Rivista Anarchica Online


etica e violenza

Antiviolenti sì nonviolenti no
di Andrea Papi

 

Tutti, compresi i bolscevichi, gli islamisti, i fascisti, tendono a ribellarsi violentemente per liberarsi da ciò che li opprime. L’uso della violenza non è dunque, di per sé, un’azione qualificante dal punto di vista etico e politico.

Violenza è sostantivo che deriva dal verbo violare, il quale indica un’azione capace di alterare significativamente lo stato d’integrità di altri esseri viventi, di assetti, di cose, ecc. È intuitivo che in politica la parola violenza è strettamente connessa a sopraffazione, imposizione, coazione, prevaricazione. In questo senso è anche strettamente connessa all’azione dei detentori del potere, che da sempre ricorrono all’uso della forza, sia legittimo sia illegittimo dal punto di vista giuridico, al fine di esercitare il dominio di cui sono detentori. Nell’esercizio del potere politico l’uso della violenza è infatti sistematicamente legato al bisogno d’imposizione del volere dominante, che è una delle ragioni di fondo per cui gli anarchici, che sono tali perché aspirano ad una convivenza sociale e collettiva fondata sulla libertà reciproca, in cui quindi la violenza sia bandita nella gestione dei rapporti e delle decisioni, pensano ed agiscono per realizzare società nelle quali non esistano più forme centralizzate e gerarchiche di potere politico.
Di primo acchito, lo sguardo su come vanno le cose del mondo ci sbatte brutalmente in faccia una constatazione ineludibile: il divenire quotidiano di cui, volenti o nolenti, siamo partecipi e, molto più spesso di quanto ci piacerebbe, protagonisti, senza possibilità di dubbio è scadenzato dalla violenza, più precisamente è impregnato di violenza. Lo è nei rapporti obbligati e obbliganti della burocrazia, nelle relazioni con gli apparati, nella cultura del potere che con sistematica determinazione definisce la qualità e la quantità delle imposizioni di cui è detentrice e portatrice, nella forza organizzata ed armata di tutto punto dei militarismi che giustificano le loro pretese con l’alibi di darci sicurezza e di garantire la conservazione delle libertà democratiche, nello sfruttamento sistematico e micidiale di milioni di esseri umani ricattati dalla fame e dalla miseria cui sono costretti, nella reattiva voglia di riscatto e nel sacrosanto bisogno indotto di ribellione che raramente riesce a tramutarsi nel piacere della ribellione. I bollettini d’informazione, con immagini e con parole, ci mettono quotidianamente di fronte ai cimiteri di cui senza sosta è costellato il pianeta dove alberghiamo noi umani.

