Rivista Anarchica Online


neolingua

Il sanatore universale
di Carlo Oliva

 

Il termine «terrorismo» è diventato un comodo pretesto universale ad uso dei detentori del potere.

Osservava Edoarda Masi sul «Manifesto» dello scorso 27 dicembre come, dal punto di vista dell’ideologia globale dominante e delle sue convenzioni, oggi più che mai «impegnate a disegnare falsi nemici per negare l’evidenza di quelli reali», l’impegno della lotta al terrorismo abbia ormai sostituito, non senza profitto, quello anticomunista in nome del quale «i governanti degli Stati Uniti e i loro alleati» hanno motivato, nei cinquanta anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, «ogni nefandezza esercitata sui popoli, repressione di movimenti popolari con milioni di morti e fino alla ricolonizzazione di gran parte del mondo». Una volta crollata l’Unione Sovietica e sconfitti o scomparsi quasi ovunque i partiti comunisti – in effetti – quella crociata avrebbe dovuto concludersi, ma ciò non è stato: assistiamo, anzi, a «una progressiva escalation nella aggressività e nella relativa propaganda, negli interventi armati fuori dai confini nazionali, nella repressione violenta di qualsiasi movimento popolare.» L’unica differenza è che «l’etichetta ‘lotta al comunismo’ è stata sostituita con quella di ‘lotta al terrorismo’ per procedere sulla vecchia strada e per gli stessi inconfessati vecchi motivi». In questa costruzione pro domo propria di un nuovo impero del male, «al ‘terrorismo’ viene arbitrariamente associata ogni forma di violenza (armata, fisica, morale), e infine di lotta (armata e disarmata): si tratti di rivolta individuale o di gruppo, insurrezione popolare, guerra di liberazione o di indipendenza, guerriglia, conflitto sociale, lotta di classe e persino rivendicazione sindacale.»
L’osservazione, come quasi sempre quelle della Masi, era acuta e pertinente, e del resto ha trovato immediata convalida, nello stesso preciso giorno, in una delle tante interviste di Berlusconi, quella, poi smentita, come di consueto, in cui il presidente del consiglio passava con disinvoltura dai temi, appunto, della lotta al terrorismo (incentrati, per l’occasione, su un fantomatico attacco aereo al Vaticano, da cui lui solo, in pratica, avrebbe salvato il pontefice) a quelli dello sciopero dei servizi pubblici. Ma di una conferma così puntuale non c’era, in fondo, bisogno. Del terrorismo, ormai, si potrebbe dire quello che è stato detto, senza offesa, del Padre Eterno: che se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Bisognerebbe, s’intende, nell’interesse esclusivo del dibattito politico, che, orbo dell’argomento, incontrerebbe non poche difficoltà a focalizzarsi su qualcosa d’altro. In Italia, tanto per fare un esempio, con tutti i problemi che ci sono non si parla di altro da almeno trent’anni.

Paradossale nostalgia

Il pericolo terrorista, nella variante italiana dell’ideologia globale, ha la strana caratteristica di enfatizzarsi nel momento stesso in cui lo si direbbe sconfitto. La classe politica nazionale non si è mai rassegnata, in un certo senso, alla scomparsa della lotta armata degli anni ’70 (che pure con il terrorismo aveva a che fare solo in via marginale e in un senso piuttosto lato): ne ha sempre provato una specie di paradossale nostalgia. Ai primi di novembre, lo ricorderete, è bastato l’arresto di un certo numero di (sedicenti?) eredi della principale organizzazione eversiva di quegli anni, un gruppo di personaggi inquietanti – certo – e responsabili di azioni nefande, forse (si vedrà al processo), ma certamente incapaci, per livello organizzativo e articolazione del discorso politico, di rappresentare un vero pericolo per le istituzioni, per scatenare una straordinaria canea, con l’obiettivo, ormai tradizionale, di accollare all’opposizione l’unica colpa, quella della radicalità politica, di cui il suo patrimonio genetico è vistosamente privo. Evidentemente l’occasione era sembrata troppo ghiotta per lasciarla cadere, nel senso che di una politica «normale», fondata sulla pacifica rappresentanza di interessi legittimamente contrapposti, senza alcun accento da patria in pericolo, sono in troppi, a destra come a sinistra, ad avere paura.
Il caso italiano, peraltro, non è l’unico. Negli ultimi mesi di terrorismo abbiamo sentito abbondantemente parlare anche in tutt’altri contesti. Uno degli argomenti più comunemente usati per deprecare (chissà perché) gli esiti del noto sondaggio dell’Eurobarometro, quello che rivelava una certa tendenza nei cittadini europei di considerare un pericolo per la pace lo stato d’Israele, che è, tutto sommato, un punto di vista assai ragionevole, perché è difficile essere pacifisti, o semplicemente pacifici, quando si occupano militarmente dei territori altrui, è stato quello per cui chi ha risposto in quel senso non aveva compreso la necessità principe cui deve far fronte Sharon, che è quella, ovviamente, di combattere il terrorismo. E un altro bel figuro, il presidente Putin, in visita a Roma in novembre per il vertice russo europeo, si è affrettato a scrollarsi da dosso con l’abituale cinismo le responsabilità del genocidio in Cecenia spiegando che, in quell’infelice paese, il suo governo è impegnato, guarda un po’, in una dura lotta al terrorismo internazionale. La tesi, com’è noto, è stata entusiasticamente fatta propria dal solito Berlusconi, e non sarà stata una combinazione fortuita.
Quello dei ceceni e dei palestinesi, d’altronde, non è l’unico caso di lotta a sfondo etnico e nazionale etichettata dai suoi nemici in quei termini. E non mi riferisco soltanto al fatto che a essere bollate di terrorismo siano state, immediatamente, le prime manifestazioni di resistenza in Iraq contro l’occupazione americana. Sappiamo tutti che qualcosa del genere è già successo, nel breve arco del secolo scorso, agli irlandesi, ai baschi, ai curdi, agli algerini, agli yemeniti, agli armeni e a chissà quante altre rispettabilissime comunità nazionali un po’ riluttanti a sottostare a una logica internazionale che ne negava i legittimi diritti. È successo persino, negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, al movimento sionista, ma chi se ne ricorda, adesso?

