Rivista Anarchica Online


 

L’anarchico in bici

Il romanzo, Il piccolo diavolo nero è l’ultima fatica dello scrittore Gianfranco Manfredi: e dire fatica è veramente un termine appropriato per questo libro, guardando lo sforzo che l’autore ha dovuto compiere nella ricerca, per poter descrivere in modo convincente la Milano della fine secolo.
Il racconto si delinea e si sviluppa in quegli anni che sono stati di cambiamento epocale, anni che vanno dal 1890 al 1900, le cannonate di Bava Beccaris sparate sui milanesi, scesi in piazza per protestare contro l’aumento globale del grano, sembrano ora come il suggello di un’epoca.
Il soggetto che dovrebbe dare l’impronta al romanzo e l’irrompente bicicletta e il piccolo diavolo nero, che ne da il titolo, è il corridore milanese Romolo Buni, che agli albori di quello sport vinceva ogni corsa, e nell’euforia di quegli anni sfidava anche i cavalli, suo grande antagonista fù un falso Bufalo Bill.
Ma il velocipede, come si chiamava allora, nella struttura e nello svolgimento degli avvenimenti narrati, è quasi un espediente per affrontare con le pedalate della storia e della fantasia, gli usi, i costumi, il linguaggio, la politica e gli uomini di quel tempo.
I protagonisti della nostra storia, prenderanno coscienza del proprio io, matureranno e sceglieranno le loro strade anche per merito di quelle due ruote, che mostreranno loro una realtà che non avevano mai visto, voluto o potuto vedere.
Quello che emerge da queste pagine, quello che fa pensare e discutere insinuando il dubbio, è il confronto che emerge tra il progresso che si delineava allora ed il progresso e il globalismo in cui ci troviamo avviluppati oggi.
Il mezzo meccanico a due ruote, guardato in quegli anni con paura e sospetto, da conservatori e benpensanti, come qualcosa di diabolico, acquista oggi una dimensione umana e romantica, sia nella sua costruzione sui banchi nelle botteghe artigianali, che nella sua dinamica ecologica, raffrontandolo all’alienante catena di montaggio delle odierne officine.
In quegli anni, nel contempo, s’inneggiava e si guardava al progresso indiscriminato, come ad una divinità benevola, che avrebbe per sempre messo fine alla miseria, alla disuguaglianza e all’ignoranza, una panacea che avrebbe cancellato tutti i mali del mondo.
Il famoso balletto Excelsior, creato appositamente per la fiera universale di Parigi del 1900, inneggiante indiscriminatamente ad ogni progresso umano, dalla luce elettrica al traforo delle Alpi, descriveva magistralmente, anche se in modo succinto, le aspirazioni e gli aneliti che pervadevano gli uomini di quella fine secolo.
A distanza di cento anni, dagli avvenimenti magistralmente narrati nel libro di Manfredi, abbiamo dovuto ridimensionare amaramente e notevolmente le aspirazioni di quegli anni.
Il progresso non si sviluppò in funzione del bene e della felicità degli uomini, ma solo in funzione del profitto: dai nuovi farmaci all’agricoltura non si pedalò sulle ali dell’utopia del divenire umano, ma solo per il raggiungimento e il mantenimento di sempre più potere e ricchezza.
Il piccolo diavolo nero, con il suo inscindibile nero vessillo, oggi, non trova più spazio nelle anonime e mortifere autostrade.
Pedala ancora e sempre, come i nostri protagonisti di quel tempo, verso un diverso divenire, a volte anche solo sulle ali di una parola o di una canzone che sanno ancora dire NO.

Pietro Valpreda

 

La (mia) lezione del Diana

Sta per uscire, per le edizioni Samizdat, la ristampa del volumone di Vincenzo Mantovani Mazurka Blu, edito nel 1978 da Rusconi: uno studio ed un affresco dell’Italia degli anni ’20, con al centro l’attentato al Teatro Diana. La riedizione è preceduta da uno scritto di Paolo Finzi, che qui proponiamo.

