Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 25 nr. 223
dicembre 1995 - gennaio 1996


Rivista Anarchica Online

Pirati, non corsari
di Alessandro Bresolin

Con l'articolo sul movimento zapatista pubblicato nelle pagine precedenti, Pino Cacucci inizia la sua collaborazione con "A". Scrittore, traduttore, saggista, ha vissuto a lungo in Messico (dal suo romanzo "Puerto Escondido" è stato tratto l'omonimo film di Salvatores). Ha scritto sulla banda Bonnot, sulla fotografa Tina Modotti, ecc. ecc. Alessandro Bresolin è andato a Bologna a intervistarlo

"Io intervistare Cacucci?"
"Sì tu. Che non ti va?"
"Figurati!". Subito pensavo ad uno scherzo, visto la sbronza colossale che mi portavo addosso quel pomeriggio a Padova, fiera dell'autogestione. E invece no, lo si poteva contattare per telefono, fissare 'na data e via. Il vino non era male e continuava a scorrere, mentre cominciavo a riflettere sui suoi personaggi che mi hanno comunque influenzato, perché insomma appartengo a quella generazione adolescente negli '80, che tiene i libri di Cacucci a fianco dei dischi di Kortatu e Mano Negra. Il nostro povero immaginario, cresciuto a suon di Burghy, Drive In e legge Craxi sulle droghe, trova degli scenari nuovi nelle sue storie, è l'avventura OGGI. Ci starebbe bene quello slogan che dice "una società che abolisce l'avventura, fa sì che l'unica avventura possibile sia l'abolizione della società".
L'avventura possibile in una società dormitorio, ospizio, da cui si deve partire se si vuole scoprire la vita.
Pino Cacucci riesce a dare velocità quasi inedita alla lingua, un ritmo incalzante che smuove una prosa italiana imbalsamante da una storia della letteratura nazionale chiusa in un nido rassicurante. Da dove viene quest'energia del suo linguaggio? Dall'aver assorbito le esperienze più diverse, Hemingway, Camus, per arrivare a Sergio Leone, alle tecniche del fumetto. La poliedricità di Cacucci non è un caso, autore di gialli come "Punti di fuga" e "Puerto Escondido" e collaboratore di Cuore e Manifesto. Scrive un libro sulla banda Bonnot ("In ogni caso nessun rimorso", Longanesi) e pubblica per la Granata Press un racconto illustrato ed una storia a fumetti sceneggiata da lui (rispettivamente "Jim" e "Tobacco"). Il tutto unito ad una vita da viandante tra Europa e Sud America, l'impegno libertario, l'esperienza cinematografica...questa agilità gli permette di essere un autore difficile da definire e quindi scomodo.
M'avvio verso casa sua dopo 'na notte quasi insonne. Entro, mi prepara un caffè, diamo mano alle cicche e cominciamo a chiacchierare. Questo ne è il risultato.
A.B.


Nelle tue storie, da Outland Rocks a Puerto Escondido, il marginale è in fuga, incapace di adattarsi alle norme sociali. A cos'è approdato oggi questo personaggio, e cos'ha costruito?

Da un lato questi personaggi sono anche me stesso, devono qualcosa alle mie esperienze o alle persone che ho conosciuto, ai semplici viandanti che ho incontrato sul cammino. Quindi è difficile pensare a come si siano evoluti, anche perché alcuni di essi li ho cacciati in situazioni talmente estreme che potrebbero essere finiti malissimo...cioè potrebbero aver scelto quel vecchio motto che diceva "meglio una fine spaventosa, che uno spavento senza fine". Sicuramente non potrebbero mai essere integrati, cioè non potrebbero aver fatto come certi "leaderini" di vent'anni fa che dopo si sono trasformati in caricature da yuppies. Posso immaginare alcuni che ancora vagabondano per il mondo cercando qualcosa che non sanno cosa sia, coscienti del fatto che devono continuare a cercare. Quelli che m'assomigliano di più, possono essere in una situazione simile alla mia: sempre precario, e forse non lo sono mai stato tanto come da quando ho trasformato lo scrivere in mestiere. Perché è un'attività totalmente precaria, nessuno mi dà uno stipendio, ed ogni giorno devo inventarmi qualcosa per pagare le spese del mese. Quindi i miei personaggi, a distanza di anni, non avrebbero acquisito una "maturità", ma avrebbero imparato a farsi "meno male", continuando a tenersi da parte rispetto ad un sistema che non accettavano prima e non potrebbero accettare ora.

