Rivista Anarchica Online


 

 

A proposito di cgt, cnt, ecc...

La pubblicazione all'intervista al segretario spagnolo della CGT "A"259 e quella successiva della lettera di Gianfranco Careri "A"260 mi stimolano ad alcune riflessioni e a ripercorrere alcune tappe significative di vicende dell'anarcosindacalismo.
Nel Congresso Straordi-nariodell'AIT(Associazione Internazionale dei Lavoratori) del 1937, nel 6° punto dell'ordine del giorno si lasciava alla CNT la responsabilità di continuare l'esperienza in corso ci si riferiva alla sua collaborazione governativa che aveva significato un enorme trauma per il Movimento Libertario sopportato appena davanti alla realtà della guerra, però con una critica vigorosa espressa in vari giornali.
Terminata la guerra, una parte considerevole del Movimento Libertario ritenne decaduti i compromessi politici con i partiti del Fronte Popolare fatti durante la guerra, ritenendo si dovessero recuperare i tradizionali principi antistatali, mentre l'altra fazione considerava ancora validi i compromessi politici fino a che il franchismo non fosse caduto.
Si venne così ad una situazione di crisi all'interno della CNT e nel novembre del 1945 si produsse una rottura al suo interno. Infatti si era costituito in Messico il governo Repubblicano in esilio di José Giral y Peréire e il Comitato Nazionale della CNT di Spagna aveva eletto due ministri; la CNT in esilio si sentì scavalcata esigette un approfondito dibattito sulla questione che però nei fatti il CN delle CNT di Spagna negò.
Nel VII Congresso dell'AIT nel 1951, si presentò la discussione "sulla CNT spagnola" che si era presentata con due delegazioni distinte, ognuna delle quali restò ferma sulle proprie posizioni.
All' VIII Congresso dell'AIT per la Spagna furono presenti la CNT in esilio e la CNT di Spagna. Oltre a ciò che riguardava la questione spagnola uno dei punti interessanti di questo congresso è rappresentato dalla discussione del punto n° 11 che trattava principi e tattica dell'ATI, che come ha attivamente espresso Abel Paz (Al pie del muro, hacer editorial, Barcellona, pag. 369) si rivelò essere il tallone d'Achille del Congresso.
La collaborazione che la CNT aveva avuto con il governo, e che era il 4° punto di discussione, ciò premeva soprattutto alla SAC svedese e all'Olanda. La questione spagnola perdeva importanza rispetto alle posizioni personali di Helmut Rudiger della SAC e dell'osservatore Alberto de Jong dell'organizzazione simpatizzante olandese OVB, fautori di una riforma degli Statuti dell'AIT che avrebbe permesso alle sezioni dell'AIT un rapporto di collaborazione con i municipi e il Ministero del lavoro nei rispettivi paesi.
Durante i lavori del Congresso i delegati della SAC avevano distribuito ai convenuti copie della nuova Dichiarazione di Principi votata nel 1952.
La situazione svedese era delicata anche perché la situazione svedese era diversa da quella spagnola.
Rudiger della SAC disse che la sua delegazione non era stata autorizzata ad esprimersi per la richiesta di una modifica per gli statuti dell'ATI e che però voleva sottolineare il fatto che lo sviluppo storico di ogni paese che aderisce all'AIT non era identico, per cui desiderava far conoscere la Dichiarazione di Principi del sindacato cui apparteneva.
La tendenza era verso la socialdemocrazia. Seguì un animoso dibattito, tutte le sezioni, eccettuata quella olandese, rifiutarono tale dichiarazione e rettificarono principi e tattiche dell'ATI. La SAC contava 20.000 iscritti, era stata fondata nel 1910, aveva avuto un passato glorioso e nel suo periodo migliore aveva raggiunto 37.000 aderenti, pubblicava un quotidiano Arbetaren e un mensile Fuego era stata solidale con il popolo spagnolo contro il regime franchista: a partire dagli anni cinquanta inizierà progressivamente ad allontanarsi dall'AIT seguendo una via riformista, adotterà posizioni di compromesso ed in contrasto con i metodi degli anarcosindacalisti degli altri paesi adotterà una posizione revisionista espressa nel proprio metodo: "attitudine che consiste nell'ammettere delle tappe e delle soluzioni parziali, la tendenza ad accettare il compromesso per poter addentrare alla realtà e non essere tenuti ai margini degli avvenimenti, e poiché essendo questa solamente la "pratica" non può portare nessun danno ai "principi"". (Le Syndacalisme Libertaire et le Weltfare state l'experience suedoise, Evert Ardossou, Parigi ed. l'Union des Syndacalistes, prefazione di Helmut Rudiger).
La tendenza che si era già manifestata ai tempi dell'VIII Congresso dell'AIT riguardante il punto n° 11 su principi e tattica veniva eluso e superato dalla posizione assunta dalla SAC?
Naturalmente no.
La scissione della CNT ad opera di quella che sarà la CGT spagnola che tenta di essere accreditata, come anarcosindacalista come ha espresso chiaramente nella sua lettera Gianfranco Careri pone anche l'evidenza del tentativo di una nuova internazionale di sindacati europei che ancora una volta contraddicendo la politica con i principi vogliono presentarsi come anarcosindacalisti.
Dovrebbe forse l'ATI rinunciare ai propri principi?

