Rivista Anarchica Online


dopo Saddam

Il groviglio iracheno
di Antonio Cardella

 

L’aggressione all’Iraq non ha portato alla “democrazia” e alla “libertà” ma al controllo del petrolio iracheno, che è un tassello decisivo nella strategia di Bush.

Conclusa o meno che sia la fase acuta della guerra preventiva, scatenata dall’amministrazione Bush contro l’Iraq, indicato come primo stato canaglia, i nodi del dopoguerra sono subito venuti al pettine particolarmente aggrovigliati.
Nell’area direttamente investita dal ciclone, le etnie e le fazioni religiose che coesistevano nel territorio, unificato in stato nazionale dalla Società delle Nazioni all’inizio del XX secolo, non hanno tardato a manifestare le loro reali intenzioni, concordi soltanto su un punto: il ritiro pressoché immediato delle forze armate americane e l’instaurazione di un governo autonomo in grado di decidere le sorti del paese, liberato dalla presenza ingombrante di Saddam Hussein. Ma da questo orecchio gli americani non sentono, e, tanto per far capire come intendono procedere, nel governo militare provvisorio hanno inserito un alto funzionario del Dipartimento di Stato. La realtà è che gli Stati Uniti sono ben lontani dall’ipotizzare un avvenire del tutto autonomo di uno stato iracheno. Pensano infatti di creare quattro o cinque presidii militari permanenti, localizzati nei punti strategici di snodo delle vie del petrolio, così da essere in grado, non soltanto di condizionare il modello di sviluppo del nuovo stato, ma di controllare l’erogazione dell’oro nero a quelle nazioni che dal petrolio iracheno in varia misura dipendono. In questo quadro il rientro in Iraq delle majors a stelle e strisce, a fronteggiare le presenze francesi e russe con regolari concessioni per l’estrazione e la raffinazione del petrolio, costituisce un passo decisivo per realizzare quel gigantesco strumento di ricatto, soprattutto rivolto contro l’Europa, che, a nostro giudizio, è un tassello decisivo nella strategia imperiale dell’America di Bush.

Controllare il prezzo del petrolio

Naturalmente, una cosa sono le intenzioni e altra, ben diversa, le possibilità concrete di realizzarle. Ma questo punto del controllo del petrolio iracheno è irrinunciabile nella strategia americana di dominio del mondo, sicché non si fa fatica a ipotizzare che non si lascerà nulla di intentato per venirne a capo, neppure la prosecuzione della politica di minaccia militare nei riguardi di chi, comprendendo appieno il disegno complessivo, dovesse opporvisi.
Ma perché questo tassello è decisivo nel ridisegnare la geopolitica del mondo, soprattutto di quello industrializzato?
Per capire il problema in tutte le sue componenti, occorre porre attenzione a un altro aspetto connesso al petrolio iracheno, che è quello di poterne controllare il prezzo.
Il petrolio che si estrae in Iraq, oltre ad essere un greggio a basso tenore di zolfo (il che ne facilita enormemente la raffinazione), ha, con quello saudita, il minore costo di estrazione. Per avere un’idea delle proporzioni, basta considerare che il costo di estrazione del petrolio iracheno è di un dollaro al barile, a fronte dei 5/6 dollari del petrolio russo o messicano, ai 10/12 dollari del petrolio del Mare del Nord, sino ai 20/22 dollari dei giacimenti del Texas e del Canada.
Controllare l’erogazione e il prezzo del petrolio iracheno significa così, non solo assicurarsi approvvigionamenti e riserve a basso costo, ma avere un ruolo decisivo nel determinare la politica energetica dell’intera area, con la possibilità di mettere in crisi concorrenti pericolosi, come l’Arabia Saudita, che è attualmente la principale fonte di approvvigionamento per l’intero mondo industrializzato. Gestire al ribasso il prezzo del petrolio iracheno, secondo il disegno americano, avrebbe, nel medio periodo, l’effetto di ridimensionare l’intera economia saudita, riducendone, conseguentemente, il prestigio politico nell’intero mondo arabo.
La partita vera e definitiva, però, si gioca sul versante dell’assetto giuridico da dare all’intero comparto nel futuro stato iracheno. E qui, le visioni dei vincitori sono diverse, direi opposte. Per Tony Blair e una parte non insignificante dell’amministrazione Bush (le cosiddette colombe), si deve tornare all’istituzione di una Compagnia statale del petrolio, dove siano rappresentate tutte le etnie del territorio, affiancata attivamente dall’OPEC, che sia la sede deputata a prendere le decisioni strategiche, sia in materia di investimenti che di gestione. Secondo i cosiddetti falchi, capitanati dal vice presidente Cheney, che è l’ispiratore della politica energetica di Bush, occorre privatizzare l’intero settore, affidando ai capitali privati (quali quelli, per esempio, della Exxon Mobil, della Texano Chevron e dell’onnipresente Hollburton) il compito di regolare il mercato.
Se dovesse prevalere la prima ipotesi, sarebbe inevitabile il ritorno in gioco di organismi quali l’OPEC, che l’amministrazione Bush intende esplicitamente sabotare, e, direttamente o indirettamente, l’Unione Europea e l’ONU, istituzioni, pure queste, non gradite dall’attuale governo degli Stati Uniti.
Come si vede, anche sul futuro del petrolio iracheno il dilemma è se a gestire il dopoguerra saranno gli organismi internazionali attualmente esistenti, anche se fortemente delegittimati dalla guerra preventiva attuata dagli anglo-americani in barba ad ogni norma di diritto internazionale; oppure gli Stati Uniti saranno riusciti a compiere il primo passo significativo verso il dominio del mondo.

