Rivista Anarchica Online


letture

“Malatesta non parlava mai di sé”
di Piero Brunello

 

È uscito, per le Edizioni Spartaco, il libro Errico Malatesta, Autobiografia mai scritta. Ricordi (1853-1932), di scritti raccolti e sistemati in maniera organica da Piero Brunello e Pietro Di Paola. Ecco l’introduzione.

Max Nettlau, un giovane viennese che veniva da studi di linguistica e che si sarebbe dedicato a scrivere la storia dell’anarchismo, incontrò per la prima volta Errico Malatesta a Londra verso la fine del 1889. Recandosi in una «vecchia casa quasi nuda» dove Malatesta si era sistemato con altri compagni, Nettlau voleva conoscere l’uomo che ai suoi occhi rappresentava «la più venerabile antichità» nel movimento anarchico. Rimase colpito da «un armadio pieno di carte, manoscritte o stampate». Questo lo rafforzò nell’idea che Malatesta avrebbe dovuto raccogliere i suoi ricordi (1). All’epoca Malatesta aveva trentacinque anni, Nettlau ventiquattro.
Malatesta aveva già la fama di vecchio rivoluzionario. Era appena arrivato dal Sud America. Poco più che ragazzo, aveva incontrato i primi internazionalisti nei congressi di fondazione dell’anarchismo; aveva preso parte nel Matese a un moto insurrezionale il cui ricordo sfumava nelle gesta di Carlo Pisacane; era vissuto in esilio, viaggiando per l’Egitto, la Svizzera, la Francia, il Belgio, la Spagna, la Romania, il Sud America e l’Inghilterra; aveva subito condanne e conosciuto il carcere; aveva dato vita e collaborato a giornali e associazioni operaie in molti paesi; aveva fatto tutti i mestieri per vivere, dal meccanico all’elettricista all’insegnante di italiano, e perfino il cercatore d’oro in Patagonia; aveva pubblicato articoli e opuscoli di propaganda, discutendo con uomini come Carlo Cafiero, Andrea Costa, Amilcare Cipriani e Pëtr Kropotkin.
Molti chiesero a Malatesta di scrivere se non una autobiografia, almeno i ricordi «dei suoi primi anni di lotte», come insisteva Nettlau, soprattutto dopo che un incendio aveva distrutto quell’armadio di carte della casa di Londra (2). Luigi Fabbri, di venticinque anni più giovane di Malatesta, era presente a uno degli incontri in cui Nettlau tornò sulla sua domanda, «nell’interesse della storia contemporanea». Malatesta, che aveva più di cinquant’anni, «rispose che non aveva tempo e che importava assai più far propaganda e lavorare per la rivoluzione». Fabbri condivideva il punto di vista di Nettlau: con i suoi ricordi, Malatesta avrebbe potuto contribuire«alla propaganda ed alla rivoluzione», «senza contare il servizio che renderebbe alla coltura storica in generale, poiché le sue memorie si riferirebbero agli avvenimenti più vasti e interessanti della storia di mezzo secolo» (3).
Qualche decennio dopo Gaetano Salvemini avrebbe usato argomenti simili con Armando Borghi. «Le tue memorie – gli diceva – avrebbero una non comune importanza come testimonianza storica». Borghi rispondeva come Malatesta:«Che cosa vuoi che importi a me della storia? Bisogna badare al futuro, e non al passato». Salvemini ribatteva che «il futuro è figlio del passato», e che «ignorare il passato è ricominciare sempre da capo». Borghi si schermiva: «A ognuno il suo mestiere. La storia fatela voi altri». Ma «se gli attori non ci offriranno le loro testimonianze» – replicava Salvemini – gli storici non potranno scrivere; e alla fine ricorreva all’argomento più convincente, almeno con Borghi: «Se gli anarchici non se ne curano, la storia la faranno i loro nemici» (4).
Non erano solo gli amici più giovani – come Nettlau, Fabbri, Borghi e Berneri – a chiedere a Malatesta di scrivere i propri ricordi (5). Un giornale inglese gli offrì di che vivere – «vivere da signore», specificò Fabbri – se avesse accettato di pubblicare le proprie memorie, ma lui rifiutò. Come concludeva sconsolato Fabbri, Malatesta «non parla mai di sé» (6).

