Rivista Anarchica Online


scuola

Autonomia o decentramento?
di Francesco Codello

Situazione e prospettive della scuola pubblica italiana nell'analisi di un anarchico, storico della pedagogia libertaria, nonché dirigente scolastico.

Le riforme della scuola in Italia si inseriscono in un quadro generale caratterizzato dal passaggio da un'economia di scala ad una della flessibilità, dalla terziarizzazione dei processi, dall'avvento massiccio delle nuove tecnologie, dalla globalizzazione dell'intera società, dall'emergere del concetto di qualità totale. Prioritario è divenuto il conseguimento dei risultati rispetto alla esecuzione formale delle procedure, e il decentramento amministrativo e produttivo è il modello più funzionale alla gestione di questi cambiamenti.
Questi profondi mutamenti si sono resi necessari per garantire l'imporsi di un nuovo sistema mondiale che si regge sul valore prioritario della conoscenza e sul capitale intellettuale. La ricchezza infatti oggi è creata dalle conoscenze molto più che dai tradizionali elementi del lavoro fisico, perlomeno nella parte di mondo che continua ad imporre il proprio sistema al resto dell'umanità.
In realtà viviamo oggi in uno stato di semi-cultura, di approssimazione, in un'illusione di sapere che ci impedisce di apprendere, in una parola in un'età dell'informazione tanto da farci avere l'illusione di sapere senza però permetterci di apprendere. È il consumo di informazioni che si impone sulla selezione delle stesse e sulla formazione di conoscenze che richiedono capacità che l'attuale dimensione e gestione del tempo culturale non permette.
La conoscenza è il principale valore aggiunto della società postmoderna, postindustriale e il sapere è il prodotto principale che viene scambiato.
Solo una minoranza possiede conoscenze mentre la gran massa sprofonda nell'accumulo di informazioni. Naturalmente questo crea una differenziazione profonda all'interno delle società tra chi consuma conoscenze (la stragrande maggioranza) e chi produce ed elabora saperi (una esigua minoranza).
La conoscenza richiede sforzo, concentrazione e può offrire all'uomo le basi per una nuova cultura generale che sappia poi alimentarsi per tutta la vita e dare risposte continue e pone sistematicamente quesiti intorno ai temi e ai problemi che la scienza mette sul tappeto.


Il lavoro cambia fisionomia

Si scontrano dunque due dimensioni del tempo: quello della velocità proprio dell'economia globale e quello della lentezza proprio della conoscenza e dell'apprendimento, il tempo della cultura e dell'assimilazione profonda.
La famiglia per prima ha spalancato la porta ai processi di globalizzazione poiché è divenuta il terminale dei mezzi di comunicazione di massa: radio, TV, telefono, internet ecc. Ciò ha prodotto un forte impatto nei processi di socializzazione e in quelli di apprendimento. Infatti i ragazzi sono ormai sempre più portatori di un'esperienza non diretta ma virtuale della realtà; consumano velocemente ogni esperienza prestando poca attenzione ai tempi più lenti necessari per l'approfondimento.
Assistiamo, spesso impassibili ed impotenti, al diffondersi di una cultura fondata su una "razionalità formale" a scapito di una "razionalità sostanziale", nel senso che siamo razionali nella scelta dei mezzi mentre rispetto ai fini o ai fondamenti si lascia cadere il discorso. Insomma questo uomo nuovo a una dimensione (quella cognitiva) nasce a seguito di una formazione estesa che gli deriva da molteplici "input" trasmessi da scuola e altre agenzie che concorrono a determinare sempre più il valore sociale della conoscenza come consumo.
Non è un caso che tutti i documenti dei principali organismi internazionali raccomandino una formazione che proceda in sintonia con le esigenze del mercato globale. Il passaggio ad un'economia postindustriale peraltro comporta nei paesi ricchi la sottolineatura del valore della qualità e dell'intensità dello sviluppo e alcuni concetti diventano assolutamente dirompenti con il recente passato. Parole e significati come flessibilità, autonomia, cultura dell'incertezza, interazione e partecipazione vengono assunti come nuovi elementi che caratterizzano l'organizzazione sociale del XXI secolo.
La fisionomia del lavoro cambia radicalmente e conseguentemente anche l'intero sistema delle relazioni sociali viene mutato. Il lavoro si trasforma in senso più specialistico e ricco di conoscenze nei livelli più alti e al contempo esplode una enorme massa di nuovi lavori dequalificati, insicuri, interinali.
Ciò determina un aumento delle disuguaglianze anche all'interno dei sistemi più sviluppati, creando una forbice sempre più ampia delle professionalità, tra una ristretta élite di "ingegneri della conoscenza" e una massa di persone di pur elevata conoscenza ma tagliata fuori dai veri processi decisionali.
Insomma un sistema formativo che si fonda su una cultura frammentaria, provvisoria, tesa a pensare solo alla quotidianità e di fatto a negare la progettualità.
I sistemi scolastici delle società postindustriali si reggono su un modello formativo integrato: non è più solo la scuola il centro dell'erogazione delle conoscenze ma l'intero sistema socioeconomico.
Questo determina l'incidenza massiccia, all'interno dei singoli percorsi formativi, della cultura industriale e la conseguente invadenza di modelli organizzativi e formativi mutuati dall'impresa sia essa materiale che immateriale.
In questo quadro assume un ruolo determinante, e funzionale alla logica dominante, la formazione continua e ricorrente, nonché l'estensione e il prolungamento dell'età della formazione. Quelle che sono state mete ambite e perseguite con forza e tenacia dalle forze più progressiste del ventesimo secolo, sono diventate realtà dalle quali non può più prescindere una società come la nostra.