Pino Cavagnaro
(Genova)

 

Pastiglie e opuscoli

Giovani, sbarbati, incoscienti, o forse solo sventati, troppo fiduciosi nelle prorpie risorse fisiche..., morti ammazzati dalla nuova droga; dalle pastigliette colorate che hanno la faccia innocua come le caramelle per l'alito che quegli stessi ragazzi si mangiavano prima di baciare la fidanzata di turno. Quelle pastiglie che sono anni che girano tra feste più o meno legali, discoteche, after hours, rave party, quelle stesse pastiglie che fino a pochi giorni i media "cagavano" quando proprio di morti per overdose da eroina era un po' che non se ne vedevano. Ci volevano i cadaveri di due ragazzini per fare alzare il culo ai giornalisti-tuttologi-medico-politologi ed ai chimici di chiara fama, che tra il contrito ed il compiaciuto (sì perché loro l'hanno studiato all'università il processo di sintesi che porta alla creazione delle droghe sintetiche) snocciolavano una bella serie di informazioni pronto uso (tipo il manuale dell'ecstasi come quello che si usava durante i compiti in classe di matematica) sulle pasticche. E a me questa fiera delle falsità fa proprio girare le palle: sì perché io nelle discoteche ci lavoro da una vita ed ho visto gente "fatta" di coca, "impasticcata" e "bevuta" parlare con le forze dell'ordine che non si accorgevano di niente (....).
Ho visto gente tranquilla entrare in un cesso lurido, l'ho vista uscire dopo poco saltellante e spiritata, ho visto gente a cui i capillari del naso non tenevano più, ho visto gente fradicia di sudore ballare senza sosta per cinque ore a fila, ho visto gente bersi bottiglie di tequila senza storcere un capello (e immagino si sappia che la coca, così some le droghe oggi incriminate, alza molto il livello di tollerabilità all'alcol).
Ho visto troppe porcate per non incazzarmi con chi adesso si stupisce e criminalizza quelle discoteche, quegli after, quei rave in cui ha mandato i figli fino a poco tempo fa; ho visto troppo qualunquismo sul famoso "divertimentificio" romagnolo, sul Paese dei Balocchi della nostra Riviera.
Però poi un giorno ho incontrato quattro cristi di assistenti sociali che tentano di fare informazione e stampano dei mini opuscoli dove viene spiegato cos'è una pastiglia colorata, un francobollo con un disegnino simpatico, una polvere bianca, una polvere più scura. Sono anche carini questi opuscoletti mignon, ci sono i disegni (abbastanza infantili da sembrare amichevoli), le didascalie, i numeri utili.
Peccato però che questi famosi opuscoli non si schiodino dai tavolini dei consultori, e che ovviamente sarà assai arduo che capitino nelle mani del frequentatore medio di una discoteca che non credo sia solito farsi un giro al consultorio più trendy della sua città. Magari sarà più probabile che prima di andare a ballare si vada a bere qualcosa nel pub più trendy della sua città.
Ecco, la logica vorrebbe che il grazioso opuscolo informativo magari venisse lasciato lì, magari (apoteosi dell'utopico ottimismo) proprio nelle discoteche.
Magari in questo modo la pianteremo di ostentare una falsa indignazione per i cadaveri di due ragazzini: loro forse non sapevano, quelli dopo sapranno ed a quel punto la scelta di drogarsi sarà affar loro.
Il senso civico-morale del borghese benpensante sarà salvato ma, aggiungo io, forse anche qualche vita o neurone in più.

