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Rivista Anarchica Online


Sudan

Una catastrofe disumana
di Edoardo Puglielli

 

La crisi che attraversa il Darfur è forse la più tragica dei nostri tempi.

Dopo un periodo di transizione sostanzialmente pacifico, nel 1983 riprende una nuova fase del conflitto quando Nimeiri, per contrastare le crescenti tensioni con la Libia, impone la legge marziale nel Paese, riduce l’autonomia precedentemente concessa alle regioni del sud, alle cui popolazioni tenta anche di estendere la legge coranica (shariah).
Alcune divisioni dell’Esercito dislocate nelle regioni meridionali si ribellano e una di esse, agli ordini di John Garang, diventa la matrice del Sudan People’s Liberation Army (SPLA); contro le forze governative viene scelta la lotta armata.
Nell’aprile del 1985 una cruenta rivolta popolare scoppia a Khartoum: un sanguinoso colpo di stato porta alla caduta di Nimeiri.
I ribelli iniziano a ricevere finanziamenti da amministrazioni o gruppi armati di Paesi vicini e lontani, fra cui Uganda, Eritrea, Israele e Stati Uniti. Questi ultimi pochi anni prima erano impegnati ad addestrare Osama Bin Laden e i suoi seguaci per uccidere i sovietici, inviando loro, tramite la CIA, 3 miliardi di dollari. Nel 1982 fornivano miliardi a Saddam Hussein per armi destinate ad uccidere gli iraniani; nel 1983 inviavano segretamente armi all’Iran per uccidere gli irakeni (1).
Dopo un anno di dominio militare, Sadeq el-Mahdi, leader del partito Umma, costituisce un governo civile di coalizione; non riesce però ad affrontare i gravi problemi del paese e a far cessare la guerriglia.
Nel giugno del 1989 un nuovo colpo di stato militare, guidato da Omar Hassan El-Bashir, rovescia il governo e inizia una cruenta repressione dell'opposizione politica. Il nuovo governo è costituito da un gruppo militare dominato dal Fronte nazionale islamico del Sudan (NIF), organizzazione fondamentalista il cui braccio politico è il Partito del congresso nazionale.
Il conflitto si concentra soprattutto nel sud dove provoca milioni di vittime, costringendo una sproporzionata percentuale di abitanti ad abbandonare le case per cercare rifugio nei campi profughi, anche fuori dei confini nazionali specie in Uganda e in Kenya.
Nello stesso tempo l'esodo della popolazione e lo svolgimento delle operazioni militari limitano fortemente, e talvolta bloccano, lo sviluppo economico dell'intera regione (2). Nei primi anni Novanta si aggiungono i problemi generati da un'ondata di profughi etiopi.
Durante i conflitti entrambe le fazioni in lotta si rendono colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani: lo SPLA, sostenuto dagli USA, è accusato di avere arruolato molti bambini costringendoli a militare nei propri ranghi con la forza e di avere gestito gli aiuti umanitari in maniera monopolistica, negandoli in diverse circostanze alla popolazione aggravando così il problema frequente della carestia.
Il regime di Khartoum è invece accusato di avere deportato al nord come schiavi un gran numero di persone e di avere ordinato alle forze governative, in particolare all’aviazione, di condurre azioni contro obiettivi civili, anche con l'utilizzo di armi “non convenzionali” come i gas letali, provocando stragi indiscriminate.
Nel 1995 il regime sudanese è accusato di complicità con i terroristi che avevano attentato alla vita del presidente egiziano Hosni Mubarak.
Le elezioni svoltesi nel marzo del 1996 riconfermano al potere El-Bashir, mentre il leader islamico Hassan Tourabi è nominato presidente del Parlamento.
Concedendo asilo politico a molti integralisti, il Sudan diventa uno dei centri di riferimento per il fondamentalismo islamico e, per Dipartimento di Stato statunitense, entra a far parte dei sette "Stati canaglia" accusati di sostenere il terrorismo internazionale. L’Iraq intanto invadeva il Kuwait con armi provenienti dagli USA che, a loro volta, nel 1991, entravano in Iraq e insediavano di nuovo il dittatore del Kuwait.
Tra il 1992 e il 1996, espulso dall’Arabia Saudita, Osama Bin Laden si trasferisce in Sudan. Qui stabilisce un patto di interesse con il governo di El-Bashir, impegnato nello sfruttamento intensivo dei ricchi giacimenti petroliferi del Sudan meridionale. Le raffinerie ci sono, mancano le infrastrutture: oleodotti, strade, ponti e aeroporti. Osama interviene con i suoi capitali e le sue imprese di costruzioni. Realizza una grande strada, la Thaadi Road (“strada rivoluzionaria”) che collega la capitale Khartoum a Port Sudan, nel Mar Rosso. La strada è davvero rivoluzionaria per il governo sudanese perché consente il supporto della costruzione degli oleodotti che trasportano il greggio dai giacimenti della regione interna di Bahr el Gazal al porto.
Osama prende come terza moglie una nipote di Hassan Tourabi. Ufficialmente Osama è stato pagato dal governo sudanese con la cessione della Conceria di Khartoum. In realtà Bin Laden viaggia con passaporto diplomatico sudanese, usa le ambasciate sudanesi come basi d'appoggio di tutto il mondo e versa propri capitali nelle banche di Khartoum. Mette in piedi anche una finanziaria, la Taba Investment Fund, utilizzata per riciclare la valuta sudanese in dollari e sterline.
Nel 1996 il governo del Sudan cede a pressioni interne e chiede ad Osama di lasciare il Paese. Lui si sposta in Afghanistan (l'Arabia Saudita non lo riaccoglie e, anzi, lo priva della cittadinanza) ma lascia in Sudan uomini fidati e grossi interessi economici.
I giacimenti petroliferi si trovano quasi tutti nel Sud, dove infuria la guerra civile. Spesso i ribelli dello SPLA attaccano i pozzi. Nel gennaio 2000 Amnesty International denuncia la presenza di "strani mujaheddin" afgani, malesi e filippini a guardia dei giacimenti petroliferi sudanesi.

