Rivista Anarchica Online


società

La paura e il potere
di Francesco Codello

 

La continua tensione tra libertà e sicurezza è una grande questione sociale. E individuale.

Uno dei sentimenti più diffusi in questo mondo così globalizzato è la paura. Non passa giorno infatti che ognuno di noi non sia raggiunto da immagini, notizie, racconti, appelli, avvertimenti, di disastri naturali, epidemie, guerre, omicidi, stragi, ecc. Tutto questo provoca reazioni diverse perlopiù però caratterizzate da un aumento di insicurezza e di precarietà. I media contribuiscono da par loro ad aumentare questi sentimenti. E si sa che l’aumento della insicurezza produce un restringimento degli ambiti di libertà personale e collettiva.
La paura ha quindi un’influenza diretta sulla società, anzi spesso ne caratterizza le condizioni e ne disegna i contorni. Proprio per questo è utile soffermarsi a riflettere e cercare di capire bene cosa si può celare dietro ad essa.
Naturalmente ciò che ci interessa qui è la paura come forma sociale, collettiva, come reazione o condizione di comportamenti privati e pubblici, individuali e sociali.
L’uso che viene fatto, dalla logica del dominio, della paura è ben sintetizzato da quella teoria psicoanalitica freudiana che sostiene che l’essere umano ha barattato un po’ della sua libertà con un po’ di sicurezza. È proprio in questa potente affermazione che si cela la logica del potere.
Essere un po’ meno liberi per poter godere dei vantaggi della sicurezza è il presupposto ideologico attorno al quale si giustificano le convinzioni autoritarie.

Pressioni sociali

Questa tensione continua tra libertà (che diventa sinonimo di felicità) e sicurezza è un problema collettivo e sociale ma prima ancora diventa un dilemma individuale. Ambedue questi sentimenti sono connaturati all’essere umano e sono sempre stati oggetto di confronti reciproci. La spiegazione, che si è pretesa risolutiva, che di questa tensione tra opposti ha dato Freud e ha assunto la modernità (la repressione dell’individuo è necessaria alla civiltà), è diventata patrimonio psicologico dell’individuo. Dall’incapacità di far quadrare questa contraddizione nascono le malattie psichiche e si richiedono sempre maggiori interventi di censura e repressione sociale.
Il bisogno di sicurezza è realmente incompatibile con il bisogno di libertà? Può darsi una sintesi tra le due istanze umane oppure la sintesi è sempre e comunque rappresentata dal rafforzamento della repressione e del dominio?
A me pare che, come sosteneva un tempo, in diretta polemica con Sigmund Freud, Pierre Janet che i disturbi caratteristici degli individui moderni derivino da un “deficit dell’io”, vale a dire dall’incapacità di affrontare la realtà, di viverla e di trovare la propria singolare strada al suo interno. Questo fatto però, aggiungo io, è a sua volta determinato da pressioni sociali che condizionano in maniera pesante l’immaginario individuale trasferendo in esso le logiche e le perversioni del dominio. È un po’ la storia del serpente che si mangia la coda, che non è capace di esplorare altre direzioni e che pertanto ritorna sempre in se stesso caricandosi e facendo propri valori e principi che in realtà gli sono imposti subdolamente.
Se la sicurezza è una condizione essenziale del vivere non può pensarsi libertà al di fuori di essa così come non è concepibile essere sicuri se non si è liberi. Si tratta quindi di un rapporto continuo, incessante, che costituisce non tanto una risoluzione necessaria in uno dei due presupposti, quanto una condizione connaturata all’essere umano che non deve mai prescindere dalla sua interrelazione. Non c’è insomma una sintesi in grado di risolvere questo rapporto, quanto piuttosto la necessità di viverlo nella sua contraddittorietà. Questo dal punto di vista psicologico ed individuale. Ma non si risolve in questa dimensione il problema. Vi è un uso politico della sicurezza e della libertà che determina, in tempi e spazi diversi, un affievolimento della seconda in nome della prima. C’è dunque un uso ideologico della sicurezza a tutto vantaggio di azioni politiche di varia natura che tendono a restringere, talvolta a cancellare, spazi e tempi di libertà consolidata.
Ecco allora che, con questa chiave di lettura, possiamo cogliere quanto, ad esempio, c’è nella Chiesa e nello Stato, di uso strumentale della paura dell’AIDS, per inibire i rapporti sessuali liberi tra persone consenzienti. Oppure come l’aumento sbandierato degli omicidi, delle rapine, delle violenze di vario tipo e natura, possano servire soprattutto ad inasprire la logica della sanzione e quella della repressione, senza lasciare spazio ad altre spiegazioni più veritiere e profonde che però potrebbero intaccare la convinzione che la malvagità dell’uomo sia connaturata alla sua medesima natura.
Ed esempi come questi e altri ancora si potrebbero fare fino a riempire pagine e pagine di questa rivista.
Ma ciò che interessa qui è sottolineare un concetto e offrire punti di domanda a chi voglia sinceramente interrogarsi sul senso più e vero e profondo delle cose.