Deborah Dirani (Forlì)
babydeby@hotmail.com

Lacio Drom ringrazia

Caro Paolo Finzi,
La ringrazio per la sua lettera e per il bell'articolo che ha dedicato a "Lacio Drom" "A"261. La speranza che rimane, è quella che qualcuno, forse domani, si muoverà e accoglierà la sfida di portare avanti una battaglia difficile, con serietà e senza de-magogia.
Oggi per associazioni e gruppi gli Zingari sono diventati talvolta solo merce da sfruttare al fine di ottenere finanziamenti pubblici e di emergere personalisticamente con mire politiche, cosa che non posso accettare.
Per quanto riguarda l'anarchia, lo ritengo un ideale splendido, ma non lo credo realizzabile data la naturale tendenza dell'uomo: non appena uno ha un minimo di potere, prende subito le misure per impedirlo agli altri. Così oggi siamo soffocati come non mai da limiti e vincoli che impediscono ogni minima iniziativa e imponendo, fra l'altro, mille carte bollate. Un Sinto francese mi diceva una volta: "voi gagé vi siete cercati una muraglia di paperasseries, di cartacce, e ve ne siete fatti prigionieri".
Malgrado il mio scetticismo, ritengo tuttavia che l'anarchia, come utopia a cui tendere, abbia una vitale funzione di stimolo verso la libertà individuale e sociale.
Con tanti auguri per il vostro impegno.
Mirella Karpati (Roma)

 

Ma Lacio Drom non deve morire

Carissimi,
le recenti vicende di ignobili persecuzioni contro le nostre sorelle e i nostri fratelli sinti e rom, dimostrano ad abundantiam quanto sia necessario promuovere sia una miglior conoscenza della cultura e dei problemi delle comunità nomadi e viaggianti, sia un'attività di difesa e di affermazione dei diritti di queste popolazioni.
Per lavorare con le nostre sorelle ed i nostri fratelli sinti e rom, per conoscerli, per condividerne riflessioni e problemi, per poterne rispettare e valorizzare identità e cultura, per aiutarci reciprocamente a difendere e promuovere insieme i loro ed i nostri diritti, la loro e la nostra dignità, e quindi i diritti e la dignità di tutti, occorre avere adeguati strumenti di informazione, collegamento, riflessione ed approfondimento.
Strumenti come per trentacinque anni è stato "Lacio drom", la straordinaria rivista del Centro Studi Zingari diretta da Mirella Karpati, che alcuni mesi fa ha cessato le pubblicazioni per mancanza di risorse finanziarie ed umane che consentissero il proseguimento della più longeva e più prestigiosa esperienza editoriale in tale ambito di studi e di impegno.
È necessario che "Lacio drom" riprenda le pubblicazioni, e se questo è necessario, se in molti lo riteniamo necessario, allora è anche possibile.
Vorrei esortarvi quindi ad un rinnovato impegno, esplicabile in più forme:
1. scrivere a Mirella Karpati, direttrice di "Lacio drom", presso il Centro Studi Zingari, via dei Barbieri 22, 00186 Roma, per esprimerle apprezzamento e sostegno;
2. inviare un motivato contributo finanziario all'indirizzo qui sopra segnalato, e/o dare una minima ma concreta disponibilità a sostenere la rivista qualora esse riprendesse le pubblicazioni (ad esempio inviando notizie, o promuovendone la diffusione);
3. scrivere a Università, enti culturali, editori, istituzioni ed associazioni culturali ed umanitarie, internazionali, nazionali e locali, affinché contribuiscano al finanziamento della ripresa delle pubblicazioni della prestigiosa rivista;
4. scrivere ai mass-media affinché diano notizia di questa situazione e di questo impegno, ed a loro volta si adoperino, con l'informazione e la sensibilizzazione, affinché non si spenga definitivamente una voce indispensabile come quella di "Lacio drom", di enorme prestigio scientifico e culturale, e di straordinario valore morale e civile;
5. parlarne con amici che possano a loro volta essere interessati, e chiedere loro di contribuire a questo tentativo di promuovere la ripresa delle pubblicazioni di "Lacio drom", attraverso le iniziative indicate ai punti precedenti o in altre forme efficaci che ognuno saprà ideare.
Scusatemi se mi sono permesso questa nuova intrusione.
Un cordiale saluto.

