Rivista Anarchica Online


istituzioni

Usucapione della libertà
di Rinaldo Boggiani

Siamo giĆ  in clima elettorale: tutti vogliono riformare. Ma come? E che cosa?

 

Libertà nelle istituzioni. Bella storia. Sono in molti a vantare una ricetta magica per essere liberi nelle istituzioni. State sicuri, però, che alla fine della teoria, del programma politico di riforma, c'è sempre, manifestata, l'esigenza di rispettare le nostre tradizioni, la nostra storia. C'è ancora chi vuole il rispetto dello Statuto Albertino del 1848; chi vede nella nostra Costituzione un continuo ideale, politico, storico, giuridico di quella Costituzione, "in fondo noi italiani siamo figli di quello Statuto", quello concesso dal Re "ai Suoi amatissimi sudditi". Verrebbe da dire "ma come? Se la nostra storia è fatta di poteri forti, poteri dall'alto, com'è possibile costruire un sistema di libertà nel rispetto delle nostre tradizioni?" La domanda è ingenua e acca nisciuno è fess, quindi sappiamo bene che chi dice così in realtà non vuole cambiare niente.
Come rispettare quanto fatto dal Re, dal Duce, dai nipoti del Duce, da falsi costituenti, dai preti? Gli esperti di diritto pubblico sono sempre al lavoro; fanno libri, conferenze, lezioni universitarie; sono al fianco del politico di turno per teorizzargli il suo sentire; prima e dopo la caduta del muro sono sempre gli stessi: possibile? In molti si sono convertiti; molti, ma veramente molti, hanno rivisto le proprie idee dicendo che "sì in verità ho scritto questo ma intendevo dire che… e poi erano discussioni teoriche, accademiche, possibilistiche, guardavano al mondo istituzionale in fieri... e poi scusate, il valore teorico rimane pur sempre ancora oggi". Non rimane che alzarsi e lasciare la sala pensando che, di certo, le cose cambiano lo stesso senza il loro intervento che, anzi, loro sono sempre esistiti, fanno parte del gioco. Alla fine non ci si arrabbia nemmeno. Si abbandonano tante sale per poi non frequentarle più.
A ogni modo, anche se spesso le cose cambiano da sole, anche noi abbiamo una ricetta per cambiare: copiare. Sì, come gli studenti che hanno studiato poco e che comunque non vogliono, non possono abbandonare. Copiare da chi è più bravo; da chi, per un motivo o altro, è riuscito a realizzare un grado di democrazia, di libertà individuale diverso dal nostro. Senza distinguo, senza "sì, ma…" Copiamo e basta. Abbiamo vantato le nostre radici culturali, quando Alexander Fleming scoperse la penicillina? O quando il dottor Jonas Salk ha scoperto il vaccino contro la poliomielite? Le abbiamo invocate quando ci siamo avvalsi dello sfruttamento dell'energia elettrica?
Chiederemo la nazionalità dei componenti l'équipe che troverà il modo di sconfiggere il cancro, l'Aids, l'atrofia cerebrale, il morbo di Parkinson, prima di avvalerci dei loro risultati?

 

Il primo emendamento

Facciamo un esempio. Dopo aver studiato il sistema della stampa negli Stati Uniti d'America, dove il primo emendamento del 1791 impone che "Il Congresso non potrà fare alcuna legge… per limitare la libertà di parola o di stampa…" (la Costituzione italiana impone invece il contrario "Il Parlamento dovrà fare una legge sulla stam-pa… ") non concludiamo dicendo: è un buon sistema, ma… noi abbiamo le nostre tradizioni, la nostra storia, le nostre radici, ecc. ecc. Non dimentichiamo che il primo emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d'America funziona ancora oggi; che in molti hanno provato a cambiarlo, schivarlo, raggirarlo, che sono sorte correnti dottrinali e giurisprudenziali per aggredirlo, abrogarlo, svuotarlo. Niente. Lui funziona ancora: in suo nome, negli Stati Uniti, è possibile bruciare la bandiera per manifestare il proprio pensiero "perché la bandiera è il simbolo di una libertà tanto grande che comprende anche il diritto di offendere questa libertà". Da noi chi brucia la bandiera rischia la prigione.
Potremmo copiare il processo penale con giuria popolare, il federalismo, il sistema elettorale maggioritario.
Guardando il mondo anglosassone ci siamo fatti un'idea: la libertà va usucapita. Se con il possesso continuato nel tempo possiamo diventare titolari di un bene o di un diritto, è questo che dobbiamo fare anche nei confronti della libertà. Nessuno osa toccare una proprietà altrui: se questo succede, c'è sempre una legittima difesa, una legittima rivolta. Bene: questo deve succedere anche riguardo i diritti di libertà. Chi osa toccare, in Inghilterra, il processo con giuria voluto dalla Magna Charta (1215)? Chi, negli Stati Uniti d'America, osa proporre una legge che regoli la libertà di stampa, di coscienza, volute da tutte le costituzioni originarie e infine da quella federale?
Il problema storico dell'Italia in merito al problema libertà, è che non si è mai cominciato a computare i termini di questa usucapione. Per il Re, per la Chiesa, per il Duce, per la guerra, per una costituzione fatta male, per le leggi fasciste che ancora ci governano, per Tangentopoli, logico frutto di stagione di un albero avvelenato; per tutto questo noi italiani dobbiamo ancora cominciare a usucapire la libertà. E si badi bene: non le libertà, ma la libertà. La pluralità di diritti individuali fondamentali non è che una specificazione, una realizzazione della libertà dell'individuo.

 

Lo strano anello

La nostra cultura dogmatica che tutto seziona e tutto razionalizza, sembra aver dimenticato questo rapporto di mezzo a fine fra diritti fondamentali e libertà individuale per cui sui testi di diritto pubblico leggiamo quali e quante sono le libertà (la libertà personale, di coscienza, di manifestazione del pensiero, di domicilio, riunione, associazione, ecc.): un'impostazione che riduce, in sostanza, ciò che per definizione non è riducibile, la libertà dell'individuo.
Se la persona è un assoluto, se l'individuo è un valore in sé, allora non si può sezionare nella sua caratteristica essenziale: la libertà. Se "l'uomo ha in sé stesso tutto ciò che gli appartiene", come ha scritto il primo costituzionalista europeo, Giuseppe Compagnoni (1754-1833), allora si capisce quanto sia assurdo "affidare alla credibilità d'un sistema l'importanza della verità e gli interessi del genere umano". Ecco perché non servono leggi per definire la libertà.
La nostra storia ha invece elaborato un ordinamento giuridico diventato ormai uno strano anello. "Il fenomeno dello 'Strano Anello'", scrive Douglas R. Hofstadter, autore di uno straordinario testo scientifico, Godel, Escher, Bach: un'eterna Ghirlanda Brillante, "consiste nel fatto di ritrovarsi inaspettatamente, salendo o scendendo lungo i gradini di qualche sistema gerarchico, al punto di partenza". E questo è quanto successo a noi italiani. Abbiamo conosciuto vari gradini di un sistema gerarchico, ma siamo sempre al punto di partenza.
Il pittore George Grosz, nel quadro allegorico, "I pilastri della società", dipinto nel 1926, ritrae i rappresentanti del potere nella repubblica di Weimar: un giurista privo di orecchio con una svastica come colletto e un boccale di birra in mano; un deputato con al posto del cervello delle fecalie fumanti e un giornalista con un vaso da notte in testa.
Qualcuno potrebbe obiettare: "Certo Grosz ha ragione, ma... "

Rinaldo Boggiani


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