Una non categoria

Dovrebbe sembrare strano, in linea di principio, che la stessa definizione derogatoria venga applicata indifferentemente a realtà tanto diverse, quali le forme estreme di lotta politica minoritaria o le attività di una serie di movimenti nazionali, che, quale che sia il giudizio che se ne può dare, sono ben radicati e largamente diffusi nel proprio paese. Ma questo è precisamente il punto. Quella di terrorismo, in fondo, non è una categoria politica, nel senso che non è una definizione che qualcuno possa pensare di applicare a se stesso, un termine discutibile, forse, ma dotato di una possibile valenza positiva. Gli ultimi a usare l’espressione in quel senso devono essere stati, salvo errore, il visconte Louis-Antoine-Leon de Saint Just sul fronte dello stato e i populisti russi su quello dei suoi nemici, e non è andata bene né agli uni né all’altro. Di terrorismo, oggi, si accusano esclusivamente gli altri, guardandosi con molta cura dall’analizzare l’eventuale presenza di cause oggettive che giustifichino, o aiutino a comprendere, quella che è, in ogni caso, un’evidente manifestazione di crisi. Si tratta, insomma, di un’imputazione puramente negativa, di una specie di sanatore universale a uso dei detentori del potere, la cui utilizzazione, più che a descrivere o giudicare il comportamento di qualcun altro, mira a giustificare a contrario il proprio, motivandolo come necessitato dalla altrui nefandezza e riottosità. In questo senso, finisce immancabilmente con l’essere definito terrorista chiunque, a prescindere dalle sue motivazioni e dai suoi argomenti, si azzardi a mettere in discussione il monopolio statale della violenza. Finché, naturalmente, non gli capita di vincere (ogni tanto succede) e di essere promosso ipso facto nella categoria degli eroi.
Visto che di eroi del genere non abbiamo comunque bisogno, varrebbe la pena – forse – di rivedere da capo tutto il problema.

Carlo Oliva

Bombe, pacchi bomba e ordigni

La Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana, in riferimento alla comparsa di una fantomatica «FAI (Federazione Anarchica Italiana)» che avrebbe rivendicato le esplosioni di via Gerusalemme a Bologna:
– denuncia la natura grave e infamante dell’attribuire questo tipo di fatto a una sigla che allude comunque a quella della FAI-Federazione Anarchica Italiana: chi addita un gruppo di compagni/e alla repressione è un poliziotto o un suo collaboratore;
– rivendica il portato storico dell’organizzazione anarchica come si è configurata dal Congresso di Saint Imier del 1872 fino ai deliberati costitutivi della UAI del 1920 e della FAI del 1945: organizzazione che non è affatto informale, perché fa della chiarezza e della collegialità dei mandati il suo atto di garanzia di un metodo libertario ed egualitario di prendere le decisioni;
– ribadisce la propria condanna di bombe, pacchi-bomba e ordigni, che possono colpire indiscriminatamente, e comunque paiono più che altro funzionali alle logiche della provocazione e della criminalizzazione mediatica del dissenso. In una fase in cui gli anarchici sono fra i protagonisti delle lotte sociali, dagli scioperi alle iniziative contro la guerra;
– ribadisce che gli strumenti di lotta delle anarchiche e degli anarchici federati sono dispiegati nelle piazze, nel sociale, nel sindacalismo autogestionario e di base, nei movimenti, nelle decine di città in cui gestiamo circoli pubblici, nella aperta opposizione alle logiche del dominio e dei terrorismi di Stato, per la costruzione di una società di liberi ed eguali.

Commissione di Corrispondenza della Federazione Anarchica Italiana
Reggio Emilia, 28.12.2003