Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 25 nr. 223
dicembre 1995 - gennaio 1996


Rivista Anarchica Online

A nous la libertè
diario a cura di Felice Accame

Il passato che ritorna opportunamente

Chi dirige un film e racconta una storia si trova sempre alle prese con ciò che precede. I suoi personaggi raramente debbono essere colti sul nascere ma, perlopiù, cominciano ad agire sullo schermo quando hanno una storia non adatta alle spalle. Laddove ad un letterato potrebbe bastare una frase, o un aggettivo piazzato al punto giusto, il regista ha, invece, a disposizione più strade di diversa natura, nessuna delle quali facilissima a percorrersi.
Facciamo il caso di Petersen in Virus letale. Una parte che nonostante lavori per le forze armate americane sembra acuto, capace di anteporre l'umano alla ragion di Stato e perfino onesto - ci viene raccontata in una sequenza brevissima. Lui sta facendo un fagotto delle suppellettili di casa, fotografie che lo ritraggono in vari momenti dell'esistenza ed in particolare con una donna che, occhio e croce, potrebbe essere sua moglie. Come dire che c'è una dolorosa separazione precedente. Gli sviluppi del film, poi, oltre a farci capire che, se siamo ancora vivi, lo dobbiamo a fortunate coincidenze (perché se i prossimi padroni del mondo, i virus, vengono combattuti con questa cattiva volontà e questa criminalità istituzionale più che di casualità non si può parlare), ci terranno informati anche sulla forza di quel legame e sul suo futuro radioso alla faccia di Ebola e soci.
Una selezione accurata del passato, dunque, ritorna, e ritorna con notevole efficacia ad imprimere svolte di narrazione. Ecco perché il personaggio, dall'inizio del racconto, doveva essere provvisto di una dote.
L'eroina-si-fa-per-dire di Showgirls di Verhoeven appare alla nostra percezione di spettatori sul ciglio di una strada. Di lei non ci viene detto nulla ma fa l'autostop per Las Vegas e se va a Las Vegas un motivo ci sarà. Come, ci sarà un motivo, perché porta con sé un coltello a scatto e pare pronta ad usarlo, perché porta i jeans con lo sbrego, perché ha le labbra inturgidite dal collagene bovino che, presumibilmente, ci si è fatta iniettare, perché slaccia la camicetta con una nonscialanza eccezionale, perché balla come una mantide religiosa turettica che faccia il verso ai costumi sessuali americani, perché ostenti in giro mastodontiche unghie policromatiche. Un motivo ci sarà. Che poi a metà film ci si induca al sospetto che questo motivo ci verrà sciorinato e che poi proprio in zona cesarini davvero va a finire che ce lo sciorinano rientra nei patti penosi che il narratore in crisi di idee conviene con quell'ideologia realistica che vorrebbe come, all'interno di ogni narrazione meritevole, tutti i conti tornassero - così il destinatario va a casa consolato e sicuro che una logica governi le cose di questo mondo.
Famiglia disastrata, orfanotrofio, violenza subita, droga, furtarelli, prostituzione e rapine - per il Verhoeven antiamericano con l'accortezza di sputare nel piatto soltanto dopo aver mangiato, come per tanti altri registi di bocca ancor più buona della sua - costituiscono il pacchetto classico per il motivo sufficiente: da Las Vegas alle unghie tutto, allora, quadra. Il passato, qui, ritorna di botto, come l mappa di un genoma che aspiri a spiegare per filo e per segno l'intero sviluppo dell'organismo vivente. E la svolta conclusiva è bella e fatta: il carico di valori positivi sulle spalle dell'eroina-si-fa-per-dire è tale che la sua ribellione alle luci stroboscopiche della ribalta e la sua fuga da Las Vegas ne diventano le conseguenziali opzioni. Le virtù erano nel freezer, la società opulenta è scema, assatanata di sesso e ciucca di droga - ve lo mostro così com'è, ne faccio parte per innata modestia e quanto al cambiarla ne parliamo un'altra volta.
Una storia non detta alle spalle del protagonista, che rimanga non detta, parrebbe incompatibile con gli stili vincenti del narrare. Eppure ciò dovrebbe suonare perlomeno strano: la nostra esperienza, al contrario, è tutto un susseguirsi di personaggi che compaiono e scompaiono senza che nessuno si senta in dovere di giustificarne la presenza e le caratteristiche via via acquisite. Così come sono certo della truffaldinità di una società che pretenda il sapere ben dotato di "fondamenti", comincio a pensare che sia triste, e neppure essa innocente, quella società che non sa apprezzare il gratuito.

P.S.: dopo gli artigli lamettanti del Freddy Kruger di Nightmare, l'America si merita le vistose unghie di Nomi Malone, una delle girls dello show, quella che vuole arrivare a tutti i costi e che parte dopo averne pagato qualcuno. Se le dipinge a losanghine rosa e viola, le indora e le infiora con minuscole simmetrie tendenti ad affilarle come armi da preda. Deve passarci giornate intere. La sciagurata forse non sa che già nell'antica Cina usavano simili raffinatezze: l'unghia lunga e decorata era segno di stato nobiliare, perché la mano che se la può permettere non è una mano che possa lavorare. Come la mano di Freddy, peraltro, non è la più idonea per ghermire e tenere ben stretto. Protesi più estetiche che funzionali, nella democrazia all'americana, sono finite dall'altra parte della scala sociale: appannaggio di coloro che pretenderebbero di attentare alla tranquillità altrui.