Nord Sudan 1996/97

All'inizio del 1997 l'opposizione sudanese annuncia con orgoglio di aver portato la guerra nel Nord Sudan: in realtà, la guerra era presente nel Nord dal luglio 1985.
Non c'è facile accesso ai Monti Nuba dalle frontiere internazionali. Le forze dello SPLA in quell'area sono isolate. Raramente vengono rifornite di armi, e gli ufficiali non hanno avuto promozioni per molti anni. Inoltre, nel dicembre 1995, l'Alto Comando dello SPLA ha richiamato tutti gli ufficiali anziani (dal grado di primo luogotenente in su) ai quartieri generali del Sud. Dato il tragico isolamento dei Monti Nuba, ci sono voluti mesi per alcuni di loro per tornare, lasciando così truppe di 6000 uomini sotto il comando di luogotenenti in seconda per diversi mesi e senza ufficiali per molto più tempo.
All'inizio del 1996, in risposta alla minaccia militare da parte delle forze di opposizione nel Sudan dell’Est (Nilo Blu, Kassala e regione del Mar Rosso), il governo sudanese decide di concentrare lì le proprie forze. Si ritira da alcune zone del Sud, mantenendo però il controllo sulle città principali, i pozzi di petrolio e la strada del Nilo verso Malakal.
Con questa mossa cerca di tenere la principali forze dello SPLA a sud del “nono parallelo” (3), con l’intento di assestare un colpo definitivo alle forze ribelli a Nord di quella linea (4) per poi concentrarsi sulla minaccia proveniente da Est.
Il governo conta sul fatto di poter neutralizzare la minaccia posta dalle principali forze dello SPLA nel Sud soprattutto dando sostegno a gruppi secessionisti e promuovendo ulteriori divisioni fra i ribelli. Spera inoltre che l’insistenza di John Garang, a che i suoi rivali politici interni si riunifichino secondo le sue proposte, rimanderebbe qualsiasi assestamento interno al movimento nel Sud.
Questa aspettativa è giustificata e, nell'aprile 1996, il governo firma una Carta con il Movimento per l'Indipendenza del Sud Sudan e il gruppo dello SPLA del Bahr el Ghazal. Dietro il linguaggio elevato, questo è di fatto un patto di difesa: le concessioni politiche del governo sono di facciata e ipotetiche (verranno rinnegate nel giugno 1997).
Anche se il governo perde vaste aree dell'Equatoria e del Bhar el Ghazal, il suo obiettivo di guerra rimane intatto: mantenere le principali forze dello SPLA a sud del nono parallelo.
Nella zona “di transizione” (fra il nono e il dodicesimo parallelo a nord) il governo lancia grandi offensive, ripetutamente, nella zona meridionale del Nilo Blu e nel Kordofan del Sud, e anche alcuni attacchi contro le forze dello SPLA-United nella zona settentrionale dell'Alto Nilo (5). I ribelli non sono comunque pronti per raggiungere un accordo. Nel frattempo l'offensiva procede, catturando aree strategiche nel Kordofan del Sud e alcune parti delle aree controllate dall'SPLA-United nell'Alto Nilo. Si svolgono pesanti combattimenti nel sud del Nilo Blu ma le forze dello SPLA non vengono fatte indietreggiare dall'area.
A questo punto il teatro principale degli scontri diviene il Sudan dell'Est, con fronti di guerra nella zona meridionale del Nilo Blu, a Kassala e nella regione del Mar Rosso. Le forze di opposizione nel Sudan dell'Est non vengono sconfitte, ma il governo riesce ad utilizzare le forze del SSLM (Southern Sudan Liberation Movement) come reparto di assalto nei suoi attacchi contro le posizioni dello SPLA nel sud del Nilo Blu, conservando le proprie principali forze del Nord per il fronte orientale.
Entro metà 1997 il governo non riesce sconfiggere le forze di opposizione ad Est e, piuttosto che sprecare le proprie risorse militari in futili attacchi, si concentra nel contenimento di un’ulteriore espansione dell'opposizione, mantenendo le forze principali a difesa delle grandi città. Questo gli garantisce sufficiente forza militare per intraprendere offensive nel Sud Kordofan e altrove.

La guerra continua

La strategia del governo sudanese nei Monti Nuba è quella di commettere crimini contro le persone e le proprietà dei civili, usando il terrore e l'impoverimento per tentare di obbligarli alla sottomissione. Questa strategia raggiunge la sua conclusione attraverso un largo impiego di comuni criminali, riconosciuti poi come membri delle forze di governo.
Ripetutamente, a distanza di pochi anni, il governo dichiara la vittoria sullo SPLA nella zona occidentale dei Monti Nuba. Questa affermazione non è mai confutata perché le informazioni indipendenti non sono disponibili. Ma nel maggio del 1992 le affermazioni governative di aver ripulito Tullishi dai ribelli risultarono infondate dato che una piccola forza di meno di un migliaio di combattenti dello SPLA resistettero ad un attacco governativo di quattro mesi portato da oltre 30.000, soldati supportati dall'artiglieria e dagli aerei. Nel 1997, simili affermazioni governative di aver resa sicura l'intera area, sono prese con scetticismo. I rapporti sui combattimenti nella parte occidentale dei Monti Nuba sono incompleti e richiedono una verifica.

Fame e sfollati

La sofferenza inflitta dalle forze militari sudanesi in termini di assassinii e distruzioni è poi accompagnata dalla fame che segue lo spostamento forzato della popolazione. L'area di Debi-Tabari-Regifi Um Dulu è una delle più fertili dei Monti Nuba: ora è deserta. Gli agricoltori che fino a poco tempo fa producevano abbastanza cibo per sfamare le famiglie ed anche gli sfollati, ora sono al limite della miseria. Gli allevatori sono alla ricerca disperata di pascoli.
Gli sfollati sono ridotti a costruirsi ripari minimi con erba e legni; molta gente invece vive in caverne o sotto speroni di roccia. A dispetto delle accuse e delle pressioni internazionali, il governo del Sudan mantiene uno stretto embargo sull’area non controllata dei Monti Nuba.
Nel 1996 si insistette perché i Monti Nuba fossero inclusi nei soccorsi delle Nazioni Unite. Questa raccomandazione non è mai stata seguita.
La regione dei monti Nuba è stata assente nel trattato di pace dell'aprile del 1997.
Dato che la guerra in questi luoghi è lontana dai confini di altri paesi e non crea profughi, i Nuba rimangono assenti dall'agenda internazionale. Le agenzie delle Nazioni Unite sembrano aver dovuto trascurare il problema per non andar contro molti interessi istituzionali stabiliti, come per esempio mantenere gli accessi umanitari nel Sud o fornire programmi di sviluppo nel Nord. Solo alcune organizzazioni umanitarie, per i diritti umani e religiosi, sono state pronte ad assistere la popolazione nuba. (...).