Peppe Sini
responsabile del "Centro di ricerca per la pace" (Viterbo)

 

Io la penso così

Conosco da pochi mesi "A"(grazie a Marco Cagnotti, vostro collaboratore e mio recente collega di lavoro), e spulciandola qua e là mi è venuta una irresistibile voglia di scrivervi le classiche "due righe" - che, naturalmente, saranno un po' di più... Mi hanno incoraggiato a farlo alcune vostre affermazioni: "La rivista non ha e non vuole avere - né tantomeno vuole dare - 'la Linea'", "un elemento di vivacità di una pubblicazione [è] rappresentato dai dibattiti". Probabilmente le mie ovvie, addirittura banali obiezioni ciascuno di voi e dei vostri lettori le avrà già abbondantemente rimuginate dentro di sé e con amici e compagni; in tal caso consideratele come lo sfogo di un ormai stagionato "militante" (di che?) e cestinatele senza problemi.
Tanto perché sappiate "da che pulpito viene la predica", ecco la mia biografia "politica": anni Settanta Manifesto-PdUP; anni Ottanta sindacalismo "di base", vari comitati per la pace ecc.; anni Novanta ambientalismo rosso-verde. Le mie osservazioni (superfluo precisare che si tratta di questioni sulle quali anch'io mi arrovello ogni giorno...) riguardano, più che questo o quel problema specifico, un certo modo di guardare alla realtà (e quindi di formulare giudizi e di appioppare etichette). Gli schematici appunti che seguono hanno quindi solo valore esemplificativo.
1) Popolo Sarawi. Per decenni, quello dell'autodeterminazione dei popoli è stato considerato un principio inossidabile di libertà, progresso, democrazia ecc. E certo lo è, in teoria. Quando, cioè, ci sono tutti gli ingredienti giusti, quando "la larga maggioranza di un popolo - storicamente, culturalmente e territorialmente [o anche solo religiosamente?] omogeneo - si batte in modo consapevole e partecipato, senza determinanti interferenze esterne, per motivi non grettamente economici e senza ricorrere a metodi brutali o eticamente riprovevoli, contro una dominazione straniera, o anche contro un regime tirannico ed etnicamente [ahi!] alieno che lo opprime con la forza delle armi". Ma la realtà non è un laboratorio chimico. Se ne mancano un paio, della quindicina dei suddetti ingredienti, possiamo anche chiudere un occhio e schierarci senza riserve. Ma se, come quasi sempre succede, ne mancano 3, 4...? Tanto per fare qualche esempio stranoto, il caso dei kurdi, secondo me, è tutt'altro ovvio, e largamente "fuori regola" risultano oggi quelli dell'IRA e dell'ETA. E se questa impostazione può far storcere il naso e apparire troppo cinicamente ragionieristica, basterà ricordare che proprio in nome dell'autodeterminazione si sono perpetrate nell'ex-Iugoslavia le più orrende atrocità, e da noi Bossi continua a propinarci le sue grottesche pagliacciate.
2) Rom e accettazione del diverso. Che ci piaccia o no, i rom (o nomadi, o zingari - termine già di per sé ridicolmente giudicato "razzista", proprio come è "politically uncorrect" chiamare netturbino, o addirittura spazzino, un "operatore ecologico") non sono affatto "artigiani che lavorano il rame ecc., portatori di valori di libertà alternativi al perbenismo ipocrita della società borghese". Chiunque li incontri, per la strada, in un parco, sui mezzi pubblici, non può non constatare che è tutto il contrario. La prevaricazione gerarchica del forte (il maschio adulto) sul debole (le donne e i bambini) all'interno della comunità e l'ostentato disprezzo per i "diversi", i gaji, (specialmente se inermi) sono i tratti salienti di una cultura che eleva a sistema di vita la furbizia, il parassitismo, l'opportunismo con i forti e la prepotenza con i deboli (gli studiosi ne colgono certo molti altri aspetti, ma è di questi comportamenti tutt'altro che "alternativi" che ha esperienza la gente comune). Riconoscere queste cose non significa essere intolleranti e auspicare sanguinosi pogrom: significa semplicemente prendere atto che la convivenza con loro è oggettivamente difficile (è come avere ospite in casa un tizio che sputa per terra, butta le cicche dove capita, rubacchia nei cassetti e, per di più, ti considera un povero pirla da spennare), e che quando una vecchietta strilla contro gli zingarelli che le hanno fregato il borsellino, forse non è il caso di darle anche della razzista, aggiungendo al danno la beffa. [E che l'"accettazione del diverso" sia una faccenda alquanto complicata lo confermano sempre più spesso nuovi problemi connessi all'immigrazione: peroriamo, per esempio, il rispetto delle culture altrui, però ci indigniamo contro la pratica dell'infibulazione.]