Il gusto per la battuta

Kropotkin pubblicò le sue Memorie di un rivoluzionario a Londra nel 1899. Ispirandosi all’autobiografia scritta dall’amico, Malatesta avrebbe potuto raccontare una vita altrettanto e forse ancor più avventurosa. Avrebbe potuto raccontare del paese della propria infanzia sotto il regno dei Borboni, di vecchi cospiratori garibaldini che vivevano poveramente di castagne lesse, di bande armate con la bandiera nera e rossa che si scontravano a colpi di fucile con i regi carabinieri, di passaggi in incognito a piedi o in diligenza attraverso passi alpini coperti di neve, di lunghi viaggi oltre oceano, di fughe da carceri e da isole di domicilio coatto, di passaporti falsi, di tentativi di forzare le linee dell’esercito britannico in Egitto per prendere contatti con la rivolta araba, di autodifese ai processi, di peregrinazioni nelle pampas argentine e della corsa all’oro in Patagonia, di lavori come elettricista e meccanico, di comizi e di manifestazioni, di giornali clandestini, di conferenze e di contraddittori in pubblico, di scioperi e di moti insurrezionali, di soldati a fianco dei rivoltosi, di esuli russi, di esplosivi, di attentati ai re (7).
Non lo faceva spesso, ma quando si lasciava andare al racconto, Malatesta rivelava gusto per l’aneddoto e per la battuta. Forse aveva imparato dal vecchio Giuseppe Fanelli, uno dei promotori dell’Internazionale, in seguito deputato nel parlamento del Regno d’Italia, il quale – scrive Malatesta – «era molto riservato e modesto», a meno che non vi fosse nel racconto «qualche nota comica». Malatesta ricordava di quando, da giovane, frequentava Fanelli. All’epoca abitava presso una zia, e si chiudeva in camera con quell’uomo molto più vecchio di lui. La zia, che sospettava qualcosa di poco chiaro, una volta chiamò il nipote in disparte per fargli «un predicozzo», e, piangendo, gli chiese: «Ma insomma, si può sapere chi è quel signor Fanelli che viene a parlarti in segreto?». Per rassicurarla, il nipote le disse che Fanelli era un deputato. Improvvisamente la zia diventò severa:«Come? un deputato! E tu non ti vergogni? Tuo padre era un galantuomo e tu tratti con quella gente, senza pensare che così disonori la famiglia!».
Max Nettlau assicura che Malatesta parlava «con piacevole umorismo» del viaggio fatto a vent’anni in Spagna. I compagni di Cadice avevano deciso di liberare un detenuto corso, di nome Alerini. Malatesta andò dal direttore del carcere e con poche monete d’oro lo convinse a lasciar uscire il prigioniero per un giro in città. Fu noleggiata una barca. Le guardie furono convinte ad allontanarsi e si ubriacarono. Ma all’ultimo momento Alerini non volle lasciare la cella, perciò fu necessario riportare in carcere i secondini ubriachi. Il giorno dopo Alerini sembrava convinto. Fu somministrata al guardiano «una pozione sonnifera». Tutto era pronto, ma ancora una volta Alerini non se la sentì, forse perché aveva una donna a Cadice, o forse perché non voleva avere più niente a che fare con gli Internazionalisti (8).
C’era un altro episodio che Malatesta raccontava volentieri: «uno dei pochi – scrive Armando Borghi – che sembrava lo tentasse a sbottonarsi». Riguardava la sua partecipazione, a diciannove anni, al convegno di Saint-Imier, in Svizzera, dove avrebbe realizzato il sogno di incontrare Bakunin. Partì assieme a Carlo Cafiero. Il San Gottardo era coperto di neve. A Zurigo giunse con tosse e febbre, e fu ospitato in casa di Bakunin. Questi, un omone grande e grosso, lo mise a letto, lo coprì con quante coperte e cappotti poté, gli diede del tè bollente e gli disse di dormire. Più tardi, da sotto le coperte, Malatesta sentì Bakunin dire malinconicamente: «Peccato che sia così ammalato; lo perderemo presto, non ne ha per sei mesi». «E poi?» chiedeva Borghi. «E poi il giorno dopo stavo benone. Ci recammo a Saint-Imier».
Borghi, che malgrado avesse trent’anni di meno l’aveva conosciuto bene, rivedeva Malatesta raccontare «divertendosi un mondo», con «quel suo sorriso di tutto il volto, tutto mimica e tanto comunicativo», la mano sinistra con «l’immancabile pipetta», la mano destra in tasca, «la barbetta grigia e forte in avanti», il viso magro «dal color olivastro talvolta di malato»,«gli occhi infossati quasi e scintillanti nel cavo nero» (9). Borghi credeva di capire però il motivo di quei commenti umoristici: la battuta chiudeva il racconto, scoraggiava ulteriori domande e «disarmava di botto» l’interlocutore (10).
Malatesta usava la battuta e il commento umoristico per non dare troppa importanza alla sua persona e al suo ruolo. Non lo avrebbe mai fatto per parlare dei movimenti collettivi, che prendeva sul serio e in cui si immedesimava. Ricorse all’ironia solo per raccontare, a distanza di tempo, le insurrezioni armate cui aveva partecipato da giovanissimo.
Quando scrisse il resoconto della spedizione nel Matese, in carcere subito dopo i fatti, Malatesta lo fece usando i toni dell’epica. La banda, attorniata dalla simpatia dei contadini, era stata sconfitta dalla furia degli elementi naturali, dalla forza preponderante della truppa, forse dal tradimento. Circondati, avevano camminato sotto una pioggia battente cercando di risalire il versante del massiccio coperto di neve; i più deboli cominciarono a restare indietro; sempre inseguiti dai soldati, avevano continuato la marcia tra i monti, «e pioveva sempre»; poi arrivò la nebbia; si ripararono in una masseria, grondando acqua da ogni parte; ecco apparire la truppa, forse guidata da qualcuno del luogo, che li fece prigionieri senza che potessero sparare un colpo, perché i fucili, bagnati, «non avrebbero preso fuoco in una fornace». Condotti in carcere, davanti al giudice istruttore dichiararono di aver preso le armi per fare la rivoluzione.
Con il passare del tempo, Malatesta raccontò episodi come questi con profonda simpatia verso gli ideali che li avevano animati, ma allo stesso tempo con distacco. Impegnato a sostenere e a promuovere in ogni ambito sociale forme di lotta e di organizzazione non autoritaria – operaia, sindacale e di classe –, aveva smesso di credere che bande armate che si davano alla campagna per accendere la scintilla della rivoluzione fossero un buon metodo di lotta. Anni dopo, rievocando il fallimento della spedizione tentata nelle Puglie – all’epoca aveva ventun anni –, ricordava che sul luogo dell’appuntamento a Castel del Monte, invece delle centinaia di persone che avevano giurato di esserci, si erano trovati in sei. Aperta la cassa delle armi, trovarono vecchi e sorpassati fucili ad avancarica; armatisi, dichiararono guerra all’esercito italiano. «Battiamo la campagna per diversi giorni – raccontava –, cercando di trascinare i contadini, ma senza trovare eco». Dopo tre giorni si accorsero di essere circondati dalla truppa. «Non c’è altro da fare; si seppelliscono i fucili e si decide di disperderci; io mi nascondo in un carro di fieno e così riesco ad uscire dalla zona pericolosa».