Petrolio: le ricerche

L’Italia, con l’Eni, fu tra i primi paesi ad effettuare ricerche nel paese. Dopo quelle negli anni ’30 della Shell e negli anni ’50 di Mobil e Total, fu l’italiana AGIP ad avviare le ricerche nella seconda metà degli anni ’50. L’AGIP Sudan, proprio nel 1999 (nel momento in cui cominciavano ad emergere i primi risultati) viene venduta a compagnie private dell’Africa orientale.
Oggi l’Italia è il terzo acquirente di petrolio sudanese.
Il Paese viaggia alla media di un debito estero pari a 16 miliardi di dollari l'anno. Avrebbe dovuto versare quasi 60 milioni di dollari al Fondo monetario internazionale che, nel 1993, taglia al Sudan i finanziamenti.
All'inizio del 1999 viene terminato l'oleodotto (1.600 chilometri) che collega l’area dei giacimenti con Port Sudan. Il 30 agosto 1999 (quando l'oleodotto entra in funzione) il Fondo monetario internazionale promuove il Sudan da Paese “inaffidabile” ad “affidabile” (6).
Entrano in gioco grossi capitali stranieri.
Il 30 agosto parte la prima petroliera con 600 mila barili di greggio. Destinazione: la raffineria della Royal Duth Shell di Singapore. Il Sudan può esportare 450 mila barili al giorno e garantirsi un'autonomia energetica per 15 anni. Un affare enorme, che El-Bashir sfrutta anche per reprimere le popolazioni del Sud.
Il maggiore investitore estero nella costruzione dell'oleodotto è la China National Petroleum Corporation; la Cina è anche il principale fornitore di armi del Sudan.

Il Sudan ha cominciato ad esportare petrolio nel 1999. L'anno scorso, questa esportazione ha fruttato 1,2 miliardi di dollari. Nel 2005, saranno 2 miliardi di dollari. Il più grande acquirente del petrolio sudanese è la Repubblica popolare cinese. Ecco la vera ragione della preoccupazione americana (7).

I dissidi etnico-religiosi transitano in secondo ordine rispetto al controllo delle risorse produttive, specie quelle petrolifere, che peraltro, nel 2000, hanno acquisito ulteriore importanza per la scoperta di altri consistenti giacimenti.
Se le cospicue ricchezze del sud hanno costituito nel passato un fortissimo richiamo per la classe dirigente del Paese, oggi sono diventate il vero motivo della guerra civile.
Nell’Alto Nilo Occidentale si verificano scontri tra le diverse forze governative, per stabilire chi siano le responsabili della sicurezza dei campi petroliferi. I combattimenti causano l’ennesima ondata di profughi e la sospensione delle prospezioni petrolifere. Nel maggio 1999 l’oleodotto viene attaccato e danneggiato dalle forze dell’opposizione armata.
Il 30 agosto 1999 (giorno in cui la prima petroliera lascia Port Sudan per Singapore) diventa una data storica. L'inizio dello sfruttamento di più di 2 miliardi di barili. La fine per le popolazioni delle aree petrolifere, costrette a lasciare le loro terre per permettere alle compagnie di lavorare indisturbate.
Così, quando la Shell inizia a trasferire i primi 30.000 barili di petrolio, si fa ricorso agli elicotteri governativi che, utilizzando le basi logistiche delle compagnie petrolifere (8), uccidono e cacciano la popolazione. Il governo sospende il permesso di atterraggio a tutti i voli umanitari e, dando prova di notevole cinismo, sostiene la tesi che le uccisioni e il massiccio esodo di popolazione siano causa di conflitti tra gruppi etnici locali, su cui non ha alcun controllo.

Petrolio: effetti collaterali

Le principali compagnie petrolifere straniere che partecipano al Progetto petrolifero del Grande Nilo (una partnership da 1,4 miliardi di dollari) sono la canadese Talisman Energy, la svedese IPC/Lundin, l’austriaca ÖMV (tutte private, partecipano al 25%), e la China National Petroleum Corporation (40%) la Malaysia's Oil Company Petronas (30%) e la sudanese Sudapet (5%), di proprietà dei rispettivi governi.
La Talisman Energy (ritiratasi dal paese nella prima metà del 2004) è oggi sotto accusa per complicità con il governo integralista di Khartoum, violazioni dei diritti umani, genocidio, pulizia etnica, schiavitù.

La Talisman è in prima linea nella violazione dei diritti umani in Sudan ed è tempo che sia riconosciuta responsabile per il ruolo svolto nella brutale Jihad che sta uccidendo il mio popolo (9).
Con l'inizio dello sfruttamento del petrolio la guerra ha preso una drastica svolta. E le responsabilità occidentali sono grandi. A cominciare da quelle delle compagnie petrolifere. Ma non solo. Prima era un conflitto tra poveri. Ora il governo di Khartoum dispone di armi sempre più micidiali. Molte sono state vendute dalla Cina in cambio delle concessioni. Ma è la Russia che oggi sta fornendo gli elicotteri e gli armamenti più sofisticati, che vengono usati per colpire la popolazione civile, per allontanarla dalle aree petrolifere e da quelle in cui si stanno facendo nuove prospezioni (10).

La guerra prosegue per tutto il 1999 nel sud e nell’est del Paese. In un conflitto dove le regole di guerra vengono sistematicamente violate, i civili costretti a lasciare i villaggi sono le principali vittime. Tra queste, soprattutto le donne e i bambini finiscono per essere assassinati, sottoposti a stupri, saccheggi e sequestri e ridotti in stato di schiavitù. I bambini vengono costretti ad arruolarsi nelle varie milizie.
Nessuno viene processato per questi crimini.
Nel dicembre 1999 El-Bashir scioglie il Parlamento del fondamentalista El-Tourabi privandolo di ogni potere e proclama lo stato d’emergenza.
Viene nominato un nuovo governo ma la guerra civile non sembra prossima ad una soluzione.