Quando Vincenzo Mantovani iniziò a lavorare intorno al progetto ed ai primi materiali che, vari anni dopo, si sarebbero concretizzati in Mazurka Blu, prese contatto con gli anarchici milanesi. Ci incontrammo – un dopocena nei primissimi anni ’70 – nella redazione della rivista anarchica “A”: Vincenzo mi apparve subito come una persona gentile, discreta e molto efficiente. Su di un quadernino aveva stilato, in piccola calligrafia, decine di domande di ordine generale (sul contesto storico, sul ruolo del movimento anarchico, ecc.) e soprattutto specifiche (avevamo sentito nominare il tal dei tali? E la compagna di Malatesta? Era ancora vivo quell’anarchico che nel ’20 faceva l’editore? e via discorrendo).
Noi eravamo sanamente prevenuti. L’attentato al Teatro Diana era sì avvenuto mezzo secolo prima, ma - per svariate ragioni - era ancora di bruciante attualità. Basti ricordare che all’indomani dell’attentato di piazza Fontana (12 dicembre 1969), nell’immediato indirizzarsi verso gli anarchici non solo delle indagini poliziesco-giudiziarie ma anche del battage dei mass-media, subito era stata ritirata fuori – e con quanto clamore! – la strage del Diana. Nelle prime giornate successive a quella che sarebbe poi passata alla storia come “la strage di stato” per antonomasia, più che le rivelazioni sensazionali su Pietro Valpreda (“la belva che ci ha fatto piangere” titolò un giornale) fu proprio il parallelo con il Diana, dato in pasto all’opinione pubblica, a incidere negativamente sull’immagine del movimento anarchico.
Se già noi anarchici eravamo stati capaci di seminare la morte tra gli innocenti, e poi proprio a Milano, e poi proprio in un luogo di pubblica affluenza (allora un teatro, oggi una banca), allora...
Noi di “A” – che eravamo anche militanti del Circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”, quello cui aveva appartenuto anche Giuseppe Pinelli – non potevamo che essere preoccupati dal fatto che una persona a noi finora sconosciuta, estranea al nostro movimento, mettesse le mani in quella vicenda che certo non conoscevamo nei minimi dettagli, ma che assomigliava tanto ad uno “scheletro nell’armadio”. Volere o volare, gli autori dell’attentato al Diana erano anarchici e l’attentato si era trasformato (contro la volontà degli autori, certo: ma é poi davvero decisivo?) in una strage. Il Diana, in poche parole, era la conferma storica più eclatante che l’equazione “anarchia = bombe” non era solo il parto della vile stampa borghese...
Non avrebbe potuto il nostro cordiale interlocutore occuparsi d’altro? Tra le tante pagine sconosciute, e tutte più belle, della storia degli anarchici italiani, perché scegliere proprio quella che, nel pieno della campagna di contro-informazione sulla strage di Stato, poteva ritorcersi contro di noi? Questo il senso – inespresso – delle nostre obiezioni di fondo al progetto di Vincenzo Mantovani. Gli altri compagni, comunque scarsamente interessati alla ricerca storiografica perché in altre vicende impegnati, augurarono buon lavoro a Vincenzo – e stop.
Io – invece – avevo cominciato in quei mesi a lavorare alla tesi di laurea: una ricerca – che anni dopo sarebbe stata pubblicata (La nota persona. Errico Malatesta in Italia, dicembre 1919 - luglio 1920, Edizioni La Fiaccola, Ragusa 1990) – sul rientro in Italia di Errico Malatesta nel dicembre 1919 e sui successivi mesi di impegno sociale fino al congresso dell’Unione Anarchica Italiana (luglio 1920). Prima della strage del Diana, certo. Ma le mie letture, lo spoglio della stampa anarchica dell’epoca, le mie conoscenze in generale potevano incrociarsi utilmente con quelle di Vincenzo.
Nacque così una collaborazione stretta, che ci vide per uno o due anni incontrarci frequentemente, discutere di aspetti generali, scambiarci le fotocopie fatte negli archivi di stato, ecc. Io ero poco più che un ragazzo, Mantovani aveva quasi il doppio dei miei anni, teneva famiglia, due figli. Io ero assorbito, con l’intensità che molti vissero in quell’epoca, nella militanza politica, lui era certamente un progressista, con un occhio di simpatia per gli anarchici (ed il suo libro ne fa ampiamente fede): ma eravamo molto diversi.