Oggi si fa un gran parlare di Generazione X, grunge, ecc. nella nuova narrativa italiana. Cosa pensi di questi giovani autori, rappresentano una novità?

La novità la rappresentano nel senso che sicuramente si è usciti dall'appiattimento che io sentivo negli anni '80. Anni di "vuoto pneumatico", in cui quello che si produceva lo sentivo come molto artefatto, un minimalismo che, tranne rari casi, guardava al proprio ombelico come il centro del mondo. Adesso c'è una rivitalizzazione, anche se da quanto ne so questo rifarsi alla generazione X ha dei connotati di un "mettersi da parte" senza influire minimamente sulla realtà. Questo in qualche maniera non mi appartiene, è un estromettersi senza alcuna pretesa sul piano sociale. Io e i miei personaggi invece non perdiamo occasione per "rompere le scatole"...insomma preferisco quelli che, pur rimanendo all'interno di una determinata società, senza illudersi di poter cambiarla, conquistano degli spazi e cercano di gestirseli.

Quanto ti senti influenzato dalla letteratura sudamericana? Cioè, ti senti in un certo senso partecipe di quella "famiglia" del nuovo romanzo d'azione (Taibo, Montanina, Sepulveda)?

Vivere da quelle parti per un certo periodo di tempo è stato fondamentale, perché ha influenzato poi tutto quello che ho scritto. E non so se questo può riguardare lo stile...non credo, penso di più a tutte le esperienze, la vita che ho scoperto in quei luoghi che poi ho utilizzato nelle cose che ho raccontato. Rispetto ad alcuni degli autori che hai citato anche tu, sono dei veri e propri amici. Cioè noi troviamo spesso l'occasione per ritrovarci con persone come Sepulveda, Paco Taibo, Daniel Chavarria e tutta una serie di scrittori di ogni angolo dell'America latina. Quasi tutti, tranne i messicani, sono esuli. Esuli spesso volontari, scappati. Hanno alle spalle storie di clandestinità, resistenza alla dittatura...quindi l'esilio ha segnato profondamente il loro modo di essere, e secondo me da questo come scrittori ne sono enormemente arricchiti, perché raccontano storie di una profondità che tanti altri non potrebbero raggiungere. C'è una forte impronta libertaria tra questi autori, perché hanno dovuto provare non solo l'orrore della dittatura di destra, ma anche le irresponsabilità dei vari partiti comunisti. Quindi hanno al contempo coscienza antifascista e antistalinista. La cosa interessante è che ora tra questi scrittori, si è deciso di definire il genere che usiamo, come nuovo romanzo d'avventura, perché ormai di distinguere tra giallo, nero, azione, thriller, era difficilissimo. Questo ci unisce tutti sotto un qualcosa che non è un cartello o un manifesto, ma è una serie di esperienze di vita più o meno simili,

Riprendendo la questione dei generi, tu sei arrivato ad affermarti con alcuni da sempre poco considerati dalla critica, quali il giallo o l'avventura. Caratteristica della letteratura italiana è il troppo accademismo. Pensi che tutto ciò stia cambiando in qualche modo?

Un certo accademismo sclerotizzato non cambia, ma sicuramente ora ci sono più voci. Noi (quelli che scriviamo d'avventura) non costituiamo un problema perché non siamo letterati, quindi non entriamo nella letteratura, non siamo neanche presi in considerazione ma...meno male, va benissimo così. Perché io stesso non mi definirei mai letterato e fatico anche a definirmi scrittore. Mi considero piuttosto un "raccontastorie". In Italia le cose stanno cambiando, ora, per motivi anche puramente commerciali, dovendo sostituire una generazione con un'altra, si sono gettati sulla pubblicazione degli esordienti, Che è comunque un fatto positivo perché ci fa scoprire nuovi talenti.

