Rivista Anarchica Online


pedagogia

Né autoritarismo né buonismo
di Francesco Codello

Una pillola per i bambini agitati? È una realtà, sempre più diffusa. Invece...

Sui quotidiani del 12 maggio di quest'anno appare la notizia che è arrivata anche in Italia dagli Stati Uniti la pillola per il bambino che soffre di AdHd (Attention deficit and Hyperactivity disorder), vale a dire di difficoltà di attenzione e di disordine iperattivo.
L'autorità farmacologia italiana competente (il Cuf) ha autorizzato la prescrizione e la vendita di questo psicofarmaco (il Ritalin) in caso di diagnosi accertata e solo dai medici dei centri specialistici.
Lo scopo del farmaco è curare le sindromi ipercinetiche dell'infanzia, cioè tutti quei disturbi di comportamento che sono così drammaticamente presenti all'interno delle aule scolastiche e di ogni luogo di associazione e di relazione organizzata per i bambini e le bambine.
Negli Stati Uniti questa sindrome è sempre più diffusa tra i bambini fra i sei e i dodici anni e il fenomeno, come può notare chiunque abbia a che fare con questa fascia di età, si va diffondendo sempre più spaventosamente anche a casa nostra. I problemi che si pongono sono due: perché avvengono questi comportamenti, quali rimedi sono eticamente possibili.
Questa decisione del Cuf arriva in un momento nel quale si sono susseguiti vari episodi di particolari forme di violenza, talvolta con veri e propri delitti, commessi da ragazzi minorenni, nei confronti di altri minori o di adulti, molto spesso indifesi e deboli. Le cronache dei giornali e delle televisioni e i dibattiti sul tema della violenza commessa da minori, occupano un posto sempre più rilevante. Studi e ricerche sociologiche sulla formazione delle bande giovanili, sulla diffusione del bullismo a scuola e nei luoghi di socializzazione dei bambini e dei ragazzi, sull'incapacità di relazioni positive tra minori, vengono prodotti con sempre maggiore frequenza e il mercato editoriale sforna una molteplicità di libri e saggi sull'argomento.
Un generale piagnisteo, talvolta persino irritante, si alza e si diffonde, diviso tra un rigurgito di autoritarismo invocato da una parte e un pietoso e aristocratico buonismo dall'altra. Insomma aumenta la visibilità mediatica del fenomeno e diminuisce la capacità di affrontarlo.
In questo quadro desolante si rende necessaria una presa di posizione decisa e ferma da parte di chi si sforza di assumere un punto di vista diverso dai due atteggiamenti così apparentemente differenti ma in realtà assolutamente speculari.