3) Immigrazione clandestina e diritto alla libera circolazione degli individui. Ovvio che il tentativo di arginare i flussi immigratori alimenta il traffico clandestino gestito dalla malavita (in qualsiasi campo, una politica "proibizionista", o anche soltanto "di regolamentazione", non può che provocare, accanto a eventuali effetti positivi, l'effetto certo di ingrassare chi specula sul suo aggiramento: il traffico internazionale delle armi, delle droghe, dei rifiuti tossici ecc. lo conferma ogni giorno). Preso atto di questo, che fare? Siccome ogni norma genera inevitabilmente lo sforzo più o meno coordinato di molti per eluderla o violarla impunemente, la soluzione è forse quella di abolire il concetto stesso di norma? Sarebbe come dire: accertato che la proibizione di rapinare le banche induce i malintenzionati a organizzarsi segretamente in bande armate per svolgere tale attività, mettendo a repentaglio la vita di cassieri e ignari clienti (nonché la loro e quella dei poliziotti eventualmente lanciati al loro inseguimento), meglio sarebbe abolire tale reato; se uno vuole un po' di soldi, entra in una banca e semplicemente li chiede, alla luce del sole: si renderebbero così superflue le armi e si eliminerebbe ogni rischio di spargimenti di sangue. Paradossi a parte, torniamo al concetto di diritto alla libera circolazione degli individui e immaginiamo di applicarlo integralmente. Ovvio che ai porti e alle frontiere della "Fortezza Europa" si affolleranno ben presto milioni (quanti? 10, 20, 50? L'Europa orientale, l'Africa e, più ancora, popolosissimi e poverissimi paesi asiatici come il Bangladesh potrebbero alimentare il flusso indefinitamente, almeno finché le condizioni di vita qui si fossero deteriorate a tal punto da azzerare l'incentivo a venirci per "cercare fortuna") di persone legittimamente desiderose di migliorare le proprie condizioni di vita, e non più frenate dai rischi e dal costo di un viaggio clandestino. (Forse i più ardenti sostenitori del principio, indignati per le disumane condizioni di tale biblico esodo, solleciteranno i loro governi a porre rimedio a una simile vergogna, inviando navi confortevoli a raccogliere gli immigrati e allestendo centri di accoglienza adeguati, e non i lager tanto cari a quei sanguinari assassini di D'Alema e Bianco; uno sforzo colossale che mobiliterebbe ingenti risorse e creerebbe centinaia di migliaia di posti di lavoro: il debito pubblico salirebbe di qualche centinaio di migliaia di miliardi? Pazienza, a queste bazzecole deve pensarci lo Stato, mica noi cittadini - chiedo scusa per l'ironia, forse fuori luogo, ma certe affermazioni perentorie e certi toni saccenti farebbero uscire dai gangheri anche il famoso Giobbe.)
No, non sono uno che applaude quando i turchi bombardano un villaggio kurdo, che rimprovera a Hitler di non essere riuscito a sterminare davvero gli zingari, che quando nell'Adriatico va a fondo un gommone con 10 giovani albanesi si frega le mani pensando: "Dieci magnaccia in meno nelle nostre strade".
Sono semplicemente uno un po' stanco degli slogan semplicistici (anch'io, però, lo ammetto, qualcuno l'ho gridato per le strade una trentina d'anni fa...), dei facili luoghi comuni, dei principi campati per aria. Uno assolutamente certo che l'utopia è indispensabile per dare un senso alto al nostro vivere e non scadere in un grigio pragmatismo senza ideali, ma altrettanto convinto che con la realtà bisogna farci i conti, e che anzi proprio questa è la sfida (tremenda, forse impossibile, ma anche appassionante) con la quale ogni momento dobbiamo misurarci: coniugare la bellezza astratta dell'utopia con l'asprezza "sporca" della realtà. Uno che non invidia i Prodi, i D'Alema, i Ronchi ecc. che giorno per giorno devono prendere decisioni concrete che tengano conto dei mille aspetti diversi e contraddittori di ogni problema; e trova sacrosanto criticarli per gli errori che commettono (e ne commettono tanti!), per l'arroganza che dimostrano ecc., ma sterile e puerile cavarsela definendoli sistematicamente "traditori", "assassini", "venduti" ecc., spesso senza avere uno straccio di soluzione alternativa praticabile da proporre, trincerandosi dietro una presunta (e molto presuntuosa) "purezza".
In altre parole, se davvero ci sentiamo portatori di valori alternativi al mercato totalizzante, al berlusconismo teleguidato, all'intolleranza, al consumismo miope ed egoista dell'usa-e-getta (non solo degli oggetti, ma anche delle esoerienze) ecc., sforziamoci di tradurli in pratica nella vita quotidiana, nei rapporti con gli altri e nelle mille battaglie di civiltà in cui possiamo dare il nostro piccolo contributo (con passione, ma anche con una robusta dose di autoironia alla "Brian di Nazareth"), anziché inveire inutilmente contro i politici che, volenti o nolenti, "fanno un altro mesteriere". Possono farlo più o meno bene, e per questo è giusto tampinarli: ma sarebbe sciocco pretendere che attuino le nostre utopie.
Immagino il commento che questa specie di predicozzo può legittimamente suscitare: ecco il solito intellettuale di sinistra che spacca il capello in quattro, che, tormentato dai dubbi e dai distinguo, finisce per stare alla finestra mentre molto concretamente nel mondo si massacra ecc. Obiezione fondata, fondatissima (a volte me la muovono, spazientiti, anche nel piccolo gruppo ambientalista che bazzico da una quindicina d'anni). Eppure resto convinto che alla lunga sia più "antagonista al sistema" cercare di seminare dubbi che instillare illusorie certezze (non sono forse già troppi quelli convinti di "avere la verità in tasca"?). E che sia meglio non andare a una manifestazione antirazzista che andarci con un cartello con scritto "VIA I RAZZISTI DA MILANO" (visto con i miei occhi qualche anno fa), o magari "NON TOLLERIAMO GLI INTOLLERANTI".
La chiudo qui per non farvi morire di noia.
Vittorio Ghinelli (Milano) ghinel@iol.it