Ricordo che i miei genitori, preoccupati per l’intensità della mia partecipazione alle iniziative pubbliche anarchiche, vedevano con occhio particolarmente benevolo le ore che trascorrevo in casa con Vincenzo – ferrarese come mia madre, che nel capoluogo emiliano era stata attiva già negli anni ’30 nel Soccorso Rosso e che lì venne arrestata dalle autorità fasciste. L’impegno storiografico era visto da loro come un’alternativa tranquilla e non rischiosa alla militanza.
Nel 1975 mi laureai: Vincenzo venne alla discussione della tesi che, nelle sue parti più originali (penso alla ricostruzione dei rapporti tra Errico Malatesta, Giuseppe Giulietti e Gabriele D’Annunzio, e più in generale alla “congiura anarco-fiumana”) era ampiamente debitrice nei confronti delle ricerche di Vincenzo. Qualche anno dopo, infine, uscì – dopo varie vicende legate soprattutto alla ricerca di un editore disposto a pubblicare integralmente il massiccio libro di Mantovani – Mazurka Blu, che personalmente ritengo una delle opere più interessanti ed oneste sulla storia del movimento anarchico in Italia.
Grandi sono i meriti di Mantovani: primo fra tutti quello di aver saputo descrivere bene, con chiarezza di intenti e precisione terminologica, un’epoca lontana della nostra storia, sempre inquadrando gli avvenimenti specifici di cui si occupava nel più generale quadro di quegli anni intricati e tormentati. Non c’è traccia di sensazionalismo nelle sue pagine, che pure affrontano episodi e personaggi che si sarebbero prestati ad un simile approccio.
Come il compianto Pier Carlo Masini, che non aveva alcun titolo accademico “ufficiale” (anzi, era del tutto estraneo all’Università, e da molti cattedratici per questo snobbato), anche Mantovani era un outsider.
Lo scrupolo meticoloso che ha messo nella sua ricerca non ha cancellato quella verve che anima le pagine di Mazurka Blu e ne rende così godibile la lettura.
Reso il dovuto omaggio all’amico Mantovani, resta il Diana. Il suo libro, certo, aiuta molto a comprendere il clima nel quale maturò quel fatto. Ma non dice, non può dire, l’ultima parola, la verità, tutta la verità. Credo che non la si saprà mai.
Resta la coscienza di quanto quell’attentato – come altri attentati compiuti da anarchici o sedicenti tali – oltre a spargere sangue, morte, lutti, abbia contribuito al rafforzamento di un’immagine negativa dell’anarchismo. Troppe volte, nella storia del movimento anarchico, i gesti più o meno sconsiderati di alcuni – pochissimi – hanno fatto ricadere le loro conseguenze sull’intero movimento.
Questo è stato – a mio avviso – il Diana. In un periodo di forte riflusso della conflittualità sociale e di parallela crescita del movimento fascista, quella bomba finì con il favorire lo sradicamento sociale di un movimento, come quello anarchico, che pure aveva ancora una base di massa – anticipando di mesi, forse di qualche anno, la sorte che sarebbe toccata anche agli altri movimenti antifascisti. Le conseguenze del Diana – insieme ad altri, anche più importanti, fattori – si sarebbero fatte sentire anche in esilio ed al confino, fino a condizionare pesantemente la ripresa anarchica nel secondo dopoguerra.
Come il Diana, numerosi altri episodi diversi ma assimilabili hanno caratterizzato la storia dell’anarchismo a livello internazionale, e non solo a fine ’800.
La lezione che personalmente trassi già allora, in quelle lunghe ore trascorse a lavorare con Mantovani, e che poi ho sviluppato nei tre decenni che ci separano da allora, mi ha portato ad aborrire sempre più la violenza terroristica (ché di questo si tratta), le bombe, gli attentati, la mistica della vendetta, la mitologia della lotta dura, il “colpo su colpo” e quant’altro. Credo che il nostro movimento abbia già dato – e pagato – anche troppo.
Esattamente come scrisse pubblicamente uno degli autori dell’attentato del Diana, Giuseppe Mariani – il caro Peppino che conobbi e frequentai negli ultimi anni della sua vita –, all’indomani della propria scarcerazione, dopo aver trascorso un quarto di secolo in carcere condannato all’ergastolo e averne scritto un libro che meriterebbe anch’esso di venire ripubblicato. Quel libro (edito a Torino nel 1953 dalle Arti Grafiche Fratelli Garino) si intitolava Memorie di un ex-terrorista. “Ex”, appunto. E non a caso.