Problema non solo etico

Date per acquisite le considerazioni di cui sopra e rimanendo nell’ambito della politica, in questo articolo m’interessa svolgere alcune considerazioni di fondo sul senso dell’uso di metodi violenti cui possono far ricorso gli oppressi e gli sfruttati, i sottomessi in genere, per opporsi ai poteri dominanti, sia come sacrosanto atto di ribellione contro le sopraffazioni subite, sia soprattutto spinti dalla consapevolezza del fine di realizzare principi ed ideali alternativi.
Pur sapendo che rispetto al tema della violenza l’etica è prioritariamente di casa, per come la vedo io il problema non è semplicemente etico, o meglio non solo e soprattutto etico. Bisogna tener presente infatti che, essendo l’etica a tutti gli effetti un campo minato, è oltremodo rischioso, ma soprattutto non appropriato, eleggerla quale unico riferimento fondante per identificare la validità delle proprie scelte. L’etica si occupa di ed indaga la giustezza dei comportamenti umani in riferimento ai due concetti del bene e del male, i quali non sono affatto scontati a priori, tanto è vero che nell’identificarli sorgono inevitabilmente punti di vista non solo diversi, ma facilmente contrastanti. A ben ragionare, in realtà esistono etiche diverse, che guarda caso si pongono ognuna in modo esclusivo, tali che sceglierne una, ovviamente con ragioni fondate, comporta quasi inevitabilmente l’esclusione o la condanna di tutte le altre. Esistono così per esempio più etiche religiose, ognuna indissolubilmente legata alla religione di riferimento, un’etica della libertà, un’etica del comando, un’etica del potere, un’etica della violenza, un’etica della nonviolenza, ecc. Ognuna ha motivazioni valide e giustificate, ritenute inoppugnabili da chi le abbraccia. Nessuna scelta etica viene mai abbracciata in quanto tale, perché dietro ognuna di esse ci stanno sempre una o più scelte di senso esistenziale e filosofico.
In proposito il principale problema di fondo che bisogna essere in grado di comprendere è se ha senso ciò che facciamo. Nel caso in questione, se l’uso consapevole e programmato di forme violente di ribellione contro le strutture oppressive che ci piacerebbe abbattere sia funzionale, se cioè sia effettivamente in grado di sortire effetti consoni e coerenti, anche dal punto di vista etico, con quei presupposti ideali che dovrebbero motivare i nostri atti e spingerci a sceglierli.
Per comprenderlo ritengo sia innanzitutto vincolante chiarirsi bene le ragioni di fondo che possano motivarne la scelta eventuale. Dobbiamo cioè essere pienamente consapevoli che prima di scegliere per agire ci è indispensabile pervenire ad una certezza del senso, dal momento che qualsiasi azione dichiaratamente e manifestamente violenta è di per sé portatrice di una buona dose di potere contro chi viene esercitata, in quanto a tutti gli effetti tende ad annientarlo, nel migliore dei casi si limita a sottometterlo. L’uso della violenza contiene infatti come prerogativa di fondo la volontà di annichilire l’avversario, di immobilizzarlo, di punirlo, di assoggettarlo, di renderlo inoperante. E quale maggior potere c’è oltre la possibilità e la capacità di annientare? Una simile scelta perciò in nessun caso può essere presa sottogamba, con leggerezza o faciloneria, mentre necessita di essere ben meditata ed adeguatamente vagliata.

Un punto di vista anarchico

Il mio è un, non il, ma un, punto di vista anarchico. Quindi contiene le caratteristiche tipiche della visuale anarchica che, pur essendo parziale, relativa e non assoluta, come tutte le visuali che non si limitino ad uno specifico campo d’azione, rappresenta una chiave di lettura capace di abbracciare valori universali, proposti con la consapevolezza di una validità estensibile a tutti ed a tutte le situazioni. Ed il punto di vista anarchico principe presuppone sopra ogni altra cosa il rifiuto incondizionato di ogni genere di sopraffazione di potere e di ogni forma di dominio, in nome del riconoscimento di fatto di un’eguaglianza sociale diffusa, di pratiche costanti di libertà e del ripudio di qualsiasi esercizio della violenza nell’espletamento delle decisioni e della volontà collettive, rese operanti attraverso strutture orizzontali, non gerarchiche e non rigide.
Qual è il problema di fondo rispetto all’auspicabile possibilità della realizzazione di una futura società anarchica? A mio modo di vedere corrisponde al superamento e all’abbattimento delle barriere storicamente consolidate, strutturali senza dubbio, ma soprattutto culturali, che mantengono in piedi la stabilità degli assetti di potere del vigente dominio. L’istituzionalizzazione del potere in atto, infatti, che legittima la necessità del comando gerarchico e della sua esecuzione attraverso l’uso della forza costituita, ha in sostanza due tipi di giustificazione: 1. la più antica ed ancestrale è di tipo religioso, secondo la cui credenza dio o più dei, dal momento che non si fidano dell’imperfezione umana da essi stessi creata, dall’alto del loro potere superumano obbligano l’umanità ad obbedire ad alcuni uomini scelti da loro per eseguire la volontà divina, rivelata e in genere sancita da sacre scritture; 2. l’altra, di carattere laico, è l’homo homini lupus hobbessiano, secondo cui, dal momento che fin dalle origini dello stato di natura ogni uomo è ostile agli altri uomini, per poter vivere in sicurezza e in armonia la società ha necessità di trovare chi la comanda, capace d’imporre con la forza quell’ordine indispensabile al vivere comune, che per una diffusa convinzione altrimenti verrebbe meno.
Il compito degli anarchici allora è quello di proporsi e di agire per dimostrare e convincere che le motivazioni storicamente determinatesi, della volontà di dio e della necessità del comando dall’alto, altro non sono che semplici credenze umane, imposte e legittimate nel tempo dalla volontà dei potenti di turno. Non solo sono eludibili, ma perfettamente sostituibili con una visione fondata su principi di libertà, su una conduzione delle cose collettive non governata dall’alto, sulla possibilità di organizzarsi senza gerarchie di comando e con forme di gestione orizzontale. Possiamo benissimo non essere governati, ma autogovernarci, sostituendo il potere della forza d’imposizione con la reciprocità, la solidarietà e un’effettiva partecipazione alle decisioni, che non avranno perciò più la necessità di essere imposte con la forza e la legittimità giuridica di corpi armati addetti alla sicurezza ed all’ordine pubblico, cioè da esecutori della volontà di istituzioni autoritarie.

Assenza di violenza

Anarchicamente insomma, le cose tendenzialmente debbono essere decise e fatte col concorso di tutti, perché non possono e non debbono essere imposte, ma consensualmente volute da tutti gli individui coinvolti e componenti la società di riferimento. È uno dei principi fondanti che ci distingue. Per questo non basta ed è oltremodo illusorio limitarsi a sopprimere gli sbirri e chi li comanda. Innanzitutto invece bisogna riuscire ad eliminare la necessità, interiorizzata e di fatto, dei loro compiti e della loro presenza. Ciò può avvenire soltanto sostituendo alla violenza autoritaria di un governo centrale, che s’impone protetto dagli sbirri, l’assenza di violenza di forme di autogoverno libertarie, che non hanno nessun bisogno degli sbirri. Lo stesso Malatesta lo aveva ampiamente capito e spese più di un ragionamento per farlo comprendere ai compagni ed a tutti quelli che erano interessati alle proposte anarchiche. “La soppressione della costrizione fisica non basta perché uno assurga a dignità di uomo libero, impari ad amare i suoi simili, a rispettare in loro quei diritti che vuole rispettati per sé e si rifiuti tanto a comandare quanto ad essere comandato.… Il gendarme non è propriamente il violento, ma è lo strumento cieco a servizio del violento.” (1)
Ha dunque senso, ai fini della realizzazione delle proposte politiche anarchiche, l’uso di mezzi e strumenti violenti per combattere le oppressioni e le imposizioni degli stati e degli sfruttatori? Val la pena ed è consono e coerente con i principi di riferimento mettere a repentaglio la propria vita e quella altrui per combattere per la libertà? Di primo acchito verrebbe di rispondere no in ogni caso. “Gli anarchici sono contro la violenza. È cosa nota. L’idea centrale dell’anarchismo è l’eliminazione della violenza dalla vita sociale; è l’organizzazione dei rapporti sociali fondati sulla libera volontà dei singoli, senza l’intervento del gendarme.” (2)
In realtà la risposta non è né semplice né immediata né scontata, come sempre di fronte a questioni altamente complesse, perché per gli anarchici è fondamentale tener conto del problema resistenziale. Cioè del fatto che è immorale subire e non ribellarsi e, oltre che immorale, è dannoso, in quanto non fa altro che confermare l’oppressione senza determinare nessuna possibilità di liberarsene. Per gli anarchici è fondamentale ed indispensabile insorgere e contrastare la violenza dei poteri costituiti, ai fini di debellarla ed eliminarla quale strumento di regolazione politica. “La violenza è giustificabile solo quando è necessaria per difendere se stesso e gli altri contro la violenza. Dove cessa la necessità comincia il delitto... Lo schiavo è sempre in istato di legittima difesa e quindi la sua violenza contro il padrone, contro l’oppressore, è sempre moralmente giustificabile e deve essere regolata solo dal criterio dell’utilità e dell’economia dello sforzo umano e delle sofferenze umane.” (3)
Ecco che rientra in pieno la problematica etica. Ma rientra solo dopo aver definito il senso ed il fine generali ed universali cui si deve ispirare. Il riferimento principale cui ispirarsi non è affatto quello etico, bensì lo scopo ultimo di fondo cui pervenire, cioè la società autogestita secondo i principi anarchici della libertà sociale, che diventa perciò il fondamento di un’etica conseguente. Malatesta definisce il senso ed i limiti dell’uso della violenza ai fini del trionfo dell’anarchismo. Essendo questi contrario alla violenza, ma anche a subirla, è giusto e giustificato ribellarsi anche in modo violento per liberarsi dall’oppressione. Però, siccome lo scopo fondamentale non è la liberazione da questa o quella oppressione in particolare, ma dall’oppressione in quanto tale che si fonda sulla violenza, una volta usatala e raggiunto lo scopo primario di essersene liberati, l’uso della violenza è bandito del tutto. Non essendo stato possibile altro mezzo di liberazione, è stata usata solo per liberarsene quale strumento di relazione sociale. Strumento quindi esclusivamente di difesa dal potere del dominio, in quanto tale violento, ma non di gestione e costruzione sociale. Per gli anarchici la violenza è antisociale.

Necessità di difendersi

Malatesta enuncia e formula un principio universale, capace di dare il senso alla scelta dell’azione: la violenza è una triste necessità ed è giustificata solo dalla necessità di difendersi e di non subire. Condivido pienamente e, ammesso che sia possibile racchiudere in una formuletta ad effetto una problematica tanto complessa, mi sento di affermare che gli anarchici sono antiviolenti senza essere nonviolenti.
Come tutte le enunciazioni di principio, che per loro natura abbracciano piani di riflessione molto vasti, per essere ben compresa anch’essa ha bisogno che se ne identifichi appieno lo spirito ed il senso, altrimenti c’è il rischio che venga strumentalizzata, se non addirittura mistificata. A tal uopo vorrei spendere qualche parola sull’approccio malatestiano, perché ritengo debba essere contestualizzato ai fini della comprensione. Il nostro Errico era un convinto insurrezionalista e lo è stato fino alla fine dei suoi giorni, anche se nelle sue riflessioni finali cominciò ad affiorare qualche critica, che però non intacca minimamente la sua convinzione. Lo è stato sul piano dell’azione diretta vissuta, ma ancor più sul piano teorico. Dalla Banda del Matese alla Settimana Rossa, per citare i fatti storici più noti, col cuore col pensiero e con grande generosità, pagando sempre in prima persona, è stato in prima linea nell’organizzare e portare avanti l’insurrezione popolare che nelle intenzioni avrebbe dovuto evolversi in rivoluzione sociale. Come pure ha riempito pagine e pagine di attenta riflessione teorica per chiarire quale debba essere l’apporto anarchico alla lotta insurrezionale, soprattutto proponendo come ci si dovrebbe comportare in caso di vittoria. Se vi è un limite al suo pensiero, è riscontrabile nel fatto che in tutta la sua vita non è mai riuscito ad identificare altra strada possibile per la rivoluzione che non fosse l’insurrezione, per cui ogni suo ragionamento segue con consapevolezza uno schema preciso: per riuscire a costruire l’anarchia, prima non si può fare a meno di insorgere, il famoso male necessario da cui non si può prescindere, per abbattere il sistema di potere oppressivo.
Ma aveva le idee estremamente chiare su che cosa sia l’insurrezione cui tendeva. L’insurrezione è il popolo che insorge, l’insieme degli sfruttati, dei reietti, degli emarginati e di tutti gli oppressi, i quali, non più disposti a subire, decidono coralmente di spezzare le catene e di travolgere i loro oppressori. È vera lotta di popolo, se necessario guerra di popolo. Nulla di avanguardistico, di elitario, di minoranza cosciente che arbitrariamente agisce in nome di. Si è sempre schierato contro i bombaroli, gli attentatori, gli imitatori di Ravachol, coloro che, pur con generosità, di propria mano perseguono lo scopo di attaccare il nemico, di fargli la guerra che, come tutte le guerre, è fatta per essere vinta e richiede l’annientamento dell’avversario. La violenza necessaria è solo quella della difesa, comprendendo per difesa anche l’insorgenza per liberarsi dall’oppressione, mentre non può essere quella che, pur in nome di una volontà di liberazione, si pone in una logica di guerra d’attacco al nemico per distruggerlo. Tanto è vero che per lui, ma anche per ogni anarchico convinto, deve cessare non appena l’insurrezione sarà riuscita a rendere inoperanti oppressori e carnefici, proprio per non dar adito ad orrendi sfoghi di violenza dovuti ad odi e rancori sopiti che, in preda al delirio della vittoria, potrebbero esplodere.

Scontro tra poteri

Non è difficile rapportarsi all’oggi, mentre è crescente un uso dirompente di violenza da parte di frange sovversive di varia ispirazione. Dalle BR ed altre formazioni combattenti di casa nostra al fondamentalismo islamico che agisce a livello globale. Pur con motivazioni ideologiche diverse, agiscono tutte seminando terrore, sia tra le fila del nemico che vogliono colpire sia tra le persone dei territori colpiti. Secondo i criteri anarchici cui ci stiamo rifacendo, le azioni violente di attacco sovversivo che quotidianamente abbiamo davanti agli occhi non hanno nulla a che fare con una volontà insurrezionale. Per quanto riguarda l’Occidente mi sembrano invece espressione di élite militanti, che tentano di condurre una guerra spietata, sostanzialmente recepita dalle masse dei popoli che vorrebbero coinvolgere come indistinta ed estranea. È una guerra loro personale che, al di là delle intenzioni, in alcuni casi dichiarate in altri no, ha tutto il sapore dello scontro tra poteri contrapposti e si svolge sopra la testa dell’ottocentesco famoso popolo, il quale, invece di insorgere al loro fianco, guarda terrorizzato e chiede protezione a uomini forti delle istituzioni vigenti in grado di contrastarli. Per quanto riguarda l’Oriente e il Medio Oriente c’è una situazione culturale e sociale del tutto diversa che andrebbe analizzata a parte con serietà e qui non è il caso.
Personalmente preferisco non identificare l’insurrezione come l’unica possibilità rivoluzionaria. Lo trovo restrittivo e limitante. Anzi, più passa il tempo e più sono convinto che non sia quella la strada principe da perseguire, nel senso di non convogliare tutte le forze e le energie per favorire l’insorgenza di popolo. Dal mio punto di vista l’anarchia si qualifica per il tipo di società e per il metodo autogestionario che propone, non perché si pone innanzitutto contro. Il suo esser contro è infatti diretta conseguenza del porsi inequivocabilmente in modo alternativo al dominio. Non viceversa, per cui saremmo alternativi al dominio come conseguenza dell’essergli innanzitutto contro. Il che non vuol dire che sono contrario alle insurrezioni di popolo. Queste ci saranno sempre fino a quando ci saranno ingiustizie, oppressioni e sfruttamento. E quando si scateneranno e ne avrò l’occasione, come ogni altro anarchico, vi parteciperò con convinzione e farò la mia parte, perché la rivolta contro le prepotenze del potere è in sé giusta. Ma la mia consapevolezza mi suggerisce che non è quella, in quanto tale, la strada per la realizzazione di una società liberata e libera. La storia è troppo piena di esempi di insurrezioni vittoriose in seguito alle quali si sono instaurati poteri totalitari terrificanti. Per cui so, o penso di sapere, che la via insurrezionale, di per sé, è del tutto insufficiente come vero mezzo di liberazione e di costruzione della società altra cui quale anarchico aspiro.

Gestione senza autorità

L’anarchia si qualifica e si distingue per il metodo d’azione autodecisionale e per il principio di gestione senza autorità costituita dall’alto che impone il proprio volere, non per il tipo di rivolta che propugna. Si è anarchici non perché si sente semplicemente il bisogno di ribellarsi, bensì perché si vuole costruire qualcosa di alternativo che abbia il sapore della maggior libertà politica, sociale ed esistenziale possibili. Le insurrezioni ed i diversi tipi di ribellione non sono in alcun modo una specificità nostra, non ci distinguono. Tutti, compresi i bolscevichi, gli islamici, perfino i fascisti se oppressi ed impediti ad esistere, tendono a ribellarsi, a liberarsi da ciò che li opprime. Ma la loro ribellione e, quando c’è, la loro insurrezione, hanno un sapore del tutto diverso dal nostro, addirittura contrario. Essi, pur con giustificazioni e motivazioni ideologiche e ideali differenti tra loro, vogliono l’instaurazione di nuovi poteri forti, assolutisti, totalitari, teocratici. Si ribellano al potere vigente perché vogliono sostituirvisi e dominare le genti al suo posto. Noi, quando riusciamo ad insorgere, al contrario, vogliamo non solo abbattere il potere vigente, ma ogni altra forma di dominio, perché vogliamo costruire società fondate sull’assenza di gerarchie e di poteri dominanti. Non proponiamoci perciò soprattutto come ribelli ed insurrezionalisti, ma innanzitutto come amanti fanatici della libertà, tutta la libertà possibile, dell’autogoverno, della voglia di non essere governati dall’alto e di vivere e convivere con gli altri senza violenze d’imposizione, nella solidarietà, nella reciprocità scambievole e nell’accordo consensuale più completi.
Non dobbiamo spaventare, ma essere accattivanti pur rimanendo inflessibili nella coerenza. Dovremmo invece creare luoghi di sperimentazione libertaria, dove si possano vivere e sperimentare forme di autogoverno e di solidarietà sociale, non all’insegna di un unico modello, ma di più modelli. Luoghi polivalenti, policentrici e acentrici, senza gerarchie e burocrazie all’interno, capaci di produrre innovazione e sovversione culturale, di essere creativi e spregiudicati, di essere esempio di un nuovo modo di fare ed essere società. Momenti di autorganizzazione collettiva, centri sociali libertari, scuole libertarie, municipi libertari di base, per chi lo desidera comuni sperimentali e quant’altro venga in mente che rappresenti e sperimenti la società altra cui aspiriamo. Una società nella società insomma, capace di sovvertire i modelli e l’immaginario collettivo vigenti. Se si affermerà diffondendosi e verrà attaccata dai poteri costituiti, allora si difenderà ed insorgerà per affermare il diritto alla libera scelta, al libero pensiero, alla libertà di sperimentazione. È possibile! E, credetemi, è molto più potente ed esplosivo di qualsiasi detonazione d’arma o di bomba, di qualsiasi guerra, di qualsiasi azione violenta.

Andrea Papi

Note

1. Errico Malatesta, Scritti scelti, a cura di C. Zaccaria e G. Berneri, “Umanità Nova” 20 luglio 1920, Edizioni RL, Napoli, 1947.
2. Errico Malatesta, Pagine di lotta quotidiana, 1° Volume, “Umanità Nova” 25 agosto 1921, pag. 195, Edito a cura del Movimento Anarchico Italiano, Carrara, 1975.
3. Id., pag. 196.