 

I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. Piero Milesi (Bonassola), 30.000; Alfredo Gagliardi (Ferrara), 100.000; Fabrizio Serra (San Giovanni in Persiceto), 50.000; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Alfonso Failla, 1.000.000; a/m M. Pandin, ricavato da "Musica per A", 1.500.000; Saverio Nicassio (Bologna), 50.000; Tullio Procacciante (Milano), 100.000; Fabrizio Eva (Milano), 50.000; Pralina (Firenze) "un fiore per Ottavio Querci, partigiano anarchico e mio nonno adottivo", 10.000.
Totale lire 2.890.000.

Abbonamenti sostenitori.
Matilde Bassani Finzi (Milano) ricordando Alfonso Failla, 150.000; Marco Galliari (Milano), 500.000; Zelinda Carloni (Roma), 200.000; Roberto Panzeri (Perledo), 150.000; Filippo Trasatti (Cesate), 150.000; Battista Saiu (Biella), 150.000; Paolo Faziani (Bubano), 150.000; Gianni Pasqualotto (Crespano Del Grappa), 300.000; Piero Cagnotti (Dogliani), 150.000; Marco Valerani (Milano), 150.000.
Totale lire 2.050.000.

 

Errata Corrige
Sullo scorso numero, a pag. 17, nella descrizione delle persone fotografate mentre si affacciano al balcone della sede della Federazione Anarchica Italiana, a Messina, nel 1947, è saltata l'indicazione di Placido La Torre (l'ottava persona da sinistra, con le mani in tasca) che - tra l'altro - ci ha dato la foto.