Rivista Anarchica Online


 

Residui elettorali
di Carlo Oliva

Dietro il volto del liberismo "compassionevole".

 

13 maggio

Illustrazione di Natale Galli
Illustrazione di Natale Galli

Ricorderete anche voi, spero, quel bel racconto di Isaac Asimov (se è di Asimov, ma credo proprio di sì) che all'Election Day appunto si intitola. Risale, mi sembra, agli anni '60 o '70 e sviluppa l'ipotesi che, in un futuro dato come imminente, le tecniche di proiezione ed estrapolazione delle intenzioni di voto – i "sondaggi", insomma – abbiano raggiunto un livello tale da far sì che sia sufficiente, per assegnare il risultato, il voto effettivo di un singolo elettore estratto a sorte: di quel fortunato rappresentante del popolo descrive, con vivacità di dettagli, la giornata elettorale. È un racconto molto divertente, nonché uno dei rari casi in cui la fantascienza sia riuscita a individuare e descrivere con una certa precisione una tendenza effettivamente operante nelle dinamiche sociali. Ma credo converrete tutti che nemmeno Asimov, in uno dei voli più sfrenati della sua fantasia, sarebbe riuscito a prevedere una situazione come quella cui tutti abbiamo assistito domenica 13 maggio, quando i risultati elettorali erano già stati annunciati e venivano furiosamente discussi in sede televisiva, mentre ancora gli elettori si accalcavano in lunghe file fuori dai seggi. L'ultimo cittadino che è riuscito a esprimere un voto, a quanto pare, lo ha fatto all'alba del lunedì successivo, quando ormai tutti i candidati, vincitori o sconfitti che fossero, se n'erano già andati tranquillamente a letto, sicuri del risultato proprio e altrui.
L'episodio si potrebbe leggere come una conferma paradossale del noto punto di vista anarchico sul valore dello strumento elettorale, anche se non è necessario essere anarchici per sapere che, in base alla logica democratica e a quello che Hugo Dingler chiamava il "principio dell'ordine pragmatico", prima bisognerebbe votare e poi contare i voti (in fondo, nemmeno il singolo elettore di Asimov conosceva, prima di entrare in cabina, il risultato della competizione in cui aveva tanto larga parte). Molti commentatori, di fatto, lo hanno visto come un esempio lampante di inettitudine amministrativa e non hanno mancato di sottolineare le responsabilità di chi ha organizzato le operazioni elettorali e quelle, in particolare, del ministro Bianco. Ma visto che denunciare l'inettitudine di quel ministro, che con quel voto concludeva, comunque, la sua carriera, era come sparare sulla Croce Rossa, nessuno si è particolarmente sprecato sull'argomento. Come nessuno ha avuto il coraggio di far notare come tutta la procedura rappresentasse un caso, patente se mai ve ne fu uno, di violazione della legge in vigore, il che non avrebbe dovuto – in un paese serio – restare privo di conseguenze. Ma sulla serietà di questo paese, ovviamente, tutti i commentatori, da una parte e dall'altra, avevano delle opinioni abbastanza precise.

 

Omologati di forza

Queste, naturalmente, sono pure banalità, anche se, altrettanto naturalmente, il fatto che siano tali non dovrebbe autorizzare nessuno a far finta di niente. Il vero problema è che, a più attenta riflessione, non si può non concludere che tutta la storia non ha avuto, in sé, proprio niente di paradossale. Che una campagna elettorale che si è svolta esclusivamente in forma mediatica, in cui i cittadini sono stati coinvolti soltanto nella loro qualità di spettatori televisivi, in cui i (rari) dibattiti sono stati orchestrati e valutati in termini di audience e i candidati si sono battuti soprattutto su quel piano, si sia conclusa con uno scrutinio puramente mediatico virtuale non dovrebbe stupire nessuno. Ben lungi dall'essere individuati in base alle loro particolarità individuali e sociali, alla loro caratterizzazione personale e di classe, gli elettori erano già stati omologati di forza in quanto semplici fruitori di programmi e detentori di telecomando. Era fin troppo ovvio che in questa situazione il medium imponesse i propri specifici valori su quelli che avrebbe dovuto veicolare, che affermasse se stesso, come unico protagonista politico, in una situazione in cui, a rigor di logica e a norma di legge, avrebbe dovuto soltanto tacere. Nella società dello spettacolo, il singolo cittadino, specialmente quando compie un gesto così poco spettacolare come quello di deporre nell'urna le molteplici schede di cui è stato dotato, non ha uno spazio particolare: la sua stessa esistenza, in effetti, rappresenta un residuo fastidioso, un'anomalia che si può e si deve ignorare.
Molti ritengono che questa situazione sia stata necessitata, in un certo senso, dallo strapotere mediatico di uno dei contendenti. Ma se Berlusconi è riuscito a imporre come terreno di confronto quello su cui era in vantaggio fin dall'inizio, ci sarà ben un motivo. Molti esponenti della sinistra (quelli, almeno, che non erano troppo impegnati ad autogratificarsi giocando coi numeri o ad attribuirsi l'un l'altro la colpa della sconfitta) hanno affermato, nell'immediata fase postelettorale, che la vittoria della destra era soprattutto pericolosa sul piano dell'egemonia culturale e dei valori riconosciuti. Il che era verissimo, naturalmente. Ma il guaio è che su quel piano non c'è stata partita. In termini di subordinazione al mercato, di mercificazione dei servizi sociali, di sottomissione passiva agli interessi forti sul piano internazionale (quella che adesso si chiama "globalizzazione") ben poco la sinistra si è voluta, o potuta, distinguere. Persino sui temi classici dei diritti civili, della libertà di pensiero, di ricerca e di informazione, della laicità dello stato e dell'uguaglianza dei soggetti di fronte alla legge, la maggioranza uscente era stata tanto timida da non incoraggiare proprio nessun entusiasmo. In questi anni abbiamo visto dilagare indisturbata in tutti i settori sociali la cultura dell'individualismo, intendendo con questo termine non certo l'individualismo che del singolo difende i diritti di libertà, ma quella sua versione contraddittoria che più di ogni altra dote apprezza la capacità di imporsi sugli altri, come a dire, oggi, la disponibilità monetaria. Opporre alla strapotenza del mercato e del quattrino una maldefinita esigenza di "solidarietà" o di "concertazione", senza nemmeno provare di far saltare il quadro ideologico del liberismo estremo, è altrettanto futile della pretesa di dare di quel liberismo una versione "compassionevole".