Paolo Finzi

 

Passeggiate: in morte di G.D.

“La formula per rovesciare il mondo non l’abbiamo trovata nei libri, ma girando”.
Passeggiava a lungo, a volte per tutta la notte, da solo o in compagnia, cercando di tracciare nuove vie attraverso Parigi, come se fosse cosa facile, di vederla con occhi nuovi. Questi giri notturni senza fine e senza meta li chiamava a volte esercizi di psicogeografia, che definiva come “studio degli effetti esatti dell’ambiente geografico che agiscono direttamente sul comportamento emotivo degli individui”.
Parigi che amava in modo assoluto stava cambiando ai ritmi della modernizzazione capitalistica.
Le città che erano state luoghi di scambio, civiltà e di libertà si mercantilizzavano e producevano un progressivo isolamento degli individui; le strade luoghi di vita, ridotte a luoghi del commercio, dello shopping, a vetrine di merci.
Riprendendo Marx, oltre Marx, nella sua critica al feticismo della merce, egli affermava che il capitalismo nella sua forma contemporanea si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli: ossia di rappresentazioni che si sono ormai svincolate da ogni rapporto referenziale alla realtà. “Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione”. Lo stato spettacolare e i suoi guardiani, i giornalisti di stato, producono gli eventi in forma spettacolare e trasformano gli esseri umani in spettatori che partecipano tutti al gran varietà costruito da altri. Nella fase dello “spettacolo” la comunicazione umana divenuta una merce e lo spettacolo è l’espropriazione e l’alienazione della socialità umana. La comunicazione spettacolare, al contrario delle apparenze, isola gli uomini. “Considerato secondo i suoi propri termini, lo spettacolo è l’affermazione dell’apparenza e l’affermazione di ogni vita umana, cioè sociale, come apparenza”.
Svelare questo stato di cose richiede una critica della vita quotidiana.
Riprendere la strada, andare alla deriva (dérive), incontrando i derelitti, gli emarginati, gli irregolari nelle bettole della città e bevendo smodatamente, fino al mattino a volte fino all’incoscienza. Deriva: una tecnica di spaesamento attraverso il passaggio improvviso attraverso ambienti diversi che considerava la base di quella rivoluzione della vita quotidiana che si sforzava di praticare oltre che teorizzare, la ricerca sperimentale di un nuovo modo di vivere.
Costruire delle situazioni, ossia momenti di vita concretamente e deliberatamente costruiti per mezzo dell’organizzazione collettiva di un ambiente unitario e di un gioco di avvenimenti. Situazioni irripetibili, costruite nella forma di un’opera d’arte totale che dà forma all’ambiente, concatena performance e gesti assolutamente gratuiti, inventa nuove passioni per affermare nuove forme di socialità e stravolge la comunicazione non solo per scandalizzare, poiché lo scandalo ha breve durata, ma per produrre forme nuove di pensiero.
Confuso con un epigono di dadaisti e surrealisti, ha cercato di distanziarsene ridicolizzandoli. Preferiva essere ricordato come un bandito che un artista. Accusato di ogni specie di crimini, plagio, terrorismo, e controllato quotidianamente a vista dalla polizia, si arrivò ad accusarlo di aver ucciso il suo amico ed editore ricchissimo, Liebermann, freddato con tre colpi di pistola misteriosamente. Diffamato, odiato e adorato come un guru, è diventato persino il personaggio di un romanzo poliziesco, oltre che di numerose biografie acide e malevole. Sapeva di meritare tanto odio e ne era orgoglioso: era per lui segno che la società cercava di proteggersene. Non era certamente una persona facile da frequentare, anche perché si dava arie da aristocratico. Disprezzava al massimo grado giornalisti e cosiddetti intellettuali, ma anche il popolo dei servitori che si accontentano delle briciole avanzate, conquistate duramente con il lavoro di una vita.
“Somigliano molto a degli schiavi perché sono parcheggiati in massa e in spazi ridottissimi in fabbricati lugubri e malsani; malnutriti con un’alimentazione inquinata e senza gusto; mal curati nelle loro malattie che sempre si rinnovano; continuamente e macchinalmente sorvegliati; tenuti nell’analfabetismo modernizzato e nelle superstizioni spettacolari che corrispondono agli interessi dei loro padroni.”
Così sprezzante e sarcastico che pochi dei suoi amici , o cosiddetti tali, hanno resistito a lungo. Alla fine il suo gruppo attraverso innumerevoli e cruente espulsioni, si era ridotto a due persone, lui stesso e un altro.
Forse è improprio nel suo caso parlare di settarismo: era impossibile conciliare un individualismo così estremo con un qualsiasi compromesso che il gruppo necessariamente richiede.
Si occupò di arte, in particolare del cinema, per dimostrare che era finita, che le arti andavano superate in direzione di una rivoluzione della vita quotidiana. Portare a compimento la dissoluzione delle arti come gesto estremo e come nuovo inizio.
Con l’aiuto del suo amico editore Liebermann per un certo periodo affittò una sala dove i suoi film (e solo quelli) venivano proiettati tutti i giorni, anche quando non c’era nessuno spettatore. E doveva succedere spesso, dato che le sue pellicole erano a dir poco irritanti; ad esempio Hurlements en faveur de Sade del 1952 è un film in bianco e nero della durata di 80 minuti, di cui 50 completamente nero e il resto bianco, con la colonna sonora di rumori e citazioni. “Il mondo è già stato filmato, diceva in uno dei suoi film; si tratta ora di trasformarlo”.
Del resto la pratica del plagio, della citazione del détournement erano tra le sue tattiche preferite. “I miei libri sono pieni di trappole, di parole e di frasi che, deliberatamente, hanno molteplici significati. Non per trarre in inganno il lettore, ma perché complessa e con diverse facce è l’esperienza di chi li ha scritti”. Il suo libro più celebre diventato ormai un “classico”, come si dice, teorico, è intessuto di citazioni segrete, rovesciamenti e allusioni: al Capitale di Marx, alla Fenomenologia dello Spirito di Hegel, Mc Luhan, quasi a spingere il lettore a un gioco enigmistico. Il libro del “dottore in niente”, come amava definirsi, La società dello spettacolo, era diventato un cult per gli intellettuali e questo sollevava critiche, veleni, incomprensioni. Visse gli ultimi anni in quasi isolamento, a rivedere e a preparare nuove edizioni delle sue opere, finché temette di essere diventato un sopravvissuto e pose fine alla sua vita con un colpo di fucile in una casa in Alvernia, dopo anni in cui si era ritirato da Parigi.
Molto del suo spirito sopravvive nei movimenti di guerriglia comunicativa, descritti in un libro recente dal titolo Comunicazione-guerriglia.
Esplicitamente gli autori multipli del libro riconoscono la paternità di alcune idee situazioniste, che stimolarono la promozione della guerriglia nei mass-media. Alla psicogeografia si ispirano per esempio quando scrivono che “per compiere azioni di comunicazione-guerriglia è necessario analizzare l’effetto di potere, simbolico e reale, delle strutture parziali, poiché la riuscita delle azioni dipende fortemente dai luoghi in cui si svolgono. Non si tratta soltanto di propagare concetti attraverso interventi nello spazio pubblico: è altrettanto importante cambiare lo spazio in cui si svolge l’azione e riempirlo con nuove concatenazioni di senso”. Oppure alla pratica del fake, il falso, che è una conseguenza della sua teoria del falso indiscutibile. E nell’attuale movimento antiglobale possiamo toccare con mano quasi quotidianamente uno stile di discorso politico e azione simbolica molto simile a quello della comunicazione-guerriglia.
Ecco perché possiamo dire che Guy Débord è oggi più vivo che mai.

