Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 24 nr. 214
dicembre 1994 - gennaio 1995


Rivista Anarchica Online

Cinema: botta e risposta

Felice o tristarello?

Caro Felice,
anche se in netto ritardo ho piacere di farLe sapere ciò che penso della Sua recensione apparsa nello scorso Maggio su "A".
Se per talune considerazioni posso accettare serenamente la Sua opinione (era il mio primo film scritto, diretto, interpretato nonché prodotto) per altre mi sento in dovere di risponderLe.
In particolare in riferimento al Suo commento che il mio film andasse bene "per chi non aspetta che una spintarella per farla finita dalla vita".
Ollallà ... Lei sarà pure Felice di nome ma tristarello di fatto! Credo che ci siano ben altri film per esempio visti a Venezia quest'anno che inducano a scelte così drastiche ... Felice, ma che dice? Lei non si sarà divertito ma non generalizzi.
Non solo non si è suicidato nessuno ma "Il silenzio dei prosciutti" è entrato nella Top Ten dei film italiani più visti, è stato venduto con successo in 46 Paesi, ha vinto un premio, ha ottenuto una lusinghiera critica da Variety.
Lei insiste dicendo che il mio film "porta al bocchettone del gas" ... che "la società ha perso la capacità di ridere"? Felice ma dove vive?
La società, quella vera che va al cinema a vedere in genere i film comici, che guarda per esempio "Striscia la Notizia" (scusi se mi cito anche per la TV ma ne ho ben donde) si diverte e come. Fortunatamente non riescono
nemmeno gli articoli di Felice Accame ad incupire questa società o a dissuaderLa dall'andare a divertirsi.
Concludo con la piena convinzione che non ci sia "inettitudine" sicuramente nel mio lavoro: ho appena ultimato le riprese di un divertente film in Italia e mi accingo a girarne un altro, torno a Los Angeles nella prossima primavera per interpretare un film come attore in una produzione USA e per altre cose fra cui la preparazione del mio secondo film da regista. Tralascio infine ogni considerazione sul finale del pezzo in cui asserisce che tale inettitudine "si basa su una cultura criminale": credo che la Storia stia ampiamente dimostrando che se c'è qualcosa di criminale è sicuramente la cultura perdente ed ipocrita dalla quale Lei proviene come estrazione mentale.
Si faccia coraggio quindi, il mio lavoro nel cinema prosegue, forse dovrà ancora parlare di me ahilei. Con lo stesso coraggio Le garantisco io cercherò di leggere quelle recensioni.

Ezio Greggio (Milano)

