizioni saranno aggravate da una progressiva cecità. Tornata a Firenze, dedica il suo ultimo sostanziale impegno, insieme a Francesco, al cpvp di Scarlatti dal 1904 al 1906. Come ricorda Monticelli “Dopo il coatto Luisa non ha perso la fede ma l’entusiasmo e le forze sì e si mette in disparte”. M. muore a Firenze il 13 marzo 1911. (L. Di Lembo)
Fonti: ASFI, Questura, CP, p. 25; TP, Processi risolti con sentenza 1880, p.437; ASRM, Gab., b. 58 (1894) f. 240 (P. Lega); [Necrologio], «LIB» La Spezia 16 mar. 1911; [Necrologio], «AA», 19 mar. 1911; T. Monticelli, Pagine di Storia Socialista: Luisa Pezzi, «Avanti!», 23 mar. 1911.
Bibliografia: E. Ciacchi, Da Piazza Savonarola alle Murate. La verità sul 1° maggio a Firenze, Firenze 1891; G. Scarlatti, L’Internazionale dei Lavoratori e l’agitatore Carlo Cafiero, reminiscenze del contadino G. Scarlatti ex galeotto politico, Firenze 1909; J. Guillame, L’Internationale: documents et souvenirs, Paris 1905-1910, vol. IV; L. Rafanelli, Ricordando una donna, «UN», 14 mar. 1920; F. Pezzi, Lettere ad Andrea Costa ed Anna Kuliscioff, a c. di G. Bosio, «MOS», apr.-mag. 1950; E. Conti, Le origini del socialismo a Firenze (1860-1880), Roma 1950; P.C. Masini, Gli internazionalisti.
La Banda del Matese (1876-78), Milano-Roma 1958; La Federazione Italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori. Atti Ufficiali (1871-1880), a c. di P.C.Masini, Roma-Milano 1964; N. Capitini Maccabruni, La Camera del Lavoro nella vita politica e amministrativa fiorentina (dalle origini al 1900), Firenze 1965; L. Rafanelli, Gli ultimi Internazionalisti, «UN» 24 dic. 1966; Lettere inedite di anarchici e socialisti ad Andrea Costa 1880, a c. di P.C. Masini, «MOS», gen.-mar. 1967; Masini 1, ad indicem; F. Pieroni Bortolotti, Socialismo e questione femminile in Italia 1892-1922, Milano 1972; Masini 2, ad indicem; Id., Cafiero, Milano 1974, ad indicem; P. Feri, Il movimento anarchico in Italia dopo la svolta di Andrea Costa, «Trimestre» 1978-1979; MOIDB, ad nomen; G. Sacchetti, Sovversivi in Toscana (1900-1919), Todi 1983; Malatesta, ad indicem; R. Zangheri 1, ad indicem.