Filippo Trasatti

Costruito attraverso:
Felice Piemontese, Dottore in niente, Marsilio, Venezia 2001.
AA.VV., Comunicazione-guerriglia, Derive Approdi, Milano 2001
AA.VV., I situazionisti, Manifestolibri, Roma 1991.
Guy Débord, Commentari sulla società dello spettacolo, SugarCo, Milano 1988.

 

L’anima oscura dell’America

Nazione guerriera. Aspetti del militarismo nella cultura statunitense (Colonnese editore, via San Pietro a Majella 7, Napoli, tel. 081.293900, info@colonnese.it, pp. 160, L. 18.000. euro 9.30). Mai davvero sopito, il dibattito intorno all’“imperialismo americano” è tornato a rinfocolarsi all’indomani dell’11 settembre. Se, come nota l’autore nell’Introduzione, “l’antiamericanismo in Italia ultimamente sembra essere diventato un peccato” (p.7), l’interesse di questo libro, scritto e pubblicato prima degli avvenimenti di questi ultimi mesi, è quello di affrontare questo tema dal punto di vista peculiare di un patriottismo di ispirazione pacifista degli americani “frustrati perché non possono andare orgogliosi della propria patria”, macchiata da un “imperante militarismo” (p. 1). Richiamandosi a una tradizione di pacifismo antimilitarista che va da Henry Thoreau a Mark Twain, fino a Noam Chomsky, Gordon Poole (dal 1975 docente all’Istituto Universitario Orientale di Napoli) ripercorre la storia statunitense leggendola come una storia di conflitti, interni ed esterni. Muovendo da un’analisi di documenti che affermano la necessità di difendere i propri “interessi vitali” da minacce e attacchi “potenziali e reali e non necessariamente militari” per mezzo di politiche estremamente aggressive (bombardamenti a tappeto, armi atomiche e chimiche), l’autore si interroga su come e quando concetti come guerra di annientamento o popolo nemico siano entrati a far parte della cultura militare statunitense.
Poole individua nella Guerra civile il momento di svolta in cui i due concetti divengono operanti, ovvero il momento in cui la guerra, da conflitto di posizione con relativamente pochi morti e poca distruzione, si fa più feroce. La fiamma delle passioni politiche che caratterizza il conflitto, l’introduzione di nuove armi, l’esempio napoleonico importato dall’Europa, sono i diversi fattori invocati per spiegare una delle prime carneficine mosse da una politica di annientamento del nemico. Nemico che non è più inteso solo come l’esercito, ma anche come il popolo che lo sostiene: è questa dunque la prima “guerra totale”. Dalla guerra di Secessione l’America esce profondamente diversa, non solo politicamente ed economicamente (aspetti già molto studiati), ma – quel che è qui più interessante – anche militarmente. Si afferma infatti una nuova mentalità nei confronti della guerra, che rende concepibili, accettabili oltre che tecnicamente attuabili, distruzioni di proporzioni inaudite e sofferenze volutamente inflitte alle popolazioni civili.

