Rivista Anarchica Online


sindacalismo

Percorsi nuovi e trappole vecchie
di Gianfranco Careri

 

Chi oggi difende i diritti delle classi più deboli? E chi li attacca? Un padronato sempre più aggressivo e arrogante detta ormai le sue leggi senza trovare ostacoli.

Negli anni Settanta girava tra i lavoratori una bella vignetta: un gruppo di operai in lotta si trovano davanti a un unico palazzo con due porte. In una c’è scritto padroni e in quell’altra sindacato.
Gli operai si guardano perplessi e preoccupati domandandosi «con chi dobbiamo trattare per primo?»
Mai come oggi la realtà che viviamo corrisponde al messaggio della vignetta descritta.
Chi oggi difende i diritti delle classi più deboli? E chi li attacca?
Se alla prima domanda possiamo rispondere che solo i lavoratori stessi, autonomamente, possono difendersi (creando, in un contesto sempre più difficile e complesso, nuove forme di conflittualità e d’autorganizzazione di base), per il secondo quesito l’unica risposta certa ce la dà la nostra vignetta col suo palazzo a due porte.

 

Neoliberismo antipopolare

Un padronato sempre più aggressivo e arrogante detta ormai le sue leggi senza trovare ostacoli servendosi di uno stato che, nelle sue varianti che si sono succedute al potere (destra e sinistra, o se volete centrodestra e centrosinistra), persegue un’unica linea economica e politica neoliberista ed antipopolare: privatizzazioni, utilizzo della forza lavoro nella forma usa (cioè sfrutta) e getta, fine del posto garantito e precarietà diffusa, cancellazione progressiva dei diritti rimasti, repressione del dissenso (quando questo è reale e non è solo finzione mediatica).
Se sul terreno delle pensioni (tentativo di innalzare l’età pensionabile), sullo scippo delle liquidazioni e sulla cancellazione dei diritti governo e padronato giocheranno fin dall’autunno le loro pesanti carte, è sulla questione del mercato del lavoro che l’attacco ha già centrato il suo bersaglio.
La recente «Legge Delega» (Biagi) sul lavoro, approvata dalla maggioranza di destra, ha accelerato infatti un processo già in atto dai tempi dell’Ulivo al potere. Fine generalizzata del rapporto di lavoro garantito e a tempo indeterminato, precariato diffuso (nelle mille forme di sfruttamento inventate: «lavoro in affitto», «lavoro a progetto», «lavoro a chiamata» e «job sharing» cioè lavoro diviso: due lavoratori con un solo misero salario) e quindi fine dei diritti e sparizione dei contratti nazionali.
Se nel nuovo processo, con la fine del collocamento, anche il sindacato «ufficiale» (vedi «Patto per l’Italia») diventa centro di potere «istituzionale» (mafioso e clientelare) per lo smistamento delle assunzioni, altri grandi guadagni avvengono attraverso le agenzie interinali, un caporalato legalizzato (nuovi schiavi?) che vede in prima fila anche agenzie ricollegabili finanziariamente e politicamente all’area dei partiti del centrosinistra e dei sindacati confederali.
Non è un caso che mentre urlava contro l’articolo 18, la stessa CGIL ricompattava il fronte con CISL e UIL nella firma dei nuovi contratti nazionali interinali (che dureranno quattro anni).
Chiarire il ruolo attuale della CGIL è indispensabile per capire poi chi difende chi e chi attacca chi. La tanto sbandierata «verniciata» conflittuale e pacifista di questo sindacato è solo un plateale inganno per convogliare consensi. La linea concertativa (che oggi non ha affatto abbandonato) infatti ha caratterizzato la storia recente di quella stessa dirigenza cgiellina che «temporaneamente» attua alcuni «distinguo» alla politica governativa dovuti esclusivamente alla presenza di un esecutivo di centro-destra e non certo a un reale rifiuto delle manovre antipopolari in atto. Gli stessi attacchi ai diritti dei lavoratori (su pensione, occupazione, contratti, leggi truffa, repressione violenta dell’opposizione) perpetuati dal precedente governo di centrosinistra hanno visto la CGIL non solo tacere e cercare di imbavagliare il dissenso, ma favorire apertamente tali manovre ricavandone rappresentatività e potere politico ed economico.