La tecnologia investe sempre più parte della vita sociale, da quella domestica, lavorativa, letteraria. Oscilla sempre tra progresso/benessere e la creazione di maggiore controllo sociale. Ti senti più cyber o sabotatore? Cosa pensi degli ipertesto che consentono svariate soluzioni ad una storia?

Sappiamo che la computerizzazione della società nasce come tentativo di controllo da parte del potere. Controllo che è poi anche la singola telecamera...cioè io che per esempio abito a Bologna, città più telecamerizzata d'Italia, vedo che due ragazzini scappano di casa e già li hanno ripresi per strada. Qui sta il rifiuto. poi c'è la possibilità che le tecnologie vengano utilizzate contro tutto questo. Sapendo che il luddismo non può raggiungere più di tanti risultati...è molto meglio combattere con gli stessi mezzi. Quindi mi piace vedere tanti anarchici, che per primi hanno usato il mezzo per sabotare, ora se ne appropriano per la comunicazione tra realtà antagoniste. E la stessa cosa succede con Internet, da un lato grosso mezzo di diffusione di potere, dall'altro questo stesso potere che lo ha inventato non sa come impedire l'accesso a chi è contro tutto questo. Personalmente mi sono sempre sentito sabotatore, legato alla vecchia idea romantica del pirata, distinto dal corsaro che compie assalti per conto di una corona. di un potere. Il pirata invece è contro tutti ed il massimo a cui può arrivare è una fratellanza di autodifesa fra tante isole collegate. Ora si ripete questa situazione, tante isole collegate in maniera cibernetica che tentano di lasciar fuori il potere.
Rispetto all'ipertesto sono molto dubbioso. Mi attira come idea, però i risultati fin qui ottenuti non m'affascinano più di tanto. L'idea di base è che il lettore può intervenire ed essere partecipe di questa storia, ma alla fine le soluzioni gli sono già date comunque. E lui cerca all'interno le soluzioni che gli si forniscono, non che sceglie lui. Penso che quella libertà che il lettore cerca ce l'ha già in un romanzo, in cui può immaginarsi come parla un tale personaggio, com'è la scena...a differenza del cinema che gli dà tutti gli elementi sullo schermo.

A proposito, come t'ha influenzato l'esperienza cinematografica nello scrivere?

Il cinema m'ha influenzato fin dall'inizio perché è sempre stato una grande passione. Quindi scrivendo una storia me la proietto già in testa, me la descrivo come se guardassi il film di quella storia. Procedo più per immagini che per descrizioni letterarie. La mia esperienza diretta con il cinema non è stata sempre gioiosa, anzi fatta di conflitti e difficoltà. Comunque positive sono state le esperienza fatte, soprattutto quella di Puerto Escondido...ma non è un ambiente in cui mi trovo a mio agio. Forse perché sono abituato male, perché quando scrivi sei assolutamente libero.

Dall'esperienza che hai avuto come direttore di Nuova Express, quali conclusioni trai riguardo al futuro dell'editoria di base ed ai problemi cui deve far fronte?

L'esperienza di Nuova Express è stata esaltante finché è durata. Mi crea rimpianto ripensarci, perché c'erano tante possibilità di renderla anche un piccolo punto di riferimento, una fucina di talenti. Ma la situazione, in questo caso del fumetto, è in crisi nera perché il pubblico è ristretto, e una rivista di quel tipo, con alti costi di produzione, non può campare con sette-otto mila lettori.
Ma la crisi del fumetto si inserisce in una crisi generale delle realtà editoriali medio-piccole che non hanno grossi capitali. Realtà che si stanno sgretolando una dopo l'altra, ed è un panorama tragico. Perché questo famigerato mercato con le sue regole perfette...sono perfette per eliminare ogni antagonismo. Ci sono molti capitoli collegati (pubblicità, distribuzione in edicola e libreria, costi della carta, ecc.), che se non hai grandi mezzi funzionano come un meccanismo che pian piano ti strangola. L'unico tentativo di controtendenza, che però comporterebbe una sensibilizzazione da parte del lettore, sarebbe di diffondere enormemente gli abbonamenti. Si dovrebbe capire che più ci si abbona (come per A ed Umanità Nova), più si garantisce la sopravvivenza delle testate, saltando un sistema di distribuzione che non funziona.