Fiero di essere minoranza

Cara Direzione
rispondo con piacere alla lettera di Ezio Greggio perché, nel modo in cui un po' mi delude, apre il varco, comunque, a discorsi seri. Tenterò di essere schematico:
1. Greggio dice che, in seguito al suo Silenzio dei prosciutti (cfr. la mia recensione Silenzio dei prosciutti e la voce dei salami, in "A" 209, maggio 1994) "non si è suicidato nessuno". Mi sembra, fra tutte, la sua affermazione più grave. Non ne sarei mai tanto sicuro. Questo è un argomento sul quale chi si sente davvero innocente farebbe sempre bene a rimanere in silenzio. C'è uno splendido racconto di Durrenmatt, La panne (in Requiem per il romanzo giallo; Torino 1956, 1975, 1981, 1991, pp. 159-220), in cui un "innocente" cittadino svizzero si trova, fra lazzi e frizzi, in una sontuosa cena-istruttoria che ne capovolgerà integralmente la coscienza di sé e della propria responsabilità al mondo. Forse, non sarà "divertente", ma va letto.
2. Greggio dice che la società "vera" va al cinema, sceglie i film comici e si diverte. Non è bello, dire queste cose, e non penso neppure che Greggio voglia proprio dirle. Sarebbe "falsa", allora, quell'altra società che o non può o non vuole effettuare medesime scelte? Sicuramente no. Greggio per primo credo che, davanti ai tanti negletti, concussi e vilipesi di questo pianeta, saprebbe da che parte stare.
3. Proverrebbe, il sottoscritto, da una "cultura perdente ed ipocrita" che la Storia starebbe "ampiamente dimostrando" essere "criminale". Ora, a parte il fatto che la Storia la scrive chi vince e, dunque, in quanto tale, non può dimostrare alcunché, debbo dire che non comprendo bene a quale "cultura" mi si ascriva. Non credo che Greggio conosca i miei pochi scritti e la modestissima rivista (Methodologia) che, con alcuni amici, dirigo. Che sia "perdente" la cultura che rappresento, comunque, mi pare inequivocabilmente vero, ma di ciò, sia chiaro, sono fiero. Mi sento "minoranza" ovunque - a volte, perfino in "A" -, ma non sento la cosa come svalorizzante. Comunque il fatto che Greggio parli di "cultura perdente e ipocrita", mi fa pensare che il suo obiettivo mi trascendesse di parecchio. Forse il suo pensiero andava a quel genere di anarchici così ben disegnati, anni fa, dagli Uffici Stampa delle Questure quando erano in cerca di coperture per i numerosi delitti perpetrati da questo Stato.
Quando io dicevo che la sua "inettitudine" si basava su "una cultura criminale" (ebbene sì, il primo a lanciare il forte aggettivo sono stato io), mi riferivo a quei meccanismi di legittimazione sociale di cui i mezzi di comunicazione di massa si avvalgono per ottenere sempre e comunque un consenso che, poi, direttamente, si estende a chi, grazie a questi mezzi, esercita il potere. Facevo l'esempio delle risate preregistrate e degli applausi comandati (che ci riducono, noi spettatori, a "topolini pavloviani", dicevo), ma avrei anche potuto parlare del "finto pubblico in sala", sempre ben selezionato per sesso e modi di viverlo, delle "partecipazioni di popolanità spontanea ed entusiasta" tipo "ruota della fortuna", degli "ospiti" o dei mille altri marchingegni che l'arte televisiva ha escogitato in questi anni essenzialmente allo scopo di auto-garantirsi, surrettiziamente, il favore della gente. Tutto ciò, ribadisco, fa parte di una cultura criminale perché fa violenza. Che il film - per quell'eccesso di autoreferenzialità in cui finiva con il cadere - tradisse un rapporto genetico con questa cultura, per me, purtroppo, è risultato evidente.
4. Dico "purtroppo" perché anche ciò, come dicevo, minava alla base gli effetti comici del film. E qui mi dispiace che Greggio non abbia voluto dircene alcunché. In poche righe, infatti, mi ero provato a sintetizzare una "teoria del riso", diciamo "tascabile". Mi ero riferito alla teoria di Ceccato (Cibernetica per tutti; Milano 1968, pp. 133-135; e anche Ingegneria della felicità; Milano 1985, pp. 108-112) perché è l'unica che si basi su un modello dell'operare mentale sufficientemente ampio e convincente e perché mi pare più comprensiva di quelle dei tanti che l'hanno preceduto (Platone, Aristotele, Hobbes, Freud, Nietzsche e Bergson, per esempio - cfr.: P. Banchieri, Le teorie sul riso e come si ride in Germania; in Critica sociale delle scienze, 1, 1985, pp. 47-52). Grazie a questa teoria, spiegavo come e perché, ad un certo punto, il meccanismo comico del film di Greggio non poteva più funzionare. Di questo sì, che mi piacerebbe discutere con Greggio che, da tecnico, dovrebbe saperla lunga ed essere interessato a saperla più lunga. Invece, mi ha scambiato per un critico, e ha lasciato perdere. Peccato.
Lui, a mio disdoro, dice che Il silenzio dei prosciutti è penetrato nella "Top Ten", che si è diffuso come un'epidemia in 46 Paesi, che è stato premiato e lusingato da Variety. Bene, ne sono contento per lui se ciò davvero costituisce il criterio della sua soddisfazione. I miei criteri, come ben sanno i pochi e indulgenti lettori che ho sono altri.

Felice Accame (Milano)

P.S.: Il fatto che Greggio, oltre che "persona", "personaggio" pubblico, legga "A" e che ci scriva, comunque - a dispetto di qualche opinione, forse, discordante -, non può che indurci a simpatia nei suoi confronti. Abbiamo, finalmente, trovato le origini, o meglio, l' "estrazione mentale", di quelle spontanee jacqueries con cui, a volte, sa arricchire Striscia la Notizia.