Il consenso della CGIL alla guerra di Serbia

La stessa questione della guerra merita di essere ricordata. Nel 1999 la CGIL (al pari degli altri sindacati confederali ma certamente con più determinazione) approvò e agevolò l’aggressione degli Stati Uniti (del «democratico» Clinton) e dell’Italia dell’Ulivo contro la popolazione della Federazione Jugoslava. Mentre l’Italia veniva trasformata in un’immensa portaerei e le ONLUS organizzavano i loro nuovi profitti (sotto forma di «aiuti umanitari» e di progetti per la ricostruzione), la CGIL si dava un gran daffare sia per impedire scioperi generali contro la guerra sia per bloccare e reprimere ogni iniziativa dei lavoratori in favore della pace.
Il consenso, e se vogliamo la partecipazione diretta (attraverso il controllo sul mondo del lavoro) della CGIL ai massacri di civili, ai bombardamenti di Belgrado (compiuti anche dagli aerei di D’Alema) è una realtà storica che è impossibile negare o minimizzare e che non deve essere cancellata (così come invece si cerca di fare) dalla memoria di questo paese.
Alla luce di questi fatti la «svolta» della CGIL di oggi, fatta di bandiere arcobaleno e di tentativi di prendere la testa del movimento per la pace, ci appaiono in tutta la loro squallida strumentalità.
Il finto pacifismo attuale è venuto bene alla luce quando, nel corso dell’attacco statunitense all’Iraq, la CGIL fece rapida marcia indietro rifiutandosi di proclamare una giornata di sciopero generale (e di premere nella Confederazione Sindacale Europea per uno sciopero internazionale contro la guerra che certamente avrebbe avuto il suo peso nel mondo).
Lo sciopero generale del Sindacalismo di Base, fu invece proclamato da CUB/RdB, USI-AIT, Confederazione Cobas, Slai Cobas e SinCobas) e condotto, con discreto successo, il 2 aprile 2003.
In un contesto in cui senza ombra di dubbio, in Italia come in Europa, si è saldato un’asse potente tra padroni, governi, sindacati e signori della guerra il ruolo di un sindacalismo diverso, assembleare, di classe e conflittuale, diventa elemento indispensabile per poter difendere i diritti dei più deboli.
Non possiamo nasconderci che in Italia il Sindacalismo di Base (così come eravamo abituati a conoscerlo) sta vivendo una stagione complessa, caratterizzata da percorsi e scelte molto diverse, tanto da mettere spesso in crisi (vedi scioperi contro la guerra) quell’Unità in passato raggiunta (almeno da una parte delle sigle esistenti) e che tanto positiva è stata per le lotte dei lavoratori.

Senza condizionamenti né compromessi

Se da una parte infatti la CUB si sta attrezzando a divenire un sindacato di tutto rispetto (modello CGIL anni cinquanta) sacrificando, come spesso avviene in questi casi, sempre più democrazia interna in favore dell’efficienza e di strutture «di servizio», dall’altra altre componenti storiche come la Confederazione Cobas (ma anche il SinCobas) rifiutano la definizione di essere «sindacati di base» presentandosi come nuovi (o vecchi, a voi la scelta) «soggetti politici» legati spesso ai carrozzoni dei Social Forum, a componenti partitiche o comunque a vertici politici. Da qui a intravedere lo scivolamento istituzional-partitico di tali componenti, il passo è breve. Il tutto pesantemente condizionato da una «rincorsa» (che spesso diventa vera sudditanza) al mito di una CGIL a cui si lascia troppo spesso campo libero per dirigere lotte su tematiche nazionali a tutto discapito dell’autorganizzazione dei lavoratori stessi.
In questo panorama l’USI-AIT, cresciuta numericamente e rafforzatasi territorialmente, corre la sua strada senza condizionamenti né compromessi, cercando percorsi unitari quando questi sono possibili e portando avanti, oltre alla conflittualità sindacale quotidiana (sono di questi mesi lotte durissime condotte dai Sindacati Autogestiti USI Sanità negli ospedali milanesi del San Paolo, del San Raffaele, al Pio Albergo Trivulzio, ecc.) una ricerca costante di contenuti autogestionari capaci di produrre quella trasformazione sociale e rivoluzionaria che è propria dell’anarcosindacalismo.
In un mondo dove non sai se ti colpirà prima il padrone, il governo o il sindacato-istituzione, dove il militarismo penetra nel tuo stesso posto di lavoro e nel tuo quartiere sporcando tutto con una dilagante cultura della guerra e delle morte, non vi sono alternative alla radicalizzazione dello scontro di classe col sempre maggiore utilizzo delle forme proprie dell’azione diretta.
Su questa strada si va avanti e chissà se un giorno gli operai della vignetta riusciranno a buttare giù il palazzo del padrone e del sindacato iniziando un nuovo percorso di pace e di libertà.

Gianfranco Careri
(Segretario nazionale dell’USI-AIT)