Altra vittima: l’Europa

Il dramma della guerra all’Iraq ha fatto un’altra vittima, anche se tutt’altro che illustre: l’Europa. Quali che siano stati gli schieramenti, a favore o contro l’intervento americano, a guerra finita, è difficile trovare uno stato membro che, in un modo o in un altro, non ne sia uscito con le ossa rotte.
Francia e Germania, che sono state le capo fila del fronte del no, adesso si trovano a dover assumere un atteggiamento assai prudente, e non soltanto perché sono in gioco consistenti interessi, specialmente francesi, nell’area investita dal conflitto, interessi che adesso è assai più difficile tutelare, ma perché verosimilmente dovranno ricontrattare con i vincitori il loro ruolo nel contesto internazionale. Dovranno aggrapparsi all’ONU per non trovarsi del tutto isolate, considerato che l’UE è solo poco più che un’espressione linguistica ed è comunque destinata ad essere penalizzata economicamente (ma non soltanto) da un tradizionale alleato, l’America, che, in prospettiva, la considera un concorrente naturale e pericoloso.
Né stanno meglio quelle nazioni europee che il conflitto hanno appoggiato. È vero, l’Inghilterra siede al tavolo dei vincitori, ma adesso misura in tutta la sua pericolosità la visione geopolitica del mondo ridisegnata da Bush e dai suoi collaboratori. In più Blair ha già cominciato a pagare assai caro, in termini elettorali, l’essersi schierato acriticamente con Bush, contro il volere di gran parte dell’opinione pubblica del suo paese. Nelle ultime elezioni amministrative di inizio maggio, i laburisti hanno perduto ottocento seggi e oltre un milione di voti.
Di Italia e Spagna non vale neppure la pena di parlare. Anche se Aznar ha conservato un minimo di dignità in più del suo omologo Berlusconi, ambedue non sono andati al di là della parte loro assegnata di servi sciocchi.
Le manovre che adesso si compiono vedono la diplomazia europea impegnata soprattutto a ipotizzare forme di riarmo “difensivo”, che possano mettere d’accordo i membri di una corte dei miracoli che, altrimenti, non avrebbero altri argomenti da trattare, considerate le distanze che li separano e lo spirito particolaristico che li anima.
Dal canto suo, l’America tenta di allargare le crepe e fa leva sulle nazioni che costituiscono le nuove leve dell’Unione per inserire ulteriori motivi di tensione. Un segnale di questa strategia è l’enfatizzazione della partecipazione della Polonia all’impresa irachena e i compiti di un certo rilievo che al contingente polacco si intendono affidare nel dopoguerra.

Ulteriore sconfitta della sinistra

In questo quadro già di per sé drammatico, occorre registrare un’ulteriore sconfitta della sinistra o, almeno, di ciò che di essa rimane nel nostro Continente.
Del laburismo di Blair abbiamo già accennato; della sinistra italiana è superfluo parlare perché il suo sfacelo è sotto gli occhi di tutti. In Germania, Schroeder era alle prese con gravissimi problemi economici già molto prima che il conflitto scoppiasse e, adesso che esso si è concluso nel modo che sappiamo, è difficile ipotizzare che le cose possano andar meglio, anche perché, in qualche modo, l’essersi schierato dalla parte perdente sul piano militare, limita ulteriormente la già opaca visibilità internazionale del cancelliere tedesco.
A nostro modo di vedere, questa sinistra, che non ha ancora metabolizzato la perdita della bussola teorica costituita dal marxismo, beccheggia paurosamente tra istanze vetero riformiste di tipo socialdemocratico e velleità pararivoluzionarie non sostenute né da analisi puntuali della realtà attuale, né da progetti credibili di trasformazione della società. Il risultato più evidente è che non riesce neppure a capitalizzare le spinte che pure vengono dalla base e qualche volta – come nel caso dell’opposizione alla guerra all’Iraq – sono assai consistenti e fortemente motivate.
Questa defaillance determina un vuoto che ingigantisce le possibilità di attuazione di una globalizzazione senza regole che, a sua volta, favorisce i disegni imperiali degli Stati Uniti e del capitalismo mondiale.
Nel giro di qualche mese, insomma, la situazione internazionale è profondamente mutata ed ha subìto un’improvvisa accelerazione il processo di generale omologazione ai modelli di sviluppo imposti dal mondo dei ricchi al resto dell’umanità.
Non occorre aggiungere, a questo punto, che, o il movimento antagonista riuscirà a dare subito una risposta forte e decisa, oppure la partita è perduta per chissà quanto tempo.

Antonio Cardella