Ma a pedalare saremo noi

Ora, visto che è proprio con queste futilità che ci si è baloccati a lungo e che in qualcosa, quando si arriva al dunque, bisogna ben cercare di differenziarsi, era inevitabile che si andasse allo scontro sul puro piano dell'immagine. Tutti hanno detto, dopo il 13 maggio, che il buon Rutelli non è stato un cattivo candidato, che, anzi, ha fatto dei veri prodigi e si è conquistato sul campo i galloni di leader dell'Ulivo e di coordinatore principe dell'opposizione. Sarà vero, anche se, personalmente, avrei qualche dubbio. Ma il fatto che il poveraccio abbia dovuto guadagnarsi sul campo dei galloni che già gli erano stati conferiti, porrà bene il problema dei criteri con cui, a suo tempo, lo avevano designato. E nessuno, in definitiva, ci toglierà dalla testa l'idea che l'abile Berlusconi, con il semplice espediente di opporre un netto rifiuto alla proposta di uno scontro televisivo diretto, abbia vanificato almeno al settantacinque per cento l'astutissima strategia dello schieramento avversario. Perché quanto a immagine l'uomo di Arcore poteva o vincere o perdere, ma su tutto il resto, non foss'altro che per mancanza di proposte alternative, era sicuro di vincere lui. Come, infatti, è regolarmente avvenuto.
Poi, naturalmente, ci si consola come si può. Ci si può consolare sostenendo che, in fondo, non è andata così male, perché, a prescindere dal fatto che la colpa è stata tutta di Bertinotti, i voti dell'Ulivo (sommati, beninteso, a quelli di Bertinotti), non erano poi tanti di meno, o forse erano persino un poco di più, di quelli toccati al cavaliere e ai suoi alleati. E tanto peggio se le persone normali proprio non riescono a vedere cosa ci sia di così confortante nell'idea di aver subito una batosta storica, che permetterà agli avversari di governare per cinque anni filati, pur disponendo di un patrimonio di consensi pari o appena inferiore al loro, nel senso che di fronte a una sconfitta dovuta a inferiorità manifesta ci si può anche rassegnare, ripromettendosi di darsi da fare per cambiare le cose in futuro, ma se si è convinti che quell'inferiorità proprio non ci fosse, allora sì che i problemi si fanno gravi.
Ci si può consolare con la vittoria alle amministrative di Roma, Napoli e Torino, evitando con cura di far notare come si sia trattato, in due casi su tre, di un trionfo in discesa, in cui i candidati del centro sinistra sono stati eletti con margini di consenso parecchio inferiori di quelli dei loro predecessori. Ci si può persino compiacere del fatto che i presidenti delle nuove camere hanno dichiarato, nei rispettivi discorsi di insediamento, il proposito di garantire i diritti di tutti, senza discriminare l'opposizione, come se, in una simile circostanza formale, fosse possibile dichiarare qualcosa d'altro. Si può dare tutta la colpa al sistema elettorale, dimenticandosi che di questo sgarrupatissimo sistema maggioritario il centrosinistra è stato propugnatore e difensore a oltranza, nonostante lo scarso entusiasmo dimostrato dagli italiani in un paio di referendum. Si può dire di tutto, pur di non riconoscere che la sconfitta era implicita nella scelta di far propria la cultura dell'avversario e di accettarne a priori regole e priorità. In questi casi chi detta le regole prevale sempre su chi le adotta.
Certo, chi ha voluto la bicicletta non può far altro che pedalare. Il guaio è che questo particolare modello di bicicletta lo hanno voluto loro, ma a pedalare, come al solito, saremo noi. Per cinque anni, senza condizionale.

Carlo Oliva