Una teoria militare che si andrà replicando a partire dalla guerra di sterminio contro i Nativi americani e che, “costantemente aggiornata e ridefinita secondo i progressi tecnologici e strategici sviluppatasi durante gli anni e le guerre del ventesimo secolo” (p. 23), giungendo ad informare i War Plans della NATO. Pensando al solo conflitto nel Golfo persico, “gli orrori dell’ormai decennale embargo non sono che la conferma di come sia operante il concetto di popolo nemico” (p. 28).
Il libro analizza come l’evoluzione della cultura bellica sia andata intrecciandosi con l’evoluzione di una certa cultura nazionale, rispecchiata e spesso amplificata dagli intellettuali americani. L’idea alla base di concetti come quello ottocentesco di “manifest destiny” (l’America come investita di un destino imperiale), già portatore di istanze imperialistiche, verrà ripresa e rilanciata lungo tutto il XX secolo, con connotazioni diverse: da un fondamento esplicitamente razziale (gli americani come “popolo eletto”) all’enfasi strumentale sulla difesa di valori di libertà e di democrazia che, “definiti dagli americani stessi, vanno imposti forzosamente ma selettivamente al tiranno di turno, giustificando interventi militari per il loro ripristino” (p. 53). Pool mette peraltro in luce come un latente sostrato razzista sia ancor oggi operante nella politica estera americana (“L’indottrinamento delle truppe spesso prevede di inculcare un disprezzo nei confronti dei popoli implicitamente considerati inferiori”), cui contribuiscono anche i mass media demonizzando il nemico di turno, da Saddam Hussein a Milosevic, fino a Osama Bin Laden oggi.
E, in ogni caso, se l’idea del popolo eletto da Dio è forse oggi politicamente insostenibile, “quel che rimane vivo e palesemente operante (…) è l’idea centrale che gli Stati Uniti d’America hanno il diritto (basato sul potere) di dominare il mondo intero per imporre militarmente le istituzioni di un liberismo politico ed economico – un pensiero unico oggi incorporato in istituzioni sovranazionali (...) sulle quali gli Stati Uniti esercitano un’influenza predominante” (p. 55).
Un capitolo analizza infine la retorica di alcuni tra i teorici della filosofia militarista americana contemporanea. Ponendo l’accento sulla centralità nelle “guerre del futuro” del controllo delle tecnologie più sofisticate e dei mezzi di informazione e comunicazione, questi “futurologi” dimostrano ancora una volta di fondarsi su una pregiudiziale ideologica, finendo per giustificare in funzione propagandistica il “nuovo” militarismo.
Il motivo di questo libro, peraltro, è lungi dal rappresentare un puro esercizio intellettuale o accademico: “meglio cercare i motivi economici, politici e tecnici dei grandi fenomeni sociali, anche di quelli bellici, per poter individuare le possibili leve per una trasformazione della società in senso pacifista” (p. 48), è la convinzione di Poole, egli stesso in prima persona un militante pacifista.