A chi giova la guerra

Nel 2002-2003 il petrolio è la prima fonte per l’export sudanese. Attualmente il valore dell’esportazione annua ha superato il miliardo di dollari. I proventi petroliferi sono tra le principali risorse del governo per le sue politiche di rafforzamento di sistemi militari.
Alenia Marconi Systems, paritetica tra la britannica Bae Systems e l’italiana Finmeccanica, fornisce all’autorità di aviazione civile sudanese attrezzatura radar nell’ambito di un programma di implementazione del sistema radar civile. Dopo la fornitura della strumentazione per l’aeroporto civile della capitale, la seconda fase prevede l’installazione di radar di sorveglianza e controllo del traffico aereo in aeroporti del nord, del centro e del sud come Port Sudan, El Obeid, Juba. Quest’ultima località, che ospita un aeroporto internazionale, è in piena zona di conflitto, quindi con un traffico prevalentemente commerciale e di aiuti internazionali ma, soprattutto, militare. Nella vendita di questo tipo di tecnologie l’Italia si preoccupa poco del doppio uso – civile o militare – che ne può essere fatto, nonostante una legge che regola l’esportazione di prodotti ad elevata tecnologia imponga controlli sull’effettiva destinazione d’uso. In questo caso però, il governo italiano non ha ritenuto opportuno effettuare contestazioni, nonostante la posizione non certo trasparente del governo sudanese in materia di armi.
Non c’è dubbio che il petrolio – o meglio, a chi appartiene e chi ci guadagna – sia la nuova causa di questo vecchio disastro. Il governo sudanese è riuscito facilmente a rompere il precedente isolamento internazionale ed ha potuto lanciare una campagna militare per “bonificare” una vasta area intorno ai campi petroliferi, così da garantire la sicurezza delle nuove prospezioni.
Il petrolio costituisce il 70% delle esportazioni e concorre a bilanciare gli altri settori produttivi ma il Paese ha anche un forte indebitamento dovuto alle spese militari che, oltre ad assorbire gli introiti della maggiore risorsa sudanese, impediscono anche di stanziare fondi in investimenti di natura sociale.
Accanto all’aumento degli sforzi militari nel sud e nell’est del Paese, il governo sudanese ha intensificato anche la repressione politica, ponendo agli arresti presunti oppositori (giornalisti, avvocati ed esponenti politici), sottoponendo ad intimidazioni e torture studenti e attivisti per i diritti umani e sopprimendo alcune testate giornalistiche.
Anche le organizzazioni non governative impegnate a portare soccorso alle popolazioni sudanesi hanno incontrato seri problemi: il capo dell’Ufficio Programmi dell’UNICEF, Hamid el-Basher Ibrahim, è stato arrestato nella sua abitazione, dalla quale sono stati prelevati il fax, il telefono e il computer. L’arresto dell’uomo, successivamente rilasciato senza alcuna accusa, è da mettere in relazione a un rapporto pubblicato dall’UNICEF sulla schiavitù nella zona di Wau, nel quale l’esercito e le PDF venivano accusati di sequestro e stupro di donne e bambini.
Particolarmente vessate sono le donne, che nel Sudan centrale e anche nella capitale Khartoum, subiscono gravi limitazioni della loro libertà di movimento. L’Atto sull’Ordine Pubblico del 1992 impedisce alle donne che vogliono vendere i loro prodotti di circolare dalle 5 della sera alla stessa ora della mattina successiva. I passaporti per le donne che vogliono viaggiare all’estero sono emessi solo dietro permesso scritto di un tutore di sesso maschile. La violenza all’interno dei nuclei familiari – in cui i parenti maschi hanno un controllo totale sul corpo, i figli e i beni delle donne – si riproduce senza sosta.
A Khartoum 24 studenti e studentesse sono stati arrestati e condannati dal Tribunale per l’Ordine Pubblico a 40 frustate e a una multa per aver commesso atti indecenti e immorali e aver indossato abiti che “hanno causato reazioni negative nel pubblico”. Gli studenti stavano prendendo parte a un pic-nic organizzato col permesso dell’Università: le ragazze indossavano abiti occidentali (camicie, magliette e pantaloni) e tenevano per mano i loro colleghi mentre ballavano una danza tradizionale.
Il 30 novembre 2003 (dopo due decenni di indifferenza da parte della comunità internazionale) sono stati ripresi in Kenya i colloqui tra il Governo di Khartoum e i ribelli del Sudan People's Liberation Army (SPLA) per porre fine alla guerra civile. I colloqui di pace, fra alterni e discontinui risultati, hanno portato ad un cessate-il-fuoco che dovrebbe preludere ad una pace definitiva, per cui, dopo sei anni di “transizione”, il sud del Paese dovrà raggiungere una larga autonomia da Khartoum.
Le trattative sono supportate dal-l'IGAD (Inter-Governmental Authority for Developement), che abbraccia diversi Paesi confinanti, oltre anche agli USA. Proprio l'intervento del governo americano, anche se non certamente mirato per questioni umanitarie, è stato determinante nel raggiungimento di una intesa di massima: Washington ha, infatti, promesso enormi finanziamenti alle parti in cambio di un accordo di pace, che dovrebbe portare ad un significativo aumento della produzione di petrolio.

