Rivista Anarchica Online


dibattito G8

Né buoni, né cattivi
della Federazione Anarchica Siciliana
Nucleo “Giustizia e Libertà”

Dopo quello di Tobia Imperato, un altro intervento nel dibattito su Genova & dintorni in netta dissonanza con le posizioni espresse da “A”.

Le giornate di Genova devono far riflettere in maniera profonda su quello che dovrà essere il movimento antiglobalizzazione in Italia.
La prima questione che ci colpisce su Genova è stata la forte sovradeterminazione degli apparati istituzionali che dalla mobilitazione di Praga in poi hanno cercato di incanalare le proteste di piazza su obiettivi a loro congeniali quali la repressione più totale e la divisione del movimento in buoni e cattivi. Questo esito è stato ampiamente supportato e fatto proprio dalla stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione, i quali hanno preparato il terreno affinchè l’opinione pubblica non avesse alcun dubbio sul chi giudicare teppista e chi no.
In tale contesto, un anno di strategia della tensione (pacchi bomba più o meno inesplosi, rivendicazioni più o meno accertate, veline dei servizi segreti che prefiguravano scenari apocalittici) non ha fatto altro che acuire e giustificare preventivamente la violenza e le ferocia messe in atto dagli apparati repressivi in quei giorni.
Il risultato più tangibile di quest’operazione è stato il progressivo abbandono della città di Genova da parte di migliaia dei suoi abitanti: una città vuota, blindata, divisa e spogliata della sua coscienza civile.
Di fronte a tutto questo, il movimento antiglobalizzazione si è trovato impreparato operando delle scelte politiche errate.
Il primo grosso errore è consistito nel non aver saputo costruire, prima dell’“evento”, un efficace radicamento nel territorio: di qui, infatti, lo svuotamento fisico e ideale di una città dalle forti tradizioni rivoluzionarie e democratiche.
A questo sbaglio, si è aggiunta inevitabilmente la scelta di puntare tutto sull’evento massmediatico: “dichiarazioni di guerra”, grandi proclami, copertine patinate, continua ricerca del riconoscimento istituzionale tout-court, il tutto condito – guarda caso – da ipocrite velleità scontriste. Risultato? Sconfitta “militare”, repressione brutale, devastazioni a go go, un morto in piazza – Carlo Giuliani.
Per tutto questo bisognava senz’altro trovare un capro espiatorio. il Black Bloc rispondeva esattamente all’esigenza di identificare un colpevole. Essendo difficilmente inquadrabili nelle tradizionali e obsolete categorie del politichese italiano, i militanti del Black Bloc sono stati ridotti a dei meri teppisti.


La solita querelle

Nella concezione consumistica e semplificante che TV e giornali hanno della comunicazione, i blacks sono stati agevolmente definiti come “GLI anarchici”: essendo poi i più “cattivi” tra gli anarchici, sono stati sbrigativamente liquidati come “insurrezionalisti”. Questo minestrone terminologico non ha fatto altro che creare paura e confusione.
Le compagne e i compagni del Black Bloc giunti in Italia pensavano che anche qui, così come avvenuto nelle precedenti mobilitazioni internazionali, le loro azioni di attacco ai simboli del capitale si sarebbero potute amalgamare con le iniziative promosse dal movimento italiano.
Invece, sia a causa dell’astuta sovradeterminazione messa in atto dalle forze dell’ordine che dalla colpevole spettacolarizzazione dello scontro in chiave egemonica di alcuni settori del movimento antiglobalizzazione italiano, si è arrivati ad una situazione in cui l’improvvisazione, il fraintendimento e l’ambiguità generali l’hanno fatta da padroni. D’altro canto, le pratiche di piazza del Black Bloc hanno dato luogo a un esito comunicativo incompreso e incomprensibile dalla maggior parte delle persone, delle quali – a nostro avviso – non si può non tener conto.
In questo scenario si è riproposta la solita querelle tra violenza e nonviolenza in cui chiunque sembra chiamato obbligatoriamente a rispondere con una precisa “scelta di campo”.
Noi ribadiamo ancora una volta che non accettiamo le semplificazioni utili alla logica della divisione pretestuosa tra buoni e cattivi. Non siamo nè l’uno nè l’altro poichè la violenza come “monopolio legittimo della forza” è prerogativa esclusiva delle istituzioni e di tutti coloro i quali pensano il divenire sociale come un processo autoritario. Si può anche essere legittimamente in disaccordo con alcune pratiche di piazza, ma nessuno può e deve aspettarsi che da parte nostra vengano fuori dichiarazioni calunniose e di criminalizzazione nei confronti dei compagni del Black Bloc.
Il movimento anarchico italiano, e qui facciamo più precisamente riferimento all’esperienza di “Anarchici contro il G8”, si è venuto a trovare in una situazione di grossa difficoltà. L’evento Genova per la sua delicata rilevanza internazionale, ha posto i compagni e le compagne di fronte a difficili e ardue scelte operative.
In base allo scenario sopra citato, bisogna ammettere serenamente che molti dei problemi verificatisi a Genova sono stati causati dalla scarsa conoscenza del movimento anarchico internazionale.
Probabilmente, se fossero state stabilite per tempo relazioni reali anche solo in chiave operativa, si sarebbero potuti evitare molti disagi.
È indiscutibile che in diverse parti del mondo gli anarchici e i libertari sono stati presenti sin dall’inizio nelle lotte contro la globalizzazione neoliberista. In Italia pensiamo invece che gli anarchici debbano rafforzare la loro presenza all’interno del movimento antiglobalizzazione puntando sulla radicalità dei contenuti e su un quotidiano lavoro di interazione con più soggetti diversi a livello locale.
Solo tornando a fare Politica nel senso pregnante della parola, abbandonando inutili steccati ideologici e sterili rivendicazioni di appartenenza, potremo pensare a un reale cambiamento dello stato di cose presenti. “Un altro mondo è possibile”, e anche oltre.


Il Forum Sociale Siciliano

Proprio parlando della dimensione locale, tre anni di lotte e mobilitazioni contro la guerra, contro i Centri di Permanenza Temporanea per immigrati, per la libertà di circolazione, a fianco dei Rom, contro i poteri criminali globali (Vertice ONU sulla criminalità transnazionale), hanno portato alla creazione di una rete di relazioni individuali e collettive che ha dato vita a un coordinamento regionale – il Forum Sociale Siciliano – in cui gli anarchici sono stati e continuano a essere parte fondante e propositiva. Questo nuovo soggetto politico si propone l’effettivo radicamento nel territorio siciliano a partire da problematiche reali di notevole importanza: crisi idrica (privatizzazione dell’acqua), immigrazione/emigrazione, militarizzazione del territorio, lavoro/nonlavoro, ambiente, comunicazione, ecc. Il Forum intende promuovere forme orizzontali di aggregazione per una risoluzione dei problemi tramite l’autogoverno del territorio. Dal locale al globale, per l’appunto.
Queste riflessioni nate prima e dopo le giornate del G8 a Genova, vogliono essere un contributo al dibattito che si sta sviluppando dentro e fuori il movimento anarchico.
Un tentativo di fare chiarezza con noi stessi e non solo, nell’auspicio che nel breve futuro si possa arrivare ad essere incisivi e radicali ogni giorno, a prescindere dalle contingenze.

Nucleo “Giustizia e Libertà”
della Federazione Anarchica Siciliana