Rivista Anarchica Online



a cura di Marco Pandin (marcpan@tin.it)

 

Klezmer

"...Sto con lo yiddish dal '93. Tornai da un viaggio a Varsavia dove si era tenuta una pubblica memoria dell'insurrezione del ghetto, nel suo cinquantenario. Sto con lo yiddish perché chi è venuto dopo può correggere il passato, dargli torto. Ho cominciato per vergogna e per appartenenza al secolo che lo ha distrutto. Proseguo per amore."
(Erri De Luca, dalla prefazione a Ballata di fine Millennio)

Rileggevo qualche giorno fa un articolo di Francesco Martinelli su un vecchio numero della rivista Musiche, a proposito della musica klezmer, soffermandomi sulle motivazioni che hanno portato, in tempi recenti, alla "riscoperta" di questa forma d'espressione.
Innanzitutto la necessità – urgente, importante – di mantenere viva la memoria della shoah di fronte ai tentativi revisionistici che ne mettono in dubbio persino l'evidenza storica.
Una motivazione più elementare, semplice ma non per questo meno seria, questione direi di vero e proprio innamoramento musicale: percorrendo queste strade poco battute – questa musica è fatta dalla gente per la gente, non per le classifiche di vendita – ci si spinge in un viaggio stupendo sino ad una delle sorgenti nascoste del jazz europeo, l'intreccio della cultura musicale araba e mitteleuropea con la tradizione zingara.
Un collegamento rimasto sotto l'orizzonte, emerso solo in casi rari ma emblematici: Django Reinhardt (che al primo ascolto delle incisioni di Louis Armstrong si sentì intimamente parte della stessa tradizione espressiva), e Benny Goodman, che dalle due diverse sponde dell'Atlantico suonarono le loro meravigliose musiche al mondo intero.
Il contributo dato alla musica contemporanea dai musicisti di origine ebraica è davvero consistente: pensate a George Gershwin e, volgendo l'attenzione ai tempi più recenti, a Serge Gainsbourg, Burt Bacharach, Mickey Katz, John Zorn, Don Byron. Musicisti diversi, alle prese con offerte musicali distantissime.
Dice bene a questo proposito Moni Ovadia, intervistato nel bel libro Klezmer! di Gabriele Coen e Isotta Toso (edito da Castelvecchi lo scorso anno ma ...già nei remainders!), un saggio affascinante reso con stile assai divulgativo: "Tra le componenti del successo del klezmer c'è, se vogliamo usare un termine giovanile, il fatto che si tratta di una fusion music ante-litteram e in un mondo che si globalizza la musica di fusione è una delle componenti culturali che noi vivremo come realtà (...). Altro motivo del grande successo di questo genere è l'essere una musica soul. È una musica che esprime il travaglio di un popolo, il suo spaesamento, il suo vagabondaggio...".
E, in alcune note tratte dal libretto che accompagna il cd "Lokshen" di Enrico Fink, Moni Ovadia si spinge oltre: "La musica klezmer, lo shtetl, i rabbini volanti di Marc Chagall, i santi maestri khassidici sono tornati e pullulano nell'immaginario del prospero Occidente, quello stesso Occidente che in tempi tutto sommato recenti li ha sospinti o addirittura "spinti" nel buco nero dell'annientamento. Questa resurrezione culturale che valore ha? In yiddish si usa dire: s'iz git far unz oder s'iz shlekht far unz? Parafrasando potremmo in cuor nostro tradurre all'ebraica: ne abbiamo merito o ne abbiamo colpa? Impossibile dare una risposta univoca. Di questi tempi, molti – soprattutto nella vecchia Europa e da ultimo anche in Italia –- si dedicano con onesta passione al mondo scomparso dell'ostjudentum, se ne sentono orfani, altri vi si baloccano con la stessa corriva disinvoltura con cui trattano ogni fenomeno in. Per un ebreo la questione è cruciale nella prospettiva del travaglio identitario. I nostri maestri ci hanno insegnato: ne parlerai! La memoria ebraica ha il compito di costruire il futuro degli ebrei. La parola etica tuttavia non deve lasciarsi sedurre dalla parola vanità...".
"Lokshen" di Enrico Fink e del suo gruppo (Amit Arieli al clarinetto, Stefano Bartolini al sax, Alessandro Francolini alla chitarra) occupa un posto a sé nell'ipotetico scaffale "file under klezmer" di un altrettanto ipotetico negozio di dischi: al suo interno c'è musica, sì, ma l'attenzione dell'autore è rivolta anche alla parola, al racconto.
Senza offesa per nessuno (e soprattutto senza con questo voler porre la musica in secondo piano: sono esecuzioni mirabili e molto coinvolgenti), questa potrebbe essere una bella "fiaba sonora" per grandi e piccoli.
La storia di "Lokshen" viene da lontano: è una ricerca delle radici della famiglia dell'autore, trasformata in una pièce teatrale intitolata "Patrilineare", e rappresentata da Fink e dal suo gruppo in numerosi teatri della penisola.
Una storia autobiografica e volutamente ironica: col nome "lokshen" (spaghetti) gli emigrati ebrei del Lower East Side di New York City indicavano gli abitanti del vicino quartiere di Little Italy.
"Enrico era una promessa dell'astrofisica italiana, ma le canzoni yiddish lo hanno chiamato e lui non ha resistito...": così lo presenta Moni Ovadia, e quella di Fink è una storia che merita di essere ascoltata e di raggiungere sempre più teste passando attraverso le orecchie.
La sua è una storia che fa sorridere e al tempo stesso stringere il cuore, perché racconta di miseria e di genialità, una storia fotografata mirabilmente dal titolo di una delle tracce: "Un cognome, una foto, una giacca e di un pezzo di carta" (quest'ultimo un foglio di carta intestata della questura di Ferrara, data fine 1943, certificazione dell'arresto dei familiari).
Un racconto in musica (a volerla dire saccheggiando le brevi note informative redatte dalla Materiali Sonori, storica indie toscana che ha coprodotto il disco), che rappresenta un incontro tra l'ebraismo est-europeo dello yiddish e del klezmer, e l'assimilato ebraismo di una comunità come Ferrara, che si avvicina inconsapevolmente allo scoppio della furia razzista.
La registrazione potrebbe verosimilmente essere tratta da uno spettacolo dal vivo, tanto è ricca di feeling, grinta e senso di comunicazione.
Un'opera notevole. Da ascoltare preferibilmente con i bambini (armandosi di pazienza e di informazioni corrette: i piccoli vogliono giustamente sapere tutto!), un disco da regalare agli amici più cari per renderseli ancora più cari, e comunque da copiare e diffondere.
Con questo scopo preciso: per non dimenticare.
Contatti:
Officine della Cultura, tel. 0575 27961, e-mail: officine.cultura@iol.it
Materiali Sonori, via III Novembre, 2 52027 S. Giovanni Valdarno AR, matinfo@matson.it, http://www.matson.it