Anna Spadolini


Le ali delle donne hanno radici nel mondo

Chi nutre la disposizione a imparare dalle differenze culturali; chi, dalla paura di non ritrovarsi in esse, accede alla grazia di accogliere quanto l’altro-altro ha di più perturbante per la propria fragile identità; e chi, non da ultimo, gode di una sufficiente libertà da far sì che il mistero della vita accresca la capacità di ascolto, trova nel libro di Fatima Mernissi, L’harem e l’occidente (Giunti, Firenze, 2000, pp.192, L. 28.000), quello che fa per sé.
Come era solita dirle Jasmina, la nonna illetterata vissuta in un harem, sapiente cultrice delle illuminazioni (lawami) cui giungevano gli errabondi sufi (i mistici dell’Islam), e sagace divulgatrice delle tradizioni orali di Mille e una notte, “viaggiare è il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza”. Ed un libro come L’harem e l’occidente porta la cifra di un tale insegnamento.
Con leggerezza e passione, con umorismo e intelligenza, l’autrice – nata a Fez, borgo medievale del Marocco, e docente all’Università di Rabat – conduce chi la legge ad un raffronto-viaggio davvero illuminante. Mosso più da enigmi che da soluzioni, il viaggio tocca le rappresentazioni sull’harem presenti – reali e immaginarie – nelle culture maschili occidentale cristiana e orientale musulmana, dove si esprimono le rispettive e malcelate paure erotiche nei confronti dell’altro sesso.
Negli agili e repentini passaggi testuali che articolano il racconto, la tensione dell’autrice è diretta, a partire dai propri sconcerti, a comprendere le ragioni dell’altro. Una sorta di intelligenza d’amore la guida. Comprendere, per lei, significa né sacrificarsi a ciò che l’altro sostiene, accettando, per esempio, lo stile di vita che da quelle ragioni emerge; né omologarlo al proprio convincimento. Comprendere evoca, molto semplicemente e meno doverosamente, riconoscere la diversità, la peculiare irriducibilità che ogni esistenza pone. E riconoscere in tale alterità almeno una piccola parte del ragionamento che la anima. Sembra – questa strana comprensione – sostenere qualcosa di banale e tuttavia avvicinarsi a qualcosa di impalpabile da non riuscire ad aderirvi. In verità, la comprensione umana edifica su un capire per accordo, riducendo sovente ai propri schemi mentali l’incomprensibile dell’altro. Il che, in altre parole, conferma la propria identità personale e culturale, entrambi tanto più ottuse quanto meno aperte sono al riconoscimento della differenza.
Ora, un così comprendere e un così capire, che muovono l’intelligenza d’amore, inducono, in certa misura, pratiche politiche, azioni morali e relazioni umane di tutt’altro genere da quelle che si appellano alla ‘giusta guerra’, alla ‘solidarietà’ in nome di un concetto unilaterale di ‘libertà’, allo ‘spirito umanitario’, alla ‘colpa’ e alla ‘condanna’.
Le operazioni ‘umanitarie’, organizzate su vasta scala in termini di ‘volontariato’ dalle agenzie che prolificano all’ombra delle guerre, non sono accorte della tautologia che si annidia al loro interno. Ciò non di meno sono abbagliate dalle buone intenzioni che le rivestono. Le buone intenzioni traducono in sé idee e valori che, senza ombra di dubbio, tendono a sostenere la pace – più agognata che realizzata, in verità. L’ideologia della pace appare, però, mutilata sulla base di interessi per una esportazione, imposta ad un’importazione coatta, dello stile di vita occidentale come modello universale. E altrettanto inconsapevolmente le buone intenzioni marciano in un circolo vizioso.
Estendendo – o tentando di estendere – all’intero pianeta monocultura mentale e alimentare, le buone intenzioni non si avvedono di ridurre alla fame numerose popolazioni, le cui risorse si basano – in sostanza – sul quadro di un’economia locale di sussistenza. Rese più indigenti di quanto le buone intenzioni riescano poi a sollevarle dalla fame cui l’azione politica le ha ridotte, numerose popolazioni si dibattono in balia di questo ordine omologante. In fin dei conti, il modello di sviluppo dell’economia e della produzione occidentale si rivela – dati alla mano – insostenibile.
Hans Sponek e Denis Halliday, coordinatori dell’intervento umanitario delle Nazioni unite per l’Iraq dal ’98 al 2000, hanno dimissionato dal loro incarico – leggo in una nota di giornale (Il Manifesto, 7 dicembre 2001) – “per non essere complici del genocidio da embargo della popolazione civile irachena”. Gesto da interrogare, certo; ma di per sé già abbastanza eloquente.
Scena non meno eclatante è quella allestita da un’azione militarumanitaria. Dal cielo sopra Kabul, le bombe della libertà duratura sono cadute sulla terra degli abitati unitamente a praticissime confezioni di riso sufficiente a garantire la sopravvivenza di un essere umano per un paio di giorni.
Evento, come dire, ossimorico – bombe e cibo – così firmato: “dono del popolo americano al popolo afgano”.