La politica del centro-sinistra

Dentro questa cornice generale, ancora contraddittoria come è tipico nelle epoche di transizione, ma chiara negli intenti delle nuove forme di potere, si è sviluppata anche la politica dei governi italiani degli ultimi anni, senza sostanziali differenze di fondo tra destra e sinistra.
Gli ultimi principali provvedimenti, che hanno stretta attinenza o riguardano esplicitamente la formazione e la scuola, dei governi Prodi, D'Alema e Amato, si riferiscono al "Patto sociale per lo sviluppo e l'occupazione" (1998), in particolare le parti che riguardano le funzioni del sistema integrato di istruzione, la formazione e la ricerca, all'attuazione dal 1° settembre del 2000 dell'autonomia scolastica, alla istituzione del servizio nazionale di valutazione e alla legge di riordino dei cicli.
Tra tutti questi temi e provvedimenti, unitamente ai regolamenti, norme, leggi correlate, quello che costituisce il nucleo centrale attorno al quale tutto ruota è senza dubbio quello dell'attuazione della cosiddetta "autonomia scolastica". È questo un tema che non può non attirare l'attenzione e l'interesse soprattutto per dei libertari, ma al contempo non può che insospettire come sia possibile coniugare la logica dello Stato e quella dell'autonomia.
Per ragionare su questo tema, dopo la premessa che lo inquadra in una logica generale, occorre riflettere anche su quello che è stato il senso più vero della politica italiana dei governi di centrosinistra rispetto alla scuola ed evidenziare come queste scelte siano in sintonia con l'evoluzione del sistema internazionale.
Innanzitutto una scelta decisa a favore di una formazione tecnico-professionale e scientifica (idea di abolire il liceo; riordino della formazione professionale; accentuazione del carattere cognitivo dei curricoli; formazione integrata tra scuole ed industrie e innalzamento dell'obbligo di formazione fino a diciotto anni; sviluppo delle tecnologie multimediali; riforma dell'Università e istituzione delle lauree brevi; ecc.) con prevalente indirizzo economicistico; spostamento dei luoghi e dei tempi della conflittualità sindacale: dal centro alla periferia (vedi elezioni R.S.U.) in modo da garantire generalmente la pace sociale e aprire a livello locale tante piccole zone di micro-conflittualità con lo scopo di recuperare il consenso perduto dai sindacati di stato; regionalizzazione delle politiche scolastiche e spostamento delle scelte di "razionalizzazione" a livello locale con conseguente controllo diffuso della formazione e della educazione; agganciamento della logica economica alla scuola nel suo insieme e intervento massiccio di politiche scolastiche mutuate dal modello confindustriale; parziale e contraddittoria uguaglianza con le scuole private (leggi cattoliche).
I governi sono stati impegnati, e lo sono tuttora, nell'azione di allineamento della scuola italiana agli standard richiesti dal processo di globalizzazione e dal conseguente avvento dell'era dell'accesso e del potere del capitale intellettuale.
In questa logica rientrano anche i provvedimenti che hanno portato, con il 1° settembre del 2000, all'attuazione della "autonomia scolastica" che in realtà è, a mio parere, nient'altro che un decentramento di funzioni e di organizzazione funzionale allo sviluppo della società dell'accesso e allo sviluppo della globalizzazione dei mercati, nonché alla diffusione del pensiero unico.
Non si tratta dunque di vera autonomia ma di riorganizzazione funzionale del sistema. Che non si tratti di autonomia è evidente poiché non si può pensare ad una società (o a una scuola) autonoma senza che i singoli individui siano dotati di autonomia e senza coniugare l'autonomia individuale con quella collettiva.
Autonomia significa etimologicamente dare a se stessi la propria legge. In pratica l'autonomia implica un processo di esplicita autoistituzione, vale a dire la possibilità reale di autogiudicarsi e autogovernarsi.