Darfur: grave crisi umanitaria

Mentre a sud sembra faticosamente aprirsi uno spiraglio di pace, nuovi timori sorgono per le crescenti violenze nella provincia del Darfur, regione desertica situata nel nord-ovest del Paese, ed abitata per lo più da tribù islamico-animiste nomadi. Negli ultimi anni quest’area è stata al centro di una campagna di repressione da parte del regime, che ha cercato di stabilirne il controllo utilizzando il pugno di ferro, tramite rastrellamenti, arresti e condanne a morte di oppositori, oltre ad abusi sulla popolazione civile da parte dell'esercito stesso o di squadre paramilitari.
Alcune delle etnie locali più rappresentate (fra cui i Fur e i Masalit), sostenute dallo SPLA, hanno cominciato una nuova campagna di lotta armata contro il governo che, a sua volta, ha reagito rifiutando qualsiasi soluzione negoziale e replicando agli attacchi. I gruppi ribelli accusano il governo d’averli estromessi dalle trattative di pace e di sostenere le milizie arabe Janjaweed (“uomini a cavallo”, miliziani al soldo del governo centrale), responsabili di violenze contro la popolazione nera in Darfur.
Amnesty International (11) si è recata nel Darfur. I suoi ricercatori raccolgono numerose testimonianze su massicce violazioni dei diritti umani compiute dai Janjaweed, aiutati dalle truppe regolari dell’esercito sudanese che, attraverso l’aviazione, lancia bombardamenti indiscriminati contro i villaggi. Le testimonianze confermano l’esistenza di un sistema di uccisioni illegali, stupri, sequestri, incendi di villaggi ed espulsione della popolazione civile; notizie di uomini uccisi all’interno delle moschee, giovani donne stuprate di fronte ai mariti, donne anziane bruciate vive all’interno delle loro abitazioni: crimini commessi con l’intento di umiliare la popolazione civile e distruggere la vita comunitaria.
I governi della comunità internazionale, l’Unione Africana, l’Unione Europea e la Lega Araba condannano all’unisono le violazioni dei diritti umani nel Darfur. Tuttavia, queste parole non si sono tradotte in azioni concrete: la popolazione civile del Darfur continua a vivere nel terrore del prossimo attacco dei Janjaweed. I profughi interni sono in pericolo e con l’incubo della carestia; quelli che sono riusciti ad entrare in Ciad rimangono a rischio sia per l’insicurezza della frontiera che per l’insufficienza degli aiuti umanitari.
Il giudizio di Human Rights Watch e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite è unanime: il governo sudanese è responsabile di genocidio e di crimini contro l’umanità. (…).
Il conflitto che da oltre un anno e mezzo sconvolge la provincia del Darfur e le comunità d’accoglienza dei rifugiati sudanesi in Ciad orientale, ha prodotto una delle più gravi crisi umanitarie del continente, caratterizzata da scontri persistenti, diffuse violazioni dei diritti umani e da un massiccio sfollamento di popolazioni.
I 2/3 delle popolazioni colpite sono costituiti da donne e bambini, ridotte in condizioni di vita disastrose ed esposte al costante pericolo di malattie, abusi e violenze. I tassi di mortalità tra le popolazioni sfollate sono fino a 10 volte superiori ai livelli registrati per il resto della popolazione sudanese e hanno di gran lunga superato la soglia di riferimento sulla cui base le agenzie umanitarie definiscono le situazioni di crisi: un decesso al giorno ogni 10.000 persone. Ogni mese tra le 6.000 e le 10.000 persone muoiono per le conseguenze del conflitto: tra questi, migliaia di bambini che, ogni mese, perdono la vita a causa di malattie che potrebbero essere prevenute o curate, per le conseguenze delle violenze inferte loro o per le insostenibili condizioni di vita a cui sono costretti nei campi di accoglienza.
Nonostante le pressioni esercitate dalla comunità internazionale la situazione di crisi non accenna ad affievolirsi. Lo scorso 30 agosto, alla scadenza del periodo indicato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU perché Khartoum desse prova concreta del proprio impegno nel disarmo delle milizie Janjaweed o, in alternativa, si preparasse a subire la possibilità di sanzioni e di un intervento internazionale, si sono registrati nuovi attacchi dell’esercito regolare a danno di civili, confermati sia dagli osservatori ONU sia da quelli dell’Unione Africana presenti nel Darfur. Il 18 settembre, il Consiglio di Sicurezza ha approvato una nuova risoluzione in cui si minacciano sanzioni a danno dell’industria petrolifera sudanese, se il Governo di Khartoum non provvederà concretamente alla protezione delle popolazioni civili.

L'emergenza nei tre stati del Darfur

Il 31 agosto, il Governo di Khartoum e il principale gruppo ribelle del Sud Sudan, il Sudan People’s Lieberation Army (SPLA), hanno prolungato di 3 mesi il cessate il fuoco in atto nel quadro degli accordi di pace firmati lo scorso 6 giugno, con i quali si tenta di porre fine al conflitto tra Nord e Sud del paese.
Gli accordi di pace, però, non interessano la regione occidentale del Darfur, dove la situazione umanitaria rimane drammatica e in costante peggioramento.
La provincia sudanese del Darfur si estende su una superficie paragonabile a quella della Francia ed è suddivisa nei 3 Stati del Darfur settentrionale, meridionale e occidentale, la cui popolazione – 6,7 milioni di abitanti – rappresenta il 20% del totale della popolazione del Sudan.
Nel febbraio 2003, tre gruppi a base etnica africana hanno preso le armi contro il Governo di Khartoum, costituendo 2 diverse formazioni ribelli, il Sudan Liberation Movement/Army e il Justice and Equality Movement (JEM).
Obiettivo dei ribelli è contrapporsi agli attacchi sferrati contro i villaggi africani dalle Janjaweed, armate dal governo centrale.
La guerra civile che ne è scaturita ha prodotto la più grave crisi umanitaria dal 1998, caratterizzata da gravissime violazioni dei diritti umani, da violenze efferate a danno dei civili e dalla distruzione e il saccheggio di interi villaggi d’etnia africana.
Il conflitto è proseguito nonostante l’accordo di cessate il fuoco. Aerei governativi hanno bombardato case nel Darfur, uccidendo decine di civili, mentre le milizie Janjaweed hanno attaccato villaggi, uccidendo deliberatamente civili, bruciando le case e facendo razzia del bestiame e di altre proprietà. Come risultato, centinaia di migliaia di persone si sono rifugiate nelle città della zona o hanno varcato il confine con il Ciad.
Le autorità governative hanno commesso numerose violazioni dei diritti umani in risposta al conflitto. Decine di persone sono state arrestate e tenute in isolamento prolungato dalle forze di sicurezza nazionale, dalla sicurezza militare e dalla polizia. Nei centri della sicurezza militare nel Darfur la tortura è sistematica, comprese percosse e scosse elettriche. I detenuti trattenuti per reati come furto, omicidio o banditismo hanno subito processi sommari e iniqui. Centinaia di prigionieri sono stati rilasciati dal governo e dallo SPLA dopo il cessate il fuoco di settembre, ma gli arresti e la carcerazione di persone sospettate di collegamenti con gruppi di opposizione armata continuano.
Tra giugno e settembre, le città di al-Tina, Kornoy e Kutum, nel Darfur settentrionale, e i villaggi limitrofi sono stati ripetutamente bombardati da aerei governativi. Durante il bombardamento di Kutum sono stati distrutti l’ospedale e la prigione e sarebbero morte 42 persone, compresi pazienti, guardie carcerarie e detenuti. Sono stati riferiti bombardamenti indiscriminati anche durante il periodo del cessate il fuoco, nel corso dei quali sono rimasti uccisi decine di civili. Case e edifici pubblici sono stati distrutti.
SPLA e JEM hanno posto in pericolo la popolazione civile stanziando le loro forze in zone civili. Sono state inoltre segnalati saccheggi e torture da parte del JEM.