Il movimento libertario dovrebbe saper leggere la realtà in modo più incisivo e "proporre" di più. Come vedi il suo futuro?

In un certo senso io trovo che quello che dall'esterno del movimento può essere visto come un arroccamento su posizioni ormai superate, è la difesa positiva di un patrimonio. Gli anarchici, che sono purtroppo una minoranza, devono mantenere il bagaglio di esperienze e trasmetterlo a chi si avvicina all'anarchismo. Riuscire a coordinarsi per incidere di più sulla realtà è un problema che rimane. Forse l'unica critica che mi verrebbe da fare verso alcuni settori dell'anarchismo, è la poca elasticità mentale verso certi fenomeni. Mi riferisco a certe situazioni concrete in America Latina. Per esempio, sento condannare una esperienza come quella sandinista, che ad un certo punto si è posta il problema di diventare potere ed ha creato delle storture, ma che però aveva delle spinte libertarie che andavano colte. Infatti si è distinta molto rispetto ad altre rivoluzioni. Esempio analogo è quello della Teologia della Liberazione che anch'essa ha degli elementi libertari, pur rimanendo poi le differenze sul credere, sul ruolo della chiesa come strumento d'oppressione. Però ci sono dei preti in Sud America, che lottano contro le istituzioni e per i nostri stessi obbiettivi. Ed infatti loro nemico è il Vaticano, il clero. Sono libertari anche se non arriverebbero mai ad ammetterlo. Questione di elasticità mentale che un movimento non dogmatico dovrebbe avere, rispetto ad altri movimenti autoritari.

Quella elasticità che hanno dimostrato gli zapatisti, prendendo in contropiede il mondo. Quanto pensi possano influenzare, e quali sono le parti propositive del movimento zapatista che t'affascinano di più?

La novità assoluta è che il movimento ha subito dichiarato: "noi non vogliamo il potere; abbiamo le armi ma siamo antimilitaristi". Quando poi hanno chiesto a Marcos chi fosse, lui ha risposto con una serie di esempi d'emarginazione: è un gay a S. Francisco...un palestinese nei territori occupati...un anarchico nella guerra di Spagna...Significa che gli zapatisti certe cose le conoscono. Poi questa esperienza nasce da un ambiente come quello indigeno, dove queste genti vivono già in una forma comunitaria, realizzando in embrione una società libertaria. Affermano il diritto di vivere secondo le regole autogestionarie che hanno sempre avuto. Negli stessi loro comunicati, che spesso sono dei racconti, ne esce un'anima libertaria, un rifiuto dell'autoritarismo e delle leggi del potere. Quando per esempio avviene un omicidio, se arriva la polizia, arresta il colpevole e basta. Invece secondo le loro regole il criminale come risarcimento deve impegnarsi a mantenere anche la famiglia dell'ucciso. Perché che senso ha metterlo in galera...rovineremmo due famiglie!
Io vedo che il movimento anarchico è stato il primo a cogliere questi fermenti. Sarebbe un errore enorme pensare che questa situazione riguardi solo il Messico o l'America Latina. Perché loro si stanno opponendo a quel neoliberismo selvaggio che sta saccheggiando il pianeta e si son presi l'onere di lanciarci questo allarme. Bisogna rendersi conto che il problema non è la lotta contro un governo, messicano o statunitense. I problemi degli indios oggi non nascono tanto a Città del Messico o Washington, quanto a Wall Street.