Fuga dalla realtà

La richiesta di aumento di autorità e di disciplina, ritenute deterrenti indispensabili per contrastare il fenomeno, si ascrive alla logica di chi pensa che a causare questa realtà di violenza sia una caduta di valori come Famiglia, Chiesa, Stato (schematizzando); l'invocazione alla comprensione e alla pietà, al sociologismo di maniera, si inserisce nella cultura di una certa sinistra progressista che non può perdere fino in fondo la propria identità.
Ambedue queste posizioni però, seppure in forme e modi diversi, sfuggono a una considerazione che io reputo fondamentale: non esiste una condizione esistenziale per l'infanzia e l'adolescenza che sia immune, per non dire pesantemente condizionata, dal contesto sociale e culturale del nostro tempo. Questa fuga dalla realtà è sicuramente prodotta da una paura e da un meccanismo di difesa proprio di ogni forma di potere: l'incapacità vitale di riconoscere negli occhi degli altri (bambini e ragazzi) se stessi, o meglio, in questi casi di violenza e terrore, il frutto delle proprie azioni o delle proprie reticenze. Con questo non voglio dire che vi sia un meccanico rapporto tra ambiente e risultati, ma mi pare innegabile che i condizionamenti sociali e relazionali abbiano un'influenza determinante nella formazione e nello sviluppo della personalità infantile.
E allora quale giudizio possiamo ragionevolmente dare su episodi di efferata violenza, sull'aumento spaventoso di "disturbi di comportamento", senza giudicare prima di tutto noi stessi e il mondo che è stato costruito, talvolta anche da chi pensava di starsene fuori? Come si può pensare che dalle piccole ma significative nostre azioni quotidiane fino alle scelte politiche ed economiche che vengono compiute sulle nostre teste, non scaturiscano i comportamenti e gli atteggiamenti esistenziali di cui poi sentiamo le lamentazioni o le giustificazioni?
Detto questo però il problema non è risolto, perlomeno non credo corretto ed intellettualmente onesto il fatto di liquidare messianicamente la questione rimandandola al momento fatidico del cambiamento epocale della società. Questo per due ragioni: primo perché se mai ci si arriverà, lo vedo un "tantino" lontano, secondo perché le vite sono brevi e noi e i nostri ragazzi viviamo adesso e credo sia indispensabile vivere nel modo più libero e felice possibile. Che fare allora rispetto a tutto ciò, ma soprattutto come reagire di fronte alla pretesa del potere di "sedare" la devianza senza far passare comunque valori e principi violenti?
Non è facile certamente, ma alcune cose, alcuni atteggiamenti, alcune relazioni educative sono sicuramente possibili senza aspettare un futuro che spesso diventa un alibi per non "sporcarsi le mani". Questo diventa più comprensibile per chi quotidianamente vive la realtà dei bambini e dei ragazzi e sa cogliere (vuol cogliere) la loro realtà e soprattutto pensa e agisce perché gli spazi di auto-affermazione diventino sempre più ampi.
Intanto va dichiarato a voce alta che accanto a questa realtà così enfatizzata, per scopi ben precisi, dai media, vi sono un'infinità di esempi positivi di solidarietà, di rispetto, di altruismo che non fanno notizia ma che accadono naturalmente, spontaneamente, nelle aule, nei campi da gioco, nelle compagnie, nei luoghi autentici di ritrovo. Inoltre ritengo utile sottolineare che esiste anche una società informale ma reale che si costituisce sistematicamente e spontaneamente attorno a obiettivi condivisi, gesti di solidarietà, valori propri di una civiltà degna di questo nome.
Pertanto sarebbe delittuoso, questo sì, ignorare le enormi e infinite possibilità di vivere in modo non autoritario i rapporti umani. Ci sono stati e ci sono tuttora esempi concreti, in ogni parte del mondo, di come sia possibile costruire comunità educanti nelle quali ogni bambino e ogni ragazzo possa respirare un clima di solidarietà e di libertà e possa promuovere autonomamente lo sviluppo della sua personalità.

Motivi di riflessione

Ecco perché occorre estendere queste esperienze, dar voce alle emergenti istanze di nuovo comunitarismo, rifiutare con gesti decisi e forti i simboli e le sofisticazioni del mondo del profitto e del potere, allargare gli spazi e rinnovare i linguaggi di una nuova società, in sostanza immergersi nella vita quotidiana senza paura di compromettersi, magari anche solo per segnare una differenza, ma al contempo anche lavorare concretamente a fianco di chi soffre, di chi è in difficoltà.
Allora sembrerà ad ognuno di noi, finalmente, meno importante una astratta coerenza, che pare più un isolamento aristocratico, che una consapevolezza di continui compromessi. Come diceva giustamente Paul Goodman si può fare tutto ciò tracciando un limite oltre il quale non si può andare, pena la scomparsa della propria natura e del proprio essere comunque diversi.
Lavorando con i bambini e i ragazzi possiamo certamente offrire loro, attraverso il nostro modo di essere e il nostro comportamento, motivi di riflessione; la nostra coerente disponibilità ad ascoltare le loro richieste piuttosto che giudicare i loro comportamenti, può promuovere la loro autonoma crescita; incentivare decisioni comuni, paritarie, rispetto a comportamenti devianti, difficili, violenti, può far crescere in ognuno la consapevolezza di essere considerati seriamente e favorire l'autodeterminazione.
Lavorare per portare fuori le paure che producono negli altri adulti rifiuto e ghettizzazione del diverso può creare un clima di accettazione e disponibilità ad apprendere e a misurarsi con le situazioni più difficili.
La pillola allora servirà solo a chi si ostinerà a non capire che senza un cambiamento profondo, seppur graduale, delle condizioni culturali, sociali, economiche e politiche della società non è possibile garantire a dei bambini e dei ragazzi, ma anche agli adulti, una vera libertà e una profonda e non effimera felicità.

Francesco Codello
Illustrazioni di Chiara Elli