- Il 16 agosto, la Janjaweed ha attaccato Garaday, un villaggio di circa 400 abitanti vicino alla città di Silaya e, secondo quanto riferito, avrebbero ucciso circa 200 civili, alcuni nelle loro abitazioni, e picchiato e arrestato altri. Tutti i superstiti sono fuggiti.
- Il 20 agosto il villaggio di Murli ha subito l’incursione di milizie sostenute dal governo, nel corso della quale sono rimaste uccise a colpi d’arma da fuoco o bruciate vive nelle loro abitazioni, 82 persone. Murli è stato nuovamente attaccato dalle milizie Janjaweed a settembre, in un giorno di mercato, e 72 persone sono state uccise.
- Durante le incursioni delle Janjaweed contro i villaggi sono state commessi atti di violenza contro le donne, comprese violenze sessuali. Secondo quanto riferito, a Murli, tre ragazze, di 10, 15 e 17 anni, sono state stuprate da appartenenti alla Janjaweed mentre cercavano di fuggire dall’attacco. Fonti riferiscono che due donne, dell’età di 20 e 25 anni, sono state stuprate da appartenenti alla Janjaweed mentre raccoglievano legna nei pressi del villaggio.
- A settembre, sei persone sono state arrestate dal JEM come spie e picchiate col calcio dei fucili. Appartenenti al JEM hanno poi hanno versato nella bocca, nel naso e nelle orecchie di due di loro una miscela di acido, peperoncino e benzina.

Nell’insieme, scontri tra truppe regolari, SPLA e altre milizie continuano in tutti e tre gli Stati del Darfur, anche se risultano più intensi nel Darfur settentrionale e meridionale. La grave situazione di instabilità è inoltre acuita dai ricorrenti scontri tra tribù di origine araba ed africana, con numerosi villaggi dati alle fiamme e un ingente numero di morti e feriti.

Situazione delle popolazione sfollate

Nonostante i colloqui di pace avviati alla fine di agosto da Governo e ribelli ad Abuja, in Nigeria, sotto l’egida dell’Unione Africana, la situazione delle popolazioni sfollate nel Darfur rimane estremamente precaria: stupri e violenze a danno di donne e bambine continuano impunemente; il Governo di Khartoum insiste affinché gli sfollati facciano ritorno alle rispettive terre di origine, senza che vi siano le condizioni minime di sicurezza per il loro reinsediamento; le milizie Janjaweed proseguono indisturbate a commettere violenze ed abusi nelle aree intorno ai campi per sfollati.
Alla fine di agosto, gli sfollati registrati in 130 siti di accoglienza – che vanno da campi che accolgono migliaia di persone a edifici pubblici e scuole occupate – risultavano 1.227.460: 326.422 nel Darfur meridionale, 398.773 nel Darfur settentrionale, 502.265 nel Darfur occidentale.
Nonostante le rassicurazioni del Governo sudanese circa l’accesso degli aiuti umanitari alle popolazioni civili, durante il mese di agosto numerosi sono stati gli ostacoli opposti alle operazioni umanitarie.
Le difficoltà maggiori continuano a essere legate alla prosecuzione degli scontri e ai frequenti atti di banditismo, che rallentano, quando non impediscono, l’invio degli aiuti e lo spostamento degli operatori umanitari.

Mortalità infantile

Nel Darfur i tassi di mortalità tra le popolazioni sfollate sono fino a 10 volte superiori ai livelli registrati per il resto della popolazione sudanese e hanno di gran lunga superato il livello di riferimento usato dalle agenzie umanitarie per indicare le situazioni di crisi umanitaria; 1 decesso al giorno ogni 10.000 persone: nel Darfur settentrionale il tasso di mortalità ha raggiunto il livello di 1,4 morti al giorno ogni 10.000 persone, nel Darfur occidentale quello del 2,9.
Sono le disastrose condizioni di vita nei campi di accoglienza – con temperature che di notte scendono sotto lo zero, scarso accesso ad acqua, cibo e generi di prima necessità, carenza di servizi igienico-sanitari e condizioni igienico-ambientali aggravate dagli effetti della stagione delle piogge – a moltiplicare i pericoli di epidemie e malattie che, insieme a tassi di malnutrizione infantile in costante aumento, hanno prodotto un drammatico aumento dei tassi di mortalità infantile.
La diarrea acuta è legata al 75% delle morti tra i bambini; febbre, infezioni respiratorie acute e le ferite prodotte durante gli attacchi ai villaggi rappresentano le prime cause di mortalità infantile.
Finché gli attacchi alle popolazioni civili non cesseranno, difficilmente sarà possibile fornire loro assistenza e aiuti adeguati, invertendo la drammatica situazione attuale, che vede migliaia di bambini morire ogni mese a causa di malattie prevenibili o comunque curabili.

Darfur settentrionale: durante il mese di agosto, si sono registrati nuovi attacchi delle milizie Janjaweed a danno di villaggi abitati da popolazioni di origine africana. A causa dei duri scontri tra forze governative e SPLA, diverse aree rimangono inaccessibili agli aiuti.
Nonostante ciò, grazie a delicate trattative condotte con i capi ribelli del SPLA, l’8 settembre l’UNICEF ha potuto avviare, nelle aree sotto il loro controllo, la vaccinazione di 150.000 bambini che non era stato possibile vaccinare durante la campagna di vaccinazione di giugno-luglio.

