Rivista Anarchica Online


guerra contro le donne

Scontro di civiltà?
di Maria Matteo

In Nigeria come in Somalia, in Afghanistan come in Argentina, l’unico «scontro di civiltà» reale è quello che vede opporsi le ragioni della libertà a quelle di chi, sotto il turbante dei talebani o la divisa dei marines, vuole negarla.

La storia di Safya Hussein Hungar Tudu, la donna nigeriana condannata alla lapidazione perché giudicata colpevole di adulterio da un tribunale islamico, è ormai di dominio pubblico. La sua vicenda, diffusa in rete da un iniziale tam tam sotterraneo di mail, è divenuta un «caso» amplificato da tutti i maggiori media nostrani al punto che per lei si sono mossi politici di vario colore, prelati e femministe, giornalisti di grido ed anonimi cittadini.
Anche nel mio piccolo giro di compagne, amiche, anarchici e femministe si è tentato di fare qualcosa: spedire lettere alle ambasciate, scrivere articoli, raccogliere firme, per non restare impotenti ed inorridite ad attendere che Safya venisse sepolta in una fossa e massacrata a sassate per la «colpa» di aver fatto l’amore fuori dalle regole stabilite dalla legge religiosa.
Mentre scriviamo ancora non sappiamo se la mobilitazione internazionale a suo favore sortirà qualche effetto, se per lei ci sarà un futuro, se riuscirà a veder crescere il suo bambino, il segno tangibile, per i suoi giudici, della sua colpevolezza. Non possiamo che insistere nei nostri sforzi perché la luce gettata sulla sua vicenda non si spenga, dandole così una chance di salvezza. Tuttavia proprio questo fascio di luce, questa grande esposizione mediatica che, forse, per lei rappresenta l’unica possibilità di sfuggire ad una morte atroce, ben si prestano ad alimentare il dubbio che tanta attenzione rispecchi, oltre all’indignazione morale anche un assai meno etico calcolo politico, un gioco subdolo che rimanda al sempre negato ma costantemente alluso «scontro di civiltà» che è uno degli sfondi dell’atroce partita che, sempre più lontano dai riflettori, si sta giocando in Afganistan.
Mentre l’eco dei morti delle Twin Towers si va lentamente affievolendo, una vicenda come quella di Safya, con l’innegabile bagaglio emozionale che scatena, non può che contribuire a meglio disegnare il nuovo «impero del male» rappresentato dall’estremismo islamico, per combattere il quale tutto diviene lecito. Anche quattro mesi di bombardamenti ininterrotti sulla popolazione di un paese già stremato da un quarto di secolo di guerra, dove la fame, le mine, le malattie completano l’opera già compiuta dalle bombe. Anche una legislazione di guerra che, in barba ad ogni convenzione sui prigionieri, alla faccia dei fondamenti stessi della propria civiltà giuridica, consente la tortura e le condanne senza appello. Anche la programmazione di nuovi interventi armati in altri paesi sospettati di connivenza con i terroristi di Al Quaeda: dai martoriati Iraq e Somalia allo Yemen.


Mostruoso e disumano

Nella gigantesca operazione di propaganda a sostegno di «Libertà duratura» le donne hanno rappresentato un importante tassello nell’opera di demonizzazione del nemico. Intendiamoci. Il regime talebano, così come gli integralisti islamici delle più diverse fazioni – compresa quella attualmente al potere in Afganistan – si prestano sin troppo bene al ruolo loro assegnato: la loro «politica» nei confronti delle donne si configura come crimine contro l’umanità. I propagandisti di guerra americani non hanno avuto alcun bisogno di ricorrere all’esagerazione od all’inventiva per delineare l’immagine del nemico, che, si sa, è sempre mostruoso e disumano, tanto mostruoso e disumano da giustificare l’impiego senza riserve della forza, anche quella più brutale. I talebani erano abbastanza cattivi da non rendere necessarie particolari forzature a parte, ovviamente, quella di far dimenticare il sostegno da loro ricevuto sino a pochi giorni prima dell’attentato contro le Torri Gemelle.
Per lunghi anni la denuncia della condizione delle donne afgane sotto il regime dei mujaheddin prima e, dal ’96, sotto quello talebano, è stata appannaggio di poche minoranze prive dei mezzi atti a promuovere l’indignazione e la mobilitazione di una più vasta opinione pubblica. Le centinaia di donne afgane lapidate o frustate a sangue per il loro comportamento sessuale o, anche, per la semplice esposizione in pubblico di un braccio o di una caviglia rimasero avvolte nel più fragoroso dei silenzi. Quando, nella primavera del 2000, i riflettori dei media si accesero ad illuminare la vicenda dei Buddha di Bamyan, oggetto della furia iconoclasta dei talebani, poco o nulla emerse delle disumane condizioni di vita delle afgane. Ma, d’altra parte, mentre le foto della distruzione dei Buddha fecero il giro del mondo, solo sul sito internet delle donne della RAWA (Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afganistan) (1) si potevano trovare le immagini che testimoniavano il massacro di trecento azarà (2) che avevano tentato di opporsi alla demolizione degli antichi monumenti.
In marzo evidentemente l’amicizia con il governo talebano aveva la priorità sui diritti umani della maggioranza della popolazione afgana.
Alla fine dell’anno, come sappiamo, il quadro si era profondamente modificato e la macchina propagandistica statunitense aveva un altro obiettivo: dimostrare come il governo nato sotto la sua egida durante le trattative di Bonn fosse foriero di un profondo cambiamento per le donne afgane. Impresa apparentemente improba perché i signori della guerra del Fronte Unito, la altrimenti detta Alleanza del Nord, giunti al governo dopo la sconfitta dei sovietici, si distinsero per la ferocia nei confronti delle donne. La denuncia di Rawa delle efferatezze compiute nel recente passato dai nuovi padroni dell’Afganistan rimase ancora una volta inascoltata, accolta dal sostanziale mutismo dei media che invece amplificavano a dismisura alcuni volti di donne senza il burqa per le strade di Kabul. Ma, sebbene i nuovi padroni dell’Afganistan fossero pessimi attori e si distinguessero persino in bastonature di donne sotto l’occhio delle telecamere, l’operazione ancora una volta riuscì grazie a qualche intervento cosmetico come l’ingresso nel governo di un paio di donne. Nella neolingua del 2002 i buoni sono diventati cattivi ed i cattivi buoni: ed il gioco è fatto!