Luoghi e simboli sempre più lontani

L’insicurezza, l’incertezza, la solitudine esistenziale, sono caratteristiche proprie dell’età postmoderna alle quali rispondono santoni, guru, dittatori, uomini forti, immaginari e culture determinati che ostentano ricette e soluzioni, religioni più o meno mistiche, insomma tutta una gamma di sostitutivi dell’io individuale, lacerato e vilipeso come non mai. Pensate a come si è trasformato il “cogito” cartesiano in “appaio dunque sono”, cioè come questo mondo, così forte nelle sue apparenze ostentate, ma così debole negli esseri che lo compongono, abbia posto l’apparenza come il vero surrogato dell’esistenza. E come questa apparenza sia così forte da diventare vera e propria esistenza.
E allora tutto ciò che può mettere l’essere umano davanti a se stesso senza filtri, veline, senza la mediazione delle false e artificiali certezze del consumo e del potere, diventa occasione per scatenare il panico, la paura, l’insicurezza.
Occorre dunque essere consapevoli di ciò e stimolare gli esseri umani a ricercare l’essenziale che è in ognuno di loro, abituarsi e allenarsi alla convivialità, favorendo il sorgere di tante occasioni di vero e autentico incontro, al di fuori della logica del dominio e del possesso.
Criticare e deplorare il cinismo crescente degli uomini e delle donne di quest’epoca, condannare la loro miopia, la loro indifferenza a progetti esistenziali e di ampio respiro, l’egoismo dilagante dei loro desideri, la propensione a frazionare la vita in singoli episodi da spremere al massimo per la ricerca di un piacere effimero, è giusto ma anche semplice. Ciò che occorre capire, è che questi comportamenti sono dettati da pulsioni che gli uomini e le donne non razionalizzano affatto, perché troppo presi dalla paura incombente di un futuro incerto che rappresenta più una minaccia che un’aspirazione.
Il continuo ed inarrestabile spostamento del potere e dell’esercizio del dominio in luoghi e simboli sempre più lontani e irraggiungibili, da un lato dissolve in una dimensione irraggiungibile e variegata quello che era il centro identificabile del dominio stesso, dall’altro accresce il senso di impotenza e rassegnazione. Lo spettro della catastrofe sistematicamente agitata alimenta parimenti il senso di impotenza e di rassegnazione e di paura e distoglie gli uomini e le donne da una dimensione progettuale della propria vita, fiacca la loro resistenza, indebolisce perpetuamente la loro capacità di sognare.
In pratica, tutto ciò spinge gli individui ad occuparsi tuttalpiù degli effetti collaterali e a rifuggire dall’interrogarsi in merito ai significati più profondi della situazione.
Inoltre la maggior parte dei critici di questo sistema-mondo evita di proposito di rilevare che questo mondo è una creatura dell’uomo ed è lungi dall’essere creazione di forze naturali imperscrutabili o invincibili oppure la conseguenza logica di una natura umana peccaminosa e irrecuperabile.
Molto più proficuo e utile comprendere invece che nulla di ciò che è umano non è che il frutto dell’azione dell’uomo e che pertanto ogni cosa può essere modificata anche radicalmente.
Sconfiggere la paura allora diventa una priorità per liberare l’essere umano da questa sorta di “servitù volontaria”. E la paura si può cominciare a distruggere riconoscendo la propria contraddittorietà, la propria esistenziale incertezza, la specificatamente umana limitatezza, ma anche la propria incontinente capacità di sognare.

Francesco Codello