Un uomo d’azione

Malatesta riteneva importante che la storia del movimento anarchico fosse scritta da qualcuno che ne facesse parte. Per questo motivo mise in contatto Max Nettlau con compagni che avessero documenti scritti o ricordi personali, sia in Italia che in Spagna (11). A un compagno che gli aveva raccontato per lettera dei particolari sulla parte avuta da Bakunin nei moti del 1874, rispondeva incoraggiandolo a continuare, perché così «noi rendiamo omaggio e giustizia ad un amico carissimo, e facciamo opera di propaganda» (12). Il ricordo era legato alla discussione politica. Quando accettava di raccontare un episodio della propria vita, Malatesta lo faceva essenzialmente per discutere idee e progetti di azione. Ricordava come «una delle più belle memorie della mia vita», la campagna condotta «con il mio vecchio amico avvocato Merlino» contro le «idee aberranti» del «movimento terroristico»: «e con discorsi, conferenze e stampati e mettendoci in urto con tanta gente, ed esponendoci anche a pericoli personali, riuscimmo a stroncare quella tendenza».
Un suo articolo per “Umanità Nova” del 1922 sembrava promettere un ricordo autobiografico: «Ricorderemo un fatto di cui qualcuno di noi fu testimone e parte. Era il Primo maggio del 1890. In Inghilterra la manifestazione per le otto ore prese proporzioni grandiose. In tutte le grandi città vi furono comizi e cortei di centinaia di migliaia di operai. Nell’Hide Park di Londra si riunirono più di un milione di persone, piene di entusiasmo, pronte a tutto, ma purtroppo, al seguito dei capi». Ma a questo punto Malatesta scompare dalla scena. Il seguito del brano infatti contrappone due proposte politiche: quella degli anarchici («Volete le otto ore di lavoro? domani dopo aver lavorato otto ore, posate gli utensili e rifiutatevi a continuare – e sabato esigete il salario intero») e quella dei socialisti e dei dirigenti dei sindacati operai tra i quali John Burns («votare pei candidati socialisti, i quali, diventati deputati, avrebbero proposto al Parlamento la legge delle otto ore»). Il ricordo autobiografico era un pretesto per parlare di politica, in questo caso per ribadire i vantaggi dell’azione diretta rispetto alle vie parlamentari: «La giornata legale di otto ore, divenne il motto d’ordine dei lavoratori inglesi, ed i padroni poterono continuare a farli lavorare nove ore o dieci. […] Giovanni Burns divenne deputato e poi ministro, ma delle otto ore non si parlò più. Quando impareranno i lavoratori a fare da loro, ed a comprendere che dando il potere sia pure ai loro migliori ne fanno fatalmente dei nemici!».
Vicino ai sessant’anni Malatesta sembrò quasi cedere alle richieste di Nettlau. Cominciò a pensare a un libro di Ricordi, ma ci avrebbe messo mano solo dopo aver scritto un libro dal titolo La Rivoluzione Sociale. Pensieri di un anarchico, che immaginava gli avrebbe richiesto molto tempo. «Se questo lavoro avrà un qualche valore – scrisse a Nettlau –, il merito sarà tutto da attribuirsi a voi, che mi spingete con una insistenza che in verità io non merito». Ma il progetto fu messo da parte: ci fu la guerra mondiale e subito dopo un periodo di lotte operaie e contadine che facevano pensare che la rivoluzione fosse vicina. In ogni caso il libro non sarebbe stato quell’autobiografia che ci si aspettava da lui. Come scrisse a Nettlau, Malatesta pensava piuttosto a una raccolta di vecchi scritti che fossero ancora «di qualche interesse», da commentare con «note sul tempo e le circostanze della loro origine, sulle persone colle quali ho lavorato ecc.» (13). Se avesse raccolto i suoi ricordi personali, non si sarebbe comunque ispirato all’autobiografia, ma a un romanzo su modello del Lorenzo Benoni di Giovanni Ruffini, un libro che raccontava secondo i canoni del gusto romantico la storia di un giovane studente repubblicano costretto alla fuga dall’Italia e all’esilio (14). In tarda età pare avesse iniziato a scrivere la propria vita sotto forma di un romanzo storico, ma senza portarlo a termine (15).
Armando Borghi scrisse che Malatesta era un «ottimista incorreggibile, per cui pensava ogni giorno che la più bella battaglia era quella che non aveva ancora dato»: non era tipo da perdersi «nelle contemplazioni retrospettive e nelle reminiscenze nostalgiche» (16). Anche quando, passati i settant’anni, si trovò a vivere in una casa sorvegliata dalla polizia a Roma, pensava che «il regime abominevole che la dittatura fascista impone all’Italia» non poteva durare a lungo. Un giorno il «regime odioso» sarebbe crollato e i compagni sarebbero tornati dalle carceri e dall’esilio senza conoscere a sufficienza la situazione e la mentalità delle masse popolari: «Ebbene, io voglio essere qui» (17). Borghi tornò a scrivergli dall’esilio: stava raccogliendo i propri ricordi e gli chiedeva di fare altrettanto. Malatesta rispose che faceva bene a scrivere le sue memorie, perché «quello che si è fatto non è che un preludio alle cose più importanti che faremo in seguito». E concludeva: «Scrivere le proprie memorie è una cosa che dovrei fare anche io ed ho sempre una mezza intenzione di farlo; ma chi sa se ci riuscirò mai». Borghi capiva che era un rifiuto, perché una «mezza intenzione» in un uomo dai «propositi decisivi, tenaci, inflessibili, pur sotto le più bonarie apparenze» era come non averne (18).
