Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 26 nr. 231
novembre 1996


Rivista Anarchica Online

Andare lenti e amare, qui e ora
di Elena Petrassi

Milano d'autunno. Non vi è città al mondo meno autunnale e meno poetica di Milano. Assediata dalla nebbia, assediata dalle auto, assediata da gente che corre sempre in qualche direzione, assediata dai secessionisti padani che in mancanza di meglio, nell'immaginario triste di questa triste pianura hanno creato una mitica e altrettanto fantasmagorica Padania attraversata dal fiume Eridano. In questa operosa e triste pianura, operosi e tristi settentrionali lavorano come api e come formiche, inarrestabili, inarrivabili, invincibili. Vogliosi d'Europa neanche fossero incarnazioni del mitico (lui si) Zeus e disposti a moltiplicare stati, confini, moneta, banca centrale. Due di tutto, magari per arrivare alla proclamazione finale dello Stato del terzo piano come succedeva in una delle strisce di Disegni e Caviglia in tempi non sospetti di pre-secessione. Mancando un mito fondante cui fare riferimento, ai poveri padani non resta che costruire in uno spericolato fai da te i miti, ignari come sono dei tempi lunghi, che trascendono la vita individuale, necessari a fare di persone, luoghi e cose, componenti fondamentali di qualsiasi immaginario.
Spocchia di intellettuale mio si potrebbe dire, può darsi, ancora non reputo che intellettuale sia una parola sconcia. Ma che bene farebbe a molti avvicinarsi con curiosità e rispetto ai libri , magari di mitologia classica, visti gli argomenti di cui stiamo parlando.
Ma tant'è, è in questa città assediata che vivo, in questa ridente regione apoteosi della vittoria dell'ideologia del mercato e delle merci, della competitività e dell'Europa.
Europa oggi significa trattato di Maastricht, che è qualcosa di scritto, reale, tutt'altro che immaginario. Ed avendo noi occidentali questa inveterata propensione a considerare sacro e immutabile quanto è «scritto», probabilmente grazie alle nostre radici giudaico-cristiane (accidenti ai miti fondanti), ecco che nessuno, se non qualche temerario osa uscire dal sentiero tracciato a Maastrichit. Poco importa quale sarà il costo sociale dell'ingresso in Europa. Prima di tutto la finanza, la borsa (mai la vita!), il mercato e la competitività. Il cerchio della ragione (autocitazione dalla recensione del mese scorso), si chiude. Come restarne coscientemente e consapevolmente al di fuori? Come tentare di fondare un pensiero critico capace di opporsi alla pervasività del pensiero unico? Pensando, mi viene banalmente da dire, pensando in proprio e attingendo idee da chi, compiendo un suo personale cammino, ha qualcosa, di non necessariamente nuovo ma importante da dirci. I libri servono anche a questo, a far circolare le idee, idea questa non certo nuova, e gli amici che leggono, un'amica genovese nella fattispecie, sono spesso messaggeri di buone novelle. In effetti, nonostante alcune resistenze probabilmente di natura genetica (la genetica, altra grande moda del momento), viste le mie radici che affondano nelle piane assolate della Magna Grecia, il ritmo infernale di Milano è parte di me. Ma le vie alternative ci sono e non sono poche, leggere e scrivere recensioni per la nostra rivista tra le altre.
Così come dicevo poc'anzi, un'amica mi presta un libro e io leggo le prime tre pagine e mi stupisco e mi rallegro:
«Andare lenti e pensare a piedi. Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardare soltanto la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l'anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada.
Bisogna imparare a star da sè e aspettare in silenzio, ogni tanto esser felici di avere in tasca soltanto le mani. Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada, bolle che salgono a galla e che quando son forti scoppiano e vanno a confondersi al cielo. É suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo.
Andare lenti è fermarsi su un lungomare, su una spiaggia, su una scogliera inquinata, su una collina bruciata dall'estate, andare col vento di una barca e zigzagare per andar dritti. Andare lenti è conoscere le mille differenze della propria forma di vita, i nomi degli amici, i colori e le piogge, i giochi e le veglie, le confidenze e le maldicenze. Andare lenti sono le stazioni intermedie, i capistazione, i bagagli antichi e i gabinetti, la ghiaia e i piccoli giardini, i passaggi a livello con gente che aspetta, un vecchio carro con un giovane cavallo, una scarsità che non si vergogna, una fontana pubblica, una persiana con nascosti all'ombra. Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti a esplodere oppure puntati sul cielo perché stretti da mille interdetti. Andare lenti è ruminare, imitare lo sguardo infinito dei buoi, l'attesa paziente dei cani, sapersi riempire la giornata con un tramonto, pane e olio. Andare lenti vuol dire avere un grande armadio per tutti i sogni, con grandi racconti per piccoli viaggiatori, teatri plaudenti per attori mediocri, vuol dire una corriera stroncata da una salita, il desiderio attraverso gli sguardi, poche parole capaci di vivere nel deserto, la scomparsa della folla variopinta delle merci e il tornar grandi delle cose necessarie. Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti. Andare lenti è il filosofare di tutti, vivere ad un'altra velocità, più vicini agli inizi e alle fini, laddove si fa l'esperienza grande del mondo, appena entrati in esso o vicini al congedo. Andare lenti significa poter scendere senza farsi male, non annegarsi nelle emozioni industriali, ma essere fedeli a tutti i sensi, assaggiare con il corpo la terra che attraversiamo. Andare lenti vuol dire ringraziare il mondo, farsene riempire».