Darfur meridionale: ai primi di agosto, diversi operatori ONU hanno ricevuto informazioni su attacchi sferrati da milizie di cammellieri, appoggiate da soldati in uniforme, a danno di almeno 3 diversi villaggi con popolazione di origine africana. Molti sfollati sono ancora sistemati in numerosi edifici pubblici, dove si registrano infiltrazioni di Janjaweed, con il saccheggio di beni e attacchi ai civili che vi sono accolti.
Le condizioni delle popolazioni sfollate si sono ora aggravate con l’inizio della stagione delle piogge, che ha reso molte strade e sentieri impraticabili, ostacolando ulteriormente l’invio degli aiuti umanitari. Aumentano inoltre le preoccupazioni per la diffusione di malattie come la diarrea acuta, il colera e la malaria, i cui rischi risultano maggiori alla luce delle mutate condizioni climatiche e igienico sanitarie.

Darfur occidentale: durante il mese di agosto si sono registrati nuovi attacchi e violenze nelle aree circostanti i campi per sfollati.
Le agenzie dell’ONU hanno constatato un significativo aumento di milizie Janjaweed intorno ai campi di accoglienza, rendendo di conseguenza impossibile i movimenti al di fuori dei campi stessi: la maggior parte delle violenze a danno di civili avviene infatti presso i campi e le comunità di accoglienza, soprattutto a danno di donne e bambine in cerca di legna da ardere.
Le condizioni di vita degli sfollati restano drammatiche: la maggior parte dei bambini e delle donne non dispone di vestiario adeguato e incontra notevoli difficoltà d’accesso all’acqua potabile.
Le principali malattie riscontrate tra la popolazione infantile sono il morbillo, le infezioni respiratorie acute, le malattie cutanee, le infezioni oculari e all’apparato uditivo, tutte dovute alle pessime condizioni sanitarie, igieniche ed abitative in cui versano gli sfollati.

Torture sistematiche

La tortura è praticata in modo sistematico dalle forze di sicurezza nazionale e militare nel Darfur, oltre ad essere applicata frequentemente altrove.

– Cinque persone, di etnia nuba, di Dongola, sono state arrestate dalla sicurezza nazionale a maggio, al termine di un incontro per discutere delle fasi del rimpatrio dopo il processo di pace. Secondo quanto riferito, le forze di sicurezza nazionale li hanno picchiati con violenza e hanno versato loro addosso acido da batteria. Uno di loro, Awad Ibrahim, è morto in custodia. A giugno, altri due sono stati portati all’ospedale di Khartoum. Sono stati rilasciati senza accuse a luglio. Non è stata condotta alcuna indagine indipendente sulla tortura e la morte di Awad Ibrahim.
– Quarantaquattro persone per lo più di etnia ma’aliya sono state torturate a Aduma nel Darfur meridionale dopo essere state arrestate a luglio dalla polizia e dall’esercito, apparentemente per ottenere informazioni o per costringerli a confessare di essere coinvolti nell’uccisione di un uomo di etnia rizayqat. Secondo quanto riferito, sono stati picchiati con violenza con bastoni, tubi di plastica e con il calcio dei fucili. Alcuni sarebbero stati torturati con scosse elettriche, a uno di loro è stato inserito nell’ano un manganello metallico. Un medico ha confermato che le lesioni erano compatibili con le denunce. Dopo che la loro tortura aveva ottenuto ampia pubblicità, le loro “confessioni” sono state rifiutate da un Tribunale penale speciale a Nyala e 43 di loro sono stati rilasciati.

Tribunali speciali

Tribunali speciali nel Darfur settentrionale e occidentale e Tribunali penali speciali nel Darfur meridionale hanno continuato a comminare pesanti pene al termine di processi iniqui. Spesso agli avvocati non è stato permesso di presentarsi se non in qualità di “amici”, e le “confessioni” estorte con la forza sono state di frequente acquisite agli atti.
Trentotto persone sono state giudicate davanti al Tribunale penale speciale di Nyala e 26, tra cui un minorenne, sono state condannate a morte ad aprile, con l’accusa di avere ucciso 35 persone e averne ferite altre 28 durante un’incursione nel villaggio di Singita, nel Darfur.
Gli accusati sono stati tutti rappresentati da tre avvocati ai quali non è stato concesso di consultare i loro assistiti o la documentazione relativa fino a cinque giorni prima dell’inizio del processo, a marzo.
I tre giudici, dei quali uno apparteneva alla polizia, uno all’esercito e il terzo, presidente della corte, era un civile, hanno permesso agli avvocati della difesa di porre soltanto quattro domande a ciascun accusato e a ciascun testimone.
All’accusa è stato consentito di porre un numero di domande illimitato. La sentenza di morte per il minorenne è stata commutata in appello a 25 frustate a maggio. La sentenza è stata eseguita immediatamente.

Restrizioni alla libertà di espressione

Nonostante le promesse in agosto che la censura sarebbe stata tolta, la libertà di espressione ha continuato a essere limitata.
Il “Khartoum Monitor”, un quotidiano in lingua inglese, ha subito numerose sanzioni: ne è stata sospesa la pubblicazione, sono state confiscate tutte le copie ed è stato multato in diverse occasioni. Un giornalista del quotidiano ha trascorso 18 giorni in carcere a marzo e a maggio il direttore amministrativo è stato tratto in stato di fermo per una notte e malmenato.

Difensori dei diritti umani hanno continuato a subire vessazioni e talvolta sono stati arrestati. Ghazi Suleiman, presidente del Gruppo sudanese per i diritti umani, è stato arrestato a luglio e trattenuto nel carcere di Kober mentre l’associazione stava per organizzare una cerimonia in occasione della Dichiarazione di Khartoum con la quale veniva chiesto di porre fine alla legge islamica e al governo monopartitico del Sudan.

Rifugiati sudanesi nel Ciad Orientale

Durante il mese di agosto si è registrato un intensificarsi dei raid oltre confine delle milizie Janjaweed – a danno dei rifugiati sudanesi in Ciad – e dei combattimenti lungo la frontiera, mentre numerosi profughi sudanesi hanno riferito che tanto i Janjaweed quanto l’esercito regolare impediscono ai civili in fuga di varcare il confine con il Ciad.
Le autorità del Ciad hanno dispiegato 5.000 soldati lungo la frontiera, mentre un contingente militare francese è stato schierato tra André e Birak, sempre al confine con il Sudan: la situazione rimane tesa, facendo temere un’internazionalizzazione del conflitto.
Delle 190.000 persone rifugiatesi in Ciad, la maggior parte sono donne e bambini, costretti a vivere in una situazione di estrema difficoltà, per lo più in piccole capanne di emergenza, in condizioni climatiche avverse e con scarso accesso ad acqua, cibo e servizi essenziali. I civili sudanesi continuano a oltrepassare il confine per sfuggire ai brutali attacchi sferrati contro i loro villaggi, arrivando in Ciad spesso con i soli indumenti che indossavano al momento della fuga. Molti bambini sono stati testimoni di violenze efferate commesse contro i loro familiari ed amici; la maggior parte di loro non frequenta la scuola da mesi e il loro inserimento scolastico in Ciad è ostacolato dalla diversa lingua di insegnamento, dal momento che i programmi didattici in Sudan sono in lingua araba, in Ciad in lingua francese.