Emma Neri (a destra) con Augusto Masetti e Maria Rossi

Neri, Emma
Nasce a Cesena (FC) il 5 settembre 1897 da Eligio e Elvira Della Bella, insegnante elementare. Il padre è un ragioniere socialista e le condizioni economiche della famiglia le consentono di conseguire il diploma di maestra elementare. In seguito frequenta un corso presso l’Università di Bologna e ottiene l’abilitazione come direttrice didattica, ma preferirà sempre insegnare come maestra per essere a contatto diretto con gli alunni. Fin da giovanissima aderisce agli ideali socialisti del padre. Dopo le prime brevi esperienze di lavoro nelle scuole di alcune località del cesenate e della provincia di Forlì, nel 1921 ottiene un posto di insegnante nella scuola elementare di Castel Bolognese (RA).
Qui conosce il giovane anarchico Nello Garavini, di cui diverrà l’inseparabile compagna per tutta la vita, condividendone da ora in poi tutte le vicende. A contatto con Garavini e con gli altri libertari castellani, particolarmente numerosi e attivi, N. approfondisce le proprie convinzioni politiche e aderisce all’anarchismo. L’unione della giovane coppia viene formalizzata con il matrimonio civile il 4 giugno 1923. Nel 1924, dopo il delitto Matteotti, si trasferisce a Milano con il marito che si è esposto nella lotta contro il fascismo e che per questo è stato già aggredito due volte. Il 19 ottobre 1924 nasce Giordana, l’unica figlia della coppia, destinata a proseguire l’opera dei genitori nell’ambito dell’anarchismo castellano. Per due anni i Garavini frequentano l’ambiente dei libertari milanesi e stringono un’intima amicizia in particolare con Carlo Molaschi e con la sua compagna Maria Rossi.
Nel 1926, per sfuggire dalle persecuzioni e per continuare a svolgere attività antifascista, emigrano in Brasile, stabilendosi a Rio de Janeiro. Inizia un esilio che durerà più di 20 anni e che perlomeno nei primi tempi sarà caratterizzato da difficoltà economiche e da disagi di vario genere. Nei primi anni i due coniugi devono adattarsi a svolgere i più disparati lavori, fino a conseguire una relativa agiatezza economica. Nonostante i pericoli – il Brasile in quegli anni è quasi ininterrottamente governato da feroci dittature – i Garavini continuano la loro attività politica, rivolta soprattutto alla lotta contro il fascismo italiano.
Frequentano gli ambienti antifascisti, conoscono anarchici di tutto il mondo e mantengono i contatti con alcuni compagni italiani esuli in altri paesi. Partecipano alle attività della Liga anticlerical, fondata da José Oiticica, esponente di rilievo dell’anarchismo brasiliano. Una amicizia particolarmente stretta li lega a Luigi Fabbri fino alla sua morte a Montevideo nel 1935 e a sua figlia Luce. Un’altra amicizia profonda è quella con Libero Battistelli, avvocato bolognese repubblicano aderente a GL, e con sua moglie Enrichetta, esuli anch’essi in Brasile. Nel 1931, in occasione della trasvolata atlantica di Italo Balbo e la sua squadriglia, N. ed Enrichetta Battistelli diffondono migliaia di volantini antifascisti nelle principali vie di Rio, accusando Balbo e i suoi squadristi per l’assassinio di don Minzoni avvenuto nel 1923. Poco dopo questo episodio, N. perde l’incarico di insegnante alla scuola italiana gestita dalla Società Dante Alighieri, ormai definitivamente fascistizzata. Dal 1933 al 1942 i Garavini gestiscono una libreria (la Minha Livraria) che diventa un luogo di ritrovo e di discussione per tutto l’ambiente di sinistra e antifascista di Rio.
Numerose sono, nel corso degli anni, le perquisizioni e le limitazioni da parte della polizia politica. Per qualche tempo alla libreria si affianca anche una piccola attività editoriale, con la pubblicazione di libri di cultura politica, sociale e letteraria. Nel 1947 i Garavini rientrano definitivamente in Italia, a Castel Bolognese. Riallacciano i rapporti con i vecchi compagni sopravvissuti e riprendono la loro attività all’interno del gruppo anarchico locale, ricostituito subito dopo la fine della guerra.
Aderiscono subito alla FAI, a cui resteranno poi sempre legati, partecipando a numerosi congressi e convegni fino agli anni Settanta. Prendono parte anche al Congresso della ifa tenutosi a Carrara nell’estate del 1968. Con la rinascita libertaria seguita agli avvenimenti del 1968 la loro casa si riempie di giovani, molti dei quali rimangono affascinati dalla personalità di N., dalla sua sensibilità e dalla rara capacità comunicativa. Muore a Imola, presso il cui ospedale è da tempo ricoverata, il 2 febbraio 1978. (G. Landi)
Fonti: ACS, CPC, Garavini Nello; ivi, Neri Eligio; BLAB, Fondo Emma Neri Garavini; ivi, Nello Garavini; [G. Landi], Biografia di Emma, «La Questione sociale» (Forlì), mar. 1978; Gruppo anarchico di Castel Bolognese, Emma Garavini Neri, «UN», 2 apr. 1978.
Bibliografia: Scritti di N.: Prefazione a C. Molaschi, Pietro Gori, Milano 1959. Scritti su N.: A. Taracchini, L’associazionismo anarchico a Castelbolognese, in Associazioni e personaggi nella storia di Castelbolognese, Imola 1980; Castelbolognese; L. Fabbri, Luigi Fabbri. Storia di un uomo libero, Pisa 1996, ad indicem; G. Landi, Emma Neri Garavini, gennaio 1999.