Che effetto vi fa avere letto queste righe? A me di avere tirato il respiro fino in fondo, di avere avvertito la fine di un dolore, di andare di nuovo per le spiagge assolate dell'infanzia. Un libro si giustifica anche solo in poche pagine, magari proprio le prime, ma sarebbe un peccato non continuare a leggere Il Pensiero Meridiano di Franco Cassano (Sagittari Laterza 1996, Lire 20.000).
Seguiamo il vagabondaggio dell'autore, partiamo da sud, pensiamo al sud come soggetto del pensiero che deve «riacquistare la forza per pensarsi da sè, per riconquistare con decisione la propria autonomia». Pensare altro, allontanarsi dalla modernizzazione che ha reso tutto vendibile, pensare al sud «che con la sua lentezza, con tempi e spazi che fanno resistenza alla legge dell'accelerazione, con la sua capacità di sottrarsi alla forza di gravità del conformismo moderno».
E ancora «il pensiero meridiano è quel pensiero che si inizia a sentir dentro laddove inizia il mare, quando la riva interrompe gli integrassi della terra (in primis quello dell'economia e dello sviluppo), quando si scopre che il confine non è un luogo dove il mondo finisce, ma quello dove i diversi si toccano e la partita del rapporto con l'altro diventa difficile e vera».
La civiltà occidentale cerca di ridurre tutto all'uno che essa rappresenta, dimenticando che non c'è mai «solo l'uno, ma il due o i più. E il due non si può ricomporre in uno». C'è chi afferma che l'unico destino del mondo è quello dello sviluppo, sostenibile aggiungono altri, dimenticando che sviluppo continuerà solo a essere inteso quello connesso al mantenimento dello stile di vita e di consumi occidentali a discapito di qualsiasi altro stile di vita e civilizzazione. C'è chi vorrebbe adeguarsi, chi vorrebbe essere simile ma cercando questa identità con l'Occidente, le società altre perdono se stesse. E se non cedono al fascino insidioso delle merci, riaffermano le proprie radici e la propria diversità religiosa e culturale in maniera spesso violenta, negandosi ancora una volta perchè cancellano dal proprio orizzonte qualsiasi Altro - donna, straniero, infedele, intellettuale - osi affacciarvisi.
E in questo gioco al massacro dove l'occidente critica i fondamentalismi altrui negando l'evidenza del proprio, quello del mercato e delle merci, è la mentalità consumistica e aziendalista dell'occidente a uscirne sempre e comunque tristemente vittoriosa. Nel suo tentativo di dare forma a un pensiero meridiano, Cassano, tenta sia in maniera diretta nei capitoli «Di terra e di mare» e «pensare la frontiera», sia cercando appoggio nei libri di Camus e Pasolini, due figure a modo loro anti-moderne, libertarie e libere.
Se ogni pensiero ha necessità di un luogo cui fare riferimento, o di molti luoghi sia dell'anima che reali, ecco che Cassano propone come luogo del pensiero meridiano il mare. Il mare che è vasto, ma non infinito, liquido, inquieto, profondo, calmo, che crea discontinuità forte fra le terre e soprattutto è mutevole come lo sono le onde che lo solcano e i cieli che lo sovrastano.
Questo mare ideale è comunque il Mediterraneo, che abbraccia tutte le terre che hanno dato vita alla nostra civiltà, a ricordare che non tutte le radici sono da amputare.
In questo mare poetico, eppure così reale, Ulisse ha di nuovo spiegato le sue vele e ci ripropone il viaggio infinito della conoscenza, che da centinaia di anni egli imperturbabile compie. Ulisse che può ricordarci come la modernità, il villaggio globale, l'istantaneità della comunicazione, siano solo simulacri di vicinanza e che non c'è Altro conoscibile in un freddo schermo televisivo.
Noi stiamo impoverendo il mondo della molteplicità delle sue culture e questa non è nostalgia premoderna o anti-moderna. Ma cercare tempi, luoghi e modi per dire no - come l'uomo in rivolta di Camus - a questo modello di vita è un compito che anche gli anarchici devono prefiggersi, possibilmente nel qui e ora, perché questo è il nostro tempo, questi sono i nostri luoghi, tristi come Milano d'autunno, aridi come un deserto di pietre, ma nostri.
Ed essendo il nostro qui e ora, così avaro di luce e lontano dal mare, ecco che il nostro gioco dell'immaginario, ha bisogno di incrociare «quel pensiero meridiano che ha conosciuto il sole che interseca il mare, l'amore per la bellezza, la forza e la sofferenza degli eroi, il loro essere insieme sfida al cosmo e parte di esso».
Riconoscersi come parti di un tutto, riconoscere al contempo il proprio limite e i propri confini, «testimoniare le proprie idee, non tenendosi al riparo, ma mettendosi in gioco fino in fondo».
Mettersi in gioco come Pasolini, si può amarlo e odiarlo, essere e non essere d'accordo con lui, ma non dimenticarlo, non dimenticare l'uomo che «sentiva che la vita arriva attraverso le vibrazioni ed essere nel mondo significa esserci in primo luogo con il corpo, comunicare attraverso di esso con gli altri.»
Non con Internet o la televisione. E non dimenticare la esortazione all'essere e agire nel mondo qui e ora, esortazione in forma di poesia, perché quasi sempre dove c'è rivolta, ribellione, la poesia pure è presente.
«Solo l'amare, solo il conoscere/conta, non l'aver amato,/non l'aver conosciuto. Dà angoscia/il vivere di un consumato/amore. L'anima non cresce più».