Ostacoli agli aiuti

Gli aiuti ai civili sudanesi sono resi estremamente difficili non solo dalle insufficienti condizioni di sicurezza lungo il confine, ma anche dalla vastità dell’area in cui si trovano le popolazioni rifugiate: oltre 600 km lungo il confine tra Sudan e Ciad, in territori privi di strade e spesso perfino di sentieri percorribili che, con l’arrivo della stagione delle piogge, hanno finito per costituire un ulteriore ostacolo all’accesso dei veicoli umanitari. Durante il mese di agosto, la strada principale tra la capitale N’Djamena e Abéche, nell’area orientale in cui si trovano i campi profughi, è divenuta impraticabile per le piogge e lo straripamento di alcuni fiumi, in un caso isolando del tutto un campo profughi: per far fronte a tale situazione, si pensa di costruire una piccola pista di atterraggio per l’invio di piccoli aerei cargo; altri aiuti stanno venendo inviati sfruttando i cargo messi a disposizione dai militari francesi. Infine, una devastante invasione di locuste – il fenomeno interessa la fascia di territorio del Sahel che va dalla Mauritania al Ciad – ha colpito le aree orientali del Ciad, tra cui quelle in cui si trovano i profughi sudanesi, mettendo in serio pericolo le già scarse riserve alimentari delle comunità di accoglienza, con drammatiche conseguenze sullo stato nutrizionale dei bambini rifugiati e di quelli delle comunità di accoglienza.

Ripercussione dell’afflusso di rifugiati sulle comunità di accoglienza in Ciad
Dalla fine del 2003, il flusso di rifugiati sudanesi in Ciad è divenuto insostenibile per i servizi di assistenza delle regioni oltre confine, con gravi ripercussioni sulle comunità locali delle aree di accoglienza – circa 460.000 persone – che necessitano anch’esse di un’urgente assistenza umanitaria: le popolazioni delle comunità di accoglienza sono state costrette a dividere le proprie scorte alimentari e idriche con i civili sudanesi e risultano fortemente impoverite dalla presenza dei rifugiati. I già precari servizi sanitari della regione sono sottoposti a una pressione insostenibile per l’enorme aumento dei pazienti: nelle aree di accoglienza vi è una sola struttura sanitaria sufficiente per non più di 10.000 persone. In 2 distretti sanitari dell’area, la copertura vaccinale contro difterite, tubercolosi e tetano non supera il 10% della popolazione infantile; mancano i farmaci anti-AIDS e le autorità locali non hanno organizzato alcuna campagna di prevenzione. Per ciò che riguarda i servizi scolastici, le strutture esistenti sono insufficienti, mancano insegnanti qualificati e scarseggiano i materiali essenziali alle attività didattiche. (…).

Edoardo Puglielli

Note

  1. M. Moore, Bowling a Colombine, Dog eat dog films production, USA, 2002
  2. Si stima che dal 1983 al 2000, circa 2 milioni di Sudanesi abbiano perso la vita e che almeno altri 4 milioni e mezzo, una cifra mai riscontrata in altri paesi, risultino "profughi interni". Più di 350.000 Sudanesi hanno ottenuto asilo politico all’estero.
  3. Linea che attraversa approssimativamente Malakal, Bentiu e Aweil.
  4. Sud del Nilo Blu, nord dell'Alto Nilo e Sud Kordofan.
  5. Il governo teme che se le forze principali dello SPLA nel Nilo Blu e nel Kordofan del Sud iniziassero a cooperare con lo SPLA-United, che si trova racchiuso fra le due zone, dovrebbe affrontare due fronti di guerra simultaneamente nel Nord. Due dei suoi altri obiettivi strategici, garantire la sicurezza dei pozzi di petrolio nell'Alto Nilo ed essere nella posizione di destabilizzare il confine Etiopico, sono pure messi in pericolo dall'esistenza di tali fronti militari.
  6. Riserve di petrolio: 631 milioni bbl, 1 bbl = 1 miliardo di barili, 1 barile = 159 litri, [Arabia saudita: 260 miliardi bbl, Venezuela: 64 miliardi bbl, Angola: 7 miliardi bbl.]. Riserve di gas: 100 miliardi di m_ [Arabia saudita: 6,3 trilioni di m_, Venezuela: 4,2 trilioni di m_, Angola: 80 miliardi di m_]. Partner di esportazione: Repubblica popolare cinese (il 53%) Giappone (il 13%). Partner di importazione: Repubblica popolare cinese (il 20%) Arabia saudita (il 7,5%) India (il 5,6%) Gran Bretagna (il 5,4%) Germania (il 5,4%) Indonesia (il 4,7%) Australia (il 4%).
  7. Mohammed Hassan, ex diplomatico dell’Etiopia, membro del Partito Comunista del Sudan, intervista del 2004.
  8. Migliaia di persone, si ritiene oltre 200.000, sono costrette alla fuga, interi villaggi vengono rasi al suolo e il bestiame eliminato.
  9. Dichiarazione del pastore John Sudan Graduel.
  10. Intervista rilasciata da monsignor Mazzolari, vescovo di Rumbek, in sud Sudan.
  11. Amnesty International chiede al governo del Sudan di: consentire il dispiegamento di osservatori internazionali sui diritti umani sotto i mandato dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite; impegnarsi pubblicamente a rispettare in ogni circostanza i diritti umani e il diritto umanitario nonché a garantire la tutela della vita e dei mezzi di sussistenza della popolazione civile in ogni zona del paese; assumersi la responsabilità per l’operato dei Janjawid, smobilitare e smantellare queste milizie e garantire che non saranno più in grado di compiere ulteriori abusi.