Malatesta era un uomo d’azione. Quando si recò a Saint-Imier nel 1922 per commemorare il congresso anarchico tenutosi in quella località cinquant’anni prima, ricevette dai compagni i mezzi finanziari per scrivere alcuni libri, uno dei quali doveva essere di ricordi. Rientrato in Italia, con i soldi ricevuti Malatesta diede invece vita alla rivista “Pensiero e volontà” (19).

Su una scala con scalpello e martello

Ugo Fedeli contrappone Errico Malatesta a Luigi Fabbri, di cui era stato amico e collaboratore in Italia e nell’esilio degli anni Trenta. Nel primo hanno il sopravvento «l’azione e il dinamismo»; nel secondo «l’esame dei fatti», il «loro commento» e la «loro spiegazione». Continua Fedeli: «Il Malatesta, per provare la bontà e l’efficacia della propaganda del fatto, con Cafiero e altri compagni, formò le bande armate e andò per il Beneventano a lottare; il Fabbri ci avrebbe scritto un libro» (20).
Non era solo questione di temperamenti. Fabbri era stato maestro elementare e direttore didattico, mentre Malatesta faceva lavori manuali per vivere. Pietro Gori raccontava di quando, andandolo a trovare assieme a Kropotkin, a Londra, lo trovò «in cima ad una scala con scalpello e martello» (21). Il pittore Carlo Carrà ricorda un incontro in un ristorante di Londra dove lui faceva il decoratore e Malatesta l’elettricista; era l’epoca in cui gli anarchici italiani si divisero a proposito del gesto di Gaetano Bresci (22). Luigi Fabbri descrisse Malatesta come un uomo «modestamente vestito, dal volto abbronzato e dalle mani callose», che a Londra girava «con la sua gerla di arnesi» per aggiustare apparecchi elettrici, cucine economiche o tubi del gas. Quando andò a trovarlo a Roma nel 1923 – Malatesta aveva settant’anni – lo trovò come lo avevano visto Gori e Kropotkin a Londra trent’anni prima: «in cima a una scala a piuoli menando gran colpi di martello nella parete» (23).
Come Fabbri, Malatesta amava leggere, scrivere, studiare. Scriveva e parlava in inglese, francese, spagnolo, e prima della guerra del 1914-18 imparò a leggere il tedesco; a Londra, quando poteva, frequentava la British Library. Ma Fabbri si alzava alla mattina alle quattro per scrivere, e riprendeva a farlo dopo il lavoro nel pomeriggio e fino a tardi, curando soprattutto la corrispondenza: diceva che riusciva a pensare solo con la penna in mano. Malatesta invece trovava tempo di scrivere solo di sera (24). A sessant’anni, mentre stava a Londra, si scusava con un compagno in Italia di non poter collaborare subito al futuro giornale “Volontà”, dovendo prima «sbarazzarmi del lavoro d’elettricità che ho in mano e che non mi lascia né tempo né forza» (25).
Nelle stanze in cui abitò, ospite di compagni, non c’erano mobili, ma non mancavano mai un tavolino e un lume a petrolio per scrivere. Max Nettlau descrive la stanza di Malatesta a Londra, in casa di Giovanni ed Emilia Defendi, con «un letto, un tavolino, le sue carte e forse un cassettone» (26). Luigi Fabbri, che conobbe Malatesta nel 1897 ad Ancona, ricorda «una piccola stanza, con un lettino da campo, un tavolo su cui ardeva un lume a petrolio, un paio di seggiole, e sulle seggiole, sul tavolo, sul letto, per terra, una quantità indescrivibile di carte, giornali e libri in apparente disordine» (27).
Malatesta non voleva «vivere della propaganda»; affermava che «il pericolo più grande che minaccia il movimento operajo, ed un po’ anche il movimento anarchico, è la tendenza dei leaders a considerare la propaganda e l’organizzazione come un mestiere» (28). Gli dispiaceva «sciupare» il suo tempo «a fare lavori, spesso brutti e inutili, per il comodo dei borghesi», mentre avrebbe potuto «consacrare molta più attività alla causa nostra, che è poi quella di tutti», ma vedeva gli effetti negativi di quella che chiamava la «peste dei segretari pagati e permanenti, degli organizzatori di mestiere». Scriveva a Luigi Bertoni nel 1913: «Tu sai quanti farabutti si ficcano nel movimento sindacalista, socialista e anarchico per viverne e sai che al fondo di quasi tutte le scissioni che dilaniano il nostro campo e quello degli altri vi sono delle questioni di denaro, delle rivalità bottegaje».

