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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 28 nr. 243
marzo 1998


Rivista Anarchica Online

Nato per morire
di Maria Matteo

Non vi è nulla di indecoroso nel donare gli organi di un morto, ma...

La vicenda è nota: a Torino nasce un bambino privo di cervello cui i medici non attribuiscono alcuna possibilità di sopravvivenza. La notizia che i genitori, pur consapevoli della grave malformazione del feto, avessero deciso di far nascere ugualmente il bambino, non avrebbe certo avuto gli onori delle cronache né avrebbe scatenato un gran dibattito se non si fosse altresì appresa la loro intenzione di donare gli organi del figlio.
L'opinione pubblica si è immediatamente divisa tra chi riteneva giusta la decisione, perché dava una speranza di vita ad un altro bambino e chi, invece, riteneva crudele far nascere un figlio al solo scopo di donarne gli organi. In ogni caso i genitori di Gabriele, il bambino anencefalico, hanno chiarito che la loro è stata una scelta obbligata, perché la religione cattolica di cui sono seguaci vieta il ricorso all'aborto.
Non mi è facile entrare nel merito di scelte che, da qualunque punto di vista le si esamini, risultano sempre difficili e dolorose, tuttavia, pur nel doveroso sentimento di umana pietà che certi fatti non possono mancare di suscitare, è tuttavia doveroso fare alcune considerazioni.
Credo che tutti sappiano che le nostre decisioni difficilmente si configurano come scelte tra il bianco ed il nero, tra quel che è giusto e quello che non lo è: il più delle volte il quadro che ci si disegna innanzi presenta varie nuances di grigio e spesso vaste zone d'ombra. Se è talora arduo districarsi tra i grigi, ancor più complesso è affrontare le zone d'ombra, ossia scegliere quando i termini della scelta non sono chiari. Quel che entra in gioco è non di rado una nozione che pone più problemi di quanti non ne risolva: mi riferisco all'idea di limite, un'idea che assume in sé sia una valenza temporale, sia fisica, sia morale.
La breve vicenda umana del piccolo Gabriele si condensa all'interno di due diverse concezioni di limite. In primo luogo la sua stessa nascita: i genitori, da buoni cattolici ritengono che una vita inizi con il concepimento e quindi anche breve o vissuta in condizioni di gravissimo disagio non possa essere distrutta. Non mi pare in questa sede necessario sottolineare come una tale concezione, per quanto ammantata da motivazioni umanistiche, possa frequentemente risultare foriera di scelte dalle conseguenze atroci. Un anencefalico ha spesso una vita breve e assai dura, una vita che occorre chiedersi se valga la pena d'esser vissuta. Abbiamo qui introdotto una diversa idea di limite: quella per la quale non si nega il valore della vita ma lo si inserisce in una differente cornice culturale. In base ad essa la procreazione non si riduce ad un mero far nascere ma assume anche la responsabilità di fare il possibile perché la nuova vita che si pone in essere sia degna d'esser vissuta. Se tuttavia la storia di Gabriele fosse racchiusa in quest'arco di considerazioni non vi sarebbe nulla di nuovo od eclatante: quel che le ha conferito il crisma dell'eccezionalità è stato apprendere che era stato fatto nascere, sebbene privo di cervello, per donare i suoi organi. Personalmente non trovo in ciò nulla di scandaloso o d'eroico: se osservata con distacco la scelta appare in tutto razionale, improntata ad un non insano buon senso. Nondimeno proprio su questo punto si sono scatenate appassionate discussioni.

Stridente contraddizione
Mi permetterò per il momento di prescindere dal fatto che ciò abbia suscitato lo scandalo delle associazioni che si oppongono alla pratica dell'espianto, limitandomi a sottolineare come quel che ha colpito non sia stata tanto la dinamica dei fatti quanto l'intenzionalità che vi era sottesa. Mi spiego: se avessimo appreso che i genitori di Gabriele avevano deciso di donarne gli organi dopo la sua morte, la notizia non avrebbe superato le dimensioni del trafiletto nella cronaca cittadina, quel che l'ha resa eclatante è stato che i genitori avessero deciso la donazione prima della sua nascita. Può sembrare una mera questione di sfumature ma in realtà c'è di più: c'è il fatto che Gabriele sia stato fatto nascere solo perché doveva morire. Certo è possibile che nella costruzione della notizia sia intervenuta qualche forzatura giornalistica, tuttavia è indubbio che il nascere per la morte del loro figlio fosse del tutto evidente per i genitori. Il senso della sua vita si è quindi racchiuso tutto nella sua morte. Ci troviamo quindi di fronte ad una stridente contraddizione: un feto non viene abortito perché la vita è un valore in sé ma il bambino che nasce vale solo perché morendo potrà far vivere altri. Difficile non evocare la potente metafora cristiana dell'agnello sacrificale, di Gesù che nasce per morire e muore per far nascere, difficile, almeno per me, non avvertire un forte disagio. So bene che un'etica della responsabilità non può che considerare positivo l'esito dell'intera vicenda, tuttavia non posso esimermi dal pensare di trovarmi di fronte ad una scelta giusta pensata in modo sbagliato. Gabriele, neonato senza cervello, senza coscienza, privo di tutto quel che fa un essere umano se non la forma esteriore, aveva tuttavia diritto come ogni altro essere umano alla speranza, ad un futuro che, per quanto breve, fosse suo, magari solo nello spazio di un vagito o di una fugace carezza. Non vi è nulla di indecoroso nel donare gli organi di un morto ma è indecente considerare un vivo alla stregua di una banca d'organi.

Anarchismo ed etica
La vicenda di Gabriele evidenzia alcuni nodi problematici importanti ed in primo luogo il fatto che il latente contrasto tra etica della convinzione ed etica della responsabilità dia luogo ad un'irrisolta tensione all'interno della quale si staglia l'orizzonte problematico d'un approccio libertario all'etica. L'etica della convinzione si costituisce intorno ad un nucleo assiologico forte, tanto più forte in un'ottica laica in quanto fondato su null'altro che la scelta di chi lo pone in essere in quanto tale. Per tale etica quel che conta è la coerenza del nostro agire con i princìpi cui si ispira. L'etica della responsabilità si preoccupa di stabilire che non solo i nostri atti siano conformi ai valori cui pretendono di ispirarsi ma che il nostro agire non finisca anche involontariamente col produrre effetti negativi. Chi agisce immette nella propria azione un duplice contenuto, poiché da un lato pone in essere dei valori, dall'altro produce degli effetti che non necessariamente corrispondono alle intenzioni. Entra in ballo quindi non solo la necessità della coerenza tra mezzi e fini ma anche la valutazione degli effetti della propria azione nel processo decisionale che precede ogni scelta.
Ogni agire è al contempo pregno di senso e foriero di conseguenze. La produzione di significati non è meno rilevante dei risultati raggiunti. Per questo motivo assume rilievo il fatto che la scelta di donare gli organi di Gabriele sia stata compiuta prima della sua nascita e non dopo la sua morte. L'effetto è il medesimo ma profondamente differente è il senso. Morire è destino comune ma nessuno vive per morire come un pollo in batteria, per ciascuno il senso della propria vita appartiene alla vita stessa, a quello che, in libertà, riesce a farne.
Non mi dispiace che gli organi di Gabriele siano stati espiantati dopo la sua morte ma mi addolora che la sua vita, per quanto minima, per quanto priva di coscienza, sia stata mutilata della sua dignità.