Autonomia? Ma mi faccia il piacere

Ora pare evidente che la sbandierata autonomia scolastica nulla ha a che vedere con l'autonomia reale, ma sembra, al pari del federalismo di Stato, la riproduzione di piccole e nuove istituzioni promanazione di una forma diversa e più efficiente di Stato padrone.
Non solo vi è la riproduzione a livello locale dello schema gerarchico classico ma non vi è alcun vero ed effettivo avvio di comunità educante, nessun vero e significativo progetto educativo che tenda alla libertà, nessuna offerta reale di auto-formazione ma solo un maquillage di facciata dentro il quale convivono numerose ed interessanti tensioni ideali destinate presto a scontrarsi con la realtà della legge del mercato globalizzato.
Che si tratti di un'operazione resasi necessaria per mettere al passo con i tempi (quelli del nuovo potere) la scuola italiana lo dimostrano nella pratica i singoli provvedimenti che l'hanno accompagnata. Con l'avvio di questo anno scolastico, il primo dell'autonomia, abbiamo avuto una decurtazione di oltre il 60% delle risorse che lo Stato ha erogato lo scorso anno alle singole scuole (anno di sperimentazione dell'autonomia). È questo un dato emblematico che la dice lunga sulle reali intenzioni di finanziare, da parte dello Stato, veri percorsi di diversità e di libertà di sperimentazione, che dovrebbero essere propri di una scuola autonoma e pubblica. In queste condizioni non vi è la possibilità di costituire esperienze diversificate e autonome poiché la direttiva impartita è quella di cercare tra i privati i finanziamenti necessari per attuare quel 15% del curricolo che è concesso normativamente di variare e adeguare alle esigenze del contesto sociale e culturale nel quale insiste la singola scuola.
Mai come in questi ultimi anni sono state emanate da parte del Ministero della Pubblica Istruzione una quantità enorme di circolari, direttive, ecc.; mai come ultimamente, soprattutto con il ministro Berlinguer, è stato fatto uso sfrenato di vere e proprie "circolari pedagogiche" che "danno la linea" erodendo alla base ogni possibilità di libertà e di autonomia didattica.
La vera autonomia nasce da un progetto, da un'idea, dal basso, con lo scopo di offrire ad ogni individuo la possibilità concreta e reale di affermare liberamente e compiutamente lo sviluppo integrale della propria personalità. Questa invece si configura più come una sorta di piano di decentramento che non è assolutamente creativo ma piuttosto esecutivo, più come la costruzione di un sistema diffuso dal centro alla periferia.


Spazi di allargamento

Tutto ciò che negli anni passati organizzazioni di insegnanti e genitori hanno prodotto in termini di vera innovazione strutturale e di contenuti, di metodi e di progetti, viene ora sistemato dentro una cornice di "legalità e normalità" proprio perché lo Stato attribuisce alla scuola il ruolo di formazione di massa e di compensazione delle contraddizioni che la società schizofrenica, della competizione esasperata e delle famiglie allo sbando, non riesce a risolvere, e che, al contrario, accentua sempre più l'area del disagio giovanile.
La riorganizzazione della scuola è diventata quindi la questione centrale per garantire il passaggio da una società nazionale ad una globalizzata. Ecco perché anche le proteste degli insegnanti, se non riescono a cogliere queste tematiche, rischiano di diventare, anche nelle migliori espressioni, solo ed unicamente delle rimostranze corporative proprie del declino del ruolo tradizionale. Certamente in questo momento si aprono anche spazi di allargamento e di ampliamento dei margini di agibilità che vanno colti ed intensificati, portati all'estremo, per favorire quanto più è possibile la crescita autonoma e libera dei giovani che vivono ormai gran parte della loro vita all'interno dell'istituzione scolastica.
Nel predicare l'autonomia e la libertà bisogna innanzitutto essere coerenti e quindi favorire il dispiegarsi di questi valori tramite un comportamento conseguente e coerente con i ragazzi e le ragazze, con i genitori e i colleghi, in modo da liberare e scoprire quante più energie libertarie possibili.

Francesco Codello