Discorsi in pubblico, discorsi tra compagni

Malatesta si sentiva a disagio quando gli capitava di trovarsi al centro dell’attenzione. Per esempio, esitò molto ad accettare l’invito al cinquantenario del congresso di Saint-Imier, perché sarebbe stato «il più vecchio (che gusto!) dei convenuti», e perciò sarebbe stato «oggetto di speciali attenzioni». Come scrisse all’amico Luigi Bertoni, «questo mi seccherebbe tanto, tanto. Avrei l’aria di essere venuto ad esibirmi e tu comprendi che la cosa mi dispiacerebbe assai» (29).
Oltre al carattere, contavano le convinzioni. Soprattutto dopo il suo ritorno in Italia alla fine del 1919, Malatesta, come ha ricordato Borghi, «avvertiva che era diffusa nel paese una pericolosa aspettazione del capo redentore, e questo lo indispettiva» (30). Lo si chiamava «Lenin d’Italia»; da lui si attendevano ordini; girava lo stornello «O Malatesta, suona la tua tromba». Benché la sua oratoria fosse «semplice, alla buona», «senza paradossi, senza violenze verbali, senza accenti d’odio, nell’assenza di ogni retorica tribunizia» (31), i suoi comizi infiammavano folle entusiaste. «Uomini e donne – scrive Salvemini – accorrevano a frotte ad ascoltare Malatesta e leggere il suo giornale, con la speranza di trovare in lui il salvatore, il suo liberatore, il leader, un nuovo Garibaldi, il Lenin italiano» (32). Le speranze e le attese nei suoi confronti trasformarono i suoi viaggi di città in città in una marcia trionfale (33). Aldo Aguzzi, allora ventenne, agli inizi del 1920 presentò Malatesta in un salone delle scuole elementari di Voghera, «salutando in lui il Lenin d’Italia, quegli che, superando il socialismo, ci avrebbe condotti alla rivoluzione come in Russia». Cominciò a parlare Malatesta. Il pubblico non cessava di acclamarlo «Lenin d’Italia». Egli ringraziò della fiducia e disse che quanti lo avevano accolto con entusiasmo erano sinceri rivoluzionari. Ma egli non poteva essere un Lenin; non poteva essere il loro capo, perché tutti i capi erano uguali; non voleva obbedire, ma soprattutto non poteva comandare. Se fosse diventato il loro Lenin, sarebbe diventato il loro tiranno. Si sarebbe circondato «di poliziotti, di burocrati, di parassiti», e avrebbe dato vita «ad una nuova casta di oppressori e privilegiati». Poi – stando ai ricordi di Aguzzi – parlò di occupare le fabbriche e di prendere le armi (34).
Più in generale, Malatesta riteneva che indulgere all’autobiografismo fosse in contrasto con i principi anarchici. Se gli si chiedeva di raccontare quello che aveva fatto personalmente in uno sciopero o in un movimento – ad esempio nella Settimana rossa ad Ancona –, rispondeva di non aver fatto «né più né meno di quello che hanno fatto tutti i miei compagni» (35). Questo era un riflesso della polemica da lui svolta tutta la vita contro le posizioni individualistiche. Per lui contava l’idea, che allora si scriveva con l’iniziale maiuscola: era l’Idea a muovere le masse e gli individui. Quando venne a sapere che una rivista francese stava pensando di dedicargli un numero speciale, scrisse a Gigi Damiani chiedendogli di fare il possibile «per indurre quegli amici a rinunziare». Erano cose «supremamente antipatiche», e non gli sembravano «troppo coerenti collo spirito anti-personalistico dell’anarchismo, anche se rispondenti alle deplorevoli abitudini di non pochi anarchici». E ribadiva: «Ho io fatto qualche azione insigne… o qualche colossale corbelleria? Non mi pare». Senza contare che «il risultato sarebbe quello di fare aumentare intorno a me la sorveglianza già tanto stretta e crearmi ancora maggiori difficoltà» (36).
Inoltre, non c’era motivo di fornire notizie alla polizia. Quando nel 1914 un giornalista de “Il Giornale d’Italia” gli chiese di raccontare come fosse fuggito poco tempo prima da Ancona per ripararsi in Inghilterra, Malatesta rispose che era «una domanda indiscreta». Disse solo che quando capì «che ad Ancona non spirava più aria buona», riuscì a giocare le guardie «con un sistema di una semplicità infantile» e scomparve. Il giornalista volle insistere: «A San Marino?» «Ma né meno per sogno – rispose Malatesta senza però dire di più –. Cambiai domicilio in Ancona … Fui ospite di un buon monarchico, troppo monarchico per essere sospettato… E poi con comodo presi il treno per Lugano…» (37).
Parlando di come riusciva a sottrarsi al controllo della polizia, Malatesta fu sempre elusivo, per non compromettere altri. Quando fuggì da Lampedusa, i sui compagni rimasti nell’isola subirono «noie e persecuzioni» perché sospettati di averlo aiutato. Egli mandò allora una dichiarazione al giornale socialista “L’Avanti!”, per «far osservare ai perspicaci birri d’Italia che io non posso aver avuto complici fra i coatti, poiché naturalmente i complici sarebbero stati anche compagni di fuga». Non aggiunse altro. Volle solo ringraziare il governo il quale, mandandolo in un’isola «abitata da una popolazione generosa ed intelligente», gli aveva assicurato senza volerlo «la simpatica cooperazione di centinaia di cittadini».
Meno avaro di dettagli fu quando raccontò in che modo era riuscito a entrare clandestinamente in Italia nel 1919. Lo fece solo per mettere fine alle insinuazioni, ma anche in questo caso aggiunse poco o niente rispetto a quanto era già noto. Si diceva che dietro l’aiuto fornitogli dal capitano Giuseppe Giulietti, noto come «il capitano», segretario della Federazione italiana lavoratori del mare e amico di D’Annunzio, ci fossero accordi politici, forse un comune progetto insurrezionale; altri ipotizzavano un intervento del presidente del consiglio Nitti. Malatesta chiarì i fatti. Aveva chiesto molte volte il passaporto al console italiano a Londra, e gli era sempre stato rifiutato. Una volta ottenutolo, il governo francese gli aveva negato il visto per attraversare la Francia, e il governo inglese la partenza per mare, a causa delle pressioni del governo italiano. Nessun capitano di nave voleva rischiare ad averlo come passeggero. Alfredo Giulietti, fratello del capitano, fece allora imbarcare Malatesta con un falso nome su di un piroscafo diretto a Taranto. Da Taranto, Giulietti lo accompagnò a Genova, in casa del capitano, che lo ospitò «con la più squisita cortesia». Malatesta si disse «profondamente grato» ai due fratelli, ma negò che la cosa potesse avere «alcun significato politico». A chi lasciava intendere un intervento di Nitti, rispondeva che «Nitti, poliziotto nell’animo e stupido come tutti i poliziotti», gli aveva negato il passaporto finché non aveva visto«ingigantire» la protesta in Italia; fatto rilasciare il passaporto, aveva poi cercato «gesuiticamente» di impedirgli di tornare. Certo, «Nitti ha servito la causa dell’anarchia», concludeva, ma solo per la protesta che la sua politica aveva messo in moto.
Anni dopo, nel 1930, in pieno regime fascista, si riaprì la polemica. Malatesta ribadì di non poter raccontare come erano andate le cose, «perché questi non sono tempi da dire al pubblico, e quindi alla polizia, quello che uno può aver fatto, o tentato di fare», e per non tradire la fiducia delle persone nei suoi confronti. Cose che non si potevano dire in pubblico si potevano però dire tra compagni. In una lettera privata a Luigi Fabbri, nel giugno di quello stesso anno, raccontò del progetto insurrezionale: qualcuno in grado di far affluire armi e uomini da Fiume – Fabbri capiva che si trattava di Giulietti – lo aveva coinvolto nel progetto di una sorta di marcia su Roma, ma non se ne fece niente perché i socialisti rifiutarono.