Giuseppe Pinelli

Pinelli, Giuseppe
Nasce a Milano il 21 ottobre 1928 da Alfredo e Rosa Malacarne, ferroviere. Trascorre la prima parte della sua vita nel natio quartiere popolare di Porta Ticinese. Finite le scuole elementari deve andare a lavorare, prima come garzone, poi come magazziniere. Continua a leggere, un’abitudine che lo accompagna per tutto il resto della vita. Nel 1944, sedicenne, partecipa alla Resistenza antifascista come staffetta della BGT “Franco”, collaborando con un gruppo di partigiani anarchici, che costituiscono il suo primo tramite con il pensiero libertario.
Nel 1954 entra nelle ferrovie come manovratore. Nel 1955 si sposa con Licia Rognini, conosciuta a un corso serale di esperanto: presto verranno due figlie, Silvia e Claudia. Nei primi anni ’60 si costituisce a Milano un gruppo di giovani anarchici (Gioventù libertaria) poco più che ventenni, tra i quali Amedeo Bertolo, che nel 1962 aveva avuto l’onore della cronaca quale componente di un gruppo che aveva rapito il viceconsole spagnolo a Milano per ottenere (come ottenne) la trasformazione in pena detentiva di una condanna a morte di un anarchico nella Spagna franchista. P. – “Pino” per i compagni e gli amici – con i suoi 35 anni è il più vecchio di loro, ma questo non è un problema: il suo carattere gioviale ed espansivo ne fa un “compagnone”. E quando nel 1965, dopo una decina di anni senza sede, se ne apre una in viale Murillo, P. è tra i fondatori del circolo “Sacco e Vanzetti”.
Qui si tiene nel dicembre 1966 anche un incontro della gioventù libertaria europea. In seguito a uno sfratto, gli anarchici milanesi cambiano sede e il 1° maggio 1968 viene inaugurato il Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, sito in piazzale Lugano, nel periferico quartiere operaio della Bovisa. Prende il nome dall’attiguo sovrappasso stradale, dal quale si vedono i binari della stazione ferroviaria di Porta Garibaldi, dove Pinelli lavora.
Siamo nel ’68, appunto, e il vento della contestazione che soffia dalla Francia arriva anche a Milano. P. è attivo su molti fronti: come anarchico, è tra quelli che tengono aperta la sede, organizza un’efficace servizio-libreria, è tra gli organizzatori di intensi cicli di conferenze serali. Approfittando della possibilità di viaggiare (in quanto ferroviere) gratis in treno, tiene i contatti diretti con i compagni “di fuori”, tra i quali Luciano Farinelli ad Ancona, Aurelio Chessa a Pistoia, Umberto Marzocchi a Savona. Intensi anche i rapporti con Alfonso Failla, a Marina di Carrara, dove si reca anche in vacanza con la famiglia.
Operaio, P. si impegna anche in campo sindacale, in particolare per la riattivazione dell’USI, di cui viene aperta una sezione presso il Circolo. Anche il CUB dei lavoratori dell’Azienda trasporti milanese elegge il Circolo a propria sede e la lascerà solo dopo l’attentato del 12 dicembre 1969: la repressione anti-anarchica suggerirà questo trasloco. L’ambiente anarchico milanese è in pieno fermento, in molte scuole superiori nascono nuclei libertari, anche nelle fabbriche ci sono operai anarchici e frequenti sono i volantinaggi di primo mattino. Escono libri, opuscoli, i vecchi giornali riprendono fiato.
Gli anarchici milanesi sentono la necessità di una seconda sede, questa volta nella zona Sud di Milano. Tra i più impegnati nella sistemazione e nell’apertura del Circolo di via Scaldasole (nel quartiere Ticinese) c’è P. Il 25 aprile 1969 due attentati colpiscono la Stazione centrale e la Fiera. Le indagini si indirizzano verso ambienti libertari e alcuni anarchici vengono arrestati: è l’inizio di una campagna di criminalizzazione, che trova nuova linfa in agosto, quando alcuni attentati ai treni vengono ancora attribuiti ad anarchici. Viene fatta circolare anche la voce di una possibile implicazione di P., anarchico e ferroviere.
P. e il suo gruppo “Bandiera nera” insorgono, denunciano la manovra, danno vita – sull’esempio della “Black Cross” inglese di quei mesi e della “Croce nera” russa degli anni ’20 – alla Crocenera anarchica, specificatamente dedita alla solidarietà concreta con i compagni detenuti, ma anche alla pubblicazione di un bollettino di controinformazione. P. è l’anarchico più “in vista” tra quelli milanesi e frequentemente è in questura per richieste di autorizzazione, convocazioni, ecc.. Il suo interlocutore è perlopiù un giovane commissario di polizia, informale nei modi, elegante, ammiccante: Luigi Calabresi. Così, quando nel tardo pomeriggio del 12 dicembre 1969, subito dopo l’attentato di piazza Fontana, Calabresi si presenta al Circolo di via Scaldasole e invita P. a recarsi in questura, questi acconsente senza problemi, inforca il motorino e segue l’auto della polizia. In questura P. incontra, in un grosso salone, gran parte degli anarchici milanesi, fermati come lui per chiarire il proprio alibi. Entro 48 ore, limite massimo concesso dalla legge di allora per il “fermo di polizia”, i fermati vengono rilasciati, alcuni vengono spostati nel carcere di San Vittore.
P. viene invece trattenuto in Questura aldilà del limite legale. Viene interrogato. Poi, intorno alla mezzanotte tra il 15 e il 16 dicembre, il suo corpo vola da una stanza dell’Ufficio politico al quarto piano e si sfracella a terra. Le prime contrastanti versioni della polizia lasciano intendere che la verità non può essere quella ufficiale del “suicidio”. Muore a Milano all’Ospedale Fatebenefratelli nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969.
La vicenda politico-giudiziaria del suo assassinio, intrecciata con l’intera storia della strage di piazza Fontana, in particolare con il “caso Valpreda”, diventerà negli anni un vero e proprio boomerang per il Potere. I maldestri tentativi di mettere a tacere il tutto, culminati nella tesi del “malore attivo” proposta da una sentenza del giudice Gerardo D’Ambrosio, non faranno che evidenziare quella verità che non ha ancora trovato spazio nelle carte ufficiali. Decine saranno i libri, i filmati, le opere teatrali, le installazioni artistiche, le canzoni dedicate a P. e al suo assassinio, non solo in Italia. Ne citiamo qui solo due: la Morte accidentale di un anarchico del premio Nobel Dario Fo, e la gigantesca opera I funerali dell’anarchico Pinelli di Enrico Baj. (P. Finzi)
Fonti: CSLAP.
Bibliografia: Le bombe di Milano. Testimonianze di G. Pansa [et al.], Parma 1970; Crocenera anarchica, Le bombe dei padroni, Catania 1970 (1989, 2a ed.); La strage di Stato. Controinchiesta, Roma 1970; C. Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage, Milano, 1971; V. Nardella, Noi accusiamo! Contro requisitoria per la strage di stato, Milano 1971; M. Sassano, Pinelli: un suicidio di Stato, Padova 1971; Id., La politica della strage, Padova 1972; M. Del Bosco, Da Pinelli a Valpreda, Roma 1972; L. Rognini, Una storia quasi soltanto mia, a c. di P. Scaramucci, Milano 1982; G. Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta, Milano 1993, ad indicem; Il malore attivo dell’anarchico Pinelli, Palermo 1996; L. Lanza, Bombe e segreti. Piazza Fontana 1969, Milano 1997.