Viene un po’ da domandarsi: che reazioni susciterebbe, negli animi occidentali, un ipotetico – mai apparso in realtà – scenario dove donne musulmane emancipate organizzano ‘premurose’ associazioni per mettere al bando le operazioni di chirurgia estetica sui corpi delle ‘sorelle’ occidentali?; o ancora che cosa sortirebbe, nel ‘mondo sviluppato’, una mobilitazione delle donne ‘in via di sviluppo’, affinché quegli stessi corpi si liberino dalla soggezione di essere oggetto di normazione, in ordine alla loro fertilità, alla maternità, alla procreazione che, in vero, è sempre più obbligatoriamente assistita dalla pretesa del desiderio maschile di impossessarsene e farne oggetto di scienza? Di fatto, il ricco e potente occidente ha una conoscenza non molto distesa della libertà femminile fuori dal sistema dei diritti.
Di che genere, allora si chiederà, sono le alternative politiche a tutto ciò? Quelle un po’ più nascoste e profonde, incisive che ognuna e ognuno sa attuare a partire da sé, ponendosi in gioco e in pensiero su ciò che (ci) capita.
Per mia parte, ho da imparare non poco dalla politica del passo indietro. Sto imparando che c’è virtù nella politica del niente fare sulla base del già detto e del già fatto, che insistono sul dominio mortifero verso ogni differenza.
Pratiche, quelle del ‘passo indietro’, di ascolto, di riflessione su ciò che non (ci) assomiglia; pratiche di raffinata qualità sono da inventare sull’altro che sta dentro ciascuna e ciascuno; pratiche in parole innamoranti più di quanto non se ne trovino nel frenetico attivismo senza gli occhi del cuore intelligente. La filosofa francese Simone Weil si è così espressa in proposito: non l’amore del prossimo, ma quello per lo sconosciuto è l’amore di dio. Sembra proprio che il pensiero-azione della cultura occidentale sia incapace a fermarsi, a porre un limite alla ‘generosità’ del suo produrre che incorre, non di rado e l’ora presente ne è testimone, in invadenza morale e in invasione territoriale.
Questi temi divagano dal libro della Mernissi che non li tratta direttamente. Lei li anima simbolicamente: almeno per me, lettrice con crescente passione, questo è (stato) l’effetto guadagnato. L’autrice si pone sull’harem dove è nata e cresciuta fino ad un certo punto. Da lì procede su un’impasse; scarta l’ipotesi da convalidare in assoluta certezza o in verità unica. La cultura occidentale (che per lei musulmana rappresenta la cultura-altra) non è forzata ad una propria interpretazione. È svelata invece, ascoltata e indagata con attenzione nel vivo dei rapporti umani. È lasciata parlare nelle opere d’arte, nelle movenze delle abitudini quotidiane, nell’affascinante libertà con cui le persone si muovono in essa. Viene scoperta anche nella nudità del suo ‘machismo’: in quell’harem occidentale dove la bellezza femminile non trova il luogo della sua intelligenza.
Se nell’‘arretrato’ oriente “La mente di una donna è la più potente arma erotica” per l’immaginario maschile, nel ‘progredito’ occidente “le donne intelligenti sono brutte”.
L’autrice si lascia guidare dallo sbigottimento per non sapersi spiegare i ricorrenti “sorrisetti”, immancabilmente stampati sui volti degli interlocutori, ogni volta che il discorso si indirizza all’harem. “Ma davvero lei è nata in un harem?” è la sorniona domanda con cui iniziano le interviste alla scrittrice. Ebbene, se lei si lascia guidare dallo sbigottimento, chi legge il libro è guidato da lei, attraverso ambiti disciplinari molto diversi tra loro, al cuore della sua cultura, della sua sapienza, della sua erudizione e della sua esperienza. Sensibilità, esperienza e tradizione che toccano la storia, la letteratura, la filosofia e le belle arti; tradizione, esperienza e sensibilità circolanti nel rapporto vivo, diretto con altre e altri, piuttosto che ricavate – come l’autrice puntualizza – dalle “autistiche ricerche su internet”.
La conoscenza d’amore di Fatema Mernissi necessita, altresì, rigenerarsi di fronte all’oceano misterioso come l’esistenza, affascinante e con un margine ignoto come la vita simbolica.
Recita così un passo conclusivo simile a uno stupefatto inno di gioia:
“Quando arrivò l’estate mi recai a Terama Beach, tra Rabat e Casablanca, e cercai di scordarmi di Ingres e Matisse e dei loro harem. Ascoltai il ruggito dell’oceano, guardai i meravigliosi tramonti e per ore mi immersi nelle onde dell’alta marea quando la luna è piena: prego e medito -mi dissi -ma lo faccio di fronte all’oceano. Questo è il piccolo, ma strategico dettaglio che sfugge [...]: le donne musulmane moderne hanno guadagnato l’accesso al mare. Hanno polverizzato la frontiera dell’harem voluta dagli uomini e hanno ottenuto il diritto allo spazio pubblico. Velate o no, fatto è che siamo per strada a milioni. Meditare in piedi tra le onde dell’Atlantico è tutt’altra cosa che farlo sedute in un harem, tra quattro mura. Nel mare mi sento connessa al cosmo, e sono potente come “La donna dal vestito di piume” di Sharhazad [... ]Le donne musulmane possono volare e muoversi liberamente, come Shirin sul suo veloce cavallo”.
L’harem e l’occidente dispiega serena e intensa visione di vita, belligerante e tuttavia pacata – giacché il viaggio tra culture diverse, eppure similmente ispirate, è radicato sul senso del conflitto tra i sessi. Senza toni recriminatori e senza vittimismi alla ricerca di tutela, il racconto narra la differenza radicale e radicante per il corso dell’avventura umana. Una differenza al contempo imprescindibile dall’amore per il mondo.

Monica Giorgi