Dal volume "La rivoluzione volontaria", Edizioni Antistato, Milano 1980, testi di Elis Fraccaro, illustrazioni di Fabio Santin

Non sono abbastanza vanitoso

In un articolo pubblicato nel 1920 su “Umanità Nova”, Malatesta scrisse: «A me secca il dover parlare di me stesso: io non sono abbastanza vanitoso per dire quello che posso aver fatto di bene, né abbastanza ingenuo per raccontare al pubblico quello che posso aver fatto di male. Ma ogni regola ha la sua eccezione». L’eccezione, spiegava, era ammessa per «rettificare quando si fanno correre delle voci che potrebbero nuocere all’opera mia». Oltre che nel caso del rimpatrio del 1919, Malatesta replicò pubblicamente a insinuazioni sul suo conto almeno altre due volte.
Rientrato dall’esilio di Londra, fu accusato da ambienti socialisti di essere massone. Rispose rigettando l’accusa e spiegando «i fatti», che risalivano a quasi cinquant’anni prima. Era entrato nella massoneria nell’ottobre 1875, chiedendo di essere esentato dal giuramento e dalle «ridicole» cerimonie di iniziazione; presto si era accorto che la massoneria «non serviva che per favorire gli interessi dei fratelli più furbi», e quando, dopo qualche mese, la sua loggia decise di ricevere il ministro Nicotera con musica e bandiere, decise di «protestare ed uscire», per non avere da allora con la Massoneria «che relazioni di ostilità».
Qualche anno dopo, in seguito a un articolo di Benedetto Croce, venne accusato di contatti con l’ex regina di Napoli Maria Sofia per liberare Gaetano Bresci. In effetti Malatesta, come scrisse in una lettera intercettata dalla polizia e finita sul tavolo di Giolitti, aveva ricevuto «dei mezzi» dall’ex regina, convinto di non farsi mai imporre in futuro «da lei o da chi per lei una qualsiasi direzione».
Quando la polemica venne ripresa da “l’Unità”, Malatesta rispose sul “Risveglio” ma senza svelare particolari. Ironizzò sulla svista di Benedetto Croce, che aveva collocato il tentativo di liberare Bresci nel 1904, quando Bresci era morto da tre anni («Ah, questi storici!»). Circa l’aiuto di Maria Sofia non rispose, ma fece capire che non ci vedeva niente di male: in altre parole non lo escluse, precisando di non trovare «niente da ridire contro chi per far evadere un detenuto si servisse magari dei carabinieri». Quanto all’intervento di Maria Sofia nell’attentato, dichiarò: «Io, naturalmente, non so nulla di nulla; e se sapessi qualche cosa non vorrei raccontarla alla polizia, nemmeno per il tramite dell’on. Enrico Ferrari». Anche in questo caso Malatesta si attenne al principio che ribadì più volte nei suoi scritti: «Sopra tutto, malgrado tutto, né per ritorsione né per qualsiasi altro motivo gli anarchici non fanno la spia» (38).
Malatesta infine accettò di raccontare in pubblico episodi della propria vita quando c’era da difendere compagni che riteneva calunniati. Lo fece dopo che un giornale anarchico accusò Galileo Palla di essersi dileguato alla manifestazione del Primo maggio a Roma nel 1891 «non appena eccitato il tumulto», prima degli scontri con i soldati, «senza che lo si conti tra i morti o tra i feriti». Malatesta rispose sullo stesso giornale dichiarando di portare la sua testimonianza a favore dell’amico, e di farlo per «il pubblico» che poteva lasciarsi «impressionare quando le accuse partono dal nostro stesso campo, dagli stessi nostri commilitoni».
Aveva conosciuto Palla qualche anno prima, a Firenze. A Napoli – era il 1884 – era scoppiato il colera, e «molti fra i socialisti» (allora si diceva indifferentemente «socialisti» o «anarchici») «anelavano di correre in soccorso dei colerosi». Malatesta con altri amici stava raccogliendo soldi per il viaggio, quando si presentò a casa sua, «gridando e gesticolando», una persona che non conosceva, rimproverandolo di non correre a Napoli a portare aiuto. Quando Malatesta rispose che non avevano i soldi per il treno, l’uomo – che si sarebbe rivelato Galileo Palla – vuotò le tasche sul tavolo e mise a disposizione il denaro. Partirono per Napoli. Malatesta lo ricordava coraggioso, infaticabile, sempre all’opera ad aiutare i malati. Fu grazie al denaro che riceveva da casa e che metteva in comune, se lui e gli altri compagni di Firenze, che facevano la fame, poterono «andare alla men peggio fino alla fine dell’epidemia».
Se non fosse stato per difendere Palla, Malatesta non avrebbe mai raccontato in un giornale la sua avventura come cercatore d’oro in Patagonia. Volendo descrivere il carattere generoso dell’amico, Malatesta si dilungò in particolari. Mentre si trovava con lui a Buenos Aires, si diffuse la notizia che a Capo delle Vergini, nell’estremo lembo meridionale dell’Argentina, era stato scoperto l’oro e che il lavoro era libero. Malatesta e altri quattro compagni, tra i quali Palla, decisero di partire. Presero un battello. Appena giunti, dopo pochi giorni, si presentò una compagnia di operai, al comando di un uomo, e con una scorta di soldati. L’uomo era rappresentante della società proprietaria dei terreni auriferi, appartenente al fratello del presidente della repubblica, cui il governo argentino aveva concesso il monopolio dei tratti di spiaggia dove si era trovato l’oro. Non restava che tornare indietro. Il battello passava due volte all’anno. Dopo «lunghi mesi di sofferenze», eccolo arrivare. Malatesta quel giorno non c’era; si era trasferito a lavorare da solo in un altro punto della costa, da dove avrebbe preso il vapore dopo gli altri. Arrivato a Capo delle Vergini, il battello buttò a terra la posta e proseguì la sua corsa. Come lo videro, Palla e gli altri compagni, che si trovavano a parecchia distanza dal mare, si misero a correre. Palla giunse per primo alla spiaggia. «Il mare in quel punto – ricorda Malatesta –, oltre a essere glaciale, è percorso da correnti violente che impediscono l’accostarsi delle barche ed è popolato dai pesci cani». Palla si spoglia, si butta nell’acqua e comincia a nuotare verso il largo, «mentre i compagni giunti alla costa dietro a lui, gridano ed agitano la sua camicia per attirare l’attenzione di quei di bordo». Il vapore rallenta la corsa, si ferma; si stacca una barca e Palla viene portato sul battello «mezzo intirizzito». Il capitano lo riceve «villanamente» a bordo e dà l’ordine di partenza. Palla lo prega di mandare a prendere con una barca i compagni rimasti a terra, ma il capitano rifiuta. «Allora, risponde Palla, ritorno coi miei compagni – e fa per buttarsi nuovamente in mare. Lo trattengono a viva forza, ed il capitano ordina di metterlo ai ferri. Ma egli strepita, prega, minaccia, e riesce infine a commuovere i passeggeri, i quali obbligano a prendere coloro che erano rimasti a terra».