Andrea Papi

Pietro Bulleri

Alcune sigle e abbreviazioni.
 
ACPC
Antifascisti nel casellario politico centrale, Quaderni dell’ANNPIA, Roma, ANNPIA, 1989-1994.
ACS
Archivio Centrale dello Stato – Roma
AFBC
Archivio Famiglia Berneri e Aurelio Chessa – Reggio Emilia
ANPPIA
Associazione Nazionale Perseguitati Politici Italiani Antifascisti
ASMs
Archivio dello Stato – Massa
«BAP»
«Bollettino dell’archivio G. Pinelli”
CdL
Camera del Lavoro
CLN
Comitato Liberazione Nazionale
EAR
Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza, 6 voll. Milano-Bergamo, 1968-1989.
FCL
Federazione Comunista Libertaria
FGS
Federazione Giovanile Socialista
IWW
International Workers of the World
MOIDB
Il Movimento Operaio Italiano Dizionario Biografico, Roma, Editori riuniti, 1976-1979.
OVRA
Opera Volontaria di Repressione Antifascista
SUM
Sindacato Unico Metallurgico
UAI
Unione Anarchica Italiana
UCAI
Unione Comunista Anarchica Italiana

Comasco Comaschi

Bruno Filippi

Rodolfo Felicioli

Virginia Tabarroni

Leda Rafanelli

Torquato Gobbi

Primo Petrocchini

Oreste Ristori

Gusmano Mariani