Altri suggerimenti, per chi ha voglia di investigare.
Einaudi nella collana Stile Libero ha pubblicato di Moni Ovadia Ballata di fine millennio (libro abbinato a un cd che raccoglie le canzoni dell'omonimo spettacolo teatrale) e L'ebreo che ride (libro con vhs): tutt'e due fulminanti (distribuzione commerciale).
L'indipendente Demos di Napoli distribuisce in Italia, tra moltissime altre cose, il catalogo dell'etichetta americana Tzadik – fondata e diretta da John Zorn – che dà spazio alla musica ebraica contemporanea nelle sue più diverse forme: sono dozzine i titoli finora pubblicati, parecchi dei quali di notevole spessore (tel. 081 5645360, http://www.demosrecords.it).
Materiali Sonori ha pubblicato nel 1998 un gran bel libro su John Zorn curato da Walter Rovere: tutt'altro che una celebrazione, è una raccolta critica di scritti, interviste, fotografie e spartiti. C'è anche allegato un cd realizzato con la collaborazione di Eugène Chadbourne (vedi indirizzi più sopra).
Date un'occhiata al loro website, sempre aggiornato di novità, con particolare riguardo alle pagine in cui si offre, complice l'istituto Ernesto De Martino, una grande varietà di titoli in vinile editi negli anni '60 e '70 dai Dischi del Sole e dalla Linea Rossa a prezzi, va detto, più che corretti, lontani dalle vertigini del collezionismo più becero.
Il gruppo trevigiano Barbapedana ha realizzato sinora tre cd stupendi, mescolando mirabilmente musiche tradizionali italiane, mediorientali, balcaniche, klezmer e zingare: li trovate nei negozi del commercio equo e solidale (tel. 0423 858069, barbapedana@libero.it, http://digilander.iol.it/sherele).
La Knitting Factory Records (collegata all'omonimo locale di New York City, da una ventina d'anni centro di diffusione di musiche "altre") ha pubblicato l'interessante antologia "The Jewish Alternative Movement", con brani di Uri Caine, Klezmatics, Anthony Coleman, Gary Lucas ed altri.
La World Pacific (strappo alla regola: questa è una "finta" indie, è collegata alla Capitol americana) ha ristampato su cd nel 1994 alcune vecchie registrazioni di Mickey Katz abbinandole a una manciata di inediti: "Simcha time" è perfetto per far rivivere il grande clarinettista e performer – che amava contaminare le canzoni della tradizione con elementi jazz e cabarettistici – davanti alle vostre orecchie e alla vostra immaginazione. Entrambi questi cd si dovrebbero trovare con relativa facilità nei "soliti" negozi e mailorder specializzati.
L'austriaca Extraplatte ha pubblicato dal 1975 alcuni album del duo formato da Albert Thimann ed Edward Geduldig: si trova il loro "A haymish groove" (un cd davvero bellissimo, cui collaborano tra gli altri Don Byron, Mark Feldman e Guy Klucevsek) nel cestone delle offerte del Megatalogo di Sarzana SP (e-mail: megatalogo@tamnet.it).
Mi è capitata in casa una bellissima cassetta autoprodotta – purtroppo senza informazioni aggiunte – dal duo (triestino?) L'Arpa di Noè (chitarra e clarinetto): le canzoni e le musiche suonano un po' strane – sembrano "finte"! – ma sono simpatiche, non c'è uno straccio d'indirizzo ma penso che ne sappiano qualcosa a Radio Onde Furlane (tel. 0432 530614, ondef@friul.it) oppure all'indie udinese Nota (cas. post. 187 33100 Udine, tel. 0432 582001). Se qualcuno li conosce gli passi il mio indirizzo. Grazie.

Marco Pandin

 

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