Le donne di Plaza de Mayo

In questi giorni, progressivamente, l’Afganistan si sta preparando a tornare nell’oblio riservato ai luoghi remoti, un po’ selvaggi, da assaporare con quel tanto di gusto per l’esotico di stampo coloniale da cui i palati occidentali non si sono mai disassuefatti. I bambini continueranno a saltare sulle mine, la denutrizione ne ucciderà anche di più, le donne, ancora alle prese con fanatici integralisti, dovranno pagare con lacrime e sangue brandelli di libertà e dignità. Ormai il loro compito di icone di una «Libertà duratura» si è esaurito nei flash dei fotografi.
È tempo di partire per altri lidi, per nuove avventure. Chissà, forse è la volta della Somalia, dove qualche anno fa la pax americana non riuscì ad imporsi con efficacia ed è quindi tempo di finire l’opera. Con buona pace dei somali che durante l’ultima visita di cortesia sperimentarono sulla loro pelle il significato di un’operazione che, grottescamente, venne battezzata «Restore hope» (ridare la speranza). In quell’occasione i «nostri» prodi della Folgore si distinsero in modo particolare nelle torture e negli stupri. Chissà come si coniuga in queste occasioni lo «scontro di civiltà»? Anche questa vicenda, dopo lo scandalo delle foto di quelle torture e di quegli stupri pubblicate da Panorama, è ormai avvolta nel silenzio, archiviata nella memoria prima ancora che nelle inchieste giudiziarie. Come nell’archivio ben serrato delle vergogne nazionali è sepolta la storia del feroce colonialismo italiano nel Corno d’Africa dove gli «italiani brava gente» sperimentarono con successo torture e genocidi.
Queste memorie recenti e meno recenti renderebbero ben ardua la costruzione del paradigma dello scontro di civiltà, dell’opposizione tra il regno della libertà e della tolleranza e quello del fanatismo e della persecuzione del diverso. Per questo la storia si fa da parte per far spazio alla cronaca e questa si piega docile alle esigenze della propaganda, quella propaganda che vuole i cattivi cattivissimi ed i buoni, appunto, buoni.
In questo gioco sporco le donne, la loro libertà e dignità, rappresentano un tassello che di volta in volta è necessario oscurare od illuminare, senza alcun riguardo per la verità e per i percorsi, sempre difficili, di liberazione. Ben lo sanno le femministe afgane di Rawa che da quasi un trentennio hanno sostenuto un percorso di emancipazione che, mai, si è piegato alle esigenze del padrone di turno: fosse questo mujaheddin, sovietico, talebano od americano.
Per loro, come per noi, l’unico «scontro di civiltà» reale è quello che vede opporsi le ragioni della libertà a quelle di chi, sotto il turbante dei talebani o la divisa dei marines, vuole negarla.
E, sempre a proposito di «scontro di civiltà» (e, magari, e di religione) non possiamo dimenticare che nel nostro paese le destre e qualche autorevole prelato hanno suggerito di porre un freno all’immigrazione islamica per favorire l’ingresso di immigrati da paesi culturalmente a noi più vicini, possibilmente cristiani, meglio ancora cattolici, e magari di origine italiana. Con l’aria che tira verranno accontentati: già si annuncia l’arrivo di numerosi argentini. Il nostro augurio è che, avendo assaggiato sulla loro pelle uno dei fiori all’occhiello dell’occidente, il libero mercato ed i suoi frutti amari, portino con se le loro pentole, le pentole sulle quali, sia pure per pochi giorni, hanno suonato la musica della libertà. Una libertà la cui icona reale, umana, vissuta con coraggio non oscurabile, sono le donne di Plaza de Mayo, donne capaci di opporsi alla dittatura militare come alla dittatura del mercato.

Maria Matteo

Note

1. Per maggiori informazioni su Rawa si consiglia una visita al loro sito: www.rawa.org
Cfr. inoltre l’intervista a Matilde Adduci delle Donne in Nero di Torino relativa alla sua recente visita presso le donne profughe in Afganistan «Le partigiane femministe di Rawa» in Umanità Nova n. 44 del 16 dicembre 2001
2 Gli azarà sono una delle molte etnie che popolano l’Afganistan. Di origine mongola ed islamici sciiti sono stati sovente oggetto di persecuzioni.