Pubblico e privato

Queste pagine presentano brani tratti da lettere ad amici, da autodifese nei processi, da articoli di giornale, da interviste e da dichiarazioni, in cui Malatesta raccontò in prima persona episodi della propria vita. Sono rimasti esclusi episodi pubblicati dagli amici più vicini – anche se basati direttamente su suoi racconti –, perché avrebbero mostrato soprattutto l’immagine che i compagni più giovani avevano di lui. Le storie che riguardavano la sua vita diventavano facilmente leggendarie, persino tra le persone che lo conoscevano meglio. Per esempio, Nettlau riportava in modo molto diverso l’episodio di Capo delle Vergini. In casa del compagno russo Cherkezov, Malatesta avrebbe raccontato che mentre con alcuni compagni era imbarcato nel battello per tornare a Buenos Aires, il capitano aveva ricevuto l’ordine di sbarcarli «in una landa deserta» sulle coste della Patagonia. Allora, per protestare, Malatesta spiccò un salto dal ponte, si tuffò nell’acqua gelida e di lì, rivoltosi al capitano, lo sfidò ad abbandonarlo. Il capitano lo salvò e non eseguì l’ordine di sbarco. Nettlau completava questo racconto con un particolare che ben delineava la figura mitica di un rivoluzionario: «Alla domanda di Cherkezov che gli chiedeva che impressione gli avesse fatto l’acqua gelida, Malatesta si limitò ad alzare le spalle. L’ira gli aveva infuso tanto calore da renderlo insensibile al freddo» (39).
I brani raccolti toccano alcuni periodi della vita di Malatesta, e ne escludono altri; per molti anni e su molti avvenimenti di cui fu protagonista, non compaiono notizie. In altre parole, questi brani non compongono, postuma, quell’autobiografia che egli rifiutò sempre di scrivere. Piuttosto fanno capire quale idea Malatesta avesse dei ricordi autobiografici e del rapporto tra vita quotidiana e politica; e in questo modo fanno intuire le ragioni per cui quell’autobiografia non fu mai scritta. Sono in gran parte scritti di carattere pubblico, e riguardano pochissimo la vita privata; si inseriscono in una prospettiva di azioni più importanti da compiere nel futuro; raccontano movimenti collettivi e discussioni politiche. Nell’autodifesa al processo di Ancona nel 1898, Malatesta dichiarò di non avere famiglia «perché la vita travagliata non mi ha permesso di comporla». Accennò a suo figlio – lo presentava come suo figlio adottivo –, ma solo per mostrare ai giudici «un documento umano su quello che sono gli anarchici». Disse di averlo portato in Italia, perché voleva dargli «un mestiere utile che gli potesse assicurare la vita e lo rendesse utile a sé ed agli altri». Dopo che Malatesta era finito in prigione, il ragazzo aveva trovato in Ancona «tante madri, tanti padri, quante sono le famiglie che mi amano». «È un partito di malfattori questo?» concludeva rivolgendosi ai giudici.
Malatesta era di salute cagionevole, ma di questo non parla mai. Lo faceva per riderne, come quando raccontava di quella volta che Bakunin gli aveva profetizzato non più di sei mesi di vita. Era il 1872, aveva diciannove anni e ne visse altri sessanta. La sua salute, già fragile, risentì delle persecuzioni politiche. Al processo di Milano del 1921, dichiarò di aver passato in vita sua “dieci o dodici anni di prigione”. Nettlau calcolava che altri trentacinque ne aveva passati in esilio (40). Borghi non dimenticò mai gli attacchi bronchiali di cui Malatesta fu vittima «nel fetido cellulare di Milano, nel freddo inverno del ’20-’21» (41). Stavano a due celle di distanza, di notte lo sentiva tossire con «singulti prolungati», sembrava che«in certi momenti rimanesse soffocato». Malatesta aveva quasi settant’anni, ma «gli ripugnava di essere considerato malato» e non voleva trattamenti di riguardo. Quando il cappellano del carcere – «un rubicondo pretone dalle arie melliflue e caritatevoli» – si offrì di trovargli una stufa a gas, «Errico ringraziò, ma non ne volle sapere» (42).
Nei suoi scritti e nelle sue lettere gli affetti, la vita di ogni giorno e le relazioni tra persone non diventano quasi mai oggetto di discorso pubblico, a meno che non abbiano a che vedere con il movimento e con l’organizzazione: non fanno parte della sfera della politica, e sembrano svolgersi su un piano diverso e meno importante. Di Emilia Defendi, per esempio, che a Londra gli preparava da mangiare e badava a come si vestiva, Malatesta scrisse a un amico come Luigi Fabbri, parlandone come «la Defendi», solo quando le sembrò sul punto di morire, dopo «cinquant’anni di affetto fraterno». «Vi domando scusa – gli scrisse – se vengo ad affliggervi con queste tristi notizie ma non mi era possibile scrivervi senza dare sfogo al mio dolore». Gli parlò della «straziante malattia che la tiene ogni giorno in pericolo di vita e che non lascia – o ben poca – speranza di guarigione», e poi della malattia del figlio di Emilia – «ti ricordi, Gigi, il mio Erricuccio?» – costretto a letto, «forse destinato a spegnersi lentamente» (43). Ma sono accenni rari; a stento si trovano nelle lettere di Malatesta notizie sui numerosi mestieri che fece per vivere, sui bambini con i quali nella casa di Londra passava il tempo a giocare, sui romanzi che leggeva la sera con Emilia (44).
Notizie sulla vita privata, comprese le condizioni di salute, compaiono e si fanno più frequenti solonegli ultimi anni, a Roma. Accanto alle notizie di compagni finiti in carcere o al confino, di assalti fascisti alle tipografie e alle sedi dei giornali anarchici, di perquisizioni, di sequestri di lettere e di stampati, di arresti in massa, di pedinamenti, di camion di squadristi per le strade, di botte a chi portava «sciarpe alla Matteotti», e ancora alle notizie dell’esecuzione di Sacco e di Vanzetti, di giornate del Primo maggio con la polizia di guardia alla porta («Quante memorie! e quanta tristezza!»), accanto a tutto questo, nelle lettere di Malatesta compaiono informazioni sulla sua compagna Elena Melli con cui passò gli ultimi anni di vita a Roma, sulla figlia di lei Gemma, e sulle proprie condizioni di salute (45).
Malatesta è orgoglioso per i risultati scolastici di Gemma, e informa gli amici dei progressi dei suoi studi («Così tra 4 o 5 anni Gemma sarà dottoressa in chimica pura, industriale, farmaceutica, ecc. e sceglierà il ramo che più le piacerà»); teme per la salute di Elena, che a un certo punto crede in fin di vita, e prova un grande sollievo quando si ristabilisce («Il pericolo è passato: sarà questione di convalescenza più o meno lunga, ora la guarigione completa è sicura»); scrive a Luigi Fabbri di passare le domeniche con il proprio nipote che stava per farsi prete («Stranezze della vita! – gli rispondeva Fabbri – forse egli è l’unico erede del tuo nome, e sarà proprio un prete. Ma, per lo meno avrà di Malatesta la sincerità della fede; ed è già qualche cosa…») (46); è abbattuto alla notizia della morte di Francesco Saverio Merlino con cui era rimasto amico anche dopo le polemiche che li avevano divisi («Io fui suo compagno di scuola e siamo stati amici per più di sessantacinque anni. La sua sparizione mi lascia come un vuoto nell’anima»); racconta tra il contrariato e il divertito i tentativi di villeggiatura al mare, su consiglio del medico, interrotti dalla polizia («Nessuno poteva accostarsi a noi e chi lo faceva era arrestato»); ringrazia per il denaro mandatogli dai compagni in esilio, che gli permetteva di vivere.
Dopo un brutto periodo di malattia, Elena si ristabilì, e Gemma proseguì brillantemente l’università. Malatesta, superata una broncopolmonite, scriveva agli amici di voler vivere fino ai novant’anni, ma nella primavera del 1932 le sue condizioni si aggravarono. Agli amici all’estero scrisse: «non mangio quasi nulla perché lo stomaco non sopporta il cibo, ed intanto sono di una debolezza estrema e per respirare ho bisogno di ricorrere spesso all’ossigeno, di cui debbo tenere sempre una bombola presso il letto o la sedia dove sto». Sperava di rimettersi. Si tormentava «di non potere forse far più nulla nell’avvenire», e non voleva mancare proprio ora,«quando forse siamo alla vigilia di avvenimenti risolutivi»; poi si tranquillizzava pensando che «i compagni che sono tanto buoni per me […] continueranno l’opera, che ora ci è comune, per il benessere dell’umanità». Morì pochi mesi dopo, a settantanove anni, il 22 luglio 1932.
Malatesta non poté raccontare quest’epilogo; alla sua penna si sostituì quella della sua compagna. Elena Melli scrisse all’amico Gigi Damiani: «Povero caro Errico, quanto ha sofferto! Questi ultimi giorni non respirava più, soffocava con tutto l’ossigeno, del quale consumava una bombola di mille e cinquecento litri in quattro ore e mezzo o cinque ore. Si è spento così; piano piano come un lumino in cui fosse finito l’olio». La polizia fissò il percorso del corteo funebre, e bloccò tutte le vie d’accesso laterali. Gemma voleva seguire il feretro con un mazzo di fiori rossi, le fu vietato e buttò i fiori dalla finestra. Racconta Elena: «Non fu permesso di fare nemmeno un passo a piedi, ci obbligarono a salire in carrozza appena fuori dal cancello e via di gran corsa». Seguivano il feretro tre carrozze di parenti e amici, un’automobile piena di poliziotti, un furgone «e poliziotti in bicicletta di qua e di là che passavano avanti e indietro strada facendo». Altri poliziotti di guardia alla tomba prendevano le generalità di chi si avvicinava.

Piero Brunello

Note

1. M. Nettlau, Errico Malatesta. Vita e pensieri, Il Martello, New York 1922, pp. 217-218. Max Nettlau (Vienna 1865-Amsterdam 1944) pubblicò molti scritti sulla storia dell’anarchismo; sul movimento in Italia scrisse Bakunin e l’Internazionale in Italia. Prefazione di E. Malatesta, Edizioni del Risveglio, Ginevra 1928.
2. Nettlau, Errico Malatesta cit., p. 218.
3. L. Fabbri, Errico Malatesta, in E. Malatesta, L’anarchia, Casa Editrice Sociale, Milano 1921, p. 5.
4. G. Salvemini, Prefazione, in A. Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1954, pp. 7-9.
5. Camillo Berneri scrisse a Max Nettlau, Firenze, 6 novembre 1922: «Anch’io ho consigliato a Malatesta la propria biografia, ma egli non ne vuol sentir parlare» (C. Berneri, Epistolario inedito, II, a cura di P. Feri e L. Di Lembo, Edizioni Archivio Famiglia Berneri, Pistoia 1984, p. 19). Camillo Berneri (Lodi 1897-Barcellona 1937) allora aveva venticinque anni.
6. Fabbri, Errico Malatesta cit., p. 5.
7. Vedi ora la biografia di G. Berti, Errico Malatesta e il movimento anarchico italiano e internazionale 1872–1932, Franco Angeli, Milano 2003.
8. Nettlau, Errico Malatesta cit., pp. 131-132.
9. A. Borghi, Errico Malatesta, Istituto Editoriale Italiano, Milano 1947), pp. 40-41.
10. A. Borghi, A proposito delle mancate memorie di Malatesta, «Adunata dei refrattari», 1 ottobre 1932. Armando Borghi (Castel Bolognese 1882-Castel Bolognese 1968) a sedici anni conobbe Malatesta processato ad Ancona, iniziando un’amicizia che durò tutta la vita. Nel primo dopoguerra fu segretario dell’Unione Sindacale Italiana (U.S.I.); nel 1922 fu in carcere a Milano con Malatesta; dal 1926 andò in esilio, prima in Francia e poi negli Stati Uniti, da dove tornò nel 1945.
11. Lettera di presentazione a José Viñas e Trinidad Soriano, Londra, 26 gennaio 1892, in International Institute of Social History, Amsterdam [IISH], Archive Nettlau; la lettera di presentazione a Celso Ceretti, Alfonso Leonesi e Serafino Mazzotti, Londra, 21 marzo 1893 è in E. Malatesta, Epistolario. Lettere edite e inedite 1873-1932, a cura di R. Bertolucci, Avenza 1984, p. 72. Malatesta mise in contatto con Nettlau anche il giovane Camillo Berneri, venticinquenne laureando in filosofia. Cfr. la lettera di Berneri a Nettlau, Firenze 26 ottobre 1922, in Berneri, Epistolario cit., II, p. 18.
12. Errico Malatesta a Celso Ceretti, Londra 3 giugno 1892, in P. C. Masini, Storia degli anarchici italiani da Bakunin a Malatesta (1862-1892), Rizzoli, Milano 1972, pp. 334-335.
13. Nettlau, Errico Malatesta cit., p. 272. L’originale della lettera di Malatesta a Nettlau, Londra, 22 Marzo 1912, in francese, in IISH, Archive Nettlau.
14. Borghi, Errico Malatesta cit., p. 15.
15. Riferendosi a Malatesta, Camillo Berneri scrisse a Max Nettlau, Firenze 6 novembre 1922: «Aveva cominciato a scrivere una specie di romanzo storico, ma non so se lo continuerà» (in Berneri, Epistolario cit., II, p. 19).
16. Borghi, Errico Malatesta cit., p. 13.
17. Risposta di Errico Malatesta a Sébastien Faure che lo invitava a Parigi (1925 o 1926), «Adunata dei refrattari», 20 agosto 1932, ora in E. Malatesta, Scritti, III. Prefazione di Luigi Fabbri, Edizione del «Risveglio», Ginevra 1935 (ristampa anastatica a cura del Movimento Anarchico Italiano, Carrara 1975), pp. 389-390. Nella ristampa del 1975 i primi due volumi hanno per titolo Pagine di lotta quotidiana.
18. La lettera di Malatesta a Borghi, 1 giugno 1928, è citato da Borghi, A proposito delle mancate memorie cit., «Adunata dei refrattari», 1 ottobre 1932.
19. U. Fedeli, Luigi Fabbri. Prefazione di Luce Fabbri, Gruppo Editoriale Anarchico, Torino 1948, p. 108.
20. Ibid., p. 106. Luigi Fabbri (Fabriano 1877-Montevideo 1935) più volte incarcerato, nel 1899-1900 fu a domicilio coatto a Ponza; diffuse in Italia le idee educative libertarie di Francisco Ferrer; maestro elementare, rifiutò il giuramento di fedeltà al regime fascista e andò in esilio, prima in Francia e poi in Uruguay.
21. L. Fabbri, Malatesta. L’uomo e il pensiero, Edizioni RL, Napoli 1951, pp. 53-54.
22. C. Carrà, La mia vita. Presentazione di V. Fagone, Feltrinelli, Milano 1981 (prima ed. 1945), pp. 26-30.
23. Fabbri, Malatesta. L’uomo cit., pp. 53, 55.
24. Fedeli, Luigi Fabbri cit., p. 108.
25. Errico Malatesta a Cesare Agostinelli, Londra 2 aprile 1913, in Malatesta, Epistolario cit., pp. 81-82.
26. Nettlau, Errico Malatesta cit., p. 230.
27. L. Fabbri, Come conobbi Enrico Malatesta, dattiloscritto in IISH, Archive Luigi Fabbri; lo scritto fu pubblicato con lo stesso titolo in «Studi sociali», Montevideo, 20 novembre 1933.
28. Errico Malatesta a Luigi Bertoni, Londra, 3 giugno 1913, in Malatesta, Epistolario cit., pp. 88-89.
29. Errico Malatesta a Luigi Bertoni, Roma, 14 maggio 1922, in Malatesta, Epistolario cit., pp. 175-176.
30. Borghi, Mezzo secolo cit., p. 211.
31. Fabbri, Malatesta. L’uomo cit., p. 28.
32. G. Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard, a cura di R. Vivarelli, Feltrinelli 1979 (quarta ed.; prima ed. 1961), p. 261. «Il proletariato applaudiva i discorsi più altisonanti – commenta Salvemini –, dava sfogo con gli applausi alle vaghe speranze di un mondo migliore, e poi tutti tornavano a casa aspettando che questo mondo migliore piovesse dal cielo» (p. 262).
33. C. Levy, Charisma and Social Movements: Errico Malatesta and Italian anarchism, «Modern Italy», 1998, 3, p. 212.
34. L’episodio è ricordato da Fabbri, Malatesta. L’uomo cit., pp. 35-39.
35. G. Calza Bedolo, Intervista con Malatesta a Londra, «Il Giornale d’Italia», 1 Luglio 1914.
36. Errico Malatesta a Gigi Damiani, Roma, 26 gennaio 1927, in Malatesta, Epistolario cit., p. 242. La rivista era «Semeur de Normandie»
37. Calza Bedolo, Intervista cit.
38. E. Malatesta, Vogliono dunque proprio che li trattiamo da poliziotti, «Umanità nova», 6 maggio 1920, ora in Id., Scritti cit., I, p. 68.
39. Nettlau, Errico Malatesta cit., p. 208.
40. E. Malatesta, Dichiarazioni sull’attentato del “Diana”, in Id., Scritti cit., II p. 311; Nettlau, Errico Malatesta cit., p. 319.
41. Borghi, Errico Malatesta cit., p. 41.
42. Ibid., p. 220.
43. L’oscillazione tra il «tu» e il «voi» è nella trascrizione.
44. Sulla vita londinese, vedi lo scritto di Pietro Di Paola in Errico Malatesta, Autobiografia mai scritta. Ricordi (1853-1932), Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere, 2003.
45. Qui e in seguito cito dalle lettere scritte da Malatesta negli ultimi anni di vita, in Malatesta, Epistolario cit., pp. 173-377.
46. Luigi Fabbri a Enrico Malatesta, Montevideo, 4 marzo 1932, in ACS, CPC, b. 2952, «Malatesta Errico fu Federico». Qualche anno dopo, Elena descriveva a Leone Stone una situazione familiare molto tesa, proprio a causa di quel nipote fattosi prete: «Gemma si fidanzò con un giovane, il quale per poter entrare in casa nostra si fece conoscere per antireligioso – cioè cattolico apostolico romano – e fra lui e il nipote di Errico, il quale si è fatto prete adesso che ha 45 anni, hanno montato questa ragazza contro le nostre idee e specialmente contro gli anarchici. Non tento nemmeno di descriverti la lotta che ho dovuto sostenere con costoro. Volevano trascinare anche me e si servivano di mia figlia; me la scagliarono contro straziandomi in tutti i modi. E questa lotta terribile è durata per più di due anni» (Elena Melli a Leone Stone, da Roma, il 17 maggio 1935, in ACS, CPC, b. 4211, «Gemma Ramacciotti fu Giuseppe e Melli Elena»).