Rivista Anarchica Online


velocità

Tempo e globalizzazione
di Giuliano Cortopassi

 

Spazio e tempo rappresentano coordinate filosofiche imprescindibili per orientare la nostra visione del mondo.

 

“La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo” (1). È fuor di dubbio che una delle caratteristiche che connotano maggiormente il fenomeno definito come globalizzazione sia la velocità, risultato di quella che Harvey definisce “compressione spazio-temporale” (2). Spazio e tempo rappresentano coordinate filosofiche imprescindibili per orientare la nostra visione del mondo (Weltanshauung) e sono state da sempre oggetto di speculazione teoretica e campo di studi scientifici. Tra le espressioni più significative della meccanica classica infatti si può sicuramente annoverare v=s/t , nella quale la velocità (costante) viene misurata tramite la relazione spazio/tempo. Operando un ribaltamento di senso, è possibile considerare s/t un soggetto unico e inscindibile, il quale ha certamente tra le sue implicazioni la misurazione della velocità, ma è anche, se letto in modo non quantitativo, stimolo per nuovi spunti. Questo cambio di prospettiva permette di mettere in evidenza come la relazione spazio/tempo sia il tronco sul quale si innestano i tentativi dell’uomo di rendere il mondo un “globus”, di abitarlo, viverlo e conoscerlo nella sua interezza e finitezza.
In un mondo ipertecnologico, lo scorrere più o meno fluido delle nostre vite dipende in gran parte da una ferrea organizzazione, tanto sul lavoro quanto nel “tempo libero”, aggredito dall’industria dell’evasione. A ciò corrisponde una compressione dei tempi ed una continua verifica di essi attraverso la consultazione di strumenti (orologi, cronometri), veri e propri metronomi che dettano in maniera inflessibile i ritmi delle nostre esistenze.
Se tutto questo è valido per gli abitanti che sono in possesso dei requisiti tecnici richiesti dall’incompiuto “villaggio globale”, non dobbiamo però pensare che la misurazione accurata del tempo fosse meno importante nei secoli precedenti.

Ovestizzazione agli inizi

In particolare, con l’apertura marittima dell’impero britannico, avviata già nel ’500 da Elisabetta I, e l’enorme sviluppo dell’arte della navigazione che doveva individuare rotte sicure da percorrere tra l’Europa e le Americhe, la determinazione precisa dell’ora divenne di fondamentale importanza. Se ai tempi di Colombo l’ovestizzazione era solo agli inizi e la misurazione del tempo assai rudimentale, il perfezionamento dell’orologio marittimo permise di conoscere con sempre maggior esattezza il punto esatto del “globus” nel quale si trovava un vascello e di avere, di conseguenza, una cartografia attendibile. Una migliore conoscenza dello spazio indagato doveva essere accompagnata da una lettura del tempo più accurata.
Ma perché divenne così importante per i navigatori di alcuni secoli fa conoscere l’ora con esattezza? Allora, con gli strumenti a disposizione, si poteva facilmente stabilire la latitudine, ma non si era in grado di fare altrettanto con la longitudine. In altre parole si poteva conoscere su quale parallelo si stava navigando, ma non su quale meridiano.
Per conoscere la longitudine occorreva quindi sapere con precisione l’ora del luogo in cui ci si trovava e l’ora del porto di partenza: ottenuto lo scarto si conosce la distanza geografica (un’ora equivale a un ventiquattresimo di giro, ovvero quindici gradi) (3).
La misurazione del tempo è, se vogliamo, l’ineludibile peccato originario che si commette ogni volta che vogliamo allontanarci da un luogo conosciuto: dall’affermare “quel posto dista tre o quattro giorni di cammino” siamo arrivati a dire “sarò a New York tra otto ore”.
Se oggi avvertiamo tutto il peso della compressione spazio-temporale, è senz’altro utile sapere da dove provengano i ritmi frenetici che ci troviamo ad affrontare. Arrivano da un tempo in cui l’orologio pareva essere uno strumento di ausilio alle nostre vite, salvo poi trasformarsi nel cuore pulsante tachicardico della globalizzazione (non a caso Heidegger evidenziava il carattere destinale della tecnica come soggetto del compimento della traiettoria nichilista della civiltà occidentale).
Siamo di fronte al paradosso di uno strano senso di colpa che ci assale se ci abbandoniamo ad attività ludiche, “oziose”; veniamo bollati come “perdi-tempo”, comunque esseri asincronici che abitano un mondo che va più veloce.
Se perdersi in mare aperto o in mezzo a un bosco era comunque un’esperienza, spesso drammatica, che misurava la consapevolezza di sé, il poter ritrovare con sicurezza un’isola per commerciarne le ricchezze ha dato il via agli scambi economici in grande stile, fino ad arrivare alle transazioni finanziarie in tempo reale di oggi, dove l’orologio comanda contemporaneamente l’apertura della Borsa e la sveglia del broker lontano mille miglia.
Se Bangalore in India si trova sull’antimeridiano di New York, gli studi di pratiche legali della Grande Mela possono, all’ora di chiusura, passare in tempo reale il lavoro ai loro colleghi indiani e trovarlo già pronto l’indomani mattina nei loro computer, dando luogo ad una catena di montaggio virtuale non prefigurabile nemmeno in piena era fordista.

Multiverso mediatico

L’azione in “tempo reale” si ha, in natura, nello spazio contiguo e limitato della diretta interazione tra gli agenti. L’azione a distanza porta fatalmente alla sofferenza di quella parte di noi che ancora affonda le sue radici nella terra e nei suoi ritmi “stagionali”. Accusiamo i sintomi tipici del Jet-lag senza aver compiuto voli transoceanici, in quanto siamo trasportati continuamente in ipotesi di realtà lontane e ri-gettati ogni volta sulla poltrona di casa, senza avere coscienza fino in fondo degli effetti a lungo termine derivanti dal continuo “abitare” virtualmente altri luoghi. Visione rilanciata anche da Giacomo Marramao che nota come “[…] la suggestione esercitata dalle immagini-movimento (cinematografiche, televisive o web) del multiverso mediatico globale su individui e gruppi coinvolti in un’esperienza di universale sradicamento produce oggi il paradosso dell’invenzione del primordialismo da parte di comunità immaginate che hanno perduto il senso del luogo” (4). La compattazione dello spazio ad opera dei vari Leviatani, come già prefigurava Hobbes, comporta fenomeni di migrazioni umane attraverso corridoi e passaggi obbligati dalla blindatura delle frontiere, provvedimento che, ad esempio, ha già da tempo impedito l’osmosi tradizionale che permetteva i movimenti delle popolazioni nomadi come i Rom e i Sinti, ridotti oggi ad una vita stanziale in campi o, come in Spagna, in complessi appositamente costruiti.
Oltretutto, non è esatto bollare le popolazioni nomadi come uomini senza radici: esse sono al contrario dotate, come le piante epifite, di particolari radici aeree che permettono loro di avvilupparsi temporaneamente alle radicate culture che incontrano. Recuperare l’idea del nomadismo è recuperare il senso del viaggio, non più visto come partenza ed arrivo ma come percorso in sé, ricco di occasioni, pericoli, meraviglia.
Rendersi conto che la misurazione del tempo è legata indissolubilmente al nostro orientamento fisico nel mondo, può consentire un recupero e una migliore donazione di senso a quella condizione di sradicamento e gettatezza che contraddistingue le nostre esistenze.

Giuliano Cortopassi

Note

1. M. Kundera, La lentezza, Adelphi, Milano 1995
2. D. Harvey, The Condition of Postmodernity, Oxford 1989
3. Vedi il bel libro di D. Sobel, Longitudine, Rizzoli, 1997
4. G. Marramao, Passaggio a Occidente